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Archive for the ‘Un tuffo nel passato’ Category

atletico-tetuan-logoOggi non sarebbe più possibile, ma è bello sappiate che sino alla metà degli anni cinquanta in Spagna era possibile giocare in campionato contro un club… marocchino: il Club Atlético Tetuán.

Fondato nel 1922 nell’omonima città, il club del nord del Marocco giocò per diversi anni nel campionato spagnolo, essendo a quel tempo il nord del paese africano un protettorato spagnolo.

La vita del club fu relativamente breve (rispetto a quello che possiamo vedere oggi, con moltissime squadre ormai ultracentenarie disseminate un po’ in tutta Europa), durando trentaquattro anni. Con l’indipendenza del Marocco del 1956, infatti, il club si spaccò in due. Una parte – di fatto composta da dirigenti e giocatori europei – si fuse con la Sociedad Deportiva Ceuta (Ceuta che è una enclave spagnola sulla sponda marocchina dello stretto di Gibiliterra), andando a creare il Club Atletico de Ceuta.
L’altra, composta dalla parte marocchina della squadra, andò a fondare una nuova società, affiliata alla federazione africana: il Mogreb Atlético Tetuán.

Nella sua pur relativamente breve storia il Club Atlético Tetuán conobbe anche il piacere di raggiungere la prima divisione spagnola, proprio nei suoi ultimi anni di vita. Vincendo la Segunda División de España nel 1950/51, infatti, il club ispanomarocchino ottenne l’ingresso in Primera, dove le cose non andarono però molto bene. Con 7 vittorie e 5 pareggi in 30 gare, infatti, il Club Atlético Tetuán non seppe andare oltre l’ultima posizione, arrivando a tre lunghezze dal Las Palmas penultimo.

Le due “figlie” del Club Atlético Tetuán hanno avuto diverse ed alterne fortune.

La diramazione spagnola non ha più raggiunto la massima divisione, arrivando a disputare “solo” undici stagioni in Segunda.

Quella marocchina, invece, ha vissuto un lungo periodo di saliscendi tra prima e seconda divisione, per poi riuscire a laurearsi campionessa del Marocco per la prima volta nella sua storia nel 2012.

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Una situazione particolare, quella del Club Atlético Tetuán, che oggi non sarebbe più possibile ripetere. Perché secondo quelli che sono i regolamenti interni del calcio spagnolo solo i club con base entro i confini nazionali possono iscriversi ai vari campionati


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Rientrato dal cenone della Vigilia mi sono messo a letto deciso a guardare un film che potesse conciliarmi il sonno, senza però resistere alla tentazione di interagire con chi ha il piacere di seguirmi sui vari social. Con un quiz.

Avendo ancora aperta la pagina di Wikipedia che si riferisce al Mondiale del 1998, mi è caduto l’occhio su un nome – a suo modo – da leggenda: quello di Theodore Whitmore.

Da lì è partito il quiz, che come feedback mi ha restituito anche un pezzo molto bello scritto dagli amici di Lacrime di Borghetti proprio sulla nazionale giamaicana che quell’anno partecipò per la prima – e ad ora unica – volta nella propria storia ai Mondiali di calcio.

Così l’intenzione di condirmi via con un film ha presto lasciato il posto al bisogno di tornare a scrivere. Ma farlo dei Reggae Boyz e della loro impresa mondiale non avrebbe avuto senso, essendo già stata magistralmente raccontata da Nesat.

No, la mia intenzione è quella di parlare proprio di Theodore Whitmore, giocatore baciato da Madre Natura alla nascita, dotato di ottime basi su cui costruire una carriera da calciatore.
A fare da contraltare, forse, solo una piccola sfortuna: quella di essere nato a latitudini in cui il calcio è sì uno splendido passatempo, ma non molto di più.

Tappa aveva un po’ tutto.

In primis un fisico da corazziere, buono per ogni battaglia: 188 centimetri d’ebano per 81 chilogrammi di pura forza.

