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Archive for settembre 2014

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Quattro mesi e mezzo fa le principali testate sportive italiane (e non solo quelle) lanciarono la bomba scrivendo a profusione titoloni come “Ranking UEFA, il Portogallo ci sorpassa”.

Un’insistenza mistificatoria tale che mi costrinse a scrivere questo pezzo per fare chiarezza sulla situazione: il sorpasso si sarebbe consumato con l’inizio della nuova stagione, ma sarebbe stato solo virtuale. A fare fede sono infatti le classifiche di giugno.

Che, come riportavo nel pezzo in questione, vedevano l’Italia tranquilla al quarto posto, davanti ai lusitani (riposto l’immagine per vostra comodità).

Dovendo però scartare la stagione 2009/2010 (il ranking UEFA è su base quinquennale), quindi quella del Triplete interista, ci siamo trovati, come dicevo, sorpassati dal Portogallo all’inizio di questa annata. Tenendo infatti conto degli ultimi quattro campionati, ed in attesa che si consumi quello attuale, ecco il “tragico” sorpasso.

Che però non conta e non cambia nulla. Serve solo, appunto, a permettere di scrivere titoloni che accalappino l’attenzione della gente.

Proprio nel pezzo linkato qua sopra, spiegavo quindi come il trend degli ultimi anni fosse per altro a nostro favore. Dopo che la stagione 2010/2011 era stata infatti assolutamente appannaggio dei lusitani, capaci di darci “una bella paga”, le nostre portacolori avevano ridotto al minimo la distanza l’anno successivo e poi fatto ben meglio delle compagini portoghesi tra il 2012 ed il 2014.

Il che portava quindi ad una semplice conclusione: non solo non si poteva parlare di sorpasso “effettivo”, posto che la classifica di luglio/agosto non conta nulla. Ma, a meno di particolari miracoli lusitani o clamorosi tonfi italiani, quello stesso sorpasso era destinato a non consumarsi mai.

Detto-fatto, la prima – positiva, finalmente – giornata europea di questa nuova stagione riscrive subito la classifica parziale.

Così se a bocce ferme, come potete vedere nella grafica che segue, ci trovavamo a dover colmare un gap di circa 0,6 punti con il Portogallo, ecco che le vittorie di Juventus e Roma in Champions League e di Fiorentina, Napoli ed Inter (più il pareggio del Torino) in Europa League hanno cambiato subito le carte in tavola.

I risultati positivi delle nostre portacolori ci valgono infatti un bel 4,166 punti. Quelli più in chiaroscuro delle portoghesi (una vittoria, un pareggio ed una sconfitta in Champions più due sconfitte in Europa League e la tara del Nacional eliminato ai playoff e quindi impossibilitato a portare punti in questa stagione) hanno invece fruttato solo 3,250.

Tradotto (come potete vedere dalla grafica che segue, aggiornata): Italia ancora quarta a 55,676, Portogallo quinto con 55,549 punti.

Certo, uno scarto assolutamente minimo. Ma che non giustifica l’allarmismo e i toni urlati, ma da funerale, che si leggevano quasi cinque mesi fa, dopo l’eliminazione dall’Europa League della Juventus.

Intendiamoci bene, lo ripeto ancora: da qui a giugno potrà succedere di tutto. Quindi esattamente come non si poteva dire un mese fa che il Portogallo aveva sancito il sorpasso, non si può parlare oggi di attacco respinto.

Però sottolineare ancora una volta come si sia esagerato nel calcare la mano sul presunto sorpasso, appunto solo virtuale, di maggio… beh, quello permettetemelo!

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Entusiasmo o allarmismo?

L’esordio in Champions League della Juventus targata Massimiliano Allegri mostra due facce in contrasto abbastanza netto tra di loro.

Da una parte, di certo, la grande capacità della squadra Bianconera di controllare il match.

I dati sono chiarissimi in tale senso: 70% di possesso palla juventino, con ben 21 tiri totali (di cui 7, un terzo, nello specchio) contro i soli 4 (di cui uno nello specchio) del Malmo.

Non solo. Tante occasioni create, dominio della sfera assoluto (col 90% dei passaggi compiuti correttamente) e supremazia aerea certificata dal 61% di successo nei duelli di testa.

Dati però forse normali, se letti in questo senso: la squadra più forte d’Italia negli ultimi tre anni ha messo alle corde una compagine svedese con molte meno capacità tecnico tattiche.

Una vittoria casalinga insomma scontata, anche al di là del numero delle occasioni costruite.

Che, anzi, diventano motivo di allarme: può una Juventus capace di creare così tanto vincere solo 2 a 0 (con la seconda rete segnata per altro su calcio piazzato) contro un avversario nettamente inferiore, per altro di fronte al proprio pubblico?

Beh, in questo senso mister Allegri avrà sicuramente da lavorare.

