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Archive for maggio 2015

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.


E’ notizia di questi giorni che il Real Madrid, dopo aver ufficialmente smentito la trattativa per Pogba tramite il proprio sito internet, sarebbe interessato ad acquisire le prestazioni sportive del talentino pescarese Marco Verratti, attualmente in forza al Paris Saint Germain.

La notizia in realtà non è del tutto nuova. Già un anno fa, infatti, si parlava del possibile passaggio del giocatore esploso sotto la guida di Zeman alla corte del Re di Spagna, trasferimento poi però non concretizzatosi nei fatti nonostante ci fosse il beneplacito di Carlo Ancelotti.

Oggi il tecnico italiano di fatto non c’è più, essendo stato rimosso dalla guida della squadra un anno prima della scadenza naturale del contratto. Chi sarà il suo sostituto non è ancora dato saperlo, ma è ormai chiaro come una potenza del marketing come il Real Madrid si muova sul mercato spesso a prescindere da vere e proprio valutazioni tecnico-tattiche.

Eppure proprio le valutazioni tecnico-tattiche dovrebbero essere il faro guida di una società che voglia muoversi sul mercato.

Lo scorso anno Ancelotti aveva trovato la quadratura del cerchio schierando la sua squadra col 4-3-3 con Di Maria e Modric mezz’ali e Xabi Alonso in mediana, riuscendo così a vincere la famosa Decima coppa dei campioni nella storia del Real. Un traguardo inseguito a lungo e raggiunto proprio grazie alle alchimie tattiche di quello che è oggi uno dei migliori tecnici al mondo.

Poi in estate il mercato stravolse completamente il lavoro fatto in stagione, spazzando via due terzi del reparto nevralgico della squadra: Di Maria finì al Manchester United, Xabi Alonso raggiunse Guardiola in Baviera ed in entrata il Real mise a segno i colpi Kroos e James Rodriguez.

Se da un punto di vista del talento si può dire che questa duplice operazione non ha indebolito la squadra, è logico invece dire che sul piano dell’impostazione tattica qualche problema è stato creato.

Di Maria prima che venisse “reinventato” mezz’ala da Ancelotti era un esterno offensivo. Nel nuovo ruolo, però, dimostrò di sapere giocare alla grande, di dare grande sostanza al reparto senza comunque peccare dal punto di vista della qualità di gioco.

La stessa cosa non è invece riuscita con James, trequartista/ala piuttosto leggero per pensare di potersi adattare a mezz’ala di centrocampo senza risentirne.

Così tutti i vari tentativi messi in atto da Carletto non hanno portato i risultati sperati. Del resto non tutte le ciambelle riescono col buco. Sapendolo, perché distruggere un giocattolo che funziona sperando di poterne assemblare un altro uguale con pezzi però totalmente diversi?

Tutto questo per dire cosa?

Semplice, che da un punto di vista tecnico-tattico l’eventuale acquisto di Verratti avrebbe un suo perché. Con Kroos in mediana, il pescarese potrebbe formare con Modric un’ottima coppia di mezz’ali. Non che il risultato sarebbe assicurato, ma di certo il centrocampo Blanco assumerebbe così un senso migliore rispetto a quanto visto negli ultimi mesi.

Eppure… eppure se potessi consigliare io al piccolo genietto di Manoppello dove andare a giocare gli direi senza dubbio: “Barcellona!”.

Certo, nessun giocatore può pensare di andare da una squadra ed imporre la propria presenza. Il Barça ha comprato Rakitic meno di un anno fa e non è affatto detto che sia interessato ad acquistare un’altra mezz’ala per la sua squadra, potendo schierare la coppia Iniesta-Rakitic, tutt’altro che disprezzabile.

Però… però credo che proprio il contesto tattico del Barcellona potrebbe essere decisivo per far fare a Marco un ulteriore salto di qualità.

Il Barça, infatti, gioca con un 4-3-3 che vede nel possesso palla e nel palleggio il proprio punto di forza.

Verratti ha un bagaglio tecnico superiore alla media dei suoi pari ruolo, e pur non essendo oggi paragonabile ad Iniesta e pur senza avere il bagaglio di esperienze di Rakitic potrebbe sicuramente provare a dire la sua anche in un contesto così competitivo come quello Blaugrana.

Del resto proprio in virtù delle sue qualità tecniche Verratti potrebbe incastonarsi a meraviglia in un sistema di gioco che prevede una grande capacità di palleggio. Lui che quest’anno ha avuto medie di passaggio superiori al 90% potrebbe vedere esaltate queste proprietà tecniche indiscutibili. Ed una volta che ti trovi a recitare da protagonista in una squadra del genere il salto di qualità è praticamente automatico…

Certo, il Barcellona ad oggi deve fare i conti con il blocco del mercato, che riguarderà la prossima sessione di mercato. Da gennaio potrà comprare, ma a quel punto – con Verratti che avrà già giocato in Champions con il Psg – difficile pensare possa puntare giocatori di questo tipo.

Quindi che fare?

Beh, fossi nel suo agente cercherei contatti con l’area sportiva del Barcellona, per capire se un giocatore di 23 anni con le sue caratteristiche ed il suo potenziale può interessare i Blaugrana.

Così fosse lascerei il mio assistito un altro anno a Parigi, per continuare nel proprio percorso di crescita: provare a diventare sempre più leader della squadra, vincere un’altra Ligue 1 e magari tentare l’assalto al gotha della Champions League.

Poi, tra dodici mesi, cercherei di chiudere il trasferimento in Blaugrana.

Del resto a quel punto Iniesta avrebbe 32 anni già compiuti, ed è indubbio che prima o poi il Barça dovrà iniziare a pensare anche alla sua sostituzione (così come ha pensato di sostituire Xavi con Rakitic già da questa stagione).

