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Archive for febbraio 2012

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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La partita di San Siro di ieri sera è la sublimazione della poca cultura sportiva che c’è in Italia.

S’è visto di tutto.

Errori marchiani, botte da Mixed Martial Arts, mischione finale, tifosi schiumanti rabbia.

E in tutto questo il calcio resta solo lo spettacolo che fa da contorno a veleni, insulti e quant’altro.

Allora mettiamo un po’ di ordine.

Quello di Muntari è goal. Vabbè, non serve certo lo dica io.

La palla è nettamente dentro e Vidal è da considerarsi – a mio avviso giustamente – in gioco anche a termini di regolamento (senza l’ok dell’arbitro un giocatore fuori dal campo è da considerarsi in gioco).

Anche qui… ho letto, su Facebook, chi tirava in ballo un goal di Boniek per giustificare il fatto che Vidal andasse considerato non in gioco e quindi che quello di Muntari fosse goal da annullare per posizione irregolare.

Il tutto con pochissima obiettività e scarsa cultura sportiva. Del resto il tifo spesso acceca e non ci si rende conto che in venticinque anni il regolamento è cambiato. E che come agli Europei del 2008 subimmo una rete contro l’Olanda con Panucci – mi pare – fuori dal campo qui alla Juventus è successa la stessa cosa.

Ma no. Milanisti che schiumano verde insultando a destra e a manca. Partendo da Conte con tanto di mamma per arrivare all’ultimo dei tifosi.
In risposta, ovviamente, arrivano solo – o quasi – altrettanti insulti o teorie balzane per provare a difendere la propria squadra.

Allo stesso modo di tutto mi è capitato di leggere rispetto al goal di Matri. Assolutamente regolare (per quanto si tratti di una questione davvero di millimetri).

E anche qui: basterebbe ammetterlo.

Nessuno dice che l’errore su questo goal sia paragonabile a quello fatto nella situazione che ha visto il goal di Muntari non venire convalidato.

E’ semplicemente questione di obiettività.

Nel contempo Vidal viene giustamente espulso per un interventaccio su Van Bommel, Mexes invece la scampa (ma rischia la prova tv).

Arbitraggio semplicemente pessimo. Non c’è bisogno di lasciarsi dominare dalla follia come Pellegatti o offendere i tifosi avversari senza un motivo valido.

Cultura sportiva. Quando ne avremo una in Italia?

Nota a margine: il Milan meriterebbe qualcosa di più. E indubbiamente quel goal annullato a Muntari avrebbe potuto decidere il match.

Juve che nella ripresa si riprende e tutto sommato non demerita il pareggio. Certo però che quando non corre come ci ha abituati è una squadra poco più che normale.

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Nome: Paul Pogba
Data di nascita: 15 marzo 1993
Luogo di nascita: Lagny-sur-Marne (Francia)
Nazionalità: francese, guineana
Altezza: 186 centimetri
Peso: 80 chilogrammi
Ruolo: centrocampista centrale
Club: Manchester United
Scadenza contratto: 30 giugno 2012
Valutazione: 5.000.000 euro

CARRIERA

Nato il 15 marzo di diciannove anni fa a Lagny-sur-Mer, cittadina che sorge a ventisei chilometri ad est del centro di Parigi, Paul Pogba è però ragazzo di origine guineana.

Terzo di tre fratelli, ha il calcio nel sangue.

Non è infatti un caso se da casa Pogba sono usciti tre calciatori su tre: Florentin, che gioca nel Sedan, Mathias, attualmente al Wrexham, e Paul, gioiellino dell’Academy dei Red Devils.

Oggi è a Manchester. Ma i primi passi da calciatore il più piccolo dei tre Pogba li mosse all’US Roissy-en-Brie, società con casa a pochi chilometri da Lagny.

Nel 2006, quindi, il passaggio al più importante Torcy, dove capitanò la squadra under 13, per poi spiccare il volo verso il Le Havre, una tra le società più importanti del settentrione d’Oltralpe.

