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Archive for aprile 2012

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Prendiamo le formazioni titolari. Andiamo a guardare l’età degli interpreti. Facciamo due conti.

Cosa ne esce?

Gubbio 25, Pescara 24. Arrotondati a fine 2012.

Parlo di età media.

Farabbi, Benedetti, Caracciolo, Almici, Mario Rui, Obiora da una parte.

Romagnoli, Capuano, Verratti, Caprari, Immobile e Insigne dall’altra.

Una partita che ti riconciglia con il calcio.

Perché da una parte capisci come i giovani buoni in Italia esistano ancora. E nel momento in cui gli si dà fiducia sono anche capaci di ripagarti.

Dall’altra… beh, dall’altra ho tessuto le lodi del grande Bielsa un paio di giorni fa, ma cosa dire di Zdenek Zeman?

Sull’uomo ognuno ha la sua opinione. Dopo le polemiche sul doping, ad esempio, non è ben visto dai tifosi juventini.

Ma solo una persona scevra di onestà intellettuale non può non ammettere che Zeman sia uno degli allenatori più spettacolari della storia del calcio.

Poi si può replicare che non è un vincente, che solitamente le sue squadre hanno difese colabrodo, che non sia un simpaticone e mille altre cose.

Però quando guardi le sue squadre non puoi non emozionarti, al di là del tifo.

E la partita di oggi non fa eccezione.

Il Pescara vince 2 a 0 grazie alle reti di Sansovini (entrato poco prima al posto dell’ottimo Caprari, tra i migliori in campo) ed Insigne. Ma meriterebbe di vincere con cinque o sei goal di scarto come minimo per la mole di gioco prodotta e le occasioni mancate (spesso per sfortuna).

Insomma, una squadra iperoffensiva che pur avendo basi tattiche molto differenti rispetto a quelle del Barcellona del fu Guardiola (di cui spero di poter parlare prossimamente) poggia su di un principio molto simile: attaccare per non subire.

Che la miglior difesa sia l’attacco davvero non lo so. Qualcuno potrebbe obiettare, vedendo l’impresa Chelsea, che le cose non stiano così.

Di certo, però, questo Pescara che si riversa in attacco e mette a ferro e fuoco la difesa di casa con tagli ed inserimenti continui, oltre che con la qualità dei suoi uomini, dietro soffre poco poco poco.

In realtà una partita del genere non si può raccontare azione per azione. Un po’ perché ci dovrei perdere un’oretta buona per riassumerle tutte, un po’ perché certe cose vanno guardate coi propri occhi, non le si possono raccontare. Non avrebbero lo stesso impatto.

E allora limitiamoci a questo: a goderci i nostri giovani (tra quelli visti in campo oggi ce n’è più di uno che potrà venir buono per la nazionale maggiore tra qualche tempo) e lo spettacolo di mister Zdenek. Sperando di rivederlo presto in Serie A.

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Giù il cappello, passa l’Athletic del Loco Bielsa.

Dopo il 2 a 1 di Lisbona, infatti, i baschi infiammano un San Mames gremito come non mai. E trascinati da un grandissimo Fernando Llorente staccano il biglietto per la seconda finale europea della loro storia.

Seconda, sì.

Perché era l’ormai lontano 1977 quando i baschi raggiunsero, per la prima volta, la finale dell’allora Coppa Uefa.

Il tutto dopo un percorso appassionante che, anche all’epoca, fece impazzire i tifosi baschi.

Eliminato l’Ujpest Dozsa ai trentaduesimi con un secco 5 a 0 casalingo a ribaltare l’1 a 0 dell’andata, ai sedicesimi vennero fatti fuori gli svizzeri del Basilea, battuti 3 a 1 a Bilbao dopo l’1 a 1 dell’andata.

Agli ottavi la storia si fece seria e in quel di Bilbao sbarcò il Milan, battuto con un roboante 4 a 1, che vanificò il 3 a 1 Rossonero di San Siro.

Ai quarti scontro “fratricida” col Barcellona, battuto 2 a 1 in casa per pareggiare poi 2 a 2 sulle Rambla.

In semifinale, quindi, un 1 a 1 esterno col Molenbeek valse il passaggio del turno (0 a 0), che proiettò quella squadra, allenata da Koldo Agirre, nella storia.

L’Athletic allora, però, si inceppò sul più bello.

Perché arrivato all’ultimo atto di quella Coppa UEFA dovette arrendersi, sempre per quella regola del goal fuori casa che lo favorì in semifinale, alla Juventus di Giovanni Trapattoni.

Al Comunale di Torino, infatti, la Juventus tutta italiana dell’epoca riuscì ad imporsi per 1 a 0 grazie alla rete realizzata al quindicesimo da Tardelli.

Una Juventus che si schierò così in campo: Zoff, Cuccureddu, Morini, Scirea, Gentile, Tardelli, Furino, Benetti, Causio, Boninsegna, Bettega. Davvero una gran bella squadra.

Non per nulla quell’11 venne confermato anche al San Mames, dove Bettega, dopo sette soli minuti di giocò, firmò la rete che valse il trofeo.

A nulla, infatti, valsero le reti di Javier Irureta e Carlos Ruiz Herrero (subentrato a Josè Maria Lasa un quarto d’ora prima di segnare).

Oggi, quindi, il miracolo si ripete.

Bielsa ha infatti costruito una macchina micidiale: giovane, affamata, compatta, tecnica, orgogliosa e con una star là davanti.

Llorente che decide il match da par suo: assist a Susaeta per il primo goal (palla smorzata di petto per il compagno che deve solo depositarla in rete), a Gomez per il secondo (numero al limite e filtrante al bacio) e goal personale che vale il definitivo 3 a 1, nonché la storia.

Bielsa e Llorente. Le due facce di una squadra che ora vuole scrivere una nuova pagina di storia incredibile: portare, per la prima volta nella storia, un trofeo internazionale nella bacheca di questa gloriosa società.

Tutto sommato poca roba questo Sporting.

L’Athletic gioca infatti un primo tempo su livelli incredibili e mette sotto lo Sporting senza appello. Il due a zero è frutto di un gioco arioso, preciso e pulito. E solo una mischia da corner può riportare i lusitani in corsa.