E chissà che a quel punto Verratti non possa diventare un top player di livello mondiale, capace di guidare per mano anche la nostra Nazionale sino a tornare a livelli degni della nostra storia…


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Un altro Europeo under 17 è terminato ed ancora una volta a gioire non siamo stati noi.

Un articolo a parte – anzi, un libro come minimo – meriterebbe la discussione che riguarderebbe la nostra nazionale, uscita ai quarti di finale contro la Francia poi campione e piegata nello spareggio di qualificazione al mondiale dalla Croazia.
Un articolo che dovrebbe partire dal fallimento di un gruppo comunque piuttosto talentuoso – anche se non ai livelli della Francia campione – che però palesa tutti i limiti del nostro calcio. Tanti. Da qui la necessità di scrivere un libro che vada ad analizzare tutti questi limiti… anche se a poco servirebbe, dato che chi può provare a cambiare le cose non sembra sia interessato a farlo.

Torniamo quindi a noi, ad un Europeo vinto con grandissimo merito da una nazionale francese forte e completa in ogni reparto che ha letteralmente schiantato gli avversari (ultima la Germania in finale, 4 a 1).
Una nazionale francese come al solito imbottita di colored, sicuramente fisicamente ed atleticamente più maturi rispetto alla maggior parte dei ragazzi presente all’Europeo. Proprio da qui possono nascere dubbi sullo sviluppo futuro di questi ragazzi, che ad oggi restano però semplicemente i più forti d’Europa sia sulla carta che nei fatti.

Per chiudere questa ennesima avventura giovanile che mi sono potuto godere per intero eccovi la mia Top XI. Basata ovviamente sulle prestazioni in campo, non su quello che penso possa essere l’upside di questi ragazzi.

Constantin Frommann (Friburgo)

Ancora una volta, dopo l’anno scorso, debbo dire che non è stato un grandissimo Europeo per i giovani estremi difensori. Tra i migliori c’è stato sicuramente il nostro Gigio Donnarumma, che ha giocato per altro sotto età. Forse in assoluto il migliore del lotto, anche per prospettiva.
Il mio premio va però al giovane portiere tedesco, interprete piuttosto solido che ha incassato sì quattro reti nella gara finale ma ha comunque evitato un passivo ben peggiore per la sua squadra, con una serie di interventi di altissimo livello.
Luci ed ombre invece per i due interpreti francofoni, Zidane e Teunckens. Qualche buona cosa alternata ad interventi assolutamente censurabili. Ma c’è tempo per crescere.

Alec Georgen (Psg)

Debbo dire che non ho visto grandi prestazioni, tra i terzini destri. Non male a tratti il nostro Scalera, che però purtroppo spesso si è perso un po’ via nel non-gioco Azzurro, non mi resta che premiare il terzino campione d’Europa, Georgen. Giocatore ordinato e gran faticatore, si è fatto il mazzo avanti ed indietro su quella fascia a perdifiato, dando piuttosto costantemente un’alternativa valida al portatore di palla.

Dayot Upamecano (Valenciennes)

Il primo dei due centrali non può che essere questa colonna d’ebano in forza al Valenciennes. Un giocatore fisicamente mostruoso, nettamente superiore ai propri pari età. Ad oggi domina l’area di rigore, il più sarà capire, in prospettiva professionismo, cosa riuscirà a combinare quando il divario fisico-atletico non sarà così ampio.
Di certo c’è che non so quanto resterà al Valenciennes. Di certo avrà colpito l’occhio di molti talent scout accorsi in Bulgaria alla ricerca di nuovi talenti (pare su di lui ci sia l’Arsenal, che ne avrebbe quasi chiuso l’acquisto)…

Wout Faes (Anderlecht)

A completare il pacchetto centrale arretrato il capitano del Belgio. Giocatore che esteticamente ricorda molto David Luiz, con quella folta chioma riccia. Cui però auguro di diventare difensore più affidabile rispetto al centrale attualmente in forza al Paris St. Germain.
Difensore centrale dal senso tattico molto spiccato, si muove già come un veterano e guida il proprio reparto con sicurezza e tranquillità. Non avendo ancora raggiunto il pieno sviluppo fisico atletico, ad esempio al contrario di Upamecano, ha ancora margini di crescita interessanti. Di certo c’è che è plausibile lo potremo vedere in prima squadra già entro un paio d’anni, vista la facilità di “lancio” che hanno in Belgio, soprattutto dalle parti dell’Anderlecht.

Marc Cucurella (Barcellona)

Uno dei migliori interpreti della nazionale spagnola a questo Europeo. Giocatore ricoperto di argento vivo, ha arato a cento all’ora la propria fascia di competenza un’infinità di volte, rivelandosi sempre molto presente anche in fase offensiva (la scuola blaugrana non si smentisce mai).
Nel suo ruolo se l’è cavata egregiamente anche Jay DaSilva del Chelsea, ma alla fine dovendo sceglierne uno la mia scelta ricade sul giovane terzino in forza al Juvenil B del Barça.

Carles Aleñá (Barcellona)

Giusto a conferma della sempre florida bontà del vivaio blaugrana il primo dei due centrali scelti per questa top undici è il capitano della nazionale spagnola, nonché perno delle giovanili del Barça, Carles Aleñá.
Un interno di centrocampo finemente dotato da un punto di vista tecnico e con un’enorme capacità polmonare. Capace di farsi trovare sui due versanti opposti del campo nell’arco di pochi secondi, è un centrocampista molto moderno. Schermo in aiuto alla difesa, direttore d’orchestra, rifinitore e capace di assalti in area all’arma bianca: davvero completo il background di questo ragazzo.