Un altro paio di stagioni e l’ennesimo trasferimento. Questa volta, però, fuori dal territorio francese.

Su di lui hanno messo infatti gli occhi gli osservatori che Sir Alex Ferguson sguinzaglia in tutto il mondo.

Il ragazzino, ormai sedicenne, è il capitano delle selezioni under 16 di Le Havre e della nazionale francese, e viene ritenuto un potenziale fuoriclasse. Così lo United, applicando pratiche piuttosto antipatiche, lo ruba al Le Havre (che farà partire una sorta di guerra legale durata poi qualche mese) per rinforzare la propria Academy.

Scelta azzeccata, non c’è che dire.

A Manchester Paul viene subito aggregato alla formazione under 18, dove esordisce il 10 ottobre (quattro soli giorni dopo l’ufficializzazione del suo passaggio ai Red Devils) contro il Crewe Alexandra.

Nel complesso, quell’anno, Pogba metterà a referto 19 presenze e 7 reti. Un bottino niente male per un centrocampista.

Le vittorie di squadra, però, stentano ad arrivare. Almeno nei club.

Perché dopo aver sollevato i trofei dell’Aegean Cup e del Tournoi Val de Marne Paul si era dovuto accontentare solo della seconda piazza nel campionato nazionale francese under 16, dove il suo Le Havre si era dovuto inchinare al Lens (che come ho già avuto modo di dire in altre situazioni è indubbiamente un punto di riferimento per il calcio giovanile francese).

Allo stesso modo Paul deve chinare la testa anche al suo primo anno inglese. Quando lo United viene sconfitto – ai rigori – dai pari età dell’Arsenal nella semifinale playoff del campionato under 18 di quell’anno.

Le vittorie, così, continuano ad arrivare solo in maglia Bleus.
Proprio quell’estate, infatti, l’under 18 francese è chiamata a confermarsi nel torneo Memorial Carlo Sassi. E Paul fa, ovviamente, parte di quella squadra che riuscirà a riportare la vittoria finale.

La stagione successiva arriverà invece il suo esordio tra le riserve. Che avverrà, più precisamente, il 2 novembre 2010, in un 3 a 1 con il Bolton.

Sfiorerà solo, invece, l’esordio in prima squadra. Con Ferguson che lo convocherà, il febbraio seguente, in vista del match di FA Cup contro il Crawley Town (oltre che in quello di campionato con i Wolves) senza però dargli modo di scendere in campo.

La mancata gioia dell’esordio in prima squadra sarà comunque compensata dalla prima vittoria di club.

Quell’anno, infatti, le Riserve dello United riusciranno ad imporsi nella FA Youth Cup, battendo 6 a 3, nel doppio confronto finale, lo Sheffield United.

Questa stagione, quindi, il debutto ufficiale in prima squadra. Che arriverà il 19 settembre in Coppa di Lega contro il Leeds.
Il 31 gennaio scorso, invece, sarà la volta dell’esordio (nonché unico cap, finora) in Premier. Quando, in un match contro lo Stoke City, rileverà il Chicharito Hernandez al settantaduesimo minuto.

Pogba che, nel contempo, continua la sua brillante carriera come alfiere delle nazionali giovanili francesi.

Così dopo aver vestito le maglie dell’under 16, dell’under 17 e dell’under 18 è oggi uno dei punti fermi dell’under 19 guidata da Pierre Makowski.

Basta scorrere la lista dei convocati per l’amichevole del 29 con la Spagna, infatti, per trovare il suo nome in mezzo a quello di Areola, Digne, Kondogbia e Bahebeck.

Il suo futuro prossimo, comunque, potrebbe non essere più colorato a tinte Red Devils.

Il suo contratto, come è possibile leggere nella scheda riassuntiva ad inizio di questo articolo, scade infatti a fine stagione. E su di lui sarebbero piombate diverse squadre.