Nella ripresa i baschi sentono forse un po’ di più la fatica, ma restano comunque in controllo del match.

E alla fine, ma proprio alla fine, arriva la zampata del trascinatore assoluto, che ora, probabilmente, sarà chiamato a trascinare anche la Spagna al prossimo Europeo.

L’impressione, comunque, è che in questo Athletic ci siano diversi elementi piuttosto sottovalutati.

In primis questo Fernando Llorente tanto amato da Mourinho, che pare voglia portarlo a Madrid. Una punta completa: forza fisica e tecnica uniti in un connubio spettacolare. Giocatore vero, con tanto carattere e tanto cuore.

Ma non solo. Bielsa lo amo – calcisticamente – da tempo. Temo non si adatterebbe al meglio all’Inter, che lo cercò già la scorsa estate, ma si tratta davvero di un grandissimo allenatore.
Anche lui, almeno qui in Italia, sicuramente sottovalutato.

Poi Iker Muniain. Un giocatore di cui parlai già nel 2009 e che oggi sta confermando di essere davvero giocatore di alto profilo.

Ma non solo: Aurtenexte, Martinez, Susaeta, Herrera… davvero tanta, tantissima roba.

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Nome: Mikel Zatón Escudero
Data di nascita: 15 aprile 1996
Luogo di nascita: Barakaldo (Spagna)
Nazionalità: spagnola e basca
Altezza: 174 centimetri
Peso: 65 chilogrammi
Ruolo: ala sinistra, attaccante
Club: Athletic Bilbao (Cadets)
Scadenza contratto: -
Valutazione: -

CARRIERA

Nascere a Barakaldo, città basca da quasi 100mila abitanti, significa avere un po’ la vita segnata.

No, nessuna storia triste tipo ragazzini che nascono nelle favela. Quanto più un legame a doppio filo con lo sport che spesso porta alla nascita di atleti di buon livello.

Due, in particolare, le discipline cui Barakaldo è legata: ciclismo e calcio.

Alle due ruote la città che diede i natali allo scrittore Juan Manuel de Prada ha regalato David López García, Héctor González, Isidro Nozal e Javier Otxoa.

Al calcio, invece, il terzino sinistro Asier Del Horno (ex Athletic, Chelsea e Valencia, oggi al Levante), il portiere Iñaki Lafuente e il centrocampista Javier González Gómez (ritiratisi lo scorso anno), l’attaccante Mikel Dañobeitia (attualmente in forza al Logroñés) e Josep Lluís Núñez, Presidente del Barcellona tra il 1978 ed il 2000.

Non solo: la città che ha dato i natali a Zatón è anche sede di una discreta squadretta di calcio, che attualmente milita in Tercera División (quarta serie spagnola): il Barakaldo Club de Fútbol, la squadra in cui il ragazzo ha iniziato a giocare e da cui è stato acquistato dall’Athletic.

Insomma, nascere a Barakaldo vuol dire nascere in una città di sportivi. E Mikel ha voluto continuare la tradizione.

Così oggi, a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, Zatón  è al centro di una rovente battaglia di mercato.

Prodotto di uno dei settori giovanili più floridi dell’intera Spagna (basti pensare a Fernando Llorente o alla recente esplosione di Iker Muniain), l’Athletic Bilbao, Mikel Zatón Escudero è seguito da diversi club.

Liverpool su tutti, a quanto si vocifera in Inghilterra. Ma non solo: un vero e proprio “Clasico” di mercato lo vedrebbe al centro dei desideri di Real Madrid e Barcellona, che vorrebbero assicurarselo prima che il suo prezzo lieviti troppo.

Non deve stupire, comunque, che il ragazzino di Barakaldo sia già al centro di queste guerre di mercato. Né dovrà stupire l’eventualità che, alla fine, l’Athletic riesca a tenerlo in squadra, vista la particolare situazione che si vive nei Biancorossi di Bilbao.

Non deve stupire perché quest’anno, inserito nei Cadetti dell’Athletic, Zatón sta facendo davvero il diavolo a quattro.

Il ragazzo, numero 19 sulle spalle, ha infatti disputato 28 match nella Cadets Basque League, campionato che la sua rappresentativa ha provato a vincere quest’anno (a una giornata dal termine sono sei i punti di svantaggio sulla Real Sociedad), realizzando ben 25 reti.

Score notevole che ne fanno una delle giovani punte più interessanti dell’intero panorama calcistico spagnolo.

Zatón che partì subito forte alla prima di campionato, con una tripletta rifilata proprio ai “cugini” della Real Sociedad.

Da lì in poi buona continuità, per lui. Una rete all’Antiguoko e nessuna alla Real Union. Tripletta nel 19 a 0 allo Zaramaga e bocca asciutta contro il Santutxu. Goal all’Eibar, tripletta al Getxo, rete al Romo. Pausa contro il Barakaldo, club della sua città, prima di tornare al goal nel 4 a 0 casalingo con il Durango. Tre match a secco, poi di nuovo in rete nel 3 a 3 con l’Alaves. Altre tre partite senza goal prima della doppietta al Real Union e della tripletta allo Zaramaga. Piccola pausa con il Santutxu e goal all’Eibar e al Getxo. Poi altre due partite senza centrare il bersaglio grosso, prima di freddare il suo Barakaldo. Altra partita a secco ed ennesima tripletta, questa volta al Lengokoak. Bocca asciutta contro l’Ariznabarra e goal al Danok Bat. Niente reti con l’Alaves e… vedremo cosa combinerà nell’ultima di campionato, contro l’Indartsu.

Prestazioni notevoli che sono valsi all’Athletic il miglior attacco del campionato.

Insomma, uno score che ha ingolosito i palati di molti osservatori. Vedremo quindi la prossima estate se il ragazzo si farà convincere dalle proposte delle grandi di Spagna o che arrivano dall’estero… oppure se, alla fine, l’orgoglio basco prevarrà, ed il prossimo anno Zatón proverà a ripetersi nei Junior National.