Timothé Cognat (Lione)

Il cuore del reparto nevralgico della nazionale campione d’Europa.
Un po’ come il suo omologo spagnolo anche Cognat, fascia di capitano al braccio, è un centrocampista box to box dotato di un bagaglio tecnico ben fornito ma anche di una notevole capacità di corsa. Propototipo del centrocampista moderno, non ha un grandissimo fisico, ma rimedia facilmente a questa pecca grazie a sagacia tattica, volontà e qualità.

Nanitamo Ikoné (Psg)

Non tiene ancora la tensione alta per tutta la durata del match, ma quando si accende lo sa letteralmente spaccare.
Ala guizzante nello stretto ed imprendibile in allungo, è dotata di un dribbling fulmineo ed una grande capacità polmonare.
Praticamente inarrestabile quando parte palla al piede, non disdegna la finalizzazione. Affiatatissimo col compagno di club Edouard, ad oggi è indubbiamente uno dei giocatori più dominante del panorama under 17 mondiale.

Marcus Edwards (Tottenham)

Esattamente come Ikoné è un giocatore che ad oggi riesce ad accendersi solo ad intermittenza. Il problema è che quando l’interruttore ruota su “on” questo trottolino in forza all’Academy Spurs risulta praticamente inarrestabile. Capace di uscire da un nugulo di avversari con la palla ben incollata al piede, è letale nello stretto e superbo nel palleggio. Trequartista abile a svariare lungo tutto il fronte offensivo, può essere utilizzato anche largo in caso di necessità.
Nel match d’esordio contro l’Italia spaccò il match subentrando dalla panchina e dando ai nostri ragazzi, già in affanno, il fatidico colpo di grazia.

Ismail Azzaoui (Tottenham)

Negli Spurs gioca anche quello che è indubbiamente il talento più puro della nazionale belga, l’ala Ismail Azzaoui. Un giocatore con un bagaglio tecnico finemente rifinito, una buona intelligenza tattica ed una certa predisposizione al team work.
Ogni tanto sembra però perdersi un po’ in sé stesso. Caratteristica però che si può ricondurre alla maggior parte dei giocatori di classe, soprattutto a questa età.

Odsonne Edouard (Psg)

Otto goal in cinque match all’Europeo under 17 non li aveva mai fatti nessuno. Questo vi fa capire che impresa abbia compiuto la giovane punta in forza al Paris Saint Germain, autentica dominatrice del torneo.
Non contento dei cinque goal segnati sino alla semifinale, tra l’altro, Odsonne ne ha picchiati tre alla Germania nella partita che ha deciso la vincitrice.
Non solo devastante, ma anche clutch.
Dove possa arrivare è difficile dirlo. Tecnicamente ha delle lacune evidenti, anche se non è comunque scarso. Atleticamente è invece indomabile, come molti suoi coetanei col suo patrimonio genetico. E questo paradossalmente può essere il problema: continuerà a crescere di questo passo o, fisiologicamente, prima o poi il gap che oggi gli permette di essere praticamente inarrestabile verrà colmato almeno in parte?
Difficile dire oggi se diventerà una superstar oppure restarà un giocatore normale. Alla sua età anche Sanogo era difficilmente fermabile.
Ecco, però… lui sembra superiore allo Yaya sedicenne. Si farà?


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Personalmente vedo il calcio in un certo modo. Che tenderei a definire “giusto”, anche se capisco da me che non possa esistere una linea univoca di intendere le cose.

Fondamentalmente penso che una società debba essere gestita seguendo una linea programmatica chiara: obiettivi precisi, strategie definite, competenze consolidate.

Non che questo sia l’unico modo per “riuscire”, nel calcio. E proprio noi italiani, che programmiamo solo raramente, ne siamo un “ottimo” esempio.

Di certo, però, mi sembra la soluzione più razionale per provarci.

Insomma, un po’ tutto il contrario di quanto faccia il Real Madrid, che mi verrebbe da chiamare più che altro “Real Marketing”…

Riavvolgiamo il nastro.

15 maggio 2002, Hampden Park. Il Real Madrid di Casillas, Hierro, Roberto Carlos, Makéléle, Figo, Zidane e Raúl si laurea campione d’Europa battendo il Bayer Leverkusen di Lucio e Ballack.

Una vittoria, la nona nella storia della Casa Blanca, che proietta la squadra verso un ipotetico futuro di trionfi ad ogni livello.

Invece le cose andranno diversamente.

Negli undici anni successivi il Real Madrid non tornerà mai più in finale di Champions, riuscendoci solo al dodicesimo tentativo (lo scorso anno, quello della Decima).

Nello stesso periodo la squadra legata alla famiglia reale non ha avuto molta più fortuna nemmeno in patria.

L’anno successivo riuscì a vincere il titolo, ma in una annata particolare, in cui Valencia e Barcellona terminarono rispettivamente al quinto e sesto posto, con la Real Sociedad seconda a due soli punti dai Blancos.

Da lì in poi, quindi possiamo dire negli ultimi 13 anni, il Real Madrid ha saputo vincere solo un totale di quattro campionati (contro i sette del Barça) e una Champions (contro le tre del Barcellona, che potrebbe portare il conto a quattro vincendo il 6 giugno contro la Juventus).

In realtà, intendiamoci, non vincere non può essere sempre un dramma. Perché a vincere può essere una sola squadra alla volta.

Il problema semmai sorge quando si fa il rapporto tra i soldi spesi ed i trofei ottenuti. E allora lì sì che si inizia a storcere il naso.

Un miliardo e duecentosettantaquattro milioni sono tantissimi, se si pensa che sono stati spesi in dodici anni. Significa qualcosa più di cento milioni – in media – ogni anno.
Coi risultati che abbiamo visto.

L’anno dopo la vittoria della nona Champions League il mercato fu quasi parsimonioso, almeno in relazione a quelli che verranno.

