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Archive for giugno 2014

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Nato ad Overland Parks, Kansas, Matt Besler si impone all’attenzione di tutti ancora adolescente, giocando alla Blue Valley West High School.

Passato al college, eccolo vestire la maglia dell’Università di Notre Dame, in Indiana, con cui giocherà ben 90 match, confermando la propria fama e venendo unanimemente riconosciuto come uno dei migliori giovani del paese.

Così al draft del 2009 torna a casa: ottava scelta assoluta, sono i Kansas City Wizards (oggi Sporting KC) a puntare su di lui, con l’idea di farne una delle colonne difensive del futuro.

Missione riuscita in pieno: sono ormai quasi 150 le presenze del ragazzo tra i professionisti, un bottino di esperienza che gli ha permesso anche di guadagnarsi la maglia della Nazionale americana (con cui sta giocando, da protagonista, il Mondiale brasiliano).

Votato nell’ultima top 11 MLS dai tifosi, un anno e mezzo fa decise di rinnovare con il suo attuale club senza farsi tentare dalle sirene inglese: su di lui si erano infatti mosse squadre come QPR, Southampton e Birmingham City.

Pur senza essere dotato di un fisico particolarmente importante – 183 centimetri per 77 chili – viene definito la Roccia della difesa di Kansas.

Discretamente abile nel gioco aereo, buon passo, ha soprattutto nella grande attenzione e concentrazione il proprio punto di forza e non è nemmeno disprezzabile da un punto di vista prettamente tecnico.

Difensore centrale abile in marcatura e nelle letture di gioco, sta confermando in Brasile le sue buone qualità di base, tanto da sembrare ormai pronto per il salto nel Vecchio Continente.

La decisione di rifiutare i provini offertigli dall’Inghilterra fu sicuramente controcorrente, ma gli ha anche permesso di crescere con maggiore tranquillità, fino ad arrivare a conquistarsi un posto da titolare indiscusso al centro della difesa statunitense.

Visto anche lo stipendio percepito oltreoceano (si parla di circa 200mila euro l’anno), potrebbe essere un acquisto appetibile per moltissimi club europei.

Così anche in Italia, dove la qualità negli ultimi anni è scesa e sta scendendo molto, diverse squadre potrebbero puntare su di lui. Già prontissimo per una squadra di media classifica, potrebbe essere un colpo di mercato interessante anche per quelle squadre che, almeno da outsider, puntano all’Europa.

E poi, da lì, chissà…

Su di lui ho chiesto un parere a chi lo conosce bene. Giacomo Costa, espertissimo di soccer (cura un blog tutto dedicato al calcio negli USA):

Besler è un centrale completo, fisico, discreto tecnicamente e pure abbastanza veloce per la media dei difensori centrali. Non altissimo essendo 183 centimetri. E’ alla sesta stagione nella Major League Soccer ed è anche il miglior difensore del campionato senza ombra di dubbio, ormai da tempo. Con lo Sporting Kansas City ha vinto la MLS Cup 2013 e dalla sua città natale (Kansas City, Missouri) proprio non vuole partire. Ci hanno provato e ci stanno provando in Premier League, ma lui risponde: “soldi e carriera non sono in cima ai miei interessi”, detto da uno che ha un salario di 200.000 dollari. A mio parere sarebbe un ottimo affare per le squadre italiane, ma se dovesse partire sarebbe di certo per l’Inghilterra. Questione di lingua, cultura e non solo.

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A due settimane dal focus sull’ultima stagione di Premier e relative possibilità della Nazionale inglese ai Mondiali, torniamo in Inghilterra per concentrarci, stavolta, sulla seconda serie d’Oltremanica, il comunque seguitissimo campionato di Championship.

Ad accompagnarci in questo nuovo tour due ragazzi molto attenti al calcio minore di Londra e dintorni: Alfonso Russo di UkCalcio e Marco Barbanera.

Partiamo dalla stagione regolare: il Leicester ha ucciso il campionato, 102 punti finali…

Alfonso: Bisogna tornare indietro con la memoria alla stagione 2009/2010 per trovare un’altra vincitrice della Championship con 102 punti: il Newcastle. Il Leicester non è stata una sorpresa. Da molti era data favorita, certo non con questo margine così ampio. C’è da dire comunque che quello di quest’anno è stato il punto di arrivo di una programmazione pluriennale che ha dato i suoi frutti. Sarà interessante vederli in Premier League.

Marco: ….ed era ora! Dopo una serie di stagioni deludenti, le ultime delle quali finite con cocenti delusioni proprio nelle battute finali, le Foxes hanno trovato l’alchimia giusta e hanno meritato ampiamente la promozione. Leicester è una piazza che senza dubbio merita di giocare del calcio di prima divisione.

Al secondo posto il Burnley, alle cui spalle sono finite Derby, QPR, Wigan e Brighton. Ai playoff l’ha spuntata il QPR. Cosa vi aspettate dalle tre neopromosse, nella Premier dell’anno prossimo?