CARATTERISTICHE

Mancino sì, ma con un destro più che accettabile.

Capace di svariare lungo tutto il fronte d’attacco, ama giocare in particolar modo al centro, dove può sfruttare la sua capacità di “sentire” la porta, che un po’ decentrato a sinistra.

La facilità di dribbling di cui è in possesso lo rendono attaccante temibile e temuto, anche se, nel complesso, a impressionare di più è proprio il feeling con la porta, con cui sembra vivere in simbiosi.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Presto per dire dove possa arrivare, vista la sua giovanissima età.

Di certo fossi in suo padre, o nel suo procuratore, gli intimerei di restare a Bilbao.

Inutile girarci intorno: posto che l’Athletic punta – ancora, per ora – solo su giocatori baschi o comunque fatti in casa le possibilità di arrivare ad esordire nella Liga sarebbero infinitamente maggiori lì che altrove.

E allora bene continuare il proprio percorso di crescita in un centro giovanile attento e soprattutto con la fiducia di tutto l’ambiente attorno a sé.

E chissà che un giorno non troppo lontano non lo vedremo duettare con Llorente e Muniain nell’attacco della prima squadra…

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La Juventus, lanciata nella volata Scudetto che la vede opposta al Milan, scende in campo al Manuzzi di Cesena per cercare quei tre punti necessari a mantenere i Rossoneri a distanza di sicurezza.

La partita però non si sblocca: il possesso palla è tutto appannaggio della Juve che non riesce comunque a far cadere Antonioli, per altro miracoloso in un paio di occasioni.

Per provare a sbloccare il risultato, così, mister Conte rileva uno scarico Mitra-Matri inserendo al suo posto Marco Borriello, ancora a secco di goal nella sua esperienza in bianconero.

L’allineamento dei pianeti, però, è quello giusto, e l’ex Milan, Genoa e Roma riesce finalmente a sbloccarsi, infilando il portiere cesenate con un bolide mancino radente il suolo che s’infila a fil di palo.

Il goal, che vale i tre punti per la squadra di Conte, ha il forte sapore di riscatto.

Nella sua duplice valenza.

Da una parte, logicamente, è il riscatto di un ragazzo che non segnava da quasi un anno e che ha potuto così scrollarsi di dosso tante paure.

Dall’altra, ovviamente, spinge anche alcuni tifosi – diversi ne ho letti nell’intervallo tra la fine dei posticipi di A e l’inizio del match di Madrid – a iniziare a vagliare l’ipotesi di riscattare la punta nativa di Napoli.

Logicamente, come si dice, il mondo è bello perché è vario. Quindi per una persona che può vedere di buon occhio l’eventuale riscatto di Marco Borriello da parte della Juventus ce n’è una, come me, che lo eviterebbe.

Se fossi al posto di Beppe Marotta, infatti, eviterei di spendere quegli 8 milioni pattuiti con la Roma per riscattare un giocatore tutto sommato modesto.

Il tutto, a maggior ragione, pensando al fatto che l’anno prossimo la Juventus giocherà la Champions League.

Allora analizziamo asetticamente la situazione: oggi la Juventus, obiettivamente, non ha un grande attacco. Soprattutto non ha un attacco che, sulla carta, può far paura in chiave internazionale.

Perché se il centrocampo Marchisio-Pirlo-Vidal è il migliore in Italia e tra i più interessanti in chiave internazionale è altrettanto vero che una rosa di attaccanti composta dal presunto top player Vucinic, dal grande (vecchio) Del Piero, dal buon Quagliarella, dall’altalenante Matri e dal non certo irresistibile Borriello farebbe paura a ben pochi.

Come agire per prepararsi alla Champions, quindi?

Innanzitutto rinnoverei il contratto a Del Piero. Perché sentir parlare delle ipotesi Nesta e Seedorf fa un po’ specie, a maggior ragione quando poi si pensa di allontanare una bandiera – nonché un (attualmente) buon giocatore – come il Capitano di mille battaglie.

Poi, tornando all’oggetto di questo pezzo, farei tornare Borriello a Roma.

Intendiamoci, sui campi di calcio della nostra Serie A si vede di peggio.

Ma perché investire 8 milioni sulla quinta punta quando c’è da comprare un giocatore che possa davvero considerarsi un top player a livello internazionale (o almeno avvicinarcisi)?

Quinta punta, sì. Perché se oggi Quagliarella fosse stato a disposizione sarebbe partito quasi sicuramente titolare al fianco di Vucinic. Con Del Piero e Matri come eventuali sostituti.

Insomma, posso capire che l’eventuale riscatto di Borriello sarebbe più a buon mercato rispetto all’ingaggio di una punta di ben altra caratura come potrebbe essere, per fare un paio di nomi a caso, Suarez o Cavani.

Però anche la probabile resa in campo, e quindi il ritorno in termini di goal, sarebbe ben diverso.

Insomma, la Juventus deve decidere se vuole provare a diventare grande davvero oppure no.

Perché vincere è difficile. Ma confermarsi ancora di più.

A maggior ragione in una stagione che vedrà la squadra impegnata su tre fronti, cosa che potrebbe finire col contare a fine anno (in questa stagione, almeno, pare che un pochino abbia inciso).

Insomma, fossi in Marotta ringrazierei Borriello per l’importantissima rete di oggi e lo caricherei sperando possa ripetersi da qui a fine anno.

Quando lo farei comunque partire. Cercando un attaccante di prima fascia per completare al meglio il mio reparto offensivo.

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Esattamente come ieri sera, forse anche di più. Due semifinali di Champions che, in particolar modo in questi ritorni iberici, hanno fatto vedere quanto bello sia questo sport. Business, doping, scommesse e arbitri venduti a parte.

Partiamo allora col rivivere un po’ il match, giocato sicuramente meglio dai bavaresi. E poi discutiamone un po’.

Il Real parte subito forte: Di Maria si beve in velocità Alaba e mette in mezzo un pallone che Benzema appoggia però tra le gambe di Neuer.