(Aprite le immagini in altra scheda per vederle più chiaramente)

Il Real Madrid piazzò un colpo da novanta come Ronaldo, per puntellare poi la rosa con alcuni giocatori della cantera.

Ronaldo che si era appena laureato capocannoniere e campione del mondo tra Giappone e Corea, ma che pur rimanendo un giocatore dalla classe cristallina non era già comunque più il super fenomeno che mostrò di essere tra Barcellona e Milano.
Però certo, a livello di marketing era un acquisto con pochi pari.

Il campionato, come detto, venne vinto con due sole lunghezze sulla Real Sociedad, mentre in Champions League il Real Madrid cadde contro la Juventus di Nedved, in quel famoso match in cui il ceko si fece ammonire dovendo così poi saltare la finalissima disputata contro il Milan.

L’estate successiva il Real continuò con la sua politica denominata “Zidanes y Pavones”, acquistando David Beckham, giocatore glamour per eccellenza.

La fallacità del (non) progetto Blancos si concretizzò però più che altro alla voce “cessioni”: Makéléle, vera colonna portante della squadra, venne ceduto al Chelsea e la squadra ne risentì molto.

Non fu quindi un caso se quell’anno il Real in campionato arriverà addirittura quarto (prima ed unica volta negli anni duemila, ad oggi) nella Liga, uscendo ai quarti di finale di Champions League con il Monaco poi vicecampione d’Europa.

Quanto potesse servire un giocatore come Owen al Real Madrid 2004/2005 credo resti un mistero ancora oggi.

Quella squadra aveva Raul e Ronaldo, oltre a poter contare su Morientes che rientrava dal prestito al Monaco (dove aveva giustiziato proprio il Real in Champions). A completare il reparto il giovane Portillo, con comunque diversi centrocampisti offensivi a supporto.

Eppure ancora una volta si andò a cercare il nome, acquistando un ex Pallone d’Oro che purtroppo a certi livelli ci era riuscito a giocare pochissimo.

Una cosa va detta, però: il Real Marketing provò a rinforzarsi anche dietro, con l’acquisto di Walter Samuel. Ma in quel rebelott, come si dice in dialetto, che era quella squadra anche lui finì col perdesi via abbastanza.

Fatto sta che in campionato il Real chiuse quattro punti dietro il Barcellona, mentre in Champions uscì addirittura agli ottavi, eliminato ancora una volta dalla Juventus (che poi a sua volta si piegherà al Liverpool futuro campione d’Europa).

Nel mercato successivo le cose iniziano un po’ a cambiare. Il Real spende parecchio, circa 90 milioni, ma lo fa più che altro su giocatori di prospettiva.

Arrivano Ramos e Baptista dal Siviglia, Cicinho e Robinho dal Brasile, Diogo dal River e Cassano dalla Roma. Più la solita infornata di giovani (la maggior parte dei quali giocherà carriere su buonissimi livelli).

Di contro partono invece due ex Galattici come Owen e Figo, più il malcapitato Samuel.

Le cose però vanno molto male, in campionato. Il secondo posto è assicurato, ma i punti di distacco dai Blaugrana (campioni anche d’Europa) diventano dodici.
In Champions arriva invece un’altra eliminazione prematura, ancora agli ottavi. Questa volta contro l’Arsenal, che poi perderà la finalissima di Parigi.

Nel 2006 il Real sfonda il tetto dei 100 milioni e continua nell’abbandono della strategia “Zidanes y Pavones”: parte Ronaldo, si ritira Zidane, viene promosso il solo Balboa dal Castilla.

In compenso arrivano una serie di giocatori, tra cui Cannavaro ed Emerson dalla Juve post Calciopoli e Van Nistelrooy dallo United, che almeno in teoria dovrebbero aiutare il Real a vincere subito, soprattutto in Europa.

Impresa riuscita solo a metà.

I Blancos vincono infatti il campionato, anche se in maniera molto rocambolesca: arrivano a pari punti con il Barcellona, ma la spuntano grazie ad una miglior differenza reti negli scontri diretti (2 a 0 al Bernabeu, 3 a 3 al Camp Nou).

In Champions però le cose vanno male ancora una volta. Per la terza volta di fila il Real Madrid è costretto a fermarsi agli ottavi di finale, battuto questa volta dal Bayern di Monaco.

Nell’estate 2007 continua l’opera di “olandesizzazione”: arrivano Robben, Sneijder e Drenthe, con la spesa che arriva a sfiorare i 120 milioni di euro.

Complice un Barcellona non all’altezza (finirà terzo dietro il Villarreal) la Liga è per il secondo anno di fila un affare blanco, ma i tanto agognati progressi europei non arriveranno: quarta eliminazione di fila agli ottavi di finale, questa volta ad opera della Roma.

Anche nell’estate 2008 il bianco candido del Real tende a diventare sempre più arancione, con lo sbarco nella capitale spagnola di Van der Vaart e Huntelaar.

Le cose però non si può certo dire migliorino.

La Casa Blanca manca il terzo titolo spagnolo consecutivo facendosi staccare di ben nove punti dal Barcellona, che torna sul trono anche in Europa. In un’edizione di Champions League in cui il Real è ancora una volta estromesso agli ottavi di finale, dove prende una sonora lezione dal Liverpool (1 a 0 in casa, 4 a 0 in trasferta).

Cinque eliminazioni consecutive agli ottavi non sono accettabili. Così nel mercato 2009 il Real Madrid decide di fare pazzie. Spende più di 250 milioni e si accaparra uno dei due migliori giocatori al mondo, Cristiano Ronaldo. Cui aggiunge gente come Kakà – già però in calando per via di alcuni problemi fisici – Xabi Alonso e Karim Benzema.