Alfonso: Il QPR ha ottenuto la promozione proprio all’ultimo secondo nella finale plauoff contro il Derby. Nonostante tra le tre promosse sia quella dalla maggiore esperienza recente in Premier credo che dovrà soffrire. Il problema è che specialmente negli ultimi tempi la forbice tra le squadre piccole e medie si è allargata notevolmente dando poco spazio alle squadre di medio valore. Come detto in precedenza mi sembra che il Leicester abbia fatto una programmazione intelligente e potrebbe essere la sorpresa della prossima stagione, ma occhio anche al Burnley che viaggerà sulle ali dell’entusiasmo. Sarò importante valutare le strategie di mercato e la competitività delle rose.

Marco: L’errore più grave (e che spesso viene commesso dalle neopromosse in Premier League) è quello di pensare che confermando la rosa della promozione con un paio di aggiunte si possa far bene al piano di sopra: nulla di più sbagliato. E se Leicester e QPR partono da una buona base (anche se il QPR deve svecchiare la rosa e magari abbassare il monte ingaggi, clamorosamente alto), il Burnley ha veramente tanto da fare. Sean Dyche ha veramente compiuto un capolavoro, arrivando secondo con una rosa cortissima e spendendo una cifra ridicola sul mercato. Non basterà in Premier League, a meno di voler ripetere le “prodezze” del Derby County 2007-08. Nonostante il cospicuo premio in danaro che ricevono le tre promosse, lo scalino economico con le squadre di Premier League è veramente grande e in costante aumento. Dovessi fare un pronostico, direi salvezza tranquilla per il Leicester, lotta dura per il Q.P.R. e retrocessione per il Burnley.

A retrocedere sono invece Doncaster, Barnsley e Yeovil…

Alfonso: Per Barnsley e Yeovil è stata una stagione molto complicata sin dall’inizio e le due squadre non hanno quasi mai dato l’impressione di essere in grado di poter mantenere la categoria. Per il Doncaster discorso diverso. La retrocessione è giunta all’ultima giornata (sconfitta fatale proprio contro i campioni del Leicester). Retrocedere dalla Championship può crere molti problemi alle squadre coinvolte che non possono affatto sentirsi favorite in League One che, insieme alla League Two, è un torneo moto equilibrato e difficilmente prevedibile.

Marco: Per il Doncaster c’è stata un’inversione di fortuna rispetto alla scorsa stagione, nella quale conquistarono promozione diretta (e titolo) all’ultimo secondo grazie ad una incredibile partita contro il Brentford. Il pareggio all’ultimo istante del Birmingham contro il Bolton ha decretato la retrocessione del Donny che comunque non ha fatto molto per meritare la permanenza nel Championship. Stagione assolutamente anonima per il Barnsley mentre lo Yeovil – e di solito odio usare queste frasi – ha già “vinto” con la partecipazione a questo campionato. Pensate che Yeovil è stata la città più piccola nella storia del calcio inglese a partecipare ad un campionato di seconda divisione!

In generale, quali squadre sono state sorpresa e delusione dell’anno?

Alfonso:  Due delusioni. Il Nottingham Forest che viene dato – anche a ragione – favorito ogni inizio di stagione, vede poi miseramente crollare il suo rendimento da gennaio in poi. Difficile trovare il colpevole, ma credo che la società abbia molto di cui scusarsi con i tifosi. Seconda delusione il Watford che con Zola avrebbe dovuto compiere un decisivo salto di qualità e solo Sannino (vera sorpresa della stagione) ha posto fine ad una pericolosa discesa verso le ultime posizioni di classifica. Non mi aspettavo una stagione così ricca di continuità dal Derby County che è arrivato a pochi secondi dal realizzare un sogno.

Marco: La sorpresa – pur dovendo ripetermi – è stato il Burnley. Dato per spacciato ad Agosto (i bookmaker li davano tra i primi quattro favoriti…per la retrocessione), con un budget minimo ed una rosa risicata, ha realizzato una stagione da favola. Vokes e Ings hanno portato avanti la squadra a suon di gol e non si può non menzionare lo splendido lavoro di Sean Dyche, che ormai per tutti è “The Ginger Mourinho”. La mia personalissima delusione è stato invece il Charlton. Lo scorso anno, da neopromossi, chiusero il campionato a ridosso della zona playoff dopo un inizio disastroso. Quest’anno non solo non si sono mai avvicinati alla promozione, ma hanno rischiato seriamente di retrocedere. Hanno sbagliato nel non licenziare il loro manager, Chris Powell, tenuto solo per il buon run di FA Cup (ed esonerato all’indomani dell’uscita dalla coppa) e hanno anche subito un passaggio di proprietà nel bel mezzo della stagione. Inoltre, un prato di The Valley ridotto ad un pantano e il già citato buon percorso in FA Cup li hanno costretti ad una raffica di rinvii che si sono tradotti in un grande numero partite ravvicinate nella fase finale della stagione. Il prossimo anno bisogna seriamente cambiare la squadra se si vuole essere un minimo competitivi.

A livello di singoli, chi sono stati i migliori in stagione? C’è qualcuno che potrà fare il salto di qualità in una prima divisione, l’anno prossimo?

Alfonso: Jordan Rhodes e Troy Deeney hanno dimostrato di essere pronti a fare il salto di qualità e fossi in una delle neopromosse farei un pensierino su uno dei due. Segnare rispettivamente 25 e 24 reti in due squadre (Blackburn e Watford) che non hanno raggiunto alcun obiettivo importante in stagione ritengo sia un notevole biglietto da visita. In particolare Deeney è stato protagonista di un fantastico inizio di stagione.