Il duello sulla fascia destra del Real si ripete poco dopo, quando Di Maria riceve un cross da sinistra e calcia al volo, trovando la respinta col braccio di un Alaba lanciatosi in scivolata per impedire al talentuoso argentino ex Benfica di trovare la rete.

L’arbitro non sembra avere tentennamenti ed assegna il rigore. Un po’ generoso, forse, dato che Alaba non sembra minimamente voler stoppare il pallone col braccio, che usa solo per dare equilibrio alla sua scivolata.

Sul dischetto si presenta Ronaldo che segna con freddezza la rete che vale la finale virtuale, visto il 2 a 1 dell’andata.

Il Bayern però non ci sta e a quella finale, che si disputerà in casa sua, vuole arrivarci a tutti i costi.

Alaba risponde con personalità alla partenza un po’ choc, vola sulla sinistra, trova il fondo e libera Robben al limite dell’area piccola. Il fenomeno Oranje però calcia malissimo e mette sopra la traversa.

Gomez ci prova quindi da fuori, trovando la pronta respinta di Casillas. Sul pallone si fionda Ribery, che è però anticipato proprio al momento dell’impatto col pallone da Khedira.

Ma Mourinho, si sa, non imposta mai le sue squadre per fare il match. Così il Bayern che spinge è freddato dal raddoppio di Ronaldo, ben imbeccato da Ozil tra Boateng – che teneva Benzema nell’occasione – e Lahm – che si perde invece in un bicchier d’acqua, ma capita anche ai migliori – e fredda Neuer.
Anche in questo caso, va detto, l’arbitro ha le sue responsabilità. Anzi, il guardalinee, che non segnala il fuorigioco del fenomeno portoghese.

I bavaresi hanno comunque carattere da vendere. E ben sapendo che un eventuale goal manderebbe la partita ai supplementari non si perdono d’animo, e continuano col dominio netto del primo tempo.

Rete che arriva puntuale: Kroos crossa in mezzo per Gomez che è però affossato in area da Pepe. Cartellino giallo per il centrale portoghese di origini brasiliane, che però, nell’occasione, poteva forse anche essere espulso.

Ma bando alle ciance: sul dischetto si presenta Robben, che rischia notevolmente ma trova la rete (Casillasi si distende infatti bene alla sua destra e tocca il pallone con la punta delle dita, senza però riuscire a respingerlo).

Trovata la rete che può valere i supplementari il Bayern non si ferma, e cerca il passaggio del turno diretto.

Kroos fa filtrare per il solito Gomez, che calcia però contro Casillas.
In chiusura di primo tempo è invece Robben a mettere paura al portiere madridista, che si distende però bene per deviare la sua punizione.

In apertura di ripresa è ancora Bayern: Lahm crossa da destra, Gomez incorna a incrociare sul secondo palo ma mette a lato di poco.

Prova quindi a farsi vedere nuovamente il Real, ma il diagonale di Benzema – da posizione quasi impossibile – è respinto da Neuer.

In un secondo tempo sicuramente non all’altezza del primo è comunque sempre il Bayern Monaco a fare la partita.

Robben salta Pepe ed entra in area, allungandosi però il pallone e venendo chiuso da Casillas. Occasione sprecata male dall’ala olandese, che avrebbe dovuto servire centralmente per offrire a Gomez la possibilità di un rigore in movimento.

Quando si ripresenta l’occasione, quindi, l’ex Groningen non si fa pregare e serve Gomez. Che però tentenna troppo, stoppa male il pallone e si fa chiudere dalla difesa, mangiandosi un’occasione d’oro.

La partita finisce quindi ai supplementari, dove il Real prova a concludere qualcosa di più, in special modo nella ripresa.

Dove però l’occasione più importante è un’ammonizione per simulazione affibiata a Granero, che finisce giù come una pera cotta su pressione di… Neuer.

Quando le squadre finiscono ai rigori esprimo così quello che penso andremo a vedere:

Prendendoci in pieno.

Perché sia Neuer che Casillas si esaltano, e ne parano due a testa (Ronaldo e Kakà da una parte il tedesco, Kroos e Lahm lo spagnolo).

L’errore decisivo, così, è di Sergio Ramos, che spedisce alle stelle il quarto rigore del Real Madrid, cui seguirà la rete di Schweinsteiger. Bayern in finale davanti al proprio pubblico.

Match giocato sicuramente meglio dai bavaresi, dicevo all’inizio del pezzo.

Che con una difesa degna di questo nome sarebbe indubbiamente, a mio avviso, la “seconda miglior squadra del mondo” per distacco.

Due questioni subito aperte, quindi: da una parte quella relativa all’approccio delle due squadre, dall’altra quella relativa alla difesa bavarese.

Partiamo dalla prima: il Bayern ha carattere da vendere. E il goal preso subito, e per un rigore dubbio, contribuisce ad accendere la vitalità di una squadra che comunque difficilmente sarebbe stata a guardare.

Dall’altra parte c’è invece un allenatore – un ottimo allenatore – che, al solito, preferisce il gioco attendista.

E se questo è capibile all’inizio, posto che trovano l’1 a 0 praticamente immediato, non lo è da dopo il goal di Robben in poi.

Ma del resto il Real è questo: un insieme di grandi giocatori cui manca l’organizzazione ideale per poter far fruttare al meglio la presenza di un grandissimo fenomeno come Ronaldo (che, nonostante tutto, ne fa due anche oggi).

Capitolo difesa Bayern: Alaba parte malissimo, come detto, ma si riprende con grande carattere. In fase prettamente difensiva, comunque, il terzino austriaco – con mamma filippina e padre nigeriano – lascia abbastanza a desiderare.
Se ci si aggiunge poi il fatto che non si capisce benissimo come Badstuber possa giocare titolare nel Bayern Monaco… ed il fatto che Boateng sia atleticamente di alto profilo ma sicuramente non un difensore di primissima fascia… ecco che ne esce come il reparto difensivo lasci abbastanza a desiderare, col solo Lahm difensore di primissima fascia.