Contestualmente inizia anche un’opera di de-olandesizzazione della squadra, con la partenza simultanea di Van Nistelrooy, Sneijder (che andrà a vincere la Champions a Milano), Huntelaar e Robben, che con Ronaldo avrebbe potuto formare probabilmente la miglior coppia d’ali della storia.

Una campagna acquisti comunque faraonica, che però non porterà i trofei sperati.

Nella Liga il Real raccoglierà un totale di 96 punti. Tantissimi. Ma non abbastanza per riuscire a battere il Barcellona, capace di raccoglierne 99.

In Champions invece nemmeno Cristiano Ronaldo sarà capace di sfatare la maledizione degli ottavi. A piegare i Blancos, questa volta, il Lione di un giovanissimo Pjanic, capace di segnare il goal qualificazione al Camp Nou.

L’estate successiva i madridisti spendono un’altra vagonata di milioni.

Arrivano Di Maria, Ozil e Khedira tra gli altri, mentre viene lasciato partire Raul, destinazione Schalke 04.

Per il terzo anno consecutivo, però, il Barcellona si dimostra più forte, e dà quattro punti ai bianchi della capitale. Non contenta la formazione di Guardiola regolerà il Real anche in semifinale di Champions, pareggiando 1 a 1 in casa dopo essersi imposta 2 a 0 al Bernabeu.

Una sconfitta che brucia ancora parecchio, dalle parti di Madrid, perché spiana ai Blaugrana la strada verso la vittoria della coppa.

Nell’estate 2011 il Real porta avanti una campagna acquisti quasi normale. Spende poco più di cinquanta milioni e si mette a pensare anche al futuro, acquistando ad esempio Raphael Varane.

Peccato che la classica bulimia di mercato, che deve sempre palesarsi almeno parzialmente, li porti ad acquistare Sahin dal Borussia Dortmund. Un doppio di Xabi Alonso, che infatti fallirà in Spagna.

Le cose andranno comunque bene in campionato, dove il Real Madrid raccoglierà ben 100 punti finendo di nove lunghezze davanti al Barcellona.

Sarà invece ancora una volta la semifinale lo scoglio invalicabile in Champions League: i tedeschi del Bayern Monaco la spunteranno ai calci di rigore, salvo poi piegarsi in semifinale al cospetto del Chelsea di Di Matteo.

L’estate successiva il Real sembra quasi una squadra povera.

L’unico acquisto di peso è quello di Luka Modric, ripagato però dalle tante cessioni remunerative che vengono chiuse.

In campionato però il Real prende ben 15 punti di distacco dal Barça, in Champions deve piegarsi al super Borussia di Klopp, che all’andata vince addirittura 4 a 1.

La Decima è però un’ossessione, ed il Real torna a spendere palate di milioni.

Il Tottenham è coperto d’oro per Bale, Isco è strappato al Malaga senza nemmeno che il Real abbia il posto – da trequartista – in cui schierarlo, dalla Real Sociedad arriva Illarramendi dopo una buona stagione (anche qui, strapagato).

Un mercato faraonico che grazie alla sagacia tattica di Ancelotti, che si inventa Di Maria mezz’ala e trova una difficile quadratura alla squadra, porta alla vittoria in Coppa dei Campioni. Ma solo al terzo posto in campionato.

Che il mercato del Real sia fatto senza un briciolo di programmazione appare chiaro guardando l’ultima campagna acquisti.

Nonostante avesse la miglior squadra al mondo in quel momento la necessità di dare nomi in pasto alla stampa ed ai tifosi ha portato il Real Marketing a disfare l’ottima macchina costruita dal proprio tecnico.

L’arrivo di James e Kroos ha portato all’addio di Di Maria e Xabi Alonso, oltre che di Morata.

Una sorta di suicidio, che ha portato la squadra a non riuscire più a trovare i giusti equilibri. Come palesato nel corso della semifinale da poco persa contro la Juventus.

E per l’anno prossimo?

Per non saper né leggere né scrivere i dirigenti della Casa Blanca hanno già impegnato 35 milioni di euro per acquistare Danilo (che con ogni probabilità andrà quindi a chiudere la possibile consacrazione di Carvajal) ed Asensio, che nel Real Madrid di oggi, pur essendo un ottimo giovane, non so quanto spazio possa trovare.

E siamo solo a maggio.

Ora di settembre quale altra mirabolante idea di marketing s’inventeranno i dirigenti Blancos!?


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Sono almeno un paio d’anni che ho in mente di partecipare alla ricerca per costruire il database di FM, al secolo Football Manager.

Cos’è Football Manager immagino lo sappiate tutti, quindi evito di spiegarlo. Per riassumere direi “il miglior manageriale calcistico che esista”.

Piccolo appunto, in questo senso: personalmente ho giocato gli ultimi due capitoli e non mi sono piaciuti molto. Non mi hanno preso. Mentre fino ad FM13 era una droga unica, altroché coca o roba simile… Non so però se il problema è il gioco che qualcosa ha perso o sono io che invecchio!

A parte questa piccola nota personale, sono sempre stato affascinato dal database di FM. Immenso, curatissimo, alle volte strabiliante.

Quante volte ci è capitato di scoprire un fenomeno nel gioco ed andarcelo a cercare nella realtà, scoprendo magari qualche anno più tardi che gli “scout” ci avevano visto bene ed il giocatore era davvero molto valido!?

Comunque dopo un paio di tentennamenti ho deciso di iscrivermi anche io alla ricerca per dare il mio contributo e capire cosa c’è davvero dietro a quel database così figo (passatemi il termine).

Per farlo ancora meglio, però, ho contattato il mitico Panoz – i veri appassionati sanno che si tratta del punto di riferimento italiano per quanto riguarda FM – e gli ho chiesto di raccontarmi un po’ in cosa consiste il lavoro che sta dietro alla creazione del DB…

Tra pochi giorni inizierà la ricerca per il nuovo capitolo di FM. Puoi raccontarci come viene svolta?