Del resto, paradossalmente, il risultato arrivato da Atene finisce col complicare le cose: l’Olympiakos si impone infatti, in maniera piuttosto inopinata, sull’Atletico Madrid, e balza in prima posizione a braccetto con la Juve a quota 3 punti.

Questo, però, vorrà sicuramente dire che mercoledì primo ottobre il Vicente Calderon sarà un vero e proprio catino ribollente, con i Colchoneros che saranno praticamente costretti a vincere onde evitare che la classifica si possa complicare ancora di più.

Lo scenario potrà infatti essere questo: dopo la vittoria del Pireo ottenuta proprio ai danni della squadra di Simeone l’Olympiakos sa di avere tra le mani un’occasione unica e si presenterà quindi in Svezia con un solo risultato possibile: la vittoria.

Tre punti esterni che saranno tutt’altro che impossibili.

Così, i greci si porterebbero a sei punti. Il che vorrebbe dire che qualora la Juventus vincesse in quel di Madrid, l’Atletico si troverebbe a ben sei lunghezze dalla coppia di testa.

Con quattro partite ancora da giocare nulla sarebbe perduto, intendiamoci. Ma certo la situazione sarebbe ai limiti della drammaticità, con l’Atletico a quel punto praticamente costretto a vincere tutti i restanti match per provare a strappare il passaggio del turno.

Ecco perché Atletico – Juventus è un match già imperdibile, crocevia di buona parte delle chance Colchoneros ma anche possibile ipoteca al passaggio del turno per gli juventini.

Un match imperdibile che, ammetto, sarebbe bello poter vedere live allo stadio. Con l’atmosfera elettrizzante che si respirerà, a maggior ragione in un momento in cui i vicecampioni europei si giocheranno già buona parte delle chance di passaggio del turno.

A chi volesse vedere questo o altri match live mi permetto quindi di dare un piccolo consiglio: è possibile trovare tutte le partite della  Juventus e della Champions qui!

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Chi mi conosce capirà il dolore che mi può provocare scrivere un pezzo come questo. Ma del resto un motto di vita che penso sia bene seguire è “Obbedienza alla verità”, e di fronte ad un dato di fatto non posso che chinare il capo e fare un passo indietro.

Partiamo allora dal principio: amo l’Italia profondamente e non vorrei mai doverne parlare male, tanto meno lasciarla.

Però i problemi del nostro paese sono sotto gli occhi di tutti, ed ogni tanto ammetto che la tentazione di pensare ad una vita all’estero mi viene.

Venendo al calcio, anche qui i problemi sono molteplici: nell’arco di pochi anni il nostro movimento si è involuto tantissimo, e sotto ogni punto di vista: l’under 21 da dominatrice assoluta del palcoscenico europeo fa ormai fatica a qualificarsi all’Europeo stesso, la nazionale maggiore viene da due Mondiali assolutamente disastrosi, i nostri club perdono talenti senza riuscire a porre un freno a questa emorragia, ed in chiave internazionale sono ormai spettatori passivi dei trionfi altrui.

In tutto questo “bel” quadretto si aggiunge quindi la nostra atavica ritrosia a puntare sui giovani, cosa riscontrabile nel calcio come in un po’ tutti i settori della nostra società.

Il tutto, rimanendo proprio al nostro sport preferito, si traduce in giovani promesse bruciate, esplosioni tardive, demineralizzazione dei nostri settori giovanili, per altro ormai – anch’essi – invasi dagli stranieri.

Tutto questo cosa comporta?

Spazi ridottissimi per emergere.

Un ragazzo di potenziale oggi deve battagliare per il posto con coetanei che arrivano da tutto il mondo. Che magari non sono più forti, ma più pronti e maturi sì. E se non giochi non cresci.

Poi, una volta terminato il proprio periodo di formazione, o sei un predestinato o vieni costretto a girovagare per l’Italia, per lo più nelle serie minori, alla ricerca di qualcuno che ti dia un posticino al sole. Che punti sulle tue qualità e provi a svilupparle. Che contribuisca a renderti un calciatore “vero”. Che ti infonda fiducia nelle tue capacità e ti permetta di sbocciare.

Ecco, proprio quest’ultimo è il punto: fiducia.

Tutto ciò che in Italia sembra non venire mai accordata ai giovani, che pure ne avrebbero estremo bisogno. Perché parliamoci chiaro: a parte qualche raro caso di ego ipertrofico, mediamente a vent’anni hai bisogno ti sia data fiducia, per averne in te stesso.

Puoi essere caratterialmente forte e portato a lottare per natura, ma serve comunque la fiducia dell’ambiente per poter crescere nel migliore dei modi.

Senza fiducia, di solito, si finisce per giocare poco, essere accantonati al primo errore e, soprattutto, alla lunga si può iniziare ad autoconvincersi del fatto che non si è all’altezza della situazione.