Tra cui anche Milan e Juventus. Con quest’ultima che, secondo quando si vocifera tra Francia ed Inghilterra, sarebbe oggi in pole position per assicurarsi le prestazioni di questa giovane stellina francese (cui Marotta e Paratici starebbero di far firmare un quadriennale).

Il tutto nonostante Ferguson abbia ribadito più volte di puntare sul ragazzo. E nonostante lo United gli abbia offerto – pare – un rinnovo da 15mila sterline a settimana.

Ovvero sia poco meno di un milione di euro l’anno.

CARATTERISTICHE

Come facilmente intuibile dal titolo c’è chi paragona Paul Pogba a Patrick Vieira.

E nel guardare questo colosso d’ebano viene facile capire perché: fisico importante, potenza muscolare, ruolo simile.

La verità, però, è che troppo spesso questi paragoni vengono fatti in maniera superficiale.

Esattamente come in questo caso.

Perché Vieira era giocatore piuttosto completo che sapeva alternare bene le due fasi. Ma che, nel complesso, era, potremmo dire, un mediano molto tecnico con capacità d’inserimento.

In questo senso, invece, Pogba è ben altro tipo di giocatore.

E quindi se entrambi, per semplificare, possono essere definiti “centrocampisti centrali” è altrettanto vero che ci sono due differenziazioni importanti da sottolineare, che fanno saltare il banco a chi azzarda paragoni superficiali: posizione e propensione.

Perché se il collocamento, appunto, è da centrocampista centrale la posizione è più avanzata rispetto a quella occupata da Vieira.

Per non parlare poi della propensione: perché Pogba è giocatore con una gran bella tecnica di base che non disdegna qualche buon dribbling e che soprattutto ama supportare con continuità la fase offensiva della propria squadra.

In più, nonostante l’altezza, si tratta di un giocatore che ha qualche numero interessante palla al piede nella propria faretra ed un calcio che sembra essere più potente e preciso di quello dell’ex Milan, Arsenal, Juventus ed Inter.

Insomma tecnica, rapidità nel gioco di gambe inusuale in un giocatore col suo fisico, forza, potenza, discreta visione di gioco, propensione ad offendere.

Tutte caratteristiche che ne fanno un centrocampista temibile e, soprattutto, un giovane dal potenziale più che interessante.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Per sapere dove potrà arrivare Paul Pogba dovremmo essere degli indovini.

Perché è già capitato in passato di vedere giocatori di 18/19 anni con un potenziale adatto ad imporsi a livello mondiale perdersi poi in un bicchier d’acqua, compiendo una carriera molto al di sotto delle proprie possibilità.

Nel calcio come nella vita, però, chi non risica non rosica.

E se Ferguson se ne è innamorato tanto da portare lo United a presentargli un’offerta faraonica (a maggior ragione se pensiamo al fatto che non ha ancora nemmeno esordito dal primo minuto in prima squadra) e Paratici è disposto a dichiarare guerra allo United è perché questo giocatore ha effettivamente potenzialità importanti.

Avendo la possibilità di acquistarlo a zero, quindi, è un colpo che qualsiasi società al mondo dovrebbe provare a fare.

Perché sì, l’impressione è di essere di fronte ad un giocatore con le potenzialità per essere uno dei migliori centrocampisti della sua generazione.

Assomigliando, in questo sì, a Patrick Vieira.

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Probabilmente no, a Milano non lo rimpiange nessuno.

Forse però anche perché in Italia tendiamo ancora un po’ – e sicuramente a torto – a snobbare la Bundesliga. Per non parlare dell’Europa League.

E quindi probabilmente in pochi staranno seguendo le sue gesta.

Ma partiamo dal principio.

Klaas-Jan Huntelaar parte sommessamente. Nel 2002 fa una presenza nel PSV, per terminare la stagione, da gennaio in poi, al De Graafschap, dove ne accumula altre dieci (coppa compresa). Il tutto senza mettere a segno una sola rete.

Per timbrare il suo primo goal da professionista deve quindi aspettare la seconda stagione. Quella che il giovane nativo di Drempt disputa in prestito ad Apeldoorn, nell’AGOVV.