Qui va comunque aperta un’ulteriore parentesi, stavolta riguardante Alaba: che se in fase difensiva non è il massimo sa spingere piuttosto bene. Sia come presenza costante in sovrapposizione che come velocità di base che gli permette di essere ficcante sulla fascia.
Se ci aggiungiamo il fatto che a 19 anni dimostra già grande carattere… giocatore sicuramente da tenere d’occhio, anche perché essendo nato come centrocampista potrà crescere ancora molto in fase difensiva.

Tra i migliori in campo anche l’altro terzino sinistro, Marcelo. Che giunto a Madrid come nuovo Roberto Carlos faticò molto all’inizio della sua esperienza spagnola, ma che oggi si sta imponendo come uno dei migliori esponenti del ruolo.
Nella partita di oggi, in realtà, Marcelo non è sempre stato costante. Ma, nel complesso, buona prova per lui, capace di diverse iniziative di rilievo.

Infine, un po’ di numeri. Tanto per capire l’evoluzione del match.

Come detto il primo tempo è tutto appannaggio del Bayern, nonostante i due goal madridisti.
Bavaresi che si prendono il 58% del possesso, che sono più precisi nei passaggi (88 contro 83%) e che tirano praticamente il doppio delle volte (13 a 7).

La ripresa è un pochino più equilibrata, come detto. O meglio, il Bayern diminuisce un pochino il forcing, perde il 3% del possesso di palla e 7 volte (contro le 6 del Real).

Ai supplementari, poi, cambia poco. Ma, come affermato in precedenza, è il Real che ci prova di più. E i 2 tiri a 0 lo confermano.

Insomma, un Bayern che nel complesso merita, gioca meglio, ha più possesso, più precisione nei passaggi e calcia più spesso, anche se con l’andare del match l’intensità un po’ cala e il fattore Bernabeu si fa sentire.

Bayern in finale, quindi. Senza Alaba, Badstuber e Luiz Gustavo, ammoniti – e quindi squalificati – oggi.

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Il Milan batte il Genoa con una rete di Boateng e resta incollato alla Juventus, che a sua volta espugna Cesena.

Un doppio 1 a 0 che dimostra come la lotta Scudetto andrà avanti, probabilmente almeno fino alla penultima di campionato, come dissi lunedì.

Un doppio 1 a 0 che sottolinea nuovamente quelle che sono le peculiarità delle due squadre: da una parte una Juve che tiene tantissimo palla (73%), conclude spesso ma non riesce a segnare (anche grazie ad un super Antonioli, autore di un paio di prodezze notevoli).

Dall’altra un Milan che produce occasioni ma non gioco, e che alla fine la spunta grazie ad una rete dei suoi assi offensivi (Boateng).

Lotta che continuerà quindi anche nei prossimi match. Lotta su cui la rete di Borriello (che chissà da quando non trovava la rete…) poteva mettere una mezza pietra tombale, non fosse arrivato il goal del Boa. Perché subito dopo il mancino secco dell’ex attaccante milanista la Juventus si è trovata a +5 a quattro partite dal termine… e poteva già quasi iniziare a cucirsi sul petto lo Scudetto.

Non cambia nulla, quindi. Si riducono solo, di qualcosina, le possibilità per il Milan. Perché i punti di differenza sono sempre tre (quattro virtuali, posto il discorso relativo agli scontri diretti che pone la Juventus in vantaggio sui Rossoneri), ma ci sarà una partita in meno per provare a recuperarli.

Novara, Lecce, Cagliari ed Atalanta per la Juventus.

Siena, Atalanta, Inter e Novara per il Milan.

La lotta continua.

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Difficile commentare questo 2 a 2.

Chi ha guardato il match – e mi auguro siate stati in tanti – potrà sicuramente capire di cosa parlo.

Emozioni, goal, tiki-taka, catenacci, remuntade e contro-remuntade, calci, pressing, dribbling, errori, cartellini a profusione, testosterone… c’è stato davvero un po’ di tutto.

Ad inizio partita, chi segue questo blog anche sulla sua pagina Facebook lo saprà, pronosticavo potesse passare il Barcellona.

E per quasi un tempo sembrava che il tutto potesse avversarsi davvero…

Barcellona padrone del campo da subito. Tre minuti e Messi spaventa subito i tifosi londinesi.

Come se non bastasse piove sul bagnato: al dodicesimo Cahill non riesce a continuare il match e lascia il campo, sostituito da Bosingwa.

Di Matteo ha però una Linea Maginot da preservare e così modifica qualcosina: Ivanovic lascia la fascia destra e scala centrale con capitan Terry, con il terzino lusitano che si posiziona nel suo ruolo naturale.

Non è certo una partita per signorine ma il destino vuole che i due infortuni arrivino non per fallacci ma per casualità. Se Cahill si fa male da solo Piquè si scontra violentemente col proprio portiere, finendo k.o.

Il Barcellona comunque c’è. Il tiki-taka scorre fluido, il Chelsea è costretto a barricarsi nella propria trequarti, Cech deve dimostrare di essere ancora uno dei migliori interpreti al mondo.

La difesa Blues è però un fortino che non può resistere all’infinito e così al trentacinquesimo Cuenca va via a sinistra e serve a Busquets un pallone che va solo appoggiato in rete. Con la confusione della retroguardia ospite a spianare la strada al goal che azzera il risultato dell’andata.

La qualificazione sembra avvicinarsi per i padroni di casa. Che come se non bastasse possono gioire anche quando Terry dà, scioccamente, una ginocchiatina sulla schiena di Sanchez, che va giù come una pera cotta. Cartellino rosso, Chelsea in dieci per il resto dei cinquantadue minuti (più recupero).

Espulsione che ci stà, a norma di regolamento. Ma che fa storcere un po’ il naso. Sia perché il colpo non sembra certo violento che per il comportamento dei due giocatori “incriminati”: da una parte Terry, che con l’esperienza maturata in tanti anni giocati ad alto livello commette una follia, rischiando di rovinare la partita e la qualificazione e saltando comunque la finale… dall’altra Sanchez, che prende un colpetto e fa un bel po’ di scena, cercando di convincere l’arbitro a scucire il rosso.

A quel punto la qualificazione sembra decisa: Camp Nou caldissimo, gioco della squadra di casa sempre più fluido, Chelsea in ginocchio.