Ovviamente le mie sono elucubrazioni personali, ma credo che se negli ultimi anni la maggior parte dei nostri talenti non sia arrivata a compiere quanto gli veniva pronosticato in gioventù sia in primis per questa mancanza di fiducia. L’esatto opposto di quanto accade in sistemi come quello spagnolo (sbocciato negli ultimi anni e capace di lanciare giovani talenti a ripetizione), francese (un po’ come da tradizione), almeno parzialmente inglese (i casi sono molteplici, sicuramente molti più che in Italia) e tedesco (dove si trovano minorenni tranquillamente titolari anche in Bundesliga).

Il punto è questo: se a 17 anni sei titolare in una massima serie, a 20 avrai già tre campionati alle spalle, un buon bagaglio d’esperienza e soprattutto, se vali, un certo patrimonio di fiducia nei tuoi mezzi. Del resto se fossi scarso non ti saresti fatto tre anni da titolare in Liga, Premier, Ligue 1 o Bundesliga.

Così ti ritrovi a vent’anni ad essere quasi un veterano, con però ancora molta prospettiva di crescita davanti a te. Un po’ la stessa prospettiva che hanno i nostri giovani in Italia, che però mediamente a quel punto di esperienza ad alto livello ne hanno zero ed ancora sono lì a chiedersi se un posto in Serie A possono valerlo.

Nomi?

Pellè ne è l’emblema. Ma anche il redivivo Okaka. Così come tutta una serie di giocatori che hanno ormai tra i 23 ed i 25 anni, ma che ancora non sono riusciti ad imporsi davvero ad alto livello, pur avendo le possibilità di farlo.

Quindi?

Quindi per quanto mi costi dirlo, forse i nostri giovani dovrebbero iniziare a pensare a strade alternative, esattamente come succede al di fuori del calcio.

Personalmente esperienze di vita all’estero non ne ho fatte, proprio per via di quell’amore spassionato che mi lega alla mia terra, da cui vorrei non separarmi mai.
Ma di amici che non trovando grandi prospettive di vita hanno deciso di darsi una chance altrove ne ho parecchi. E di tutte le estrazioni sociali e le competenze. Dal ragazzo che vive da anni in Australia all’amica che fa la ricercatrice in Francia, passando per il cameriere londinese e l’impiegata tedesca.

Ecco, un po’ allo stesso modo se avessi un figlio di 15-16 anni al massimo che fosse particolarmente portato per il calcio e mi desse l’impressione di poter avere prospettive di livello, credo proprio lo porterei altrove.

Perché ripeto, qui l’iter è noto: cresci in un settore giovanile dove si pensa più a vincere i tornei che non a formare i ragazzi e dove se atleticamente sei maturo giochi anche qualora ci siano panchinari tecnicamente più dotati di te.

Terminato il biennio della Primavera vieni dirottato in Lega Pro. Tutt’al più in Serie B, ma sei quasi più un’eccezione a conferma della regola che non altro. Se poi gli astri si allineano, allora forse si possono schiudere direttamente le porte della Serie A, dove però o sei un mini-fenomeno oppure non giocherai praticamente mai.

Così inizi a girare, spesso a vuoto, per l’Italia. Perché poi anche in Lega Pro, per quanto tu possa essere forte, sarai considerato un “bambino”, ancora troppo inesperto perché ci si possa fidare di te.

E allora potresti finire col non giocare molto. E le volte che giocherai, il livello sarà comunque bassino, non così tanto performante da farti sviluppare appieno il tuo potenziale.

Poi dopo un lungo girovagare e alla fine di un periodo in cui i tifosi si saranno dimenticati di te qualcuno potrà dire “ai tempi quello prometteva bene”, e magari darti una chance. Ma nel frattempo tu ti sarai sentito così sminuito dal corso della vita e della tua carriera da non poter più dare ciò che in potenza avresti potuto.

Ok, è una ricostruzione forse un po’ estrema dei fatti, ma in molti casi succede così. E’ sotto gli occhi di tutti.

Per me ruota più o meno tutto attorno alla fiducia. Che in Italia manca.

Ah, un ultimo appunto: migrare all’estero non deve significare per forza andare al Chelsea, al Real o al City.

Anzi.

Un po’ perché sono squadre che spesso sono multietniche già nelle giovanili, e quindi ti troveresti comunque a dover sostenere un livello di competizione altissimo. Un po’ perché mediamente poi lo spazio in prima squadra sarebbe ridottissimo.

Dovessi guardare all’estero io, farei una bella cernita di tutti i settori europei più importanti, soppesando i vari fattori per poi decidere dove provare ad infilarmi.

Per dire, in Inghilterra guarderei subito al Southampton, prima che a realtà più blasonate. Così come non mi spiacerebbe un Benfica o un Ajax, venendo a campionati di minor spessore. Per non parlare dell’Anderlecht, sicuramente tra le squadre in cima alla lista.

Anche il PSG ha un ottimo settore giovanile, ma purtroppo scarsi sbocchi in prima squadra.