Marco: Non si può non citare Jordan Rhodes. Il perché sia ancora in Championship è un mistero irrisolto del nostro tempo. Nelle ultime tre stagioni ha realizzato 40, 27 e 25 gol fra coppe e campionato, col suo passaggio al Blackburn nell’Agosto 2012 che è stato il trasferimento più costoso nella storia del calcio inglese al di fuori della Premier League, ben 8 milioni di sterline. Tutti aspettano il suo passaggio in Premier League e credo che questa sia l’estate buona per vederlo passare al piano superiore.

Parlando di giovani, quali sono i migliori messisi in mostra quest’anno?

Alfonso: La scelta potrà sembrare scontata ma è inevitabile. Will Hughes, classe 1995, è sicuramente un giovane da tenere d’occhio ed il fatto che sia stato insignito del premio The Football Leage Young Player of the Year non è cosa di poco conto. Ha già compiuto la trafila delle nazionali giovanili entrando già nel giro dell’under-21; lo ricordo tra l’altro per essere stato protagonista di una puntata di The Football League Show mettendo in mostra anche le sue qualità umane. Sul piano tecnico: ottimo controllo di palla e velocità nei passaggi. Da lui ci si aspettava di più nella finale playoff, ma bisogna essere più clementi con un diciannovenne. La prossima potrebbe essere la stagione della consacrazione.

Marco: Per quanto riguarda i giovanissimi, bene Mason Bennett del Derby, che ha giocato solo 10 partite di campionato prima di essere spedito in prestito al Chesterfield (dove però non ha mai giocato). Nonostante le presenze limitate, ha portato comunque a casa il premio di Young Apprentice per quanto riguarda il Championship. Mentre per quanto riguarda calciatori un po’ meno “giovani”, Will Hughes (sempre del Derby) merita assolutamente una menzione. Dopo l’esonero di Nigel Clough ha preso le mani del centrocampo disegnato da Steve McClaren, diventando praticamente inamovibile dall’11 titolare dei Rams. Anche per lui c’è stato un premio a fine anno, quello di Young Player Of The Year dell’intera Football League.

Infine, non possiamo non parlare del Leeds United, che nonostante McCormack (capocannoniere del torneo con 28 reti) non ha disputato una stagione brillante. Quali sono le prospettive del club recentemente acquistato da Cellino?

Alfonso: Le difficoltà societarie hanno giocato un ruolo decisivo nel rendimento stagionale del Leeds. E lo stanno giocando ancora. La complicata situazione con i creditori che dovrebbe trovare una soluzione in questi giorni, sta impedendo alla società di pianificare l’immediato futuro tanto che la panchina risulta ancora vacante. Cellino non è ben visto dai tifosi che sono comunque coscienti del fatto che senza il suo intervento la squadra avrebbe avuto notevoli difficoltà. Crdo di poter affermare che la prossima sarà una stagione di assestamento, ma sarà importante per il Leeds poterla pianificare il prima possibile.

Marco: McCormack ha fatto una stagione stupenda. Non è più giovanissimo (classe 1986) e quindi, a differenza di Rhodes, non credo possa veramente sfondare ad altissimi livelli, ma questo nulla toglie alla sua annata. A livello societario ci sono state enormi turbolenze. Il tira e molla fra Cellino e la Football League è durato per mesi e nel frattempo nella squadra regnava l’anarchia più totale. Brian McDermott è stato cacciato e ripreso nel giro di qualche ora, negli ultimi mesi di campionato ci sono stati grossi problemi col pagamento degli stipendi…veramente una brutta situazione e infatti la squadra ha “flirtato” per diverse giornate con la retrocessione. Ora la situazione pare essersi stabilizzata e Cellino e i suoi hanno tutta l’estate per rimettere in moto la società e riportarla verso la retta via. Una delle tante, tantissime piazze di Championship che meriterebbero il ritorno in Premier League.

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Due Mondiali, due enormi fallimenti. Inframezzati da un buon Europeo, forse più episodico che meritato.

La realtà è che il Mondiale brasiliano ci ha consegnato un ritratto della realtà che molti ancora non vogliono guardare: la crisi del nostro calcio non riguarda solo l’economia dei nostri club, ma il movimento nel suo complesso.

I talenti migliori, se togliamo i reduci del Mondiale del 2006 (che comunque non ci saranno tra quattro anni – escluso forse De Rossi – quando potremo fare affidamento solo sulle nuove leve), giocano altrove: Colombia, Cile e Belgio, ad esempio. Esempi di paesi in cui si è riusciti, per fortuna o per bravura, a costruire programmi di formazione all’altezza, evidentemente.

Non solo. A livello atletico sia i nostri club che la nostra Nazionale dimostra di non riuscire a tenere certi ritmi, ormai indispensabili nel calcio d’oggi.

E tanto, tanto altro ancora.

In questa sorta di video-editoriale ho provato ad analizzare alcuni aspetti del nostro calcio da revisionare per ripartire. Perché il calcio italiano è storicamente elite del calcio mondiale. E non può permettersi di scadere come sta facendo.