Non bastassero le qualità fisiche, il ragazzo di Montego Bay aveva ricevuto in dono anche qualità tecniche invidiabili e non comuni, almeno dalle sue parti.

Destro naturale potente ed esplosivo, era in grado di scaricare a rete dalla media distanza quanto di dialogare coi compagni, cercando la rifinitura.

Buon controllo di palla e visione di gioco tutt’altro che disprezzabile, era un colosso capace di disimpegnarsi tanto a centrocampo quanto sulla linea di trequarti.  Con quel quid in più che lo portava spesso a vedere cose cui gli altri non potevano nemmeno lontanamente pensare.

Attenzione, a leggere così la sua descrizione sembrerebbe quasi di trovarsi di fronte ad uno dei più grandi campioni mai esisti nella storia di questo sport, quando evidentemente non è stato così.

Ma il valore del ragazzo che seppe realizzare il sogno di un intero popolo con un semplice goal è altresì certamente superiore a quello che dice il suo curriculum.

La sua storia parla infatti di un ventenne di Jamaica che dovette dividersi tra calcio e lavoro per potersi mantenere, quando alle nostre latitudini i giocatori migliori del paese non solo possono concentrarsi esclusivamente sullo sport, ma sono anche pagati più che profumatamente per farlo.

Un ragazzo che era considerato una stella, nella terra di Bob. E che grazie alle sue prestazioni aveva aiutato Renè Simoes, il tecnico brasiliano dei Reggae Boyz, a portare la sua nazionale a concorrere davvero per un posto ai Mondiali.

Perché se il pass venne strappato solo grazie all’apporto decisivo dato dai giamaicani d’Inghilterra – come sapientemente raccontato da Nesat – fu proprio Tappa a trascinare la squadra al quarto, decisivo, round qualificatorio.

5 dei suoi 24 goal realizzati in nazionale (di cui è terzo miglior marcatore all time dietro a Luton Shelton ed Onandi Lowe) Theo li realizzò infatti proprio nei primi turni qualificatori.

Il primo arrivò il 31 marzo del 1996 al Flora Stadion di Paramaribo, Suriname. Dove i padroni di casa furono piegati da un goal della stellina di Cape Town Spurs e Violet Kickers prima, Seba United poi.

Nel secondo round Whitmore si ripeté, questa volta davanti al proprio pubblico. Fu infatti lui che aprì le marcature nel 2 a 0 con cui la Jamaica superò Barbados quel lontano 30 giugno 96, preludio ad un terzo turno che a detta di molti doveva sancire l’eliminazione di Simoes e dei suoi ragazzi.

Ma ancora una volta a tenere vivo il sogno di un intero popolo fu lui, Tappa. Altri tre goal e tante giocate di livello nei doppi confronti con Messico, Honduras e St. Vincent & Grenadines a sancire l’approdo a quell’ultimo round dove, appunto, l’aggiunta di giocatori come Robbie Earle, Frank Sinclair e Deon Burton risultò decisiva per la qualificazione ai Mondiali.

A lasciare una firma indelebile nella storia della nazionale giamaicana, però, non furono i ragazzi di Newcastle-under-Lyme, Lambeth o Reading. Quanto la perla di Jamaica, Theodore Whitmore.

Che il 26 giugno del 1998 griffò con una splendida, decisiva, doppietta la prima e sinora unica vittoria iridata dei Reggae Boys.

Messosi in mostra tra Lens, Parigi e Lione, Tappa non restò ancora molto in Giamaica. L’Hull City decise infatti di puntare sulle sue qualità. Così dopo una settimana di prova arrivò il suo trasferimento ufficiale in Inghilterra, giusto riconoscimento per un giocatore più che discreto.

A questo si aggiunse, in campo videoludico,  l’omaggio che Konami, famosa casa produttrice di videogames che sviluppa la saga dei Pro Evolution Soccer, volle tributargli.
Dimostrando di aver ben metabolizzato la doppietta con cui Theo sancì la terza sconfitta in tre partite per i Samurai Blue, i programmatori giapponesi vollero riconoscere anche nel mondo virtuale le sue capacità calcistiche. Rendendolo, proprio nei PES usciti in quegli anni, un giocatore tutt’altro che disprezzabile, come molti sicuramente ricorderanno.