Insomma, ragazzi miei, pensateci bene. Forse è arrivato il momento di strigliare il nostro paese. Lasciarlo e fargli capire che se non si dà una mossa e non cambia velocemente, il suo futuro sarà sempre più nero…

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La rincorsa della nazionale under 21 di Gigi Di Biagio verso i playoff di qualificazione ai prossimi Europei di categoria è stata affannosa.

Ma alla fine, soprattutto grazie allo sprint finale, gli Azzurrini ce l’hanno fatta: primo posto nel girone e testa di serie al sorteggio, che ci ha assegnato un avversario comunque scomodo: la Slovacchia.

Un movimento calcistico che vuole crescere e mettere il proprio nome sul planisfero calcistico.

Per farlo, va da sé, si deve passare anche da sfide come quella che vedrà i loro under 21 sfidare i nostri, con vista sulla Repubblica Ceca.

Proprio per conoscere meglio la squadra che il mese prossimo ci contenderà un posto all’Europeo (che, ricordo, darà possibilità di qualificarsi alle Olimpiadi di Rio) ho interpellato Massimo Tanzillo, attivo da anni in rete col suo progetto “Generazione di Talenti” e da qualche tempo anche come talent scount, attività che gli ha permesso di sondare a fondo proprio il calcio giovanile slovacco…

L’urna è stata chiara: Slovacchia. Iniziamo col tratteggiare i contorni generali di questo team. Che tipo di squadra è?

La definirei una squadra ostica. Ha delle individualità importanti che ben si inseriscono in una buona organizzazione di gioco architettata da mister Galad. Diciamo che se il calcio slovacco ad alti livelli non sta vivendo un ottimo periodo può però guardare al futuro con fiducia.

Molti tifosi italiani hanno tirato un sospiro di sollievo. Eppure la Slovacchia nel girone ha sopravanzato la temibilissima Olanda, strappando anche una vittoria esterna storica proprio nel corso dell’ultima giornata…

Come ti anticipavo prima, l’esito dell’urna potrebbe erroneamente far pensare ad un avversario facile per l’Italia, mentre la Slovacchia è stata capace di arrivare prima nel suo girone con 17 punti mettendosi alle spalle nazioni più quotate come Olanda e Scozia. La vittoria è ampiamente alla portata degli italiani, che dovranno però affrontare la partita con il giusto spirito e massima attenzione.

Veniamo un po’ più nel concreto, ai singoli. Prima di chiederti di indicarci tu i giocatori più talentuosi e temibili di questa Slovacchia under 21 ti faccio qualche nome io. Partendo dai due migliori marcatori della squadra: Adam Zreľák ed Ivan Schranz, entrambi autori di quattro marcature.

Zrelak è balzato agli onori della cronaca dopo un ottimo finale nella stagione scorsa, giocato da titolare tra le fila del Ruzomberok (8 reti per lui). E’ un attaccante molto forte fisicamente che predilige partire largo per poi sfruttare la sua stazza e infilare le difese avversarie. Mi risulta ci sia il Cska Mosca su di lui.
Schranz invece gioca nello Spartak Trnava ed è stato forse la sorpresa di questo gruppo riuscendo ad andare a segno con continuità. Vanta già anche una discreta esperienza in campo internazionale avendo giocato con il suo club le qualificazioni di Europa League e il doppio match con lo Zurigo.

Nella rosa della Slovacchia ci potrebbero essere poi un paio di conoscenze del nostro calcio: Martin Valjent, difensore centrale in forza alla Ternana, e l’ex bresciano Richard Lašík, tornato lo scorso luglio allo Slovan Bratislava.

Lasik è da sempre un mio pupillo. In Italia ha forse pagato l’eterno paragone con Hamsik, avendo una storia calcistica simile, ma a mio modo di vedere l’ex bresciano può dare il meglio di sé in chiave di regia, quindi giocando qualche metro dietro rispetto al partenopeo. In patria potrà sicuramente percorrere la carriera che merita.
Anche Valjent è già una conoscenza del nostro calcio, la Ternana lo prelevò dal Dubnica, nasce difensore ma può giocare anche a centrocampo e quest’anno è già sceso in campo in serie B contro Pescara e Crotone.

Beh, da massimo esperto di giovani slovacchi non posso che chiedere a te, ora, di fare qualche nome!

Oltre ai nomi già citati sicuramente il primo che pongo alla vostra attenzione è il centrale di difesa Ninaj, gioca nello Slovan Bratislava e denota grande personalità e sicurezza.
Al suo fianco dovrebbe giocare il lunghissimo Hudak, suo compagno di squadra anche nello Slovan e che ho avuto modo di portare personalmente da giovanissimo in Italia al San Paolo e ora ci ritornerà da professionista nel match di Europa League contro il Napoli.
Mi spiace sia uscito dal giro causa infortunio Pinter, centrale mancino dello Zlate Moravce che ho proposto quest’estate ad un paio di squadre italiane.
Degni di citazione, infine, sono sicuramente anche Ondrej Duda (forse quello con più potenziale di tutti) che ha il compito di collegare il reparto di centrocampo a quello di attacco e il terzino sinistro Mazan del Senica, club con cui ho il piacere di collaborare a stretto contatto.