Questi i punti toccati nel discorso. Sarebbe bello che tra i vertici del calcio italiano si aprisse una discussione SERIA riguardo i nostri fallimenti e si provasse DAVVERO a cambiare rotta.

  • Vertici Federali.
  • Classe dirigente.
  • Giornalisti.
  • Calo drastico qualità dei giocatori.
  • Pochi giovani all’altezza.
  • Errori personali di Prandelli.
  • Mancanze dei singoli.
  • Futuro: dal mister ai giovani d’Italia.

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Il nostro perdurante viaggio nell’universo calcistico globale ci porta oggi a fare tappa in Spagna. Ad attenderci nel virtuale aeroporto della capitale c’è Alfonso Alfano, cofondatore del sito TuttoCalcioEstero.it.

Con lui andiamo quindi ad esplorare il mondo calcistico spagnolo, tra un campionato in salsa Colchoneros, la Decima della Casa Blanca, la possibile fine del Tiki Taka ed il fallimento Mondiale spagnolo.

Atletico Madrid campione. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

Nessuno, francamente; spezzare il duopolio Real Madrid-Barcellona era impensabile dieci anni fa, quando lo squilibrio economico tra le due potenze e il resto della Liga non era marcato come oggi, e giustamente fu celebrata l’impresa del Valencia. Ho avuto modo di vivere la cavalcata dell’Atletico, mese dopo mese, al fianco di veri tifosi “colchoneros”, quelli che dicono con orgoglio “ero abbonato anche in Segunda”; e nemmeno loro se l’aspettavano. Ti dirò di più, aspettavano quasi con rassegnazione il crollo, la domenica che si trasformava in tragedia. La sconfitta ad Almeria poteva significare la fine del sogno, ma sappiamo poi com’è andata…

Barcellona zeru tituli. E’ la fine definitiva di un ciclo, o il Barcellona potrà tornare a vincere da subito anche cambiando il minimo?

Il ciclo del Barcellona è finito con l’addio di Guardiola. Tito Vilanova, amatissimo oggi ma criticato a suo tempo, riuscì a sfruttare l’onda vincente di quella fantastica squadra vincendo la Liga dei “cento punti”. Ma, né in Europa né in campionato, si rividero gli stessi lampi dell’era Pep. Ovvio, non dovrà rivoltare la squadra come un calzino, ma Luis Enrique percorrerà un’altra strada. Inizia l’era del dopo-Xavi, è già un cambiamento epocale. Col ritiro di Puyol, poi, sarà l’annata decisiva per Bartra, uno che sta già tardando ad esplodere ai massimi livelli. Sarà curioso, e affascinante, assistere alla nuova era blaugrana.

Real campione d’Europa. Cosa vuol dire la “Decima” per i tifosi madridisti?

La Decima era un’ossessione, l’ha ammesso dopo Florentino Perez. Un’ossessione dolce, considerato che si parla della decima Champions, non della prima. Un’ossessione che si poteva “respirare” al Bernabeu, durante il celeberrimo tour all’interno dello stadio. C’era lo spazietto riservato alla Decima; oggi è la coppa mostrata con più orgoglio, il Madrid è stato scelto dalla Fifa come il club più grande del secolo scorso, vuole continuare la sua leggenda anche in questi decenni. E la Champions è l’unico viatico per continuare ad alimentare il mito.

Quattro Champions delle ultime nove sono volate in Spagna. Che ha dominato per anni anche a livello di nazionali. A cosa è dovuta questa incetta di trofei?

C’è cultura sportiva. Sembra scontato dirlo, ma le differenze a livello di strutture con altri paesi in cui ho vissuto, senza nemmeno contare l’Italia, sono lampanti. Nel calcio, poi, la svolta epocale è stato Aragones e il Mondiale del 2006. La Spagna ha nel sangue il “bel calcio” ma ha spesso peccato di scarso spirito competitivo, quello che ha permesso a noi di conquistare quattro stelle. E la loro “invidia” li portava a imitarci, giocavano contronatura. Il “sabio” ha invece cambiato la storia con quel Mondiale, oggi i giovani crescono senza complessi di inferiorità, senza manie di persecuzione (Tasotti, come lo chiamano qui, da queste parti è una celebrità…).

Tornando alla Liga, Ronaldo, Messi, Costa. Alle spalle di questi, Alexis Sanchez. Perché il Barcellona dovrebbe privarsene?

Il Barcellona non se ne priverà, almeno non secondo me. Sarebbe folle, senza contare che ritornare in Italia rappresenterebbe due passi indietro nella sua carriera. Alexis ha saputo guadagnarsi il rispetto di molti, ho l’impressione che con Luis Enrique possa essere ancora più importante al Barça.

Restando in ottica singoli, chi sono stati i migliori di questa stagione?