Tra aprile e maggio apriamo il form di iscrizione, tramite cui ogni appassionato può iscriversi alla ricerca. L’importante è conoscere le squadre che si decide di scoutare.

La ricerca viene effettuata sulla base delle rose del campionato in corso in questo momento.

Decisi in accordo con i capi ricerca italiani i livelli di CA16 (valore medio dei migliori 16 giocatori di ciascuna squadra), viene comunicato questo valore ai ricercatori, che potranno così dare il via al proprio lavoro.

Questa fase inizierà verso giugno.

C’è poi un parametro che si chiama RCA che è il valore consigliato dal sistema in base ai valori inseriti giocatore per giocatore. L’RCA deve essere uguale a CA, altrimenti vengono bilanciati.

Come è composta la squadra di ricerca?

Oltre a me il riferimento è Matteo Zanini. Siamo poi affiancati da una cinquantina di “veterani”, cui ogni anno si aggiungono persone nuove.

Il gruppo di lavoro è diviso a seconda delle categorie. Ogni categoria ha a capo due responsabili, cui riferiscono a loro volta i vari “capi squadra”.

Ogni ricercatore che decide di contribuire alla creazione del database può lavorare su più di una squadra. 

Chi fosse interessato a contribuire alla ricerca cosa dovrebbe fare?

Semplice: ci si deve collegare al sito Panoz.it, andare su ricerca scout, compilare il modulo ed inserire le squadre per cui si dà la propria disponibilità. Il form d’iscrizione prevede due scelte. Chi volesse collaborare per più squadre deve iscriversi più volte.

Ogni anno sono molti gli appassionati ad iscriversi, ma solo un terzo di questi poi collaborano effettivamente.

In realtà non è un lavoro particolarmente impegnativo: se conosci bene una squadra in due serate sistemi tutto. Non è così dispendioso in termini di tempo.

Tutti gli scout che daranno un proprio contributo saranno citati nei credits. Chi collaborerà più fattivamente avrà una copia omaggio.

Da sempre FM è per tutti fonte di scoperte. Spessissimo quando un giocatore arriva nel giro che conta è accompagnato dalla frase “lo presi ad FM”… pensi che ci siano ricercatori che potrebbero fare gli scout anche per club calcistici?

In realtà ci sono già.

Uno dei nostri veterani collabora in questo senso con un procuratore, mentre il mio omologo portoghese collabora con alcuni club.

Molti caporicercatori lavorano nello sport: agenzie di scommesse, giornali, libri di statistiche…

Credo che lavorare alla ricerca sia un modo per entrare in questo mondo, iniziare a scoprire il mondo dello scouting. Del resto lo scouting professionale è simile a quello che facciamo noi in FM.

A noi manca un po’ solo scoprire il lato psicologico-mentale del giocatore. Non è sempre facile andare a conoscere i ragazzi di persona.

Ogni tanto capita però di trovare anche “bluff” enormi. Giocatori pompati molto più del loro effettivo valore e soprattutto potenziale. Semplici errori di valutazione o qualche scout ogni tanto gioca un po’?

Nel 90% dei casi sono errori che fanno anche i migliori D.S. Nel caso dei D.S. l’errore comporta l’acquisto di un giocatore inadeguato al livello, nel nostro caso invece lo quotiamo forte.

Devo comunque dire che problemi di questo tipo negli anni capitano sempre meno, questo grazie ai nostri sempre più efficienti sistemi di controllo.

Abbiamo ad esempio  due ragazzi che si occupano del livellamento dei giovani, lavorando trasversalmente su più club.

Cerchiamo di far sì che non succeda che rose di squadre minori abbiano tanti giocatori con potenziale altissimo.

Poi certo, in passato sono capitati anche casi in cui qualche ricercatore ha voluto “giocarsi” su. Ad esempio nel caso Mascio: un fenomeno della Cisco Roma che non era però mai esistito. Una volta esploso in quell’FM andai a cercare nei vari file come mai fosse spuntato questo giocatore: il ricercatore – che era parte del team già da due anni – aveva inserito un giocatore col massimo potenziale (-10, CA 180/200) senza mettere valore di CA. Quindi il sistema creava il giocatore solitamente già forte che diventava poi fenomeno.

Fu un bug scappato al controllo, facendo così nascere il mito di Mascio.

Parlando del gioco più in generale quale pensi sia stata l’innovazione più impattante e quali altre innovazioni vorreste venissero introdotte a breve?

L’innovazione  più impattante fu sicuramente il 3d, anche se molti nostalgici sono ancora oggi rimasti alle scritte o al solo 2d.
E’ indubbio che il 3d dà più profondità al gioco.

Per quanto concerne invece ciò che vorrei… ultimamente gioco poco, quindi la versione classic mi piace perché ha molta profondità, ha mantenuto i fondamentali senza deturpare il gioco. Mi piacerebbe si potesse però “costruire” questa modalità, quindi decidere di cosa occuparsi. Esempio: tralasciare gli allenamenti ma puntare sulla gestione dello spogliatoio, ecc.

Una domanda che ti avranno fatto mille volte: quali sono le squadre ed i giocatori cui sei più legato?

Le squadre sono due: Portsmouth e Getafe, squadre delle mie partite online a cavallo tra il 2005 e il 2007, quando giocavamo in otto (tra cui il “Gialappo” Marco Santin).

Ricordo ancora benissimo la formazione che negli anni riuscii a costruire al Portsmouth: Buffon; Lahm, Terry, Rio Ferdinand, Dedè; Gerrard, Messi (all’epoca poteva essere schierato anche a centrocampo), Veloso; C. Ronaldo, Ibrahimovic, Defoe.