Buttando un occhio al futuro e pensando già al prossimo ciclo di under 21, ci sono giocatori da tenere particolarmente d’occhio?

Sicuramente punti di forza del prossimo gruppo U21 saranno Satka (difensore già in forza al Newcastle), Kosorin (punta titolare nel già citato Fk Senica) e la coppia dello Zilina Lupco e Mihalik. Infine di grande prospettiva, ma non nell’immediato dell’U21 ovviamente, è Denis Baumgartner trequartista classe ’98 acquistato dalla Sampdoria e che avevo avuto modo di far provinare anche alla Juventus.

In ultimo non posso non chiederti un pronostico: chi passa?

Anche se sono un grande appassionato del calcio dell’est resto un tifoso dell’Italia che d’altronde è tecnicamente e tatticamente nettamente superiore. Forza Azzurri!

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Questo pezzo me lo ha – involontariamente – ispirato Francesco a.k.a. FletcherLynd, con cui ho avuto un rapido scambio di idee a margine della gara disputata dalla nostra under 21 contro Cipro.

In particolare il tweet incriminato è questo:

Insomma, un paragone diretto tra Belotti e Vieri, ovviamente a parità di età.

Un paragone che poi, l’indomani, avrei personalmente allargato anche al buon Zaza.

Ma qui bisogna far partire una serie di presupposti:

  1. Il primo è anche il più importante: ogni giocatore è uguale solo a sé stesso, come si dice. Ma il calcio, da sempre, vive di paragoni. Che vanno sicuramente saputi fare [quanto sono inutili quelli che si basano semplicemente sulla provenienza (un giovane nigeriano sarà il nuovo Okocha, un argentino il nuovo Maradona, ecc) o sull’aspetto fisico (Zaza somiglia ad Anelka, ecc)?] ma soprattutto vanno saputi leggere. Dire che “X ricorda Y”, infatti, non significa dire che giochino esattamente allo stesso modo né tantomeno che i due siano forti uguali.
    Semplicemente, che hanno alcune caratteristiche simili ed assimilabili.
  2. Belotti è ancora molto giovane e fondamentalmente non ha esperienza ad alto livello. Logico che prima di poterne pesare seriamente le doti si dovrà aspettare. Ma è pure chiaro che o si decide sempre di parlare solo col senno del poi, e allora a quel punto si fa mera analisi di un fatto, oppure è giusto e bello arrischiarsi in qualche ipotesi preveggente.
  3. Anche qui, una certa importanza: Zaza ha fatto un goal in Nazionale, giocando per altro molto bene. Ma è logico che non lo si può, ora, far passare come un fenomeno. Di strada da fare ne ha ancora tantissima e non è affatto detto esploda. Quanto stanno facendo certi media, che hanno bisogno di costruire fenomeni mediatici da cavalcare, lo trovo esecrabile.
    Non parlarne del tutto, però, sarebbe altrettanto sbagliato.

Belotti e Zaza rappresentano una tipologia di giocatore che è probabilmente mancata negli ultimi anni, alla Nazionale italiana.

Una punta capace sia di battagliare con forza e vigoria in area di rigore (181 centimetri per 72 chili il primo, 187 per 75 il secondo) che di aiutare la propria squadra in fase di non possesso.

Soprattutto, una punta che dia l’impressione di poter diventare un solido cannoniere, a prescindere dal tipo di gioco che può trovarsi ad interpretare.

Christian Vieri è stato un giocatore abbastanza unico. Forte, potente, esplosivo sulle gambe, tecnicamente ben sgrezzato tanto da aver segnato anche qualche golletto di pregevole fattura.

Un brutto anatroccolo cresciuto in provincia che, con il passare del tempo, ha saputo conquistarsi spazio e visibilità, sino a diventare una delle prime punte migliori della sua epoca.

Qualche presenza in A nel Torino e poi la gavetta di tre anni in B con le maglie di Pisa, Ravenna e Venezia. Quindi ancora la A con l’Atalanta, da cui nel 1996 lo prelevò la Juventus, che lo lanciò nel grande calcio cedendolo l’estate seguente all’Atletico Madrid, dove vinse il titolo di Pichichi.

Insomma, Vieri ci mise 23 anni a guadagnarsi la chiamata di un club di primissimo livello, in un calcio in cui per altro gli stranieri erano meno di oggi.

Da questo punto di vista Belotti ha quindi ancora tutto il tempo per uguagliarlo, ma anche migliorarlo. Diverso invece il discorso di Zaza, che se per quanto riguarda i club non è ancora riuscito a trovare spazio in una big (la Juve ne acquistò il cartellino, ma non ci puntò mai davvero), è stato più precoce del talento italoaustraliano per quanto concerne la nazionale.

Ma perché questi due giovani dovrebbero essere in qualche modo accostati ad uno degli attaccanti più forti e prolifici del nostro calcio?