Sceso di categoria, infatti, il suo talento esplode fragorosamente e Klaas diventa subito uno degli idoli dello Sportpark Berg & Bos.

Quell’anno il ventenne centravanti di proprietà del PSV si scatena e si impone come uno dei giovani attaccanti Oranje più prolifici e interessanti in circolazione.

Tra campionato e coppa il suo score è notevolissimo: 37 partite disputate, 27 reti realizzate.

Che però non bastano a convincere il PSV a riportarlo alla base.

Huntelaar, così, decide di lasciare definitivamente Eindhoven. L’Heerenveen è infatti disposto a puntare forte su di lui e gli offre una maglia da titolare in Eredivisie.

Offerta irrinunciabile per un ragazzo che punta ad imporsi nel grande calcio.

E in Frisia la musica non cambia. Anzi.

La prima stagione il rendimento di Klaas è subito notevole. In campionato timbra 16 centri in 31 presenze. Altre tre reti le realizza in Coppa Uefa.

L’anno successivo il botto. La stagione 2005/2006 è infatti la più prolifica, fino ad oggi, della storia di questo bomber implacabile.

La prima metà di stagione la disputa in Frisia. E ogni palla che tocca è un goal. 17 in 15 partite di Eredivisie, media allucinante. Peccato solo che la Uefa un po’ lo penalizzi. L’Heerenveen del resto non è attrezzatissimo per imporsi in Europa e lui trova qualche difficoltà in più: 2 goal in 6 presenze.

A gennaio, quindi, la chiamata dell’Ajax. Che vuole puntare su di un giocatore in qualche modo bocciato dai rivali storici di Eindhoven per continuare a dare lustro alla propria storia.

E nemmeno qui la media goal si abbassa. Anzi, nel complesso si alza: dalle 20 reti in 22 presenze in Frisia alle 24 in 25 in quel di Amsterdam. Nel complesso, playoff inclusi, Huntelaar quell’anno realizza 35 goal in 35 partite di campionato.

Ma è solo l’inizio.

Statistiche alla mano, infatti, il suo rendimento resterà elevatissimo. Dopo quella stagione ne arriveranno due da 36 goal (la prima delle quali con un bel 9 centri su 9 match in Europa, tra Champions e Uefa). Poi, nel gennaio del 2009, l’ennesimo salto in avanti, con l’approdo al Real. Dove in 20 partite di Liga metterà a segno 8 reti. Dimostrando di non riuscire, almeno da subito, a tenere i ritmi olandesi. Ma comunque confermandosi macchina da goal implacabile anche nella Liga.

Nel suo futuro, comunque, era scritta da tempo la parola “Italia”.

Fin da giovanissimo, infatti, spesse volte il suo nome era stato accostato al nostro paese.

La squadra più vicina a lui, ed in più occasioni, sembrava potesse essere la Juve.

Dopo i sei mesi di Madrid, invece, arriverà il suo sbarco a Milano, sponda Rossonera.

Dove il suo rendimento calerà drasticamente. Arrivando ad essere, se escludiamo la primissima stagione passata tra PSV e De Graafschap, il peggiore della sua carriera.

A Milano, infatti, non si inserisce. Fa fatica ad adattarsi al calcio italiano e non sembra nemmeno a suo agio nel modulo della sua nuova squadra.

Quell’anno, così, per lui sembra essere un po’ un calvario.

Inevitabile, a giugno, l’ulteriore trasferimento.

Così per rilanciare la sua carriera Klaas sceglie, anche intelligentemente, un campionato in netta crescita come la Bundesliga. E, più precisamente, si accasa allo Schalke 04.

Il primo anno, con ancora addosso le scorie psicologiche della stagione passata in Italia, Huntelaar fa però fatica a ritrovarsi. Così in campionato chiude con un goal ogni tre partite, in media. Che, coppe comprese, fanno 13 reti in 35 match. Ovvero sia meglio della stagione precedente, ma comunque non ai suoi livelli.