A rincarare la dose, e chiudere virtualmente il discorso qualificazione, ci pensa Iniesta, che raddoppia e sembra mettere una pietra tombale sui sogni di finale del Chelsea.

Invece passano solo un paio di minuti ed ecco l’impensabile: la difesa del Barcellona si dimostra una volta di più essere una sorta di creme caramel: Lampard ha una grande intenzione tra le linee e buca la retroguardia Blaugrana, lanciando Ramires che spallonetta in maniera vincente l’uscita di Valdes, firmando quel 2 a 1 che vale virtualmente Monaco di Baviera.

Nemmeno il tempo di riprendersi ed arriva il fischio arbitrale che rimanda le squadre negli spogliatoi.

La tensione si taglia con il coltello. Le gambe tremano, ed è palese se si guardano i giocatori di casa discutere tra loro.

La ripresa è quindi un film dell’orrore, per i tifosi del Nou Camp.

Il miglior giocatore del mondo spreca il match ball calciando sulla traversa un rigore per altro molto dubbio (presunto fallo di Drogba su Fabregas).

Come non bastasse a Sanchez è annullato una rete per fuorigioco di Alves e Messi calcia dal limite trovando però la manona di Cech a mettere sul palo il pallone.

Una maledizione che vuol negare la rimonta al Barcellona, esattamente come due anni fa contro l’Inter.

Non è però tutto: la formidabile difesa del Barcellona prende un’altra imbucata. Riversati tutti in attacco, infatti, i Blaugrana si prendono un contropiedone portato da Torres, che dopo aver saltato facilmente Valdes deposita in rete il 2 a 2 finale, che sancisce la definitiva eliminazione della squadra di Guardiola.

Una squadra che, quindi, non riesce nell’impresa di bissare il successo dello scorso anno, diventando la prima squadra della storia a vincere per due stagioni di fila la Champions League.

E che conferma anche come il Milan abbia buttato via una grandissima occasione.

Certo, la differenza, a livello tecnico, c’era tutta. Esattamente come c’era anche con questo Chelsea.

Eppure il Barcellona di oggi, per quanto fenomenale nel possesso palla, sembra più bucabile che mai.

Notevole, ancora una volta, la pagina delle statistiche.

Comincando dal possesso palla. Che vede il 72% del Barcellona opposto al 28 del Chelsea.

C’era da aspettarselo. Se solo i giocatori di Guardiola imparassero a tirare di più, specialmente da fuori…

Certo, i 17 tiri in porta non sono proprio pochi, ma vanno anche analizzati uno ad uno. E se si toglie l’assedio…

Non tutto è oro ciò che luccica, comunque.

I cartellini rimediati stasera dai giocatori del Chelsea costeranno infatti ben quattro squalificati.

Già detto della follia-Terry, che salterà ovviamente la finale per colpa dell’espulsione, non potranno giocare a Monaco nemmeno Meireles, Ivanovic e Ramires.

Assenze davvero pesantissime che, forse, in un certo senso ipotecano un po’ le possibilità di vittoria da parte Bleus.

In ultimo non posso esimermi dal fare i miei migliori complimenti a mister Roberto Di Matteo. Che subentrato a Villas Boas in una situazione in cui nessuno avrebbe scommesso mezzo centesimo su di una possibile finale di Champions. Che anzi non era nemmeno sperabile.

L’ex nazionale italiano, però, ha saputo compiere il miracolo. Rivitalizzato un ambiente più che depresso, trascinato la squadra al cospetto dei “Magnifici di Barcellona”, costruito un limite quasi invalicabile davanti ad un grandissimo Cech.

Un catenaccio molto italiano che vale la finale.

E chissà ora cosa può succedere…

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Partita stregata.

Bastano due parole a spiegare al meglio quello che è stato Varese – Grosseto stasera.

Sotto la fittissima pioggia che, iniziata proprio qualche istante prima del fischio d’inizio, ha bagnato senza soluzione di continuità il Franco Ossola il Varese di mister Maran cade al cospetto di un Grosseto certamente non irresistibile e non sfrutta al meglio un turno che, dopo le gare di venerdì e sabato, sembrava potesse sorridere completamente ai Biancorossi.

Il dio del calcio però, si sa, a volte può essere spietato.

Così dopo aver privato i padroni di casa di due dei giocatori più importanti della squadra – Corti e Neto, forse i più importanti in assoluto – decide di beffare un Varese che domina il primo tempo e non demerita nemmeno per buona parte della ripresa, crollando solo nel finale peraltro piuttosto inopinatamente.

Ma andiamo con ordine.

Biancorossi subito avanti con Granoche, bravo a sfruttare il poco spazio concessogli da una retroguardia, quella ospite, non apparsa esattamente una linea Maginot nel corso di tutto il match (da segnalare comunque la discreta prestazione del giovane Antei… la cui strada da fare per imporsi ad alti livelli resta comunque tanta).

Da lì fino al fischio che sancisce la fine del primo tempo succederà quindi un po’ di tutto, ma è un tutto di puro stampo Biancorosso.

De Luca si mangerà, in sospetto fuorigioco, il più facile dei goal. Errore che invece non commetterà Terlizzi, la cui segnatura verrà però inspiegabilmente – almeno da quanto ho potuto notare io dalla tribuna stampa – annullato da una terna arbitrale un po’ in palla nel corso di tutto il match.

E’ comunque il Varese a fare la partita nel corso della prima frazione. E dato che il Grosseto di tirare in porta non vuole proprio saperne il pareggio, ad inizio ripresa, non può che arrivare su autogoal, con Troest che per anticipare Sforzini colpisce maldestramente e batte il suo stesso portiere.

1 a 1 palla al centro, il Varese deve gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Le condizioni però giocano oggettivamente a sfavore dei padroni di casa.

L’arbitro sbaglia tanto (anche a sfavore del Grosseto) e scalda gli animi tanto dei tifosi quanto, parzialmente, dei ventidue in campo. La pioggia cade incessante e il comunque ottimo terreno del Franco Ossola fa sempre più fatica, col passare dei minuti, a drenarla. I giocatori iniziano a sentire la stanchezza sia da un punto di vista fisico che psicologico e le occasioni si diradano di più.