Tornando al calcio giocato, nei tre anni – non facilissimi, per i Tigers – che Whitmore passò nello Yorkshire il beniamino di tutta la Jamaica seppe ritagliarsi uno spazio importante anche nel cuore dei suoi nuovi tifosi, da cui decise però di separarsi nel 2002 per tornare brevemente a casa, nella natia Montego Bay, prima di tentare l’avventura scozzese col Livingston.

Da lì altro rimbalzo in Giamaica a far da preludio ad un paio di stagioni nei Tranmere Rovers, prima di accettare l’incarico da giocatore-allenatore nel suo Seba United.

Appesi gli scarpini al chiodo Theodore Whitmore ha quindi deciso di dedicarsi a questa nuova avventura. E dopo aver guidato per un paio d’anni la squadra della sua città è entrato, nel 2007, nel giro del coaching staff della nazionale. Head coach dal 2009 in poi, ha rassegnato le dimissioni lo scorso giugno, a causa degli scarsi risultati ottenuti alle qualificazione al prossimo Mondiale (cui la Giamaica, ancora una volta, non parteciperà).

Giusto il mese scorso, poi, un nuovo trauma personale ha colpito Tappa.

Se nel 2001 era stato coinvolto nell’incidente in cui perse la vita il compagno di nazionale Stephen Malcolm, lo scorso novembre Theo si è visto strappare un figlio da un incidente motociclistico.

Una prova sicuramente difficile da superare anche per chi con le sue giocate ed i suoi goal seppe mettere la bandiera della Giamaica, anche se solo per un’estate, sul planisfero calcistico mondiale.

Theodore Whitmore: un raggae boy da leggenda che avrebbe probabilmente meritato una carriera di livello un tantino più elevato.

Ma che forse, fosse nato a latitudini in cui il calcio è una religione, si sarebbe perso nel mare magnum dei ragazzi che, più o meno talentuosi, inseguono il sogno di fare della propria passione il proprio lavoro, e di realizzarsi potendo inseguire e prendere a pedate quel pallone che corre sul prato.

Insomma, in definitiva è andata bene così. Tappa è cresciuto nella terra che un po’ per tutti è del raggae e della marijuana. Ed ha saputo regalare un sogno ad un popolo che calcisticamente parlando ha sempre contato poco-nulla, a livello planetario. Ma che per un giorno, quel 26 giugno del 1998, dimostrò a tutti di esserci e di sapersi togliere anche qualche bella soddisfazione…

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Il 16 luglio scorso è ricorso il sessantesimo anniversario di ciò che è passato alla storia come Maracanaço, per dirlo in portoghese, o Maracanazo, per dirlo alla spagnola.

Un po’ tutti gli appassionati sanno certamente di cosa si tratta: correva l’anno 1950 e allo stadio Mário Filho, meglio conosciuto col nome di Maracanã, si giocava l’ultimo match della quarta edizione dei Campionati Mondiali di calcio.

La finale, direte voi. Ebbene no.
Perché quell’anno la formula del Mondiale fu molto particolare: le qualificate vennero dapprima divise in quattro gironi da quattro squadre. Le vincitirici di ciascun gruppo, poi, confluirono in un ulteriore girone. Vincerlo avrebbe significato aggiudicarsi la vittoria Mondiale.

Le più grandi aspettative erano ovviamente tutte nei confronti del Brasile padrone di casa, dato vincente ben prima dell’inizio della competizione iridata. Le cose, però, non andarono come tutti si aspettarono…

Iniziamo, comunque, col parlare del percorso compiuto dalle due squadre che quel 16 luglio si trovarono a giocarsi il Mondiale: i Verdeoro, appunto, e la Celeste, già Campione del Mondo vent’anni prima.

I brasiliani vennero inseriti nel Gruppo 1, che superarono senza grandi problemi.
Maiuscolo l’esordio assoluto: un 4 a 0 al Messico firmato dalla doppietta di Ademir e dalle reti di Jair e Baltazar.