Quello è comunque un anno di ambientamento ad un calcio nuovo e di disintossicazione dopo la triste esperienza di Milano.

Quest’anno, infatti, Klaas torna ai suoi livelli.

Anzi, anche più in alto che mai. Tanto che l’idea di poter battere il proprio record personale (44 reti in 47 partite nel 2005/2006) non è assolutamente peregrina.

Huntelaar che vuole diventare capocannoniere di tutto. E così ne ha già messi 18 in 21 partite in campionato (dove è attualmente il capocannoniere in coabitazione con Mario Gomez), 5 in 3 presenze in coppa e 10 in 9 match in Europa League. Dove non è capocannoniere solo perché 4 di questi li ha realizzati nel ritorno del turno di playoff contro l’HJK (così che nella classifica marcatori della competizione ufficiale si trova a quota 6, ad una lunghezza da Matias Suarez dell’Anderlecht, eliminato ieri dall’AZ).

Qualcosa tutto questo vorrà pur dire.

Forse Huntelaar non era adatto al nostro calcio. O forse, semplicemente, aveva bisogno di un contesto – soprattutto tattico – diverso in cui potersi esprimere al meglio. O forse, ancora, è stato scartato troppo frettolosamente.

Di certo, però, c’è un fatto: questo ragazzo non è quel brocco che qualcuno disegnò al termine della sua esperienza milanista. Quel giocatore sopravvalutato capace di segnare solo in Olanda.

E a Gelsenkirchen lo sta dimostrando.

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Premessa doverosa: giocavano contro degli “scappati di casa”.

Perché sì, l’Udinese vince e convince in Grecia, dove batte nettamente il Paok strappando il biglietto per gli ottavi di finale.

Ma non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia: troppa la differenza di potenziale tra i due club. E questo nonostante le numerose assenze con cui deve fare i conti Guidolin.

Tre nomi su tutti: Di Natale, Isla, Armero (in panca).

Vince e convince l’Udinese, che dopo un quarto d’ora si trova già con la qualificazione in tasca. A sbloccare il risultato è Danilo, che svetta solissimo in mezzo all’area per schiacciare in porta un cross proveniente dalla sinistra. Dove Pasquale, giocatore che ieri mi ha piacevolmente stupito, pennella in mezzo un angolo che la difesa greca, guidata dal modesto Bruno Cirillo, non ha voglia di disinnescare.

Poi è Floro Flores, con una punizione-bomba dalla distanza, a raddoppiare, e chiudere di fatto il discorso qualificazione.

Il tutto almeno fino a quando Domizzi non realizza, pur disturbato dai soliti laser idioti, il rigore del definitivo 3 a 0.

Mi piace sottolineare, tra le altre cose, il buon arbitraggio della partita di Salonicco. Dove il norvegese Hagen scende in campo determinatissimo a non subire la pressione di uno stadio infuocato. Eccedendo anche un po’, come nel caso del rigore – un po’ generoso – concesso a Floro Flores. Ma rendendosi nel complesso autore di una bella prestazione: autoritario nel prendere le decisioni ed autorevole nel comunicare con i giocatori in campo. Arbitro da seguire.

Per ciò che concerne l’Udinese, invece, il piacere di vedere una squadra che nonostante qualche difficoltà nel mettere assieme l’11 titolare approda agli ottavi. Dove troverà l’AZ di Alkmaar, capace di superare l’Anderlecht.

Scoglio, questo, da non sottovalutare. Ma al tempo stesso assolutamente alla portata.

I quarti di Europa League, quindi, sono assolutamente alla portata. E lì tutto potrebbe succedere. Perché l’eventuale avversario sarebbe Valencia o PSV, per un incontro di alto livello. Ma nel doppio scontro tutto può succedere. E se l’Udinese già meritava l’approdo in Champions ad agosto, quando venne immeritatamente eliminata dall’Arsenal nei preliminari, chissà che non ci scappi una mezza impresa in EL.