Per ruoli: tra i portieri Keylor Navas è stato semplicemente mostruoso, merita una big. Di Courtois sappiamo tutto, è stato decisivo per l’Atleti. Per la difesa scelgo in blocco quella dell’Atletico, scelta scontata ma dovuta; la menzione d’onore la merita però Filipe Luis, di gran lunga il miglior terzino sinistro al mondo (ditelo a Scolari). Benissimo anche Musacchio, in orbita Barcellona; sarebbe un gran colpo. Laporte, il francesino dell’Athletic, altro prossimo campionissimo. Centrocampo: Koke si è mantenuto su livelli altissimi durante tutta la stagione, lo stesso si può dire di Gabi. Rakitic, anche se con un leggero calo nel finale, ha incantato in tutti gli stadi dove ha messo piede, bene anche Rafinha nel Celta Vigo (tornerà da protagonista al Barça) e Iturraspe-Muniain a Bilbao. Inserisco qui anche Griezmann, un calciatore di cui sono “innamorato” da un po’ di tempo: è finalmente esploso, ne vedremo delle belle. In attacco, oltre ai soliti noti, prendo Bacca: ha prima stravinto il duello con Gameiro (che ha dovuto cambiar ruolo per avere più minutaggio), poi ha convinto a suon di gol e prestazioni convincenti. Lo seguivo nella Jupiler League, e sono contento sia arrivato già a questi livelli.

Siamo ormai tutti in clima Mondiale, ma il calciomercato non si ferma. Cosa ti aspetti in questo senso dalle varie squadre spagnole?

Escluse le tre big (l’Atletico comprerà in relazione alle cessioni), poco, molto poco. Come d’altronde è accaduto durante le ultime sessioni di calciomercato. I soldi scarseggiano, l’eventuale avvento di Lim a Valencia può ravvivare un pochino la situazione. Sarà così importante “riciclare” qualche ottimo calciatore finito nelle retrovie in qualche grande, o giovani che stentano a trovare spazio: Rafinha, Canales, Deulofeu all’Everton, hanno segnato la strada che devono seguire i club di fascia medio-alta in Spagna.

Proprio parlando di Mondiale, la spedizione spagnola è stata un fallimento. La squadra aveva, sulla carta, la rosa migliore del torneo…

Ne ero convinto anche io, l’ho scritto in giro a più riprese. Due scellerate partite non rappresentano comunque la fine di una leggenda. La Spagna, a differenza di quella pre-2006, giocherà una marea di semifinali e finali nei grandi tornei, puoi scommetterci.

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In attesa di vedere, a partire dalle 18 di oggi, come si chiuderà la fase a gironi del Mondiale, andiamo a fare un recap di quanto successo nel secondo turno e quindi di come le 32 squadre al via approcceranno l’ultima giornata…

Nel Gruppo A il Messico ha confermato le ottime cose mostrate all’esordio contro il Camerun ed è riuscito a stoppare i padroni di casa brasiliani sullo 0 a 0, disputando una grande partita.
Nell’altro match del girone la Croazia, grazie anche al rientro di bomber Mandzukic (autore di una doppietta), ha sotterrato gli africani, giunti in Brasile senza un perché.

Interessantissima quindi l’ultima giornata, che oltre ad un – sulla carta – più che scontato Camerun vs Brasile propone anche lo scontro all’ultimo sangue tra messicani e croati. Due i risultati a disposizione per la Tri, che in virtù dei quattro punti conquistati nei primi due match può accontentarsi di un pareggio. Che sarà però tutt’altro che scontato: i Vatreni sono un’ottima squadra, sicuramente pronta a vendere cara la pelle.

Nel Gruppo B si è assistito all’inopinato collasso spagnolo, con i Campioni del Mondo in carica eliminati anzitempo dalla competizione, così come l’Australia.

La giornata di oggi sarà quindi interessante solo in virtù dello scontro che opporrà olandesi e cileni, entrambi alla ricerca del primo posto finale. Un pareggio gioverebbe agli Oranje.

Nel Gruppo C si è invece assistito alla conferma dell’ottima nazionale colombiana, giunta in Brasile per stupire nonostante l’assenza di Falcao, ed alla rinnovata delusione giapponese, incapace di andare oltre lo 0 a 0 con la Grecia.

Vista la classifica, quindi, gli uomini di Zaccheroni dovranno tentare il tutto per tutto nel match contro i colombiani, con gli ivoriani che invece, dal canto loro, proveranno ad abbattere le resistenze greche per assicurarsi il passaggio al prossimo turno.

Il Gruppo D ha purtroppo visto una sconfitta inaspettata, ma forse nemmeno troppo. Sotto il sole di Recife gli Azzurri hanno infatti ceduto il passo al Costa Rica, autore di una prova ordinata e bravo soprattutto a sfruttare i – troppi – errori italiani. Dall’altra parte una doppietta del redivivo Suarez ha domato gli inglesi, già eliminati.

A questo punto, con i centramericani matematicamente agli ottavi, una sola gara desterà l’interesse del pubblico, nel corso dell’ultima giornata: quella tra la Celeste e gli Azzurri, che si contenderanno il passaggio del turno.
Sulla carta qualche chance in più per i nostri ragazzi, cui basterebbe il pareggio per strappare il pass. Regna però il pessimismo, dovuto al fatto che la condizione manca e gli errori individuali hanno condizionato parecchio il nostro cammino. Con una vittoria su Costa Rica ora saremmo già matematicamente qualificati agli scontri ad eliminazione diretta.

Il Gruppo E ha visto la conferma di un’ottima Francia, capace di schiantare 5 a 2 la Svizzera e, di fatto, mettere un piede e mezzo agli ottavi. Difficile, infatti, che la nazionale ecuadoregna, impostasi a sua volta 2 a 1 su Honduras, possa rallentare i Galletti.