I primi scricchiolii della corazzata carioca arrivarono quattro giorni più tardi quando i brasiliani si trovarono ad affrontare gli elvetici al Pacaembù: qui, infatti, la nazionale svizzera riuscì in qualche modo a portare a casa un insperato pareggio, costringendo i padroni di casa a non andare oltre ad un amaro 2 a 2.

Brasile che comunque si rifece poco dopo: ritornati al Maracanã, stadio in cui erano già scesi in campo all’esordio, i brasiliani si liberarono della Jugoslavia, sino a quel momento prima nel girone con due vittorie in due match, grazie alle reti di Ademir e Zizinho.
E girone finale fu.

L’Uruguay, invece, venne inserito nel Gruppo 4 con Bolivia, Scozia e Turchia. Le due compagini europee, però, si ritirarono prima dell’inizio della competizione, così che la Celeste dovette affrontare un solo match, quello coi boliviani. Tutto facile per Miguez (autore di una tripletta) e compagni: un 8 a 0 liscio come l’olio marcato anche dalla doppietta di Schiaffino e dalle reti di Vidal, Perez e Ghiggia.
E girone finale fu.

Il 9 luglio, quindi, Brasile, Uruguay, Spagna e Svezia diedero vita alla prima giornata del girone che avrebbe decretato la squadra Campione del Mondo.

Inizio stentato, quello della Celeste. Opposti agli spagnoli, infatti, gli uruguagi non andarono oltre ad un 2 a 2 che sembrò decretare già la fine dei giochi. Dopo l’iniziale vantaggio di Ghiggia arrivò la doppietta con cui Basora ribaltò il risultato, giusto prima che Varela chiudesse i conti.

Inizio col botto, invece, per il Brasile: 7 a 1 alla Svezia con quattro goal di Ademir, due di Chico ed uno di Maneca. Di Andersson, su rigore, la rete svedese.

Brasiliani che per poco non bissarono il tutto anche quattro giorni più tardi, contro la Spagna. Chico (autore di un’altra doppietta) e compagni regolarono infatti delle meste Furie Rosse con un roboante 6 a 1 completato dalle reti di Jair, Ademir, Zizinho e dall’autogoal di Parra. Di Igoa, invece, il goal della bandiera spagnola.

Nel contempo l’Uruguay, guidato da un Miguez sempre molto prolifico, riuscì in rimonta ad imporsi sulla Svezia.
Svedesi in vantaggio dopo quattro soli minuti di gioco grazie alla rete di Palmer, che venne però pareggiata al trentanovesimo da Ghiggia. Nemmeno il tempo di esultare ed ecco che Sundqvist ristabilisce le distanze, riportando davanti la nazionale nordica.

Proprio quando sembrerebbe essere ormai tutto finito ecco che la Celeste tira fuori il suo proverbiale carattere e nel giro di pochi minuti ribalta il risultato: una doppietta di Miguez, infatti, porta due importantissimi punti alla nazionale sudamericana, che resta quindi virtualmente in corsa per aggiudicarsi la vittoria iridata.

Il giorno prima dell’ultima giornata, quindi, i giochi sembravano fatti. Il destino del Mondiale era infatti tutto nelle mani del Brasile, cui sarebbe bastato un pareggio per aggiudicarsi la vittoria finale.

La stampa internazionale, ed in particolar modo quella carioca, era però convinta che non ci sarebbe stato pareggio quel giorno al Maracanã. Che la fortissima nazionale Verdeoro si sarebbe sbarazzata della Celeste in un sol boccone, infilando un’ennesima goleada.

In Brasile si respirava infatti già aria di festa. La vigilia scorse tranquilla tra caroselli di tifosi già festanti, mentre nelle ore immediatamente precedenti alla partita ci fu l’assalto ai botteghini: nessuno voleva perdersi la partita che avrebbe decretato la vittoria Mondiale del Brasile.
Non per nulla alcune fonti parlano di ben 200mila tifosi presenti quel giorno sugli spalti di un Maracanã effettivamente gremito, trepidante, festante.