Come giocatore invece Guiza: me l’ero ritrovato in squadra. Cercavo altri attaccanti che facessero tanti goal, ma nelle amichevoli prestagionali iniziò subito a segnare goal a raffica e per quattro anni si laureò capocannoniere. Idolo assoluto.

Quando poi lo vidi in campo ad Euro 2008 dire “questo è il giocatore che ad FM mi fa goal a grappoli” fu bello.

Che dire?

Io stavolta ci provo, sono davvero curioso di vedere il lavoro che c’è dietro la realizzazione di un database così ben fatto. E mi pareva interessante parlarne, visto che sicuramente il 99% di chi capita da queste parte prima o dopo sarà stato un malato di FM…!


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Nelle ultime settimane si sta facendo un grandissimo parlare di quello che sarà il futuro societario del Milan.

L’epopea Berlusconi sembra infatti essere ormai al tramonto: le tante vittorie e gli innumerevoli campioni del periodo d’oro hanno lasciato il posto alle macerie su cui i nuovi proprietari dovranno provare a costruire il futuro del Milan. Zero progetti, gestione economica disastrosa e disastrata, risultati sportivi sempre peggiori, patrimonio tecnico ai minimi storici o poco più.

Insomma, una situazione assolutamente negativa, che affligge e deprime l’intero popolo rossonero, sempre più smanioso di chiudere i conti col passato e guardare verso il futuro.

A prescindere da quelle che sono le colpe per la situazione in cui versa il Milan oggi, da distribuire tra tutti i componenti in gioco ma che sicuramente si concentrano in particolare su qualcuno di questi, ecco che si deve iniziare a guardare avanti, in particolare a quelle cordate che sembrano interessate ad assumere il controllo di una società tanto gloriosa.

Tra queste sembrano essere due quelle con intenzioni davvero serie e capitali solidi su cui poggiare le proprie avances. Due cordate capeggiate da personaggi ormai quasi “mitologici”: mr. Lee e mr. Bee.

Proprio di questa seconda opzione ho deciso di parlare con il noto giornalista Pippo Russo, tra i più validi e competenti colleghi ferrati in materia di Third-Party Ownership e di quanto ruota attorno a questo modo ancora così poco conosciuto.

Il perché è presto detto: dietro alla cordata di mr. Bee ci sarebbe – tra gli altri – la Doyen, gruppo di cui lo stesso Russo ha già più volte parlato (vi consiglio di seguire i suoi articoli su Calciomercato.com)…

Pippo, prima di entrare nel succo di questa chiacchierata e parlare di Milan ti chiedo di spiegare a chi ancora non lo sapesse cosa sono queste famigerate “TPO”, dato che saranno un po’ il fulcro del discorso…

Le TPO sono un investimento sui diritti economici dei calciatori. Cioè, ci si compra il diritto a lucrare sulla futura compravendita del calciatore.

Se un fondo d’investimento compra dal club A il 50% dei diritti economici sul calciatore X, ciò significa che quando A cederà X a un club B il fondo percepirà il 50% della cifra spuntata.

Ciò ha delle conseguenze. Innanzitutto, si tratta di ricchezza prodotta nel mondo del calcio ma portata fuori dal mondo del calcio. In secondo luogo, il club che cede i diritti economici sul calciatore si trova a perdere autonomia nella propria politica di gestione del patrimonio calciatori, e questo avviene per venire incontro alle esigenze dell’investitore.
Il calciatore su cui una terza parte ha investito deve giocare per essere valorizzato, e poi quando si sarà valorizzato abbastanza da avere un mercato dovrà essere ceduto.
Quanto il club è in grado di scegliere una gestione del calciatore che vada contro i desiderata dell’investitore?

In terzo luogo c’è che, così facendo, per i club si crea una spirale della dipendenza per cui si continua a vendere diritti economici sui calciatori per finanziare spesa corrente, anziché intraprendere percorsi virtuosi di risanamento.

Infine c’è un aspetto legato ai diritti e alla dignità della persona. Vendere diritti economici su un calciatore a uno o più investitori significa cartolarizzare un essere umano. Una situazione indegna, inaccettabile.

Tratteggiati meglio i contorni delle TPO veniamo al Milan: la crisi societaria – e di conseguenza tecnica – è ormai palese. Credi che l’unico modo per uscirne sia la cessione della società da parte dell’attuale proprietà?

Non so quanto davvero Berlusconi abbia intenzione di cedere. Del resto, allo stato attuale si parla di una cessione al 51%. Se così fosse, che senso avrebbe?

Credo che la manovra sia molto più complessa di come la stanno dipingendo, e dietro ci sia un’operazione d’ingegneria finanziaria che capiremo soltanto nei mesi a venire.

Tra i tanti pretendenti ad acquistare il pacchetto di maggioranza dei Rossoneri c’è questo – per i più misterioso – Bee Taechaubol, CEO di Thai Prime con un patrimonio stimato che si aggira intorno al miliardo e duecento milioni. Poco, se rapportato al patrimonio di Berlusconi. E’ quindi alle sue spalle che bisogna guardare… ovvero al fondo Doyen, giusto?

La presenza di Doyen è ormai acclarata. Resta da capire con che ruolo entrerà nel Milan. Acquisirà quote azionarie o rimarrà in posizione di consulenza facendo transitare in rossonero i calciatori della propria orbita?

E’ questo un punto cruciale. Anche in questo caso bisogna aspettare e vedere quale sarà l’esito della trattativa.

Come ben sappiamo la Fifa ha dichiarato guerra alle “TPO”, tra cui proprio la Doyen. Credi che l’offerta avanzata per l’acquisto del Milan sia semplicemente una bufala o pensi piuttosto che equivalga ad una reazione bellicosa da parte di chi probabilmente sente messo sotto attacco il proprio futuro?