Così, se tutto andrà come previsto, a passare il turno dovrebbero essere le due europee. A meno che gli elvetici non si suicidino contro Honduras, ovviamente.

Nel Gruppo F altra prova commovente dell’Iran, che però, grazie ad una magia finale di Messi, non raccoglie nemmeno un misero punticino contro Golia (Argentina).
Nell’altro match del girone si assiste quindi al tracollo bosniaco, che dopo la sconfitta iniziale con la Seleccion perde anche contro la Nigeria e torna a casa anzitempo.

A questo punto c’è da sperare che l’Argentina faccia il suo dovere contro gli africani e che gli iraniani battano la Bosnia. Una qualificazione per loro sarebbe un risultato tanto inaspettato quanto meritato.

Il Gruppo G ha visto un doppio 2 a 2. Da una parte i tedeschi non hanno confermato l’ottima prestazione dell’esordio, venendo fermati da un buonissimo Ghana. Dall’altra lo stesso è successo agli americani, fermati sul 2 a 2 dal Portogallo.

A questo punto un biscotto tra Stati Uniti e Germania regalerebbe il passaggio del turno ad entrambe. Ma attenzione agli scenari che potrebbero crearsi qualora fosse una delle due a vincere. Sulla carta è ancora tutto aperto.

Nel Gruppo H, infine, messe di goal tra Corea ed Algeria: un 2 a 4 che significa mezza eliminazione per gli asiatici e secondo posto per gli algerini, sconfitti immeritatamente all’esordio.
Fa ancora una volta male, invece, la Russia, malgestita – a mio avviso – da un Fabio Capello irriconoscibile. Diversi gli errori nella gestione del gruppo e del match da parte del tecnico italiano, chiamato ora alla vittoria contro gli africani per passare il turno. Qualificazioni quindi ampiamente alla portata.

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E’ notizia di queste ore: la Juventus avrebbe praticamente formalizzato l’acquisizione di Kingsley Coman, giovane trequartista (parliamo di un classe 96) del PSG.

Che tipo di giocare sia, questo colored tutto scatti e tecnica, l’ho raccontato già l’anno scorso nel mio primo libro, La carica dei 201 (cui spero di far seguire presto un secondo, sempre di medesima fattura).

Ciò su cui voglio concentrarmi ora, invece, sono altri aspetti. Quelli che andranno cioè ad influenzare il suo futuro prossimo al di là delle sue stesse caratteristiche tecnico-tattiche e fisico-atletiche.

Partiamo dal principio, trasferimento e contratto.

In questo senso Marotta & Company hanno sicuramente chiuso un’ottima operazione. Almeno, se modalità e cifre saranno confermate i dirigenti bianconeri avranno di che leccarsi i baffi.

Le voci più insistenti parlano infatti di un trasferimento a costo zero ed un contratto al ragazzo da 400mila euro l’anno, con scadenza a giugno 2018.

Ma come è possibile che la Juventus sia riuscita a mettere le mani su uno dei più promettenti talenti francesi – se non europei – a costo zero? Semplice: il PSG non era ancora riuscita a trovare un accordo col giocatore, che non aveva quindi ancora mai firmato un contratto da professionista. Da qui, l’opportunità di liberarsi a zero (che non dovrebbe essere esattamente zero: con ogni probabilità i bianconeri verseranno un risarcimento di circa 300mila euro al club che ha cresciuto il ragazzo).

Da un punto di vista societario, quindi, manovra da 10+: costo del cartellino nullo (o comunque contenutissimo, sicuramente molto al di sotto del reale valore di mercato del ragazzo), fronte temporale sufficiente a valutare il ragazzo, stipendio assolutamente sostenibile.

Però… ci sono un paio di però, su cui è bene riflettere.

In primis, che fine farà il ragazzo una volta sbarcato a Torino. Proviamo a semplificare. Le opzioni sono fondamentalmente quattro:

  • resta a Torino ed entra in rotazione;
  • resta a Torino ma marcisce in panca non riuscendo ad adattarsi al nuovo contesto;
  • parte in prestito (le comproprietà, del resto, non esistono più);
  • gioca un anno in Primavera (che l’anno prossimo vedrà impegnati i classe 96 e 97).

Partiamo dal fondo: abbastanza impensabile che un giocatore del genere, già aggregato più volte alla prima squadra in quel di Parigi, non abbia chiesto certezze almeno in questo senso. Pensare possa essere aggregato davvero alle giovanili è folle (inserisco la possibilità solo perché esistente e perché… beh, siamo in Italia…).

Il prestito a qualche squadra, sicuramente di Serie A, potrebbe essere un’opzione. Bisognerebbe trovare però una squadra disposta a farlo giocare, magari anche approntando l’operazione facendo leva su una qualche formula che possa prevedere una ricompensa economica qualora il giocatore venisse valorizzato.

Infine, la sua permanenza a Torino, aggregato alla prima squadra. Dove potrebbe ritagliarsi uno spazio – un po’ come fatto dal francesino che l’ha preceduto, Pogba – come finire panchinato per tutta la stagione (prospettiva che credo lo porterebbe a chiedere la cessione, quantomeno in prestito, da subito o se non altro da gennaio).