L’atmosfera nello spogliatoio Celeste, non a casa, era cupa.
Il tutto venne aggravato dalle parole del dottor Jacobo, capo della delegazione proveniente da Montevideo, che nel suo discorso alla squadra chiese ai giocatori di non perdere per più di quattro goal. Lasciando implicito, quindi, che nessuno credeva in una loro possibile vittoria.

A cambiare le cose si dice fu il grande Obdulio Varela, capitano di quella formazione e uomo carismatico per eccellenza. Dopo aver indossato la propria maglia ed essersi messo la fascia al braccio, infatti, Varela distribuì le camisete a tutti i compagni prima di pronunciare una frase che entrerà nella storia: “Muchachos, los de afuera son de palo“, “Quelli di fuori non contano”. Riferendosi, ovviamente, ai 200mila spettatori presenti. Ma anche al dottor Jacobo e a tutta la delegazione uruguagia, che non credeva in loro.
Ci piace pensare che a cambiare la storia furono proprio le parole di un giocatore di altri tempi, di un leader capace di spronare i propri uomini a rendere anche oltre le proprie capacità. Di un grande uomo, prima che grande giocatore.

Poco dopo, alle tre di pomeriggio di quel 16 luglio storico, l’arbitro inglese Reader decretò l’inizio di un match già scritto.

Il primo tempo fu di marca spiccatamente brasiliana. Nonostante i vari tentativi di bucare la rete di un mai domo Roque Maspoli, però, la nazionale allenata da Flavio Costa non riuscì a trovare la via del goal per tutti i primi quarantacinque minuti di gioco.

Le cose cambiarono dopo due soli minuti dall’inizio della ripresa, e sembrò la fine di un incubo: fu Friaça a sbloccare il risultato, con la complicità di un non certo attentissimo Maspoli.
E quel goal squarciò la cortina di trepidazione che era calata su tutto lo stadio, il pubblico esplose e tornò a credere nella sicurezza di un titolo che non poteva che essere vinto dal Brasile. Ogni singolo spettatore si sentì già in mano la coppa Rimet.

Tecnico, giocatori e pubblico Carioca non avevano però fatto i conti con l’orgoglio di un popolo pronto a non mollare mai, nemmeno quando tutto sembra perduto.

Perché se giochi davanti a più di 200mila persone che ti tifano apertamente contro e finisci sotto vieni ucciso moralmente. Pensare di riprendersi e reagire è utopico.

Eppure quella squadra, che oltre a grande carattere poteva anche contare su due campioni come Schiaffino e Ghiggia, non si inchinò di fronte ad una nazione intera e diede dimostrazione di cosa volesse dire essere uruguaiani.

Venti minuti dopo il vantaggio Carioca, quindi, Ghiggia prese palla sulla destra e dopo una bella progressione sulla fascia saltò Bigode per servire a Schiaffino la palla dell’1 a 1, che raggelò ogni singolo tifoso presente in tutto il Brasile quel giorno.

A quel punto, quindi, l’inerzia della partita passò tutta in favore della Celeste. Perché il pubblico era sì ancora dalla parte della propria nazionale, quella brasiliana. Ma trovarsi in una situazione come quella, dove un solo goal avrebbe portato alla perdita di un Mondiale già dato per scontato, fece tremare le gambe a molti dei ragazzi allenati da Flavio Costa.

A dieci dal termine, quindi, il tutto si concretizzò nel goal della vittoria uruguagia: Perez servì Ghiggia che dopo aver offerto a Schiaffino l’assist per il goal del pareggio decise di firmare da sè la rete che valse il 2 a 1 per l’Uruguay.

Gli ultimi dieci minuti, quindi, si giocarono in un’atmosfera irreale: il pubblicò sugli spalti rimase infatti praticamente ammutolito di lì in avanti, aspettando col fiato sospeso un fischio finale che si sperava non arrivasse mai. I giocatori brasiliani, intanto, si riversarono in massa nella metà campo avversa, cercando un goal del pareggio che, quello sì, non arrivò mai.