Così quando vedo un giocatore del Grosseto avvicinarsi alla bandierina del corner per andare a scodellare in mezzo il pallone mi permetto una riflessione, nel corso della telecronaca che sto svolgendo: il Varese deve fare molta attenzione dietro. Perché se è giusto cercare i tre punti, fino a quel momento per altro meritati, altrettanto vero è che, come già visto in occasione dell’1 a 1, si tratta della classica partita in cui basta poco per venire beffati.

Detto-fatto Padella incorna di testa e si materializza un 2 a 1 che è un colpo mortale per i già provati giocatori varesini, che capitolano nuovamente subito dopo per l’1 a 3 finale.

Che è piuttosto ingiusto, come detto. Perché prima della rete di Padella il Grosseto non tira praticamente mai in porta. Ospiti che, per altro, prima dell’autogoal di Troest non si fanno nemmeno quasi vedere dalle parti di Bressan.

Varese invece che paga sicuramente l’assenza del giocatore di maggior creatività oltre che della scarsa incisività di alcuni suoi uomini e dei diversi errori compiuti in fase offensiva.

Quando poi là dietro compi certi errori… certo, puoi prendertela col fato per aver preso tre goal su due tiri in porta. Ma anche scaricare tutte le colpe sulla terna arbitrale – comunque pessima – non può essere una scusante per una squadra che, nel complesso, ha sbagliato troppo.

Una squadra che dopo i primi quarantacinque minuti di gioco vedeva già forse una mini fuga verso la sicurezza dei playoff, ma che ora dovrà versare sudore e sangue per bissare il traguardo raggiunto l’anno passato.

A margine mi permetto un piccolo appunto che muovo a Padella: un ragazzo che ha la fortuna di giocare in Serie B e, immagino, guadagnare meglio della maggior parte dei suoi coetanei, facendo per altro il lavoro dei sogni di molti di essi, non può davvero permettersi di esultare a quel modo.

Perché passi l’andare un po’ sotto la tribuna varesina, cosa che sarebbe meglio evitare per non surriscaldare gli animi ma che personalmente non mi sento nemmeno di demonizzare troppo, ciò che non mi è piaciuto per nulla è averlo visto calciare una barella a bordo campo.

Questo perché è un gesto forse antisportivo ma soprattutto molto brutto. Diseducativo sicuramente, fortemente maleducato ed irrispettoso nei confronti di un’istituzione che andrebbe ringraziata notte e giorno, non presa a calci in quel modo.

Il destino, tra l’altro, ha voluto che proprio quella barella, una manciata di minuti più tardi, lo accompagnasse a bordo campo.

Con la speranza che almeno lì il ragazzo abbia capito l’errore. Che non gli è costato l’espulsione, certo. Ma nel calcio dovrebbero esistere anche certi valori, ancor prima di un goal o di un cartellino.

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Cinque giornate al termine, è iniziata la volata.

La fine della stagione 2011/2012 si avvicina, e prima di tuffarci nel clima Europeo dobbiamo ancora vivere tutto d’un fiato le ultime partite di questo campionato.

Torneo che sembra potersi dipingere sempre più a tinte Bianconere.

A Torino, infatti, la squadra di Conte ha saputo sfruttare al meglio il mezzo passo falso pomeridiano compiuto dal Milan, che non ha saputo andare oltre l’1 a 1 casalingo col Bologna, e ora i punti che dividono le due compagini sono tre.

Margine esiguo, se si pensa che basterebbe una sconfitta ad azzerarlo, ma che assume comunque un certo valore in relazione a due fattori: da una parte il fatto che la Juventus non ha ancora mai perso in campionato, ed è un’imbattibilità che in Corso Galileo Ferraris sono decisi a portare fino alla fine. Dall’altra significativo invece come le ultime cinque squadre da affrontare siano oggi tutte distaccate di almeno 31 punti in classifica.

Tanti sono quindi gli indizi che portano a credere che questa volata, lanciata ufficialmente ieri dal roboante 4 a 0 dello Juventus Stadium su di una Roma sempre troppo fragile difensivamente per poter concorrere ad alto livello, possa essere vinta dalla compagine piemontese.

Tra questi anche il fatto che gli scontri diretti vedono proprio la Juventus in vantaggio. Che quindi ai tre punti di vantaggio in classifica se ne vede sommare uno del tutto virtuale. In caso di arrivo alla pari, infatti, sarebbero proprio i Bianconeri a spuntarla, avendo vinto la gara di andata contro i Rossoneri.

Ma analizziamo nello specifico le gare che rimangono alle due compagini ancora in corsa per il titolo e cerchiamo di capire chi al di là di questi aspetti possa avere la strada più agevole per il titolo.

Il prossimo incontro vedrà la Juventus impegnata a Cesena con il Milan che ospiterà invece il Genoa.

Due gare che, classifica alla mano, non dovrebbero presentare insidie per i Biancorossoneri, entrambi vittoriosi 2 a 0 all’andata.

Il Cesena del resto, con 22 punti in classifica, non è ancora condannato matematicamente, ma sa bene di non avere più possibilità reali di scampare ad una retrocessione ormai decisa.
Con 19 sconfitte in campionato, per altro, i romagnoli sono la compagine più battuta di questo campionato. Non certo impensabile credere che potrebbero farsi domare nuovamente dalla furia dei ragazzi di Conte, lanciati più che mai sulla strada che porta allo Scudetto.

Diverso invece il discorso relativo alla partita di Milano, dove arriverà un Genoa bisognosissimo di punti salvezza. I Rossoblù hanno infatti una sola lunghezza di vantaggio sul Lecce, a sua volta impegnato in casa con il Napoli.
Sulla carta quindi un impegno ostico per i ragazzi di Allegri. Il peso di quanto successo ieri a Marassi, con i giocatori del Grifone costretti a riconsegnare le maglie da un gruppo di ultras, potrebbe però essere un fardello troppo pesante per i giocatori ospiti.

