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Posts Tagged ‘Champions League’

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Juventus vs. Monaco

Partiamo dal presupposto che nessun avversario va mai sottovalutato, più che mai se è stato capace di arrivare tra le prime otto d’Europa.

Detto questo è comunque innegabile il fatto che alla Juventus, stante le altre avversarie, sia andata bene.

A parer mio, infatti, la squadra bianconera è sulla carta superiore ai monegaschi, che pure si sono appena sbarazzati di un avversario certo non semplice come l’Arsenal.

Se sapranno giocare con la stessa compattezza e lucidità mostrata contro il Borussia Dortmund passeranno sicuramente.

Occhio, però, a non sottovalutare il Monaco. Prendere sotto gamba un avversario è sempre il modo migliore per uscire sconfitti dal rettangolo di gioco…

Atletico Madrid vs. Real Madrid

Solo lo scorso anno questa era la finale di Champions League.

Non solo. Un derby non è mai una partita come le altre.

Di sicuro, insomma, sarà questo il quarto di finale più importante, quantomeno assieme a quello dell’altra spagnola.

E qui già abbiamo due certezze: se da una parte la Spagna è sicura di mandare in semifinale almeno una squadra, dall’altra è altresì certa che ne perderà una.

Sul chi passerà… beh, difficile dirlo.

O meglio, rispondessi di botto direi sicuramente Real. E’ però altresì vero che l’Atletico è una sorta di kriptonite per i Blancos, che proprio anche nella scorsa finale di Champions faticarono tantissimo rischiando fino all’ultimo di perderla.

PSG vs. Barcellona

In realtà è proprio questo il quarto che mi affascina di più. Perché il Paris ha compiuto una grande impresa eliminando il Chelsea e sembra crescere in personalità ogni anno che passa.

Sarà questo l’anno giusto della definitiva consacrazione?

Vincere la Champions non è necessario, battere il Barça per dimostrarlo sì.

Attenzione, però: pur senza essere più la squadra praticamente imbattibile di guardiolana memoria questi Blaugrana hanno il trio offensivo più forte del mondo, anche più del Real Madrid a mio avviso.

Ed in più un Messi che sembra aver iniziato questo 2015 davvero sui suoi livelli migliori…

Porto vs. Bayern Monaco

Il quarto meno interessante, almeno da osservatore italiano, resta quindi quello che vedrà il Porto opposto al Bayern Monaco, primo favorito per la vittoria finale.

Proprio per questo c’è poco da dire: sulla carta credo sia il quarto più scontato. Nel mio “power ranking”, infatti, il Bayern Occupa la prima posizione, mentre il Porto la penultima.

Certo però che il Porto è una squadra talentuosa ed affamata. Un po’ come per la Juve, anche se con meno possibilità che succeda, il Bayern dovrà quindi comunque stare attento a non sottovalutare gli avversari…

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Ieri sera Bryan Cristante ha avuto l’onore e l’onere di giocare titolare la gara del suo Benfica in casa del Bayer Leverkusen. Insomma, a 19 anni ha avuto il piacere di scendere in campo da protagonista nella più importante vetrina calcistica europea: la Champions League.

Su di lui, solo un mesetto fa, si era scatenata una bufera non da poco, che aveva fondamentalmente diviso in due il tifo rossonero: da una parte i tifosi imbufaliti per la sua cessione, dall’altra quelli che attaccavano lo stesso giocatore, reo di aver preteso più soldi e lo status di titolare a fronte di poche prove in prima squadra.

Beh, in medio stat virtus, dicevano i latini.

Perché se con ogni probabilità il giovane nativo di San Vito al Tagliamento non avrebbe comunque recitato il ruolo di protagonista nel Milan di Inzaghi, è pur vero che professare una ipotetica linea verde per il futuro cedendo poi uno dei migliori prodotti delle proprie giovanili degli ultimi anni suona un po’ come un controsenso (e, per qualcuno, come una presa in giro).

Ma al di là di queste considerazione, fondamentalmente personali, restano il giocatore, il suo valore e la sua volontà di costruirsi una carriera.

In questo senso certo male non ha fatto, Bryan, a lasciare l’Italia per cercare fortuna all’estero, là dove, generalmente, i giovani vengono visti come una risorsa, non come un peso.

Certo, però, non basta allontanarsi dalla terra di Dante e Petrarca per pensare di potersi imporre nel mondo del calcio che conta.

Servono carattere, abnegazione, talento e un pizzico di fortuna. Quella che forse è mancata ieri allo stesso Cristante, protagonista di una gara non certo positiva nel grigiore generale del suo Benfica, schiantato 3 a 1 in Germania.

Una prova catastrofica, a leggere i giornali.

La Gazzetta ha infatti affibiato un triste 4,5 all’ex centrocampista del Milan. I lusitani di A Bola si sono invece spinti fino ad un infamante 2, addirittura.

Certo, come potete vedere in quest’immagine il metro in uso in Portogallo è diverso da quello generalmente adottato in Italia. Qui un 2 credo di non averlo mai visto, mentre A Bola ne affibia un paio solo nella gara di ieri, più un tris di tre ed un poker di quattro.

Intendiamoci, la gara del Benfica è stata ai limiti del disastroso, ma voti così pesanti, col metro italiano, sono ingiustificabili.

Non è comunque del Benfica e del suo naufragio che voglio parlarvi, quanto di Cristante. Riportandovi le cifre della sua prestazione, prima che le impressioni personali (sempre molto soggettive).

Passaggi corretti: 80% (20 su 25)
Lanci: 33% (1 su 3)
Duelli aerei: 100% (1 su 1)
Palloni giocati: 31
Falli fatti: 1
Falli subiti: 1
Palle perse: 3
Intercetti: 2
Palle liberate: 100% (1 su 1)

Dati che secondo il rating WhoScored valgono un 5,99 di giudizio totale.

Ora, la mia non vuole essere una difesa d’ufficio del talento italiano che ha deciso di emigrare all’estero ed ha causato una spaccatura evidente (che ho potuto toccare con mano anche ieri, sui social) tra i suoi ex tifosi.

Però ecco, tra il 6 di rating WhoScored ed il 2 di A Bola credo ci possa essere una via di mezzo. Che, personalmente, non credo sia nemmeno il 4,5 della Gazzetta.