Riguardo ad un suo utilizzo più o meno costante, però, c’è una grande incognita: Antonio Conte, lo ha dimostrato negli ultimi tre anni, è un allenatore non molto incline a lanciare i giovani.

C’è stato Pogba, certo. Obiezione comoda, direi. Ma la mia risposta è altrettanto ovvia: Paul Labile Pogba si è dimostrato giocatore già troppo pronto – e forte – per poter essere trattato come un ragazzino qualunque.

No, la verità è che Antonio Conte preferisce giocatori già formati, affidabili, al rischio che comporta il lancio di un giovane.

Esempi in questo senso? Ce ne sono a decine. Basti pensare a tutti i buoni giovani che la Juventus ha in giro per l’Italia e che non si decide a valorizzare in casa. Da Luca Marrone, tenuto e panchinato senza scampo, fino ai vari Gabbiadini e Berardi, che ancora non vengono ritenuti pronti per rientrare a casa. Per non parlare di Immobile, rimpallato da una piazza all’altra per tre anni, in cui è stato capace di vincere due titoli di capocannoniere, conquistarsi la Nazionale e finire nelle mire del Borussia Dortmund.

Quindi, una sola chance. O Kingsley Coman riesce a ripercorrere le tracce lasciate da Pogba ed imporsi da subito, o il rischio concreto è che butti via – o quasi – un anno.
In realtà le chance sarebbero due. Ma non so, non mi pare che Conte, di punto in bianco, si stia decidendo a lanciare giovani a profusione…

Detto dei dubbi rispetto alla fine che il ragazzo potrebbe fare una volta sbarcato a Torino veniamo alla seconda questione, che riguarda un aspetto prettamente tattico.

Kingsley Coman, come ho avuto modo di dire nel mio libro (e non per farmi pubblicità, ma vi invito a comprare il prossimo… senza doti divinatorie, si leggono comunque schede interessanti su giocatori che di qui a breve finiranno per forza di cose a movimentare il mercato), nasce trequartista ed evolve come esterno. Abbastanza naturale vista la congiuntura storica, che vede i ragazzi con caratteristiche come le sue finire spesso larghi, per sfruttare rapidità e dribbling provando ad avere più campo rispetto che se si facessero imbottigliare centralmente, sulla trequarti.

Le posizioni preferite di Kingsley Coman

La Juventus però, ad oggi, gioca in una maniera molto particolare, il tanto decantato – e criticato – 3-5-2, che non prevede né l’uso del trequartista classico, né dell’esterno prettamente offensivo.

Mai, infatti, Coman potrebbe – ad oggi, ma temo anche in futuro – andare a ricoprire il ruolo di fluidificante. Semplicemente, quelle non sono le sue caratteristiche.

Quindi?

Anche qui, due possibilità: o Conte, le volte in cui dovesse decidere di provarlo, lo testerà come seconda punta, oppure dovrà studiare un cambiamento di modulo.

Nella prima ipotesi il ragazzo – basandoci sull’organico attuale – potrebbe tranquillamente agire in coppia sia con Llorente, di cui potrebbe sfruttare le sponde ma che potrebbe anche valorizzare con sgroppate e cross dal fondo, sia con Tevez, per dialoghi nello stretto ed in rapidità.

Nella seconda, invece, Coman potrebbe trovarsi a giocare in un ruolo più adatto a lui. Sono almeno un paio d’anni, infatti, che si dice la Juventus dovrebbe o potrebbe passare al 4-3-3. Un’eventualità che sicuramente potrebbe aiutare Kingsley ad inserirsi nella nuova realtà.
Ma siamo proprio così sicuri che Antonio Conte abbia intenzione di abbandonare il modulo che lo ha reso tre volte Campione d’Italia…?

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C’era un tempo in cui i soldi contavano, ma non erano tutto.
Un tempo in cui i grandi club europei sfruttavano un maggior potere d’acquisto per costruire grandi squadre, ma non sempre i soldi bastavano.Steaua Bucarest campione d'Europa

Parliamo di un’epoca in cui il calcio non era ancora globalizzato come lo è oggi. In cui sì, appunto, i soldi contavano e potevano fare la differenza, ma era altresì importante saper lavorare sulle proprie giovanili ed avere alle spalle un movimento nazionale di livello per riuscire ad imporsi anche al di fuori dei propri confini.

Del resto l’evoluzione compiuta dal calcio è palese a tutti.

Nel corso della storia ci sono state squadre come la Steaua Bucarest o la Stella Rossa capaci di imporsi in Coppa dei Campioni anche senza appartenere a paesi particolarmente sviluppati. Quindi senza avere il potenziale economico di certe “big”, né probabilmente il blasone di alcuni club italiani, inglesi o spagnoli.

Oggi tutto ciò è invece praticamente impossibile a causa dei fondi sempre più massicci che vengono investiti da alcune società per provare a primeggiare (negli ultimi nove anni hanno vinto la Champions solo squadre italiane, inglesi, tedesche o spagnole).

Così se il Real Madrid può spendere cifre folli sul mercato per assicurarsi superstar come Bale o Isco, le varie Stella Rossa, Steaua, Ajax, Feyenoord e Celtic, ma perché no il Porto o il Benfica, possono solo stare a guardare le foto sempre più sbiadite dei propri successi europei, pensando ad una storia che – senza un’inversione di rotta – non si ripeterà più.