Beh, un po’ proprio per la storia. Se Del Piero e Totti erano dei predestinati, lanciati sin da giovanissimi nel calcio che conta, Vieri ha dovuto sgomitare e lavorare molto in provincia per riuscire ad imporsi ed arrivare sino a diventare compagno dei due in Nazionale.

Allo stesso modo Belotti (cresciuto nell’Albinoleffe e passato al Palermo in B l’anno scorso) e Zaza (cresciuto all’Atalanta e sgrezzatosi tra Castellammare di Stabia, Viareggio ed Ascoli) non sono considerabili predestinati, come invece potrebbe esserlo un El Shaarawy.

Ma comunque, con quella stessa fame e voglia di arrivare che caratterizzò il bomber di Bologna sia Belotti che Zaza si sono conquistati la Serie A. Ed il secondo anche la Nazionale.

Nessuna volontà di elevare a fenomeni due giocatori che, oggi, fenomeni certo non sono. E che magari non lo saranno mai.

Ma del resto chi, in quell’inizio dei novanta, avrebbe pensato che Christian Vieri sarebbe diventato capocannoniere in Spagna, avrebbe segnato una nuova cifra record per il suo trasferimento all’Inter, sarebbe stato trascinatore di una squadra sempre a caccia di grandi risultati e soprattutto titolare fisso della Nazionale, che seppe trascinare fino ai quarti di finale del Mondiale del 98?

Io credo più o meno nessuno.

E allora che Belotti e Zaza continuino a crescere con la stessa fame ed abnegazione che li ha portati a migliorarsi sempre e a crescere professionalmente.

Il tempo è dalla loro parte, e se anche Christian Vieri è unico ed irripetibile chissà che qualche altro blogger, tra quindici o vent’anni, non possa finire col paragonare qualche giovane affamato di belle speranze proprio a uno tra Andrea e Simone…

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Dopo avervi illustrato il regolamento del Fantacalcio di Sciabolata Morbida, ecco a voi la rosa da me scelta per parteciparvi (assieme ad altri 94 FantAllenatori che hanno raccolto la mia sfida sui social).

Partiamo dalla porta.

Sinceramente ci ho messo abbastanza a decidere.

Con l’addio di Antonio Conte la Juventus temo infatti possa non essere più il fortino quasi imperforabile degli ultimi tre anni, così che le prestazioni dei loro estremi difensori potrebbero risentirne.

Al tempo stesso qualche dubbio nasce sulla Roma, che oltre a non avere un super interprete del ruolo ha anche una difesa rivisitata rispetto alla scorsa stagione, che per altro sarà impegnata anche in Champions.

Il Napoli dietro non mi convince. In più, Rafael non è Reina.

E via così.

Dovessi scegliere semplicemente un portiere prenderei sicuramente Handanovic. Ma contando molto anche la squadra, trattandosi di non subire goal e quindi in primis azioni pericolose, alla fine la scelta è caduta su Gianluigi Buffon, con Storari e Rubinho come secondo e terzo.

Vedremo se pagherà.

La difesa vede invece un grande apporto di terzini, per lo più giovani. Con un “grande vecchio” a far da chioccia e guidare il gruppo: Nemanja Vidic.

Assieme a lui ho quindi puntato sull’interista Dodò. Giocatore di classe e qualità, da terzino puro mette in mostra diverse lacune difensive. Da fluidificante potrebbe però sfruttare meglio le sue capacità in fase offensiva. E chissà, regalarmi qualche soddisfazione.

Come giovani terzini ho puntato anche sulla freschezza e le qualità di De Sciglio (non mi convince fino in fondo, sia perché il Milan è un punto interrogativo che per la sua fragilità fisica), Vrsaljko (sperando strappi un posto da titolare, dato che pare non debba giocare la prossima) e Zappacosta (il titolarissimo dell’under 21, chiamato a confermarsi anche in Serie A), con Sorensen che può disimpegnarsi bene sia al centro che sulla fascia.

A completare la rosa c’è quindi la scommessa Bianchetti (capitano e colonna dell’under 21, con cui si laureò già vicecampione europeo l’anno scorso, non può fare la riserva ad Empoli) ed il buon Darmian, chiamato a confermare l’ottima stagione dell’anno scorso.

A centrocampo ecco quindi un mix di affidabilità, freschezza e cuore.

Innanzitutto niente Vidal. Che vuol dire molto, dato che amo l’attuale corso cileno (di cui ho parlato anche qui). Però la paura per le sue condizioni fisiche (il ginocchio preoccupa e ha fatto desistere le pretendenti di mercato, in più dovrà stare fermo i prossimi venti giorni per un problema muscolare) mi hanno fatto desistere dall’acquisto. Potrebbe sempre rientrare in squadra durante il mercato di riparazione, quando si sarà testato sul campo.

Due cileni, comunque, li ho acquistati: il pitbull Medel, giocatore che amo profondamente vista la garra che trasmette in campo, ed il redivivo Pizarro, geometrie e piedino fatato in un corpo sempre più segnato dal tempo.