Traguardo ragguardevole, a mio avviso, sarebbe la semifinale. Anche per ridare un po’ di lustro ad un movimento calcistico imbolsito come il nostro.

Niente da fare, come prevedibile, per la Lazio. Che in un certo qual modo rappresenta bene l’involuzione del nostro calcio: squadra che in campionato fa bene ma che probabilmente vive l’Europa League con un po’ di fastidio. Squadra che atleticamente viaggia alla metà di quello che dovrebbe e che tecnicamente e tatticamente non rappresenta certo un’avanguardia.

Alla vigilia lo si sapeva già: difficile che questa Lazio possa battere l’Atletico Madrid. Se non altro perché all’estero l’Europa League è competizione sentita.

Così è stato. E oggi in EL resta un’italiana sola.

Il ranking UEFA ringrazia, ovviamente.

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Alla fine il Cska la spunta. Immeritatamente, ma lascia il campo con un buon pareggio, che permette alla squadra di Sluckji di tenere aperte le possibilità di passaggio del turno.

Al Bernabeu, però, sarà durissima.

E, per altro, un pareggio a reti inviolate non basterebbe ai russi per passare il turno.

Difficilissima quindi, comunque, l’impresa del Cska, che però può quantomeno gioire alla fine di questo match.

Perché in campo, va detto, sono gli spagnoli a fare il match e meritare la vittoria.

La squadra di Mourinho, infatti, parte un po’ troppo spavalda, ma esce poi bene con l’andare dei minuti.

Certo, da un punto di vista tecnico – e pure tattico – il Barcellona è ben altra pasta, ma il talento non manca ai ragazzi di Madrid, che mettono sotto senza tanti patemi il Cska.

Russi che dal canto loro mostrano, ma era più che preventivabile, come la difesa sia il reparto che avrebbe bisogno di qualche ritocchino. Non è un caso quindi se l’unico goal spagnolo del match venga in una situazione in cui Ronaldo viene dimenticato alle spalle di tutti, e può battere facilmente Cepcugov.

Interessante, comunque, per ciò che concerne il reparto arretrato dei russi Shchennikov. Terzino sinistro di soli vent’anni (ne farà ventuno in aprile) che è assolutamente da monitorare. Ha ancora molto da migliorare per imporsi come uno dei migliori interpreti nel ruolo, quantomeno in Europa, ma comunque le potenzialità per ricavarne un bel giocatore ci sono tutte.

Discorso simile può essere fatto anche per Doumbia. Il ventiquattrenne attaccante ivoriano è indubbiamente tra le frecce migliori nell’arco di questo CSKA.

E anzi, dopo la recente partenza di Vagner Love (finito a fine gennaio al Flamengo per una cifra di poco inferiore ai 10 milioni) chissà che non finisca col lasciare anche lui Mosca, diretto verso in un campionato di livello maggiore.

Personalmente gradirei vederlo in Italia. Dove certo, le difese sono ben più ostiche di quelle russe. Ma dove potrebbe comunque consacrarsi quale dopo-Drogba (nonostante le caratteristiche piuttosto dissimili).

Bene, nel complesso, anche Callejon. Giocatore che Mourinho pare tenga in grossa considerazione.

Mi è spiaciuto invece molto, a livello personale, veder uscire subito Benzema. Altro giocatore che potenzialmente potrebbe spaccare il mondo.

Infine Ronaldo: niente da dire. Spina nel fianco costante, ha i numeri per decidere i match da solo.

Cosa ci si deve aspettare per il ritorno?

Il CSKA teoricamente dovrebbe andare a Madrid a fare la partita, posto che, come detto, non può accontentarsi dello 0 a 0 per passare.

La cosa però è praticamente inattuabile, nel concreto.

Un po’ per i limiti dei moscoviti, che oggi per altro non hanno supportato praticamente per nulla il loro bomber Doumbia, un po’ per meriti del Real, che sicuramente eviterà di lasciare il pallino del gioco costantemente in mano agli avversari.