Certo, questo discorso a qualcuno farà anche comodo. Le squadre che davvero competono per la massima competizione continentale sono sempre meno, ciò significa che le avversarie vere dei top team sono sempre più ridotte.
D’altro canto, però, il rischio è che la Champions inizi a diventare monotona, sempre più segnata da cicli.

Prima è stata la volta del Barcellona, capace di centrare tre coppe in sei anni, ora sembra essere la volta del Bayern, con tre finali negli ultimi quattro anni (e coi bavaresi che partono da favoriti anche quest’anno).

Ma non solo. Il problema vero, per noi italiani, è lo stato economico del nostro paese. E, di riflesso, del nostro calcio.

Rimanendo all’aspetto che più ci interessa, quello riguardante lo “sport più bello del mondo”, in Italia sembrano finiti i soldi che Juventus, Milan ed Inter (ma non solo, nell’epoca d’oro del nostro calcio, durato purtroppo pochissimi anni, anche Fiorentina, Parma e le romane facevano la voce grossa sul mercato) investivano ogni anno.

Così di campionato in campionato vediamo una serie di talenti abbandonare lo Stivale (quest’anno qualcuno è anche arrivato, ma solo grazie ai soldi incassati dalle cessioni… e per molti il saldo è comunque negativo) e ridursi le possibilità di imposizione europea delle nostre compagini.

Così se tecnicamente la nostra scuola sta comunque dimostrando di avere più di qualche problema (non c’è più quell’abbondanza di talenti Azzurri di cui potevamo godere solo dieci anni fa) e tatticamente continuiamo a cavarcela (nonostante noi si sia ancora piuttosto ancorati al nostro retaggio “difensivista”), il problema vero è in banca.

E senza soldi, in un mondo in cui si può giocare la Champions anche senza nessun giocatore autoctono, non si può competere ad altissimo livello.

Una conferma di quanto l’Italia sia sempre più ai margini del calciomercato mondiale (se non come terra da saccheggiare, con le partenze dei vari Cavani e Jovetic tra gli altri) arriva dal sito caughtoffside.com,

Top 11 calciomercato 2013

Che al termine dell’ultima campagna acquisti ha stilato la propria Top XI degli acquisti compiuti dai club europei.

Valutazioni assolutamente personali, intendiamoci, ma che danno un’idea ben precisa di quello che è il nostro calcio oggi.

In questa Top XI, infatti, non c’è traccia di Italia. Se non per quanto concerne quel Marquinhos che, però, ha lasciato il Belpaese, non vi è sbarcato quest’estate…

Qualcuno potrebbe obiettare: e Tevez, Higuain, Gomez?

Beh, come competere con Bale, Gotze (ma ci sarebbe stato tranquillamente anche Isco), Ozil (idem) e Falcao?

Come risolvere una situazione del genere?

La strada è lunga e tortuosa, e per come vanno le cose nel nostro paese non c’è molta speranza venga imboccata.

Per prima cosa andrebbe rivoluzionato il sistema-paese, in cui ormai ogni investimento viene praticamente fatto a fondo perso e scoraggia qualsiasi investitore, italiano come straniero (a questo riguardo curioso di vedere come si concluderà la faccenda-Tohir e come l’indonesiano opererà in Italia qualora ci venisse davvero).

Poi bisognerebbe riformare il calcio. Stadi, violenza, razzismo, attrattività. Tutto.

Ma finché questa rivoluzione non sarà compiuta (e ripeto, non illudiamoci…) come possiamo cavarcela?

Con la programmazione.

L’Italia sta perdendo appeal in ogni senso ma resta ancora un paese piuttosto ricco nel suo complesso, anche grazie a delle “sacche di ricchezza” presenti sul territorio.

In questo senso le risorse per organizzare bene una società che possa competere ad un certo livello, anche se magari senza essere forte quanto Barcellona, Real o Bayern, ce l’abbiamo.

Ma bisogna lavorare in maniera intelligente. Tornare a formare, e non mortificare, i talenti. Che devono vedere le proprie qualità tecniche esaltate, non imbrigliate in troppi dettami tattici.
Investire sui nostri vivai, perché per quanto noi si abbia forse vinto più di quello che la nostra scuola meritava (così pensano alcuni, e diciamo che in effetti la nazionale più forte al mondo non so quante volte lo si sia davvero stati, di certo non nel 1982 né nel 2006…), è altrettanto vero che di campioni ne abbiamo sempre sfornati a bizzeffe e non è possibile che dopo gli eroi di Germania la vena si sia esaurita.
Infine, tornare a spendere bene. Senza comprare tanto per. Pianificare ogni mossa, acquistare solo giocatori davvero utili al progetto ed innalzare di anno in anno, anche solo di poco, il livello tecnico della squadra.

Il Borussia Dortmund, che pur ha un pubblico spettacolare, non pare avere le stesse risorse economiche del Bayern, né delle squadre “arabe” o delle big spagnole (foraggiate dalle banche). Eppure lo scorso anno ha centrato la finale di Champions.Borussia Dortmund in finale di Champions

Classico esempio di come lavorare coi giovani e pianificare il lavoro con attenzione può portare a competere ad armi quasi pari anche con le superpotenze del calcio globalizzato di oggi.

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