Se ho scartato Vidal ho invece deciso di acquistare il suo compagno di merende, Paul Pogba. Rinnovo vicino e la necessità di confermare – e implementare – quanto fatto vedere nei primi due anni di Juve. Dovrebbe essere una delle sicurezze della mia squadra.

Con lui, a centrocampo, anche quel Borja Valero che amo follemente dai tempi del Villareal. Un giocatore che dissi lungamente andasse acquistato e che arrivò solo con la retrocessione del Sottomarino Giallo in Liga Adelante.
Oggi è una certezza.

Tra le sicurezze della mediana anche un altro spagnolo, Callejon. Partito col freno a mano un po’ tirato in questa stagione, dovrebbe garantire una decina di goal, che per un centrocampista – pur spiccatamente offensivo – non sono un brutto bottino.

Ci sono poi due giovani italiani: quel Soriano che sponsorizzo dai tempi in cui lasciò il Bayern per tornare in Italia (ci ha messo un po’, ma adesso si parla addirittura di nazionale maggiore per lui) e quel Crisetig che si mise in bella mostra con l’under 17 del 2009, squadra che mi è rimasta nel cuore (peccato Fossati e Carraro non siano “arrivati”).

A completare il reparto ci pensa quindi l’unico giocatore che non ho comprato per questioni di “affetto” ma per semplice utilità: Josip Ilicic.
Visto l’infortunio di Giuseppe Rossi…

Il punto focale di ogni FantaSquadra, però, è sempre l’attacco. Ed il mio posso dire essere bello robusto, visti i tanti soldi a disposizione (è il primo anno di FantaSM, i fondi andranno sicuramente ricalibrati l’anno prossimo).

Così ho potuto dare alla mia fase offensiva forti tinte albicelesti. Le due star del gruppo sono infatti bomber Higuain, sfortunato protagonista dell’ultima finale Mondiale, e l’Apache Tevez, due giocatori che possono dominare, con la loro qualità, un campionato sempre più povero come il nostro. Indubbio dire che da una coppia così non posso che aspettarmi 35-40 goal.
Che Dio me la mandi buona.

La banda argentina si completa quindi col golden boy nerazzurro Mauro Icardi, altro giocatore che seguo fin da tenera età.
Un ragazzo che per me arriverà a segnare almeno 20 goal in un singolo campionato di Serie A, perché ne ha le qualità. Avendolo comprato, spero lo faccia già quest’anno.

Attacco molto giovane, il mio.

Al classe 93 Icardi affianco infatti il classe 92 El Shaarawy, chiamato alla definitiva consacrazione. Le qualità le ha tutte. Ora deve solo trovare continuità. Speriamo non si rompa.

Ma non solo. C’è infatti anche un altro classe 93, il bomber dell’under 21 Belotti.

In realtà tra i giovani attaccanti avrei voluto Zaza, che probabilmente al posto del Faraone poteva anche starci. Ma lo conosco e seguo da troppo tempo per non dargli un incoraggiamento così, puntando su di lui.

Infine a chiudere il conto è il più giovane dell’intera rosa, Federico Bernardeschi. Un giocatore che sui social vi avevo segnalato già un anno fa e che dopo la bella stagione di Crotone ha stregato sia Prandelli, che Montella, che Di Biagio.

Anche lui, purtroppo infortunatosi giusto ieri con l’under 21, potrebbe beneficiare della lunga assenza del povero Pepito…

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La cessione sul filo di lana di Bryan Cristante ha scosso molto l’ambiente del tifo Rossonero.

Non poteva essere altrimenti.

Del resto una volta chiusa del tutto l’epopea del Milan di Ancelotti era chiaro come la società dovesse iniziare a riprogrammare il proprio futuro. Quel gruppo fantastico capace di vincere tutto non poteva certo durare per sempre.

Il ricambio generazionale non è però stato gestito nel migliore dei modi. E soprattutto, col passare del tempo, il Milan ha risentito della crisi del nostro paese così come del nostro calcio, andando in difficoltà in maniera lampante.

Gli acquisti di Ibrahimovic e Robinho, che permisero ai Rossoneri di Allegri di vincere un campionato e qualificarsi nei due anni successivi alla Champions sono stati forse l’ultimo vero sussulto di quello che era il “grande Milan”.

Con la partenza dello svedese e di Thiago Silva si è quindi aperta definitivamente la crisi per uno dei club più vincenti e conosciuti al mondo.

Una crisi da cui la stessa società disse a più riprese di voler uscire seguendo una linea verde: basta sprechi e spazio a giovani che potessero aprire un ciclo nuovo.

L’acquisto di Balotelli, da parte mia ampiamente criticato da subito, poteva in un certo qual senso andare in quella direzione.

La realtà dei fatti, però, è che anche al netto di quell’investimento sbagliato il Milan non ha (ancora) dimostrato di puntare davvero sulla linea verde, e proprio la cessione del gioiellino di centrocampo fatto in casa lo dimostra ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno.