Il triplice fischio finale, quindi, non sigillò solo una clamorosa quanto inaspettata sconfitta ma anche un dramma collettivo.

Sugli spalti, infatti, ci furono decine di persone che vennero colte da infarto, alcune delle quali morirono lì.

Anche la cerimonia di premiazione avvenne in sordina. Anzi, quasi non avvenne. Perché tutto era stato preparato per incoronare il Brasile padrone di casa, non l’Uruguay di Varela e soci.
Ecco quindi che sul palco d’onore rimase il solo Rimet, che per altro si dice si fosse preparato un discorso da tenere in portoghese proprio per omaggiare la nazionale Verdeoro e che quindi si limitò solo a consegnare la colpa al capitano Celeste.

Ma non solo: per evitare problemi di ordine pubblico e mantenere intatta l’incolumità dei giocatori uruguaiani gli stessi vennero immediatamente allontanati dal Brasile e fecero subito ritorno a Montevideo. Nonostante il tutto venne effettuato piuttosto rapidamente a rimetterci la salute fu l’eroe di quella partita, Ghiggia, che venne aggredito immediatamente dopo la partita e che fu costretto all’uso delle stampelle per buona parte del periodo successivo.

Il dramma collettivo brasiliano, comunque, non si consumò solo nei minuti immediatamente successivi alla sconfitta.
Nei giorni seguenti, infatti, a fare da contraltare alle scene di tripudio che si potevano vedere per le vie di una Montevideo festante come non mai ci furono decine di suicidi in tutto il Brasile: tra chi non resse alla delusione e chi si era giocato tutti gli averi sulla vittoria finale della nazionale Verdeoro, infatti, in tanti non riuscirono a sopravvivere a quella sconfitta.

E pensare che in seguito a quella inusitata sconfitta vennero proclamati tre giorni di lutto nazionale fa ben capire la portata di quell’evento vissuto così drammaticamente da tutta la popolazione brasiliana.

Lo shock per la sconfitta fu tale che i dirigenti della Federazione calcistica brasiliana decisero addirittura di cambiare il coloro alla maglia: se fino a quel momento la nazionale Verdeoro vestiva di bianco, infatti, di lì in poi sarebbe passata dapprima ad una divisa blu per terminare, poi, con l’attuale colorazione.

Qualche tempo più tardi l’eroe di quel match, Ghiggia, commentò così la sua prestazione: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io“.
E proprio a Ghiggia, giusto l’inverno scorso, è stato poi permesso di lasciare l’impronta dei propri piedi nella “Calçada da Fama“, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di partite memorabili disputatesi all’Estadio Mario Filho. Quasi sessant’anni per perdonare chi aveva fatto piangere un popolo intero solo con un goal.

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Frossi ai tempi dellolimpiade del 1936

Frossi ai tempi dell'olimpiade del 1936

Correva l’estate del 1936 ed in quel di Berlino si stavano disputando i giochi olimpici, ritenuti dal Fuhrer in persona un ottimo strumento di propaganda.

Era quella l’olimpiade di Jesse Owens, 23enne colored americano che mandò a carte e quarantotto le stolte teorie ariane vincendo 100, 200, salto in lungo e staffetta.

Nel calcio, intanto, l’Italia Campione del Mondo in carica si presentava ai blocchi di partenza con la nazionale Universitaria (tutti i giocatori dovevano infatti essere iscritti ad un’Università o ad un istituto superiore, non potevano esserci professionisti veri e propri, tanto che nessuno di quei giocatori aveva ancora mai vestito la maglia della nazionale maggiore) per tentare un’insperata vittoria finale.

Tecnico di quella squadra era proprio Vittorio Pozzo, grande allenatore capace di vincere due mondiali ed un’Olimpiade in carriera.

E’ storia nota di come quella sia l’unica Olimpiade della storia vinta dalla nostra nazionale, meno conosciuto ai giorni nostri è invece l’eroe di quella spedizione: Annibale Frossi.