Tutto tranne che una bufala.

Quando a fine settembre veniva ipotizzata la messa al bando di fondi e TPO da parte della Fifa scrissi un post nel mio blog, “Cercando Oblivia”, in cui dicevo che la mossa di Blatter sarebbe stata inefficace e tardiva.
Spiegavo che fondi e TPO si stavano già muovendo per comprare club in giro per il mondo, in modo da poter aggirare il divieto. Essendo soggetti proprietari di club non possono più essere etichettati come “terze parti”. Anzi, sono parti assolutamente in causa! E l’escamotage di comprare i club serve per far circolare i propri calciatori e i relativi flussi finanziari governando l’intero ciclo, e applicando persino commissioni d’agenzia.

Tuttavia, mai mi sarei aspettato che una TPO avesse l’ardire di scalare un club come il Milan, che al di là del pessimo momento contingente rimane una realtà leader a livello mondiale.

I club di cui parlavo nel post sono di serie B o C. Evidentemente i tempi sono andati più velocemente di quanto ipotizzassi.

Immaginiamo che il Milan finisca nelle mani della Doyen, o comunque di una “TPO” che “messa fuorilegge” dalla Fifa decida di “riciclarsi” acquisendo il controllo diretto di una società. Ecco, in questo caso come pensi agirebbero? Quale sarebbe il loro modus operandi? Investirebbero per vincere o il loro unico fine credi sarebbe quello della valorizzazione dei giocatori sotto contratto da rivendere poi al miglior offerente?

Sulla messa al bando delle TPO da parte della Fifa ho una mia idea, che esporrò prossimamente in un articolo e che non riesco a sintetizzare senza rischiare di banalizzarla. Mi limito a dire che, per come la vedo io, la circolare 1464 della Fifa è inapplicabile.
E lo dico a malincuore, perché vorrei vedere fondi e TPO fuori dal calcio.

Per quanto riguarda l’eventuale modus operandi di Doyen al Milan, ritengo abbiano tutto l’interesse a tenere la squadra in alto.
Non prendono un club qualsiasi.

Ovvio che il loro principale interesse rimarrà quello di far fruttare i denari degli investitori, dei quali si continua a conoscere poco o nulla.

Dunque, per quanto Doyen possa essere interessata a promuovere le fortune sportive del Milan, la sua mission primaria rimarrà quella di produrre valore finanziario.

Il club rossonero rimarrà sempre e comunque uno strumento.

Vietare le “TPO” credo sia un atto legittimo da parte della Fifa. Vietare l’acquisto di una società ad un compratore che ha tutti i requisiti richiesti, invece, credo minerebbe il “libero mercato”. Credi che la Fifa proverà ad arginare in qualche modo questa volontà che le “TPO” sembrano avere di “riciclarsi” acquisendo il controllo diretto delle società?

Ancora una volta a malincuore: non vedo proprio come la Fifa possa vietare la possibilità di comprare qualcosa a chicchessia.
Con quali strumenti giuridici, e con quali argomenti a supporto?

Fin qui ogni tentativo di vietare l’azione delle TPO ha prodotto soltanto nuovi escamotage inventati dalle TPO per aggirare i divieti.

E’ un po’ come il dramma della lotta al doping: ogni volta che l’antidoping isola una nuova sostanza illecita, i laboratori dell’adulterazione farmacologica sono già due o tre sostanze avanti.

La mia idea è che, finché non si troverà il modo di tassare pesantemente le transazioni finanziarie e le intermediazioni, non si riuscirà a scalfire il fenomeno.

Quello delle TPO credo sia un argomento molto interessante, sicuramente da approfondire. Proprio per questo motivo ho posto qualche quesito ad uno – se non IL – dei massimi esperti italiani in materia.

Ciò che ho notato in queste settimane di gazzarra è che la stragrande parte dei tifosi milanisti non si ponga il minimo dubbio rispetto al proprio futuro ed ai presunti proprietari che potrebbero soppiantare Berlusconi e la sua famiglia.

Anche per questo motivo, oltre che per pur interesse personale, ho voluto approfondire così la cosa.

Personalmente non posso sapere se l’eventuale entrata in società di Bee Taechaubol e di conseguenza della Doyen renderà il Milan una sorta di “grande Porto”, ma di certo l’idea che una squadra gloriosa come questa – e potrebbe essere solo l’inizio… – diventi più un trampolino di lancio per nuovi fenomeni che non una macchina da guerra per nuovi successi mi intristisce parecchio.

Certo, intendiamoci. Valorizzazione e successi non si escludono. Anzi.

Se già oggi il Porto, che da anni è una squadra che punta tutto sulla valorizzazione e vendita dei talenti, sa attestarsi tra le prime otto d’Europa nulla vieta al Milan, che ha ben altro appeal, di costruire squadre capaci anche di tornare sul tetto del Continente, per non dire del Mondo.

Però se tutto fosse finalizzato alla mera rivalutazione del patrimonio giocatori per farci del business anche la vittoria sarebbe semplicemente un mezzo attraverso cui ottenere un guadagno maggiore, non il fine cui una squadra di calcio dovrebbe naturalmente puntare.

Ma come dicevo, personalmente non ho gli strumenti per dare risposte. Posso solo porre domande ed invitarvi a porre a voi stessi delle domande.

Anche il tifoso più disperato ed esacerbato credo debba comunque porsi delle riflessioni rispetto a quello che sarà il futuro della propria squadra del cuore. Bello o brutto che poi si rivelerà essere.

Nel ringraziare anche pubblicamente Pippo per il tempo dedicatomi vi invito a seguirlo attraverso il suo profilo Twitter. Se vi interessa anche questo aspetto del calcio è sicuramente l’uomo che fa per voi!


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