Ecco quindi che sfruttando il maggior tasso tecnico il Real proverà a traghettare la partita sui propri ritmi, puntando a vincere per fare contenti i propri tifosi. Il tutto, magari, anche senza strafare.

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Nel corso degli ultimi giorni ho avuto modo di vedere due match cruciali della ventottesima giornata di Serie B. Lo scontro che ha visto il Torino opposto alla Sampdoria ieri sera e quello che ha visto il Varese far visita al Sassuolo in quel di Modena oggi pomeriggio (la partita sarà trasmessa, col mio commento tecnico, da Rete55Sport stasera alle 21).

Che dire?

Il Sassuolo lo vidi già nel match di andata coi Biancorossi, direttamente dalla tribuna stampa dell’Ossola. Ed anche quella volta, nonostante portò a casa i tre punti grazie all’azione personale di Boakye, mi lasciò abbastanza l’amaro in bocca.

Due, in particolar modo, le armi in più di questa squadra: Fulvio Pea in panchina, Gianluca Sansone in attacco.

Per il resto pochino. Tanto che i punti di differenza tra le due squadra non si sono concretizzati in campo.

Anzi, nel complesso è stato il Varese a dimostrare più qualità di gioco e di palleggio. Col Sassuolo, va comunque detto, a creare più occasioni di un certo pericolo, anche se più che altro su errori o disattenzioni dei singoli in maglia Biancorossa (anzi, bianca per l’occasione).

Sassuolo che quindi ha proprio nella compattezza generale il suo punto di forza. Terranova maiuscolo, Magnanelli coriaceo, tutta la squadra sempre molto attenta e poi Sansone a briglie sciolte a cercare goal e giocate.

Bene invece il Torino, che ha battuto una Sampdoria che a livello di singoli varrebbe il doppio del Sassuolo, ad esempio, ma che pure continua a dimostrare qualche falla di troppo, soprattutto dal punto di vista della compattezza.

Toro che ha avuto ieri in Ogbonna difensore assolutamente affidabilissimo. Un Ogbonna chiamato ad una rapida maturazione: giocatore di grandi potenzialità e prospettive che però troppo spesso in carriera ha dimostrato passaggi a vuoto dal punto di vista della concentrazione.

Torino che comunque dimostra di avere mezzi superiori alla diretta concorrente Sassuolo.

Sampdoria che dal canto suo, invece, dimostra come a livello di singoli potrebbe quasi dominare il campionato, ma anche come la strada per centrare almeno i playoff sia ancora lunga.

A maggior ragione quando il Varese è quello di Modena. Dove, pur con qualche sbavatura, mette in mostra buona facilità di palleggio ed una qualità tecnica nel complesso superiore alla media.

Varese che nonostante l’arrivo del Diablo Granoche, però, pecca ancora in fase di finalizzazione.

Pecca questa che se colmata garantirebbe alla squadra di Maran un posto sicuro tra le prime sei del campionato.

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Dopo il secco 4 a 0 del Milan con l’Arsenal si avvicina il momento dell’altra milanese. Che mercoledì aprirà la propria fase ad eliminazione della Champions League 2011/2012 affrontando l’Olympique Marsiglia al Velodrome.

E proprio sul sito della società francese è stata pubblicata oggi un’intervista ad un ex di entrambe le squadre: Benoit Cauet.

Nativo di Châtellerault, l’ex centrocampista interista iniziò proprio in quel di Marsiglia, dove si formò come giocatore.

Al Velodrome ci giocò per tre anni. Giusto il tempo di vincere un paio di volte la Ligue 1. Poi il passaggio al Caen e al Nantes (dove vinse un’altra volta il massimo campionato francese) e, infine, al PSG (dove giocò la Supercoppa Europea, persa contro la Juventus, e con cui arrivò in finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Barça di Ronaldo).

Da qui il passaggio in Italia: sei anni tra Milano (sponda Nerazzurra), Torino (Granata) e Como.

Carriera chiusa poi tra Bastia, CSKA Sofia e Sion.

Cauet che nell’intervista, pur breve