Per quanto ho potuto vedere io e per quanto dicono anche i dati qui sopra riportati direi che un 5 tondo potrebbe starci: il ragazzo ha messo in mostra un po’ di timore reverenziale verso il palcoscenico europeo, cosa che alla sua età penso sia scusabile, così come la sensazione di essere ancora un pesce fuor d’acqua, in quel contesto tattico.

Contesto tattico che già di per sé, per altro, ha lasciato abbastanza a desiderare, almeno ieri.

Insomma, prima di crocifiggere un ragazzo di diciannove anni – e lo dico in primis ai colleghi portoghesi – sarebbe bello e bene valutare tutte le questioni di contorno.

Certo è che se giocasse sempre così Cristante finirebbe con lo sparire dalla circolazione, almeno dal calcio che conta.

Ma ieri, pur avendo giocato male, ha pagato l’emozione e soprattutto un contesto non all’altezza. Del resto il Benfica ha fatto male, e lui è semplicemente naufragato con tutto il resto della ciurma.

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Entusiasmo o allarmismo?

L’esordio in Champions League della Juventus targata Massimiliano Allegri mostra due facce in contrasto abbastanza netto tra di loro.

Da una parte, di certo, la grande capacità della squadra Bianconera di controllare il match.

I dati sono chiarissimi in tale senso: 70% di possesso palla juventino, con ben 21 tiri totali (di cui 7, un terzo, nello specchio) contro i soli 4 (di cui uno nello specchio) del Malmo.

Non solo. Tante occasioni create, dominio della sfera assoluto (col 90% dei passaggi compiuti correttamente) e supremazia aerea certificata dal 61% di successo nei duelli di testa.

Dati però forse normali, se letti in questo senso: la squadra più forte d’Italia negli ultimi tre anni ha messo alle corde una compagine svedese con molte meno capacità tecnico tattiche.

Una vittoria casalinga insomma scontata, anche al di là del numero delle occasioni costruite.

Che, anzi, diventano motivo di allarme: può una Juventus capace di creare così tanto vincere solo 2 a 0 (con la seconda rete segnata per altro su calcio piazzato) contro un avversario nettamente inferiore, per altro di fronte al proprio pubblico?

Beh, in questo senso mister Allegri avrà sicuramente da lavorare.

Del resto, paradossalmente, il risultato arrivato da Atene finisce col complicare le cose: l’Olympiakos si impone infatti, in maniera piuttosto inopinata, sull’Atletico Madrid, e balza in prima posizione a braccetto con la Juve a quota 3 punti.

Questo, però, vorrà sicuramente dire che mercoledì primo ottobre il Vicente Calderon sarà un vero e proprio catino ribollente, con i Colchoneros che saranno praticamente costretti a vincere onde evitare che la classifica si possa complicare ancora di più.

Lo scenario potrà infatti essere questo: dopo la vittoria del Pireo ottenuta proprio ai danni della squadra di Simeone l’Olympiakos sa di avere tra le mani un’occasione unica e si presenterà quindi in Svezia con un solo risultato possibile: la vittoria.

Tre punti esterni che saranno tutt’altro che impossibili.

Così, i greci si porterebbero a sei punti. Il che vorrebbe dire che qualora la Juventus vincesse in quel di Madrid, l’Atletico si troverebbe a ben sei lunghezze dalla coppia di testa.

Con quattro partite ancora da giocare nulla sarebbe perduto, intendiamoci. Ma certo la situazione sarebbe ai limiti della drammaticità, con l’Atletico a quel punto praticamente costretto a vincere tutti i restanti match per provare a strappare il passaggio del turno.

Ecco perché Atletico – Juventus è un match già imperdibile, crocevia di buona parte delle chance Colchoneros ma anche possibile ipoteca al passaggio del turno per gli juventini.

Un match imperdibile che, ammetto, sarebbe bello poter vedere live allo stadio. Con l’atmosfera elettrizzante che si respirerà, a maggior ragione in un momento in cui i vicecampioni europei si giocheranno già buona parte delle chance di passaggio del turno.

A chi volesse vedere questo o altri match live mi permetto quindi di dare un piccolo consiglio: è possibile trovare tutte le partite della  Juventus e della Champions qui!

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Ho una sensazione. Che potrebbe essere sbagliata, per carità, ma mi sinistramente concreta: Carlo Ancelotti è un allenatore tutto sommato sottovalutato.

Intendiamoci, non dal sottoscritto. Ma l’impressione che in molti non riconoscano il vero valore di questo allenatore c’è, ed è pure forte.

Nel tempo su di lui ho letto e mi è stato detto di tutto: che non fosse un grande allenatore, che non faccia giocare bene le sue squadre, che sia un “mollo”… fino ad arrivare a stasera, quando qualcuno mi ha risposto dicendomi che con una coppia da 200 milioni come Ronaldo e Bale è facile vincere (e per l’amor di Dio, sicuramente aiuta… ma sono i discorsi che si fanno sempre e che si sono spesi in passato anche per Guardiola, Mourinho, ecc).

Eppure mister Carlo Ancelotti ha una carriera ed una bacheca da fare invidia.

Smesso di giocare iniziò come vice di Sacchi in Nazionale. Quella Nazionale che, come molti ricorderanno, si classificò al secondo posto nei Mondiali americani.

Al primo anno da “titolare”, sulla panchina della Reggiana, fece subito capire di che pasta era fatto: quarto posto e relativa promozione in Serie A.

Un po’ tutti i dirigenti d’Italia hanno però già capito che Ancelotti ha la stoffa del grande allenatore. Così se lo accaparra subito il Parma. Alla seconda stagione da allenatore centra subito il secondo posto. In quella successiva arriva invece quinto, disputando comunque la sua prima Champions League.

Si capisce comunque che è già pronto per un grande club.

Dopo due anni di Parma si prende una pausa, probabilmente in attesa della grande occasione. Che arriva puntualmente nel febbraio del 1999, quando la Juventus caccia Lippi ed affida proprio a lui la panchina. La situazione in campionato risulta irrimediabile, in Champions invece sfiora la finale fermandosi solo contro il Manchester United poi – rocambolescamente – campione.

Passa quindi due stagioni complete a Torino, raccogliendo, nel complesso, il maggior numero dei punti in Serie A in quel biennio. Il tutto però non gli basta a vincere nulla, se non una Coppa Intertoto. In campionato arrivano infatti prima la beffa di Perugia, col titolo che finisce alla Lazio, poi il secondo posto ai danni della Roma, che ne sancisce definitivamente il divorzio da un ambiente con cui Carlo sembrò comunque non legare tantissimo.

Così nel novembre del 2001 altro ingaggio in corsa, questa volta al Milan. Subentra a Terim e a fine stagione suggella un quarto posto che vale i preliminari di Champions. Coppa poi vinta l’anno successivo proprio contro la sua ex Juve. Stagione questa che verrà ricordata anche per la definitiva consacrazione di Pirlo a regista davanti alla difesa, oltre che per la vittoria della Coppa Italia.

In sette anni e mezzo di Milan Ancelotti vinse quindi un campionato, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, due Champions League, due Supercoppe Europee ed una Intercontinentale, costruendo per altro una delle migliori squadre viste in quel periodo a livello globale (cosa di cui molti si sono dimenticati).

Il primo giugno del 2009 sancisce quindi una svolta nella vita professionale di Ancelotti, che sbarca al Chelsea. Qui nel giro di due anni centra un primo ed un secondo posto, vincendo anche una Community Shield ed una sempre prestigiosissima FA Cup.

Il 30 dicembre 2011 prende quindi il posto di Kombouaré sulla panchina del ricchissimo PSG. Perde sì il primo campionato, a discapito del sorprendentissimo Montpellier, ma vince il secondo. Certo, impresa banale, volendo. Ma nel calcio non c’è nulla di scontato.

Forse proprio il suo passaggio in Francia, con qualche chiaro scuro, rinfocola gli animi di chi non ha mai ben digerito la sua “statura”, e così le critiche aumentano e si legge qualche “allenatore finito” qua e là.

A riprova di questo ecco il suo passaggio, nel giugno scorso, al Real Madrid. Che dopo tre semifinali consecutive ha bisogno di sfatare questo psicodramma. Potendo, fosse possibile, arrivare alla “Decima” Coppa dei Campioni della propria storia.

E beh, l’impatto è subito devastante.

Ancelotti mette a tacere tutti (tranne quelli che per giustificare le loro idee parlano dei campioni a disposizione, ma del resto con delle pippe a pedali non ci vincerebbe nemmeno un Santo) ed estrae dal cilindro una stagione con i controfiocchi.

Intendiamoci, scrivo questo pezzo che tutto è ancora in gioco. Ancelotti potrebbe centrare subito un magnifico Triplete come, invece, chiudere con la sola Coppa del Re in tasca. Però la sua stagione non può che considerarsi positivissima già oggi.

Giusto per curiosità mi sono andato a rivedere un po’ l’andamento degli ultimi mister prima di lui alla loro prima stagione alla Casa Blanca. Condivido quindi con voi quanto ne è emerso, giusto per provare a fare una sorta di parallelo con quanto sta riuscendo ad Ancelotti.

Nel 1996/1997 Capello sbarcò a Madrid per aprire un ciclo. Vinse la Liga ed uscì agli ottavi di Coppa del Re. Ciò non bastò però a riconfermarlo: troppo scarno di spettacolo il suo gioco per poter essere gradito alla platea dal Bernabeu.

Il suo posto fu quindi preso da Jupp Heynckes, che portò subito in dote la vittoria della Champions League (e della Supercoppa di Spagna). In campionato però il Real finì quarto, uscendo ancora una volta agli ottavi di Coppa del Re. Nemmeno lui fu confermato.

Il 1998 vide cadere la scelta su quel volpone di Hiddink, che venne però esonerato. Al suo posto finì Toschak, capace di saltare nella prima metà della stagione successiva.

Qui, l’arrivo di Del Bosque. Che nel suo primo pezzo di esperienza trascinò la squadra fino a centrare la Champions. In Spagna però le cose andarono male, con i quarti di coppa ed un misero quinto posto nella Liga.

Un bottino anche peggiore a quello di Heynckes, che gli valse però la conferma. Così alla prima stagione disputata per intero Del Bosque vinse sì la Liga, ma perse le finali di Supercoppa Europea e di Intercontinentale, fermandosi al primo turno di Coppa del Re e venendo eliminato nelle semifinali di Champions.

Per trovare un nuovo esordiente su questa panchina dobbiamo quindi spingerci al 2003, quando il timone passò nelle mani di Queiroz. Il quale vinse la Supercoppa di Spagna. E basta. Battuto in finale di Coppa del Re, fuori ai quarti di Champions, quarto in campionato.

La stagione successiva vide quindi alternarsi tre allenatori: saltati Camacho e Remon la stagione fu condotta in porto da Luxemburgo, a sua volta esonerato dopo quattordici giornate del campionato successivo.

Nel 2006 nuova “prima”, in qualche modo, di Capello. Che a dieci anni di distanza trovò una squadra piuttosto diversa rispetto a quella che lasciò alla fine degli anni novanta. Nonostante questo si confermò campione della Liga, uscendo però agli ottavi sia nella coppa nazionale che in Champions.

Stagione bissata perfettamente da Schuster l’anno successivo, con in più, però, l’aggravante di aver perso la Supercoppa nazionale.

Nella stagione 2008/2009 sbarcò quindi a Madrid, ma solo a partire dalla decima giornata, Juande Ramos: secondo nella Liga, fuori agli ottavi di Champions e ai sedicesimi di Coppa del Re. Esattamente il bottino raggranellato da Pellegrini la stagione successiva.

Nel 2010, quindi, lo sbarco dell’Alieno Mourinho. Che al suo primo anno non fece né bene né male. Evitando però una stagione da zeru tituli solo grazie alla coppa spagnola, con la squadra fermata al secondo posto in campionato ed in semifinale nella massima competizione europea.

E Ancelotti? Come detto dopo aver messo in bacheca la Coppa del Re eccolo arrivare in finale di Champions (risultato che mancava da una dozzina d’anni) e a giocarsi la Liga con Atletico Madrid e Barcellona. Ricordo infatti che il Real si trova al terzo posto a sei punti dai cugini, ma con una partita in più da disputare. Virtualmente, quindi, l’Atletico decide del proprio futuro. Ma l’aggancio in vetta è lontano un solo passo falso compiuto dai Colchoneros…

Insomma, difficile forse che Ancelotti riesca a centrare un Triplete che avrebbe davvero un sapore storico. Però altrettanto vero e concreto che la stagione compiuta dal mister di Reggiolo e dal suo Real è qualcosa comunque di notevolissimo.

Da un punto di vista del gioco, poi, non si può forse dire che il Madrid sia la squadra più spettacolare al mondo. Ma il suo gioco, sicuramente abbastanza essenziale, è comunque un buon mix di difensivismo e fase offensiva. Non un puro e semplice Catenaccio.

Certo, il suo Milan, fatto da grandi palleggiatori, era capace di ben altro. Ma del resto anche quel meccanismo venne assemblato col tempo. E forse chissà, i giocatori oggi a sua disposizione non gli daranno nemmeno mai la possibilità di ricostruire un gioco corale così sopraffino come fu in Rossonero.

Molto più individualista, questo Real ha comunque i tratti somatici della grande squadra. E l’eventuale “Decima” potrebbe suggellarlo, andando ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, a zittire e smentire i soliti “criticoni”…

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Il match andato in scena ieri sera al Vicente Calderon di Madrid ha sortito reazioni quasi unanimi dal pubblico calciofilo italiano: noia, noia, noia. Profondissima noia.

Eppure strano che proprio dalla patria del Catenaccio per eccellenza possano levarsi critiche così sperticate nei confronti di questo sistema di gioco (che meriterebbe un discorso tutto per sé). Ma evidentemente un po’ l’odio latente nei confronti di Mourinho ed un po’ la nuova rivoluzione catalana, con tanto di tiki-taka e possesso palla estremo, stanno portando a modificare un po’ la visione delle cose anche nel Belpaese.

Mourinho che imposta la partita con il chiaro intento di non prenderle, per nessun motivo al mondo. Abbandonando Fernando Torres a sé stesso e schierando 9 giocatori fissi dietro al pallone. Più il portiere, ovviamente.

Ed è proprio la questione portiere a marcare ulteriormente l’intento del tecnico lusitano. A metà del primo tempo, infatti, Cech si fa male ad un braccio, ed è rimpiazzato da nonno Schwarzer. Un motivo in più per pensare solo alla difesa strenua.

Così Mourinho decide di rimettere in scena l’epica battaglia di Fort Alamo.

La squadra è virtualmente schierata col 4-3-3, con Ramires e Willian ali a teorico supporto dell’unica punta Torres. Ed un centrocampo fatto da due incontristi puri più il buon Lampard, sempre ben disposto a sacrificarsi per la squadra.

Nel concreto, quindi, il Chelsea si trova a giocare con una sorta di 6-3-1: la difesa si stringe, con i due centrali praticamente appaiati e, subito al loro fianco, i terzini. Una specie di muraglia a difesa centrale dell’area piccola.

La cosa ovviamente lascerebbe molto spazio ai giocatori di fascia Colchoneros, che sono quindi contrati proprio dalle due ali. Che così si trasformano in fluidificanti, praticamente. E spesso si trovano, col possesso saldamente in mano agli avversari, a giocare da terzini effettivi, con Azpilicueta e Cole che si trasformano in centrali aggiunti a supporto di Terry e Cahill.

Non solo. A questa linea di sei uomini Mourinho ne pone un’altra di tre (i centrocampisti, appunto), a schermo tra la trequarti e la linea dell’area. Una duplice linea Maginot, una Fort Alamo in chiave lusitanolondinese.

Che regge fino alla fine, anche nonostante gli infortuni del già citato Cech e soprattutto di John Terry, che costringe Mourinho a rivedere un po’ le cose: dentro Schurrle, Ramires scalato mezz’ala, David Luiz scalato centrale di difesa. Con buona pace di Kalas ed Aké, evidentemente troppo giovani ed inesperti per reggere in un contesto di questo tipo.

Così come in una proprietà commutativa riletta in chiave calcistica pur cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Che ci sia Terry o Schurrle poco cambia. Il piano di Mourinho è ben studiato e soprattutto interpretato alla perfezione, come una poesia studiata a memoria, dai giocatori in Blues.

Questa è una riflessione semplice. Il tipo di gioco espresso ieri dal Chelsea – e molte altre volte da Mourinho – ha sempre avuto un nome chiaro, preciso, circostanziato. Almeno nella nostra lingua (diventando però poi molto usato anche all’estero): Catenaccio.

Ecco, perfetto. Usiamo questo nome sempre, anche quando ad applicare questo approccio al match è Mourinho. Che capisco abbia un alone di mito attorno a sé, ma non c’è nulla di male nell’utilizzare il Catenaccio. Tantomeno nel chiamarlo così. Col suo nome.

Ieri, a prescindere dalle dichiarazioni post match, è stato chiaro come Mou fosse sceso in campo per non prenderle. Per difendere lo 0 a 0. E poi, fosse capitata l’occasione, per provare a graffiare con qualche sortita sparuta.

Gli infortuni hanno ovviamente complicato ulteriormente i piani dell’allenatore lusitano, che immagino non abbia mai dato l’ordine di mollare, anche per un solo secondo, le posizioni difensive prestabilite.

Ora però in vista del ritorno dovrà studiare qualcosa di diverso: se è vero che l’Atletico Madrid ha difficoltà ad attaccare un Catenaccio strenuo come quello di ieri (ma del resto, chi non ne ha?) e si trova comunque meglio dovendo gestire meno di quanto fatto ieri il possesso, è altrettanto vero che il Chelsea con uno 0 a 0 porterebbe la partita ai supplementari e poi ai rigori, rischiando di uscire di fronte al proprio pubblico.

Nel contempo, però, Mourinho sa bene di non poter nemmeno caricare a testa bassa: un pareggio con goal prevedrebbe l’eliminazione diretta del Chelsea.

Quindi?

Quindi immagino che il Chelsea non partirà forte. Cercherà di lasciare ancora spazio all’Atletico, chiudendolo nella propria rete difensiva. Per poi, un po’ come nel ritorno contro il PSG, crescere di intensità lungo l’arco dei novanta minuti. Fino all’eventuale assalto finale.

Ci sono stati alcuni giocatori che, in un match certo non spettacolare, si sono comunque elevati rispetto alla massa.

Ad esempio i due terzini spagnoli, in particolare Juanfran. Autori di una prova e di una pressione offensiva molto costante. O ancora Diego, che in più di un’occasione ha provato a sparigliare le carte sul tavolo puntando frontalmente l’area avversaria e cercando la conclusione da fuori. O ancora Terry, attento fino al momento della sua uscita dal campo. O Willian, impiegato in un ruolo fondamentalmente non suo, ma impeccabile lungo tutto il corso dei novanta minuti.

Il mio MVP però è nettamente Cahill, un difensore che nel corso dei mesi sta guadagnando sicurezza ed è ormai una certezza al centro della difesa Blues. Sicuramente uno dei migliori centrali al mondo oggi, per rendimento. Un giocatore con cui dovrà fare i conti la nostra Nazionale, che proprio l’Inghilterra si troverà ad affrontare in terra di Brasile…

Come dicevo, Mourinho ha costruito una doppia diga di fronte al proprio portiere. Rendendo praticamente inaccessibili gli ultimi trenta metri.

Ovvio, il pallone in area è stato buttato più volte, ma le torri inglesi hanno praticamente sempre avuto buon gioco. Non solo. Diverse conclusioni sono state portate verso la porta Blues. Ma o da distanza proibitiva, o con una pressione tale per cui fosse difficile indirizzare il pallone imparabilmente.

Praticamente con il Catenaccio fondamentalmente perfetto messo in campo dal Chelsea ieri sera i londinesi hanno tolto 25-30 metri di campo ai Colchoneros. I più importanti. Che si sono trovati monchi, incapaci di concretizzare il tanto lavoro fatto da terzini, centrocampisti e ali.

Diego Costa è rimasto impantanato nelle sabbie mobili dell’area di rigore, Raul Garcia ha provato inutilmente a spalleggiarlo, Diego ha cercato qualche inoffensiva sortita solitaria, Koke non è riuscito a bucare, Arda Turan è entrato nella ripresa dando una scarica elettrica, risoltasi però in un nulla di fatto.

E il capolavoro di Mourinho – perché il Catenaccio può non piacere, ma se fatto bene e ti aiuta ad ottenere ciò che vuoi resta un capolavoro – si è compiuto.

Critiche particolari all’Atletico e a Simeone non ne farei. Anche il Barcellona di Guardiola – per molti, lo ricordo, miglior squadra di sempre – andò in crisi contro il Catenaccio dell’Inter di Mourinho. E quel Barcellona era NOTEVOLMENTE più forte di questo Atletico.

I Colchoneros hanno fatto quello che potevano: giocando contro un avversario assolutamente remissivo non potevano che provare a fare il match. Si sono però trovati contro una fase difensiva praticamente inespugnabile. E nonostante i tantissimi tentativi (leggevo ieri, se non erro 29 tiri totali verso la porta avversaria) hanno dovuto alzare bandiera bianca.

Qualcuno mi ha detto anche di Villa. Beh, non credo sia stato un problema di uomini. Ieri anche Messi e Ronaldo avrebbero faticato.

Simeone e i suoi hanno fatto quanto era nelle loro possibilità.

Di fronte al proprio pubblico, ovviamente, la squadra favorita sarà il Chelsea. Però occhio. Tra assenze e duplice risultato favorevole all’Atletico i Colchoneros sono tutt’altro che spacciati…

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Alla fine la rimonta si è consumata. Il miracolo è compiuto. Il Chelsea rimonta il 3 a 1 rimediato a Parigi ribaltando il risultato con un 2 a 0 secco che gli vale l’accesso alla semifinale di coppa.

La partita è stata comunque piuttosto equilibrata, almeno in parte. Meritata dal Chelsea, certo, che non ha comunque giocato a dominare gli avversari. Squadra che ci ha provato, ma sempre in maniera guardinga, passa grazie ad un goal “sporco” di Demba Ba a pochi minuti dal termine, nel più classico degli arrembaggi finali.

Giusto ieri pomeriggio avevo provato, su questo blog, ad introdurre la gara. Alla fine devo dire di averci visto abbastanza giusto per quello che riguarda le sfide 1-contro-1.

La difesa del Chelsea, che accreditavo come essere più forte rispetto a quella parigina – al netto della presenza di Thiago Silva – ha retto bene, non facendosi mai infilare. Una cosa che può sembrare banale, ma che è risultata decisiva: due goal sarebbero bastati solo se dietro non si fosse imbarcata acqua. E così è stato.

Certo, va anche detto che questo è stato possibile anche perché Cavani, in un paio di occasioni, ha fatto tutto benissimo fuorché la conclusione. Altrimenti ora staremmo parlando di un altro match.

Ma entriamo più nello specifico del match e vediamo cos’è stato.

Il match non era iniziato un granché bene per il Chelsea, che dopo poco più di un quarto d’ora si era trovato a rinunciare al suo giocatore migliore: Eden Hazard, uscito acciaccato.

Oggettivamente, chi si sarebbe aspettato che a fare le cose migliori, in fase offensiva, sarebbe stato proprio il suo sostituto, Andre Schurrle?

Pochi. Forse nessuno. Almeno a giudicare dalle risposte che ho avuto a questa mia domanda. Non uno che abbia detto “il Chelsea può ancora farcela”.

Eppure il talento tedesco ieri ha dimostrato tutta la tipica risolutezza teutonica. Un calcio abituato, parla la storia, a raggiungere le fasi calde delle coppe, quando si tratta di nazionali. Ed evidentemente la cosa resta poi impressa nel DNA di molti figli di Germania…

Così sarà proprio l’ex Magonza a portare in vantaggio i suoi. Il tutto poco dopo la mezz’ora, su un calcio d’angolo che vede una difesa non proprio impeccabile lasciar passare un pallone che è spizzicato da David Luiz e giunge proprio sul destro di Schurrle. Tiro di prima intenzione, goal.

Nelle immagini si può notare come davanti a David Luiz salti Thiago Motta, non riuscendo però ad elevarsi più di tanto e lasciando così passare la sfera.

Posto che il marcatore del difensore-neo-mediano Verdeoro non sarebbe lui, va detto che se il centrocampista Azzurro gestisse meglio la situazione e arrivasse anche solo a sfiorare quel tanto la sfera, tutto ciò non accadrebbe.

Coi se e coi ma, però, non si fa la storia. E così Schurrle alimenta le giuste speranze di rimonta del popolo Blues. Mettendo, meritatamente, la propria griffe sulla partita.

Nella ripresa la partita continua con qualche alto e basso. E’ il Chelsea a controllarla, in linea di massima, ma i parigini avrebbero l’occasione di pareggiare prima e passare in vantaggio poi, con due ottime occasioni capitate sul sinistro e sul destro di Cavani, che però non ne approfitta.

Così Blanc decide di inserire un altro difensore, Marquinhos, in luogo di Lucas Moura. Per ergere una sorta di Linea Maginot in chiave calcistica che però dura lo spazio di pochi minuti.

Battaglia di nervi per eccellenza quella tra Chelsea e Paris Saint Germain.

Una sorta di guerra di trincea, come fu la Prima Guerra Mondiale, in cui si vince per logoramento dell’avversario, non per capacità impattante impossibile da contenere.

E quando si tratta di fare una battaglia nervosa ben sappiamo a chi doverci rivolgere: José Mourinho, il miglior allenatore al mondo, quando si tratta di gestire questo tipo di situazioni.

Il Paris aveva iniziato il match molto bene. Reggendo in maniera più che dignitosa di fronte alle avanzate iniziali del Chelsea.

Il canovaccio tattico era chiaro a tutti: contenere per ripartire, con un attacco fatto da giocatori rapidi, bravi nel dribbling ed, essenzialmente, ottimi contropiedisti.

Così davanti alla linea a quattro di difesa ha posto il suo solito centrocampo. Fatto sì di giocatori bravi nel gestire il pallone, ma anche capaci di interdire.

Ed inizialmente le cose hanno funzionato. Del resto il primo goal Blues è arrivato solo da palla ferma: in situazione di palla in movimento, infatti, l’impalcatura tattica studiata da Blanc aveva retto alla grande.

I problemi veri sono sorti, diciamo, negli ultimi venti minuti.

Cavani, come dicevo, ha fallito due ottime occasioni di riequilibrare il risultato, ipotecando così, di fatto, il passaggio del turno.

Blanc deve essersi evidentemente fatto prendere dalla paura. E ha deciso di ergere quella famosa Linea Maginot rivistata in chiave calcistico-moderna per provare a tutelarsi.

La cosa però non è servita. Anzi, è stato quello il definitivo suicidio tattico di un mister rimandato – con tutta la sua squadra – alla prova di maturità.

La squadra si è infatti fatta schiacciare totalmente nella propria area. Alla lunga, ed il sentore c’era tutto, è quindi arrivata la classica “palla sporca” in area. Che ha beffato la difesa e permesso al Chelsea di trovare il goal della vittoria.

Come detto anche in precedenza la vittoria ieri è stata ampiamente meritata per il Chelsea. Che l’ha spuntata in questa sorta di battaglia di nervi, riuscendo a sopraffarre gli avversari proprio negli ultimi scampoli di match.

Guardando l’andamento dello stesso, comunque, pochi dubbi su chi meritasse: due goal e due traverse, oltre ad un gioco sicuramente più inteso e deciso, volto proprio alla ricerca del risultato necessario e sperato.

Una bella prova per questo Chelsea, che ora resterà in attesa di capire quale altro ostacolo si frapporrà alla finalissima.

Venendo ai singoli assegnerei il titolo di MVP a Schurrle per un motivo molto semplice: nei primi minuti il Chelsea combina poco, anche grazie ad un PSG molto guardingo. Poi entra il tedesco ed in qualche modo, con la sua vivacità e la sua decisione, cambia l’inerzia del match.

Sempre a livello di singoli vanno però fatti grandissimi complimenti anche a David Luiz, probabilmente la vera chiave di questo match. Un po’ come avevo detto nella preview, del resto, con la formazione schierata da Mourinho era necessaria una super prestazione del neo-mediano brasiliano, che è arrivata puntale.

Luiz ha dominato in lungo e in largo il centrocampo, facendo da vero e proprio frangiflutti davanti alla difesa. E dando quella solidità alla squadra che è stata determinante per trovare la vittoria.

Molto bene comunque anche un sempre, a mio modo di vedere, sottovalutatissimo Ivanovic. Uno dei miei difensori preferiti in assoluto.

Centrale adattato terzino, non ha grandi doti propulsive ma garantisce una solidità più unica che rara in fase di non possesso. Giocatore di cui si parla troppo poco in relazione alle prestazioni che è solito profondere e che mi spiace molto non aver potuto vedere in Italia.

Per quanto concerne i singoli del PSG, sicuramente meno brillanti di quelli Blues, la nota Azzurra dolente è senza alcun dubbio Marco Verratti. Il talentino pescarese ha infatti giocato molto male: avulso dal gioco, falloso – come spesso purtroppo gli capita -, un pochino troppo nervoso. Si è insomma sciolto come neve al sole.

Va però detto che tutto il Paris ha fatto piuttosto fatica a gestire il match da un punto di vista psicologico, quindi è anche normale che lui, più giovane in campo, ne abbia risentito anche più dei compagni, in questo senso.

E che di contro, a centrocampo, sia emersa l’esperienza di Thiago Motta. Un giocatore che a me certo non fa impazzire, ma che ieri se l’è quantomeno cavicchiata là in mezzo. Facendo sicuramente meglio dei proprio compagni di reparto, Matuidi e Verratti appunto.

Così i due migliori in maglia parigina sono probabilmente state le due ali, contropiedisti per eccellenza. Veloci e ficcanti, hanno provato a dare un po’ di verve alla propria squadra, risultando comunque molto limitati negli ultimi sedici metri.

La beffa più grande per il PSG, giusto contrappasso per i magnati che amano alla follia il calcio-business sempre più globalizzato di oggi, è quindi arrivata da Demba Ba, calciatore senegalese nato però a Sèvres, 12 chilometri da Parigi.

Insomma, un po’ come la storia di Bruto che assassinò suo padre, Giulio Cesare.

Alla fine il miglior commento dopopartita l’ha fatto, a mio avviso, lo stesso Mourinho. Che ha parlato esplicitamente di “culo”. Risultando molto più onesto nel giudizio dei suoi tanti fan (anzi, discepoli).

Intendiamoci, il tecnico lusitano prepara bene il match. Soprattutto psicologicamente, ma questa certo non è una novità.

I suoi partono con i piedi di piombo. La consegna è: “provarci, senza imbarcare”. E così i suoi fanno.

David Luiz domina la mediana tenendo in linea di galleggiamento i suoi. La difesa non concede eccessive sbavature. Davanti Eto’o si danna l’anima, Willian svaria molto, Schurrle sostituisce Hazard e fa il fenomeno o giù di lì.

Ma guardiamo in faccia alla realtà. Da un punto di vista tattico o di lettura del match Mourinho fa cose “normali”. Da allenatore capace e intelligente, intendiamoci, ma non da fenomeno. Ciò che lo rende fenomeno è la gestione psicologica dei suoi calciatori, ed un perché lo dirò tra poco.

Le mosse: Schurrle è un cambio forzato dagli acciacchi di Hazard. Imputare genialità a questa sostituzione significa fare, con un’espressione tanto cara allo stesso tecnico ex madridista, “prostituzione intellettuale”.

Il belga si fa male e lui gioca la carta tedesca. Che risulta vincente.

Per non parlare degli ultimi minuti. In cui hai una sola speranza: buttare la palla davanti e sperare in qualcosa. Da qui l’ingresso di Ba e Torres. Mosse semplici, che avrebbe fatto più o meno chiunque.

Alla fine la risolve proprio Ba, lesto ad approfittare di un tiro di Azpilicueta sporcato, che mette fuorigioco la difesa (Maxwell si allunga ma non ci arriva).

Colpo di genio?

No. “Culo”.

Chapeau Mourinho. Quando “piange” dopo una sconfitta mi piace meno di zero. Ma se non altro, da gran signore, sa vincere.

L’ultimo pensiero lo dedico al GENIO che sapendo che il Chelsea avrebbe potuto combinare lo scherzetto al Paris St Germain, e quindi a Blanc, si è recato allo stadio con la maglia di Emil Kostadinov.

Il nesso logico, è capibile, non è chiaro a tutti. Quindi mi permetto di spiegarlo anche a chi non ha colto la sfumatura.

17 novembre 1993, stadio Parco dei Principi, Parigi. La nazionale di casa si gioca l’accesso ai Mondiali che si svolgeranno l’anno seguente negli Stati Uniti sfidando la rampante Bulgaria di un certo Hristo Stoichkov, talento e genialità al servizio del suo popolo.

Un pareggio sarebbe bastato ai ragazzi di Gerard Houllier per strappare la seconda posizione, e quindi un pass per l’America, dietro la nazionale svedese.

Francia che schierava una squadra tutt’altro che disprezzabile, quella sera. In campo c’erano in fatti giocatori di alto livello come Desailly, Deschamps, Papin, Cantona… e lo stesso Laurent Blanc.

Sono proprio i padroni di casa a portarsi in vantaggio, grazie a “Sua Maestà Genio e Sregolatezza” Eric Cantona.

Francia che probabilmente si sente tranquilla e viene così beffata solo cinque minuti più tardi da Kostadinov, che pareggia.

Il che però non basterebbe a garantire il passaggio del turno ai bulgari.

Gli dei del calcio però, è risaputo, sono spesso beffardi.

Al minuto 90 lo stesso Kostadinov è lanciato in profondità da un compagno. Il giocatore taglia da destra alle spalle del proprio diretto avversario, lo supera di slancio e si porta in area.

Arrivato sul punto di sparo proprio il malcapitato Laurent Blanc tenta il tutto per tutto, tuffandosi disperatamente in scivolata. E’ troppo tardi. Emil esplode il proprio destro e buca Lama sul primo palo. E’ il goal del 2 a 1. Francia a casa, Bulgaria ai Mondiali statunitensi.

(A parziale discolpa dei francesi va detto che vennero eliminati nel girone che si rivelò essere il più ostico del lotto, contenendo le due squadre che l’anno seguente si affrontarono nella finale per il terzo e quarto posto proprio negli States. E che solo quattro anni più tardi, aperto un nuovo ciclo, seppero laurearsi campioni del mondo proprio in quel di Parigi.)

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Subito dopo i sorteggi dei quarti di finale di Champions League la netta parte di osservatori ed appassionati sentenziarono che quello tra Paris Saint Germain e Chelsea sarebbe stato lo scontro più equilibrato tra i quattro.

L’andata è però stata vinta in maniera più larga del previsto dai parigini padroni di casa, che si sono riusciti ad imporre per 3 a 1 mettendo sicuramente almeno la punta del piede in semifinale.

I giochi però sono ancora apertissimi. Con un 2 a 0 tutt’altro che impossibile da centrare i Blues riuscirebbero infatti a strappare la qualificazione ai francesi, che di contro aspettano la gara di stasera frementi, consci del fatto che si tratti di una vera e propria prova di maturità per loro: in palio c’è l’accesso al gotha del calcio europeo.

Chi la spunterà è difficile da dire. Sicuramente l’attesa è tanta. La speranza di poter vedere un bel match, da neutrale, anche di più.

Ma facciamo qualche comparazione tra i due team che scenderanno in campo…

I londinesi padroni di casa dovrebbero schierarsi col classico 4-2-3-1, sempre più modulo base di molti club europei. Diverso invece il discorso riguardante gli ospiti, accreditati del 4-3-3.

Prendendo le possibili formazioni in mano è facile notare come sotto molti punti di vista il duello dovrebbe essere abbastanza equo. I rispettivi 11 hanno infatti segnato 8 e 9 goal in questa edizione della Champions League, per un rating WhoScored medio praticamente uguale, che vede il PSG davanti al Chelsea di un solo punto decimale (7.2 contro 7.1).

Davvero molto simili, a conferma del fatto che chi prevedeva un duello equilibrato aveva la carta dalla propria parte, anche gli altri parametri. Se l’età media è praticamente uguale, lo stesso si può dire per i tiri medi per giocatore (un decimo in più per i padroni di casa), i duelli aerei (il Chelsea ne vince il 4% in più), i dribbling (0.4 in più a partita, sempre in favore dei Blues) ed i tackle (il questo caso è il dato parigino a risultare migliore, 1.8 contro 1.7).

Alla fine le uniche differenze sostanziali che si possono notare statisticamente osservando i due probabili 11 in campo riguardano gli assist (15 contro 10 per il PSG) e l’altezza media (ben cinque centimetri in più in favore dei Blues, in questo caso).

Insomma, equilibrio al potere.

Proviamo quindi a fare il classico giochino del “ruolo per ruolo, chi tiri giù dalla torre”. E vediamo se un certo equilibrio persiste anche qui (quello scritto tra parantesi è il rating WhoScored inerente a questa edizione della Champions League)…

Cech (6.82) vs. Sirigu (7.19)

Sebbene il rating sia fortemente appannaggio del portiere italiano e nonostante fossi nel Chelsea avrei già accantonato il portierone ceko in favore di Courtois… beh, nonostante tutto sulla gara secca mi affiderei ancora più volentieri al primo piuttosto che al secondo, nonostante gli anni passino per tutti ed anche l’ex Rennes qualche segno di vecchiaia ha iniziato a palesarlo.

Ivanovic (7.48) vs. Van der Wiel (7.61)

Qualcuno si stupirà nel sapere che tra tutti i 22 probabili in campo il secondo rating più alto è quello del terzino olandese trasferitosi sulle rive della Senna. Eppure Van der Wiel, che pure ha limiti molto evidenti secondo chi scrive, sta giocando una grandissima Champions, essendo anche stato capace di servire ben 4 assist nei sei match giocati ai suoi compagni di squadra. Quindi vince lui il duello col terzino serbo? Assolutamente no. Ivanovic è secondo il mio parere uno dei difensori più solidi dell’intera Europa. Un giocatore cui non rinuncerei mai e che proprio anche nel corso di questa Champions ha dimostrato comunque più affidabilità, in fase di non possesso, rispetto all’omologo parigino. Certo, il suo apporto in fase offensiva resta comunque più limitato di quello che riesce a generare il proprio avversario, ed in un contesto in cui ci sono due goal da recuperare questo può essere in un certo senso penalizzante. Ma è pur vero che se vuoi ribaltare il risultato, non può nemmeno permetterti di subire goal…

Cahill (7.06) vs. Thiago Silva (7.07)

Come ben sa chi mi segue su Facebook (pagina molto attiva grazie soprattutto ai tanti utenti che ci si sono affezionati… vi invito a seguirci perché escono spesso discussioni molto interessanti!) ritengo il centrale brasiliano il difensore più forte al mondo, oggi come oggi. Quindi nonostante il buon Cahill stia giocando sicuramente su livelli interessanti per quello che mi riguarda la discussione qui non comincia nemmeno.

Terry (6.93) vs. Alex (6.82)

I due sono stati compagni di squadra per diversi anni. Primavere che sono passati per entrambi, ovviamente, ma che sembrano farsi sentire – semplice questione anagrafica – più per il nazionale inglese che non per Alex. Però, un po’ come nel caso del duello Cahill – Silva, la discussione per me non ha nemmeno da iniziare.

Azpilicueta (7.35) vs. Maxwell (6.97)

Azpilicueta è un giocatore che mi piaceva moltissimo ai tempi delle under spagnole, ma che secondo ad oggi sta ancora rendendo generalmente meno di quanto potrebbe (nonostante un rating molto alto). Quindi pur ritenendolo giocatore in grado di raggiungere in carriera vette di rendimento sicuramente superiori a quelle dell’omologo brasiliano del PSG, opto in questo caso per un pareggio. Dovuto in primis alla tanto decantata – in Italia, almeno – esperienza di quest’ultimo, che in partita come quella odierna può sicuramente entrare in gioco e contare.

David Luiz (6.95) vs. Thiago Motta (7.67)

Un po’ a malincuore, ma per oggi opto per Thiago Motta. Giocatore dal passato ad alto livello (cosa che in realtà sta garantendo tutt’ora) ma che non riesco ad amare. In primo luogo, per fallosità e soprattutto lentezza di gioco. E proprio questa potrebbe essere una delle chiavi di volta del match: la tecnica c’è tutta, ma gli inglesi giocano a ritmi forsennati. Riuscirà il nazionale Azzurro a rimanere bene in partita? Non so. Ma di certo, anche qui grazie all’esperienza, potrebbe comunque vincere il duello di ruolo con Luiz, difensore centrale ormai adattatosi al ruolo di mediano che ha comunque dimostrato di saper fare grande legna lì in mezzo. Paradossalmente anche il Chelsea si gioca molto con lui: dovendo attaccare a spron battuto, David Luiz avrà il compito di contrastare puntualmente le probabilissime ripartenze francesi…

Lampard (7.22) vs. Matuidi (7.46)

Frankie è stato uno dei migliori centrocampisti mondiali dell’ultima decade. Certo, oggi un po’ appannato dall’età, che passa anche per lui. Di contro Matuidi è uno dei perni insostituibili dell’ingranaggio messo a punto da mister Blanc, e sta tenendo livelli di rendimento elevati sia in Champions che in campionato. Nonostante questo però mi trovo ad optare per il sempre ottimo inglese, che ha esperienza, carisma e fiuto per aiutare i suoi nell’impresa.

Oscar (7.1) vs. Verratti (7.28)

Potrò sembrare parziale nello scegliere il talentino pescarese in luogo di quello Verdeoro. Ma al netto di una posizione in campo diversa, tra i due scelgo comunque il giocatore sbocciato in Serie B due stagioni or sono agli ordini di Zdenek Zeman. Opinione che comprendo essere criticabile… ma a me, sinceramente, il buon Oscar non ha mai convinto fino in fondo. Certo, anche Verratti deve crescere molto in molti aspetti del suo gioco… ma ecco, credo abbia un talento superiore. E soprattutto margini molto più ampi. Poveri noi che l’abbiamo fatto scappare all’estero…

Willian (7.18) vs. Lucas (6.83)

Due giocatori che avrebbero le carte in regola per incidere anche più di quello che fanno. Uno – il parigino d’adozione – probabilmente anche più talentuoso dell’altro, che però sta rendendo un pochino di più. Alla fine pari e patta tra i due Verdeoro, in attesa che uno dei due si decida a consacrarsi definitivamente.

Hazard (7.55) vs. Lavezzi (7.02)

In assoluto il più impari dei duelli. Lavezzi è un buon giocatore – che non amo particolarmente, ma resta un buon giocatore – Hazard un grande calciatore, con le stimmate del fenomeno. Buonissima parte delle chance di qualificazione pesano sulle sue spalle. Se stasera sarà in serata il Chelsea avrà concretamente la possibilità di farcela. In caso contrario…

Torres (6.95) vs. Cavani (7.34)

WhoScored dà partente Torres, la Gazzetta stamattina dava invece Eto’o. Personalmente non avrei dubbi su chi scegliere. Esattamente come non si pongono questioni su chi scegliere tra l’imbolsito spagnolo ed il bomber uruguagio.

Alla fine, in questo senso, il Chelsea vince lo scontro 5 a 4, visti anche i due pareggi. Ulteriore segno di un equilibrio che è equilibrio delle sensazioni, ma anche dei numeri.

Chi vincerà non lo so dire. Certo non scommetterei su un passaggio del turno Blues. Ma da spettatore mi auguro loro ci credano e Mourinho sappia caricarli alla grande, così da poter assistere ad un grande spettacolo.

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