Nel complesso, quindi, due gare che potrebbero regalare tre punti tanto a Juventus quanto a Milan.

Domenica pomeriggio, poi, trasferta per entrambe le contendenti. Con un derby piemontese per la Juventus impegnata a Novara ed il Siena di Sannino sulla strada dei Rossoneri.

Anche qui due 2 a 0 decisero le gare di andata, ed anche in questo caso la carta assegnerebbe due vittorie piuttosto facili a Juve e Milan.
Sulla carta la partita più difficile l’avrebbero i Rossoneri. Il Siena, però, è ormai praticamente salvo e potrebbe quindi risultare uno scoglio tutto sommato facilmente alla portata.

Interessante capire cosa succederà invece alla terz’ultima di campionato, quando la Juventus ospiterà un Lecce che, con ogni probabilità, si giocherà le proprie ultime chance di permanenza in A.
Riuscirà il nuovo Stadio di Torino ad irretire anche la verve di Muriel e compagni (battuti 1 a 0 all’andata)?

Milan impegnato invece in casa contro un’Atalanta, anche qui, già praticamente salva (e sconfitta per 2 a 0 lo scorso 8 gennaio).

Potrebbe quindi essere la penultima di campionato la vera e propria chiave di volta di questo Scudetto.

Con una Juve impegnata a Cagliari (anche se bisognerà capire dove verrà giocata la partita) a lavare “l’onta” del pareggio di cinque mesi prima (1 a 1 allo Juventus Stadium) il Milan sarà ospite dei cugini Nerazzurri in quel di San Siro, per un derby che potrebbe essere la pietra tombale sul sogno Scudetto dei Rossoneri.

Anche ammettendo che in queste tre giornate che ci separano dal derby il Milan riesca a recuperare lo svantaggio, infatti, una sconfitta coi cugini potrebbe significare la fine di ogni speranza. Perché come detto un arrivo a pari punti a fine campionato equivarrebbe ad un ennesimo Scudetto cucito sulla maglia della Juventus.

Milan che comunque anche vincendo potrebbe vedersi infrangere lì il proprio sogno Scudetto.
Qualora la compagine di Allegri si presentasse il giorno del derby con tre punti di svantaggio sulla Juventus, infatti, una vittoria con l’Inter non basterebbe qualora fosse simultanea ad una vittoria esterna dei Bianconeri a Cagliari. Perché quei tre punti di vantaggio, sempre col fattore “scontri diretti” a favore della Juve, sarebbero decisivi.

La giornata finale, quella che vedrà i Bianconeri tentare di bissare il 2 a 0 di Bergamo contro l’Atalanta e il Milan che ospiterà il probabilmente già retrocesso Novara (3 a 0 in Piemonte a fine gennaio), potrebbe quindi essere solo una formalità.

Potrebbe…

Insomma, la volata è partita e un po’ tutto è in mano alla Juventus. Cui non basterà solo vincere tutti e cinque i match rimanenti per aggiudicarsi lo Scudetto, ma che potrebbe addirittura concedersi il lusso di perdere i tre punti che ha oggi di vantaggio sul Milan per laurearsi Campione d’Italia il 13 maggio prossimo.

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Già qualche settimana fa gli organi di informazione fecero girare la notizia: il Torino di Urbano Cairo, in procinto – se tutto andrà come deve – di tornare in Serie A, avrebbe messo gli occhi – e forse pure le mani – su uno dei talenti più interessanti che il calcio d’oltralpe ha saputo esprimere quest’anno.

Hazard, M’Vila, Giroud?

No, non si tratta di uno di questi giocatori. I cui nomi sono già inflazionati più che inflazionati negli ambienti di mercato di mezza Europa.

Né di nessun altro ragazzo messosi in mostra in questa stagione di Ligue 1, la massima serie francese.

Il giocatore in questione gioca infatti nel Clermont Foot, squadra dell’Alvernia che in questa stagione che in questa stagione sta giocandosi la promozione (attualmente gravita infatti in quarta posizione, a due soli punti da Troyes e Reims).
Il suo nome è Romain Alessandrini e mette chiaramente in luce le origini italiane del ragazzo.

Che, nato a Marsiglia, disputò un paio di stagioni in National con la maglia del Gueugnon per poi passare proprio in Rossoblù.

Subito adattatosi alla nuova realtà Romain è ormai reduce da due stagioni disputate ad altissimo livello in cui il ragazzo d’origine corsa ha saputo prendere per mano i propri compagni e guidarli fino alla lotta che varrebbe la Ligue 1.

Proprio le ottime prestazioni inanellate in Alvernia hanno interessato molti dirigenti ed osservatori. Innanzitutto francesi, ovviamente.

Proprio per questo già a gennaio il ragazzo veniva dato in partenza, con Saint Etienne, Rennes e Sochaux pronte a sfidarsi per ottenere i suoi servigi.

Alla fine, però, Romain ha deciso di rimanere a Clermont-Ferrand per tentare l’assalto alla massima serie francese, rimandando l’ormai quasi inoppugnabile partenza a giugno.

Quando, secondo i soliti beninformati, sbarcherà a Torino per 2,5 milioni di euro.

Cifra che in realtà, si dice in Francia, potrebbe non bastare a convincere Claude Michy, Presidente dei Rossoblù d’Alvernia, a cedere il ragazzo.

Tra il Toro e Alessandrini, però, potrebbe mettersi di traverso la squadra che Romain tifa sin da bambino, l’Olympique Marsiglia.

L’equipe della sua città, infatti, parrebbe intenzionata ad assicurarsene le prestazioni in particolar modo se il suo “alterego”, Mathieu Valbuena, dovesse lasciare il Velodrome.

166 centimetri per 63 chili, Romain è un mancino puro che ama giocare – o quantomeno partire – largo sulla sinistra.

A differenza delle classiche ali dal baricentro basso, però, Alessandrini non è tutto solo corsa e dribbling. Tra i suoi punti forti ci sono infatti tecnica e visione di gioco, che lo rendono uno dei prospetti più interessante del calcio francese.

A 23 anni, infatti, nessun traguardo gli è precluso.

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