Frossi, ala destra nativa di Muzzana del Turgnano, militava all’epoca nell’Aquila e fu convocato da Pozzo per dare velocità e ficcantezza all’attacco azzurro, cosa che il ragazzo fece nel migliore dei modi: con 7 reti in 4 partite, infatti, Frossi si laureò capocannoniere di quel torneo, trascinando la nostra rappresentativa a vincere la competizione.

Frossi, personaggio a suo modo bizzarro dato che una forte miopia lo costringeva a giocare con gli occhiali, cosa che ne limitava le capacità aeree, andò a segno in tutti e quattro gli incontri disputati dalla nostra nazionale: nell’1 a 0 sugli Stati Uniti lanciato da Marchini superò in velocità il terzino avversario per poi infilare l’unica rete dell’incontro, che ci permise di approdare ai quarti. Qui segnò una tripletta nell’8 a 0 con cui la nostra rappresentativa distrusse il Giappone, prima di segnare nel secondo tempo supplementare della semifinale contro la Norvegia la rete della vittoria azzurra: un tap-in letale dopo la respinta del portiere norvegese su tiro di Bertoni.

Frossi realizza la rete che laurea lItalia campionessa olimpica

Frossi realizza la rete che laurea l'Italia campionessa olimpica

In finale contro l’Austria (terra natia di Hitler), poi, i nostri partivano battuti, almeno secondo l’opinione diffusa tra gli addetti ai lavori. Pozzo, però, seppe preparare al meglio i nostri ragazzi che scesero in campo pronti nel fisico e nella mente. Ed ancora Frossi fu l’eroe di quella partita: suo fu infatti il goal che illuse i tifosi italiani, quando a venti dal termine portò in vantaggio gli azzurri, prima che Kainberger pareggiasse dieci minuti più tardi. Al 92′ (secondo minuto del supplementare), però, fu lo stesso Annibale a firmare la seconda e decisiva rete che vale l’unico alloro olimpico nella storia del nostro calcio: cross di Gabriotti, finta di colpire di testa di Bertoni e shoot mancino di Frossi a chiudere l’incontro.

L’Italia ha vinto il torneo olimpico, Frossi è un eroe nazionale.

Dopo quell’esaltante Olimpiade Frossi divenne un professionista a tutti gli effetti, venendo ingaggiato dall’allora Ambrosiana Inter. A Milano disputò 125 partite di campionato, 13 di Coppa Italia e 9 in Europa, segnando rispettivamente 40, 5 e 4 reti e vincendo due campionati ed una Coppa Italia.

Dopo l’exploit berlinese, invece, la sua carriera in nazionale non continuò molto: disputò infatti un’altra sola partita con la maglia azzurra, il 24 aprile del 1937 contro l’Ungheria. Anche qui, comunque, dimostrò un grande feeling con essa, mettendo a segno una rete nella vittoria per 2 a 0 della nostra rappresentativa.

Chiuse quindi la sua carriera di giocatore nel 1945, vincendo un Torneo Lombardo col Como, dopo essere passato anche dalla Pro Patria.

Frossi con la maglia della nazionale

Frossi con la maglia della nazionale

Dopo aver intrapreso la carriera di dirigente all’Alfa Romeo torna nel mondo del calcio come allenatore, passando dalle panchine di Luino, Mortara, Monza, Torino, Inter, Genoa e Napoli, divenendo anche un innovatore: fu lui, infatti, ad anticipare il famoso modulo con l’attacco a “M” che fece grande l’Ungheria di Puskas negli anni a venire.

Dopo una vita lunga e senza dubbio intensa Frossi ci ha lasciato il 26 febbraio del 1999, all’età di quasi 88 anni.

Di lui nei racconti sui fasti del nostro calcio si parla poco, ma è bene e giusto ricordarlo. Perché fu Annibale Frossi l’eroe della spedizione olimpica del 1936, l’unica che nella storia del nostro calcio ha raggiunto l’oro in questa manifestazione.

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