E attenzione, questo varrebbe anche qualora Cristante non dovesse dimostrare, in carriera, di valere un posto nel Milan. Perché i discorsi col senno del poi sono facili. Il punto è dimostrare oggi fiducia ai propri giovani. Ed il Milan qualcuno da provare (in primis proprio Bryan) l’avrebbe (o aveva, nel suo caso).

Proprio nelle ore che hanno accompagnato l’addio del ragazzo a Milano, direzione Lisbona, si è scatenato un gran can can su Twitter, come ampiamente preventivabile. Ed è su questa ridda di voci che vorrei far vertere questo pezzo, tardivo ma doveroso.

Partiamo quindi dal famoso, decantato e già citato progetto giovani.

Non sarà finissimo, ma questo tweet di @cecio10 rappresenta abbastanza bene la dissonanza milanista: quando si parla di progetto giovani non si può cedere il proprio miglior prodotto delle giovanili lanciabile in prima squadra al momento. Passi per De Sciglio e l’ex genoano El Shaarawy, ma un Cristante non può non essere tenuto ed inserito in rotazione, se si deve costruire un ciclo nuovo e vincente.

Questo a prescindere dal fatto che, come giustamente detto da qualcuno, Cristante non aveva ancora dimostrato di meritare il Milan. Ma del resto finché non gli si da la possibilità di farlo…

Sempre a questo proposito riporto un mio tweet in cui citavo @milannight. La questione è la medesima: non puoi partire dicendo che i fenomeni vanno costruiti in casa per poi cedere Cristante alla prima offerta buona. E’ un controsenso.

Lo è anche partendo dalla consapevolezza che Cristante non è e non sarà un nuovo Messi. Ma del resto, non è solo sui Messi che si fondano le squadre vincenti.

Comunque, l’incoerenza è palese.

Veniamo quindi alle questioni economiche. Ok, il Milan ha sicuramente un problema inerente il tetto ingaggi e la scarsa liquidità. Quindi, per fare mercato ha bisogno di tagliare i costi da una parte e cedere giocatori capaci di portare cash nelle proprie casse dall’altra.

Ma partendo dal presupposto che l’idea iniziale era quella di cedere Cristante per pagarsi l’acquisizione di Biabiany… ecco, lascio ad @AleStefanelli87 il commento, che personalmente trovo azzeccato:

Non solo. Tornando a @milannight, ecco una giustissima riflessione sulla questione costi (con relativa gestione da parte della società):

Perché spendere quei soldi per un giocatore praticamente finito quando si potevano usare per trattenere Cristante, girandoli sulle operazioni Biabiany-Bonaventura?

Purtroppo alla base sembra mancare una vera vision, un respiro ampio, una capacità di programmazione che vada oltre il semplice oggi.

A darmi ragione in questo discorso, ecco il tweet di @DiaVoltaire:

Una fondamentale miopia di base di cui parlo da almeno due o tre anni, personalmente. Cosa che mi ha portato ad essere anche accusato di essere, non si capisce per quale motivo poi, “anti-Galliani”.

Beh, credo invece che proprio questa cessione con tutto ciò che ha comportato ben dimostri come le cose che vado ripetendo da tempo sono, bene o male, fondate. E che non c’è un sentimento di “odio” nei confronti di nessuno, ma una semplice valutazione di quella che è la situazione-Milan.

In ultimo, altre tre considerazioni.

La prima viene direttamente da me:

E’ assolutamente probabile che Bryan Cristante giocherà molti più minuti in Portogallo di quanti non ne avrebbe giocati in Italia. Per altro là avrà la possibilità di esprimersi anche sul palcoscenico europeo, sicuramente una vetrina importante nonché un banco di prova fondamentale per lui.

Quindi se osserviamo le cose non dal punto di vista della società, che a mio avviso ha compiuto un errore, quanto da quello del giocatore ecco che si può prendere questa cessione come una cosa positiva. Il tutto sperando che il Benfica, per una volta, sia rampa di lancio anche per un nostro giovane calciatore.

Tornando invece per un attimo a parlare della “politica verde” che dovrebbe seguire il Milan, una giustissima considerazione – ci avevo pensato anche io – di @intenditore11. La classe 98 Rossonera è talentuosa ed interessante. Ci sono giocatori come Mastour, Cutrone e Llamas (ma anche Locatelli, Malberti, La Ferrara ed altri) che hanno il potenziale per arrivare a giocare in Serie A.

Beh, se io fossi un top club europeo aprire subito il libretto degli assegni, e vedrei di acquistarne il più possibile. Del resto il Milan ha dimostrato che sta vivendo una crisi (economica e di idee) tale per cui un assalto di questo genere non è detto verrebbe respinto.

Infine @augustociardi torna sul solito vecchio problema italiano: la mancanza di fiducia nei giovani.

Che dire? Siamo un paese che non vuole più costruirsi un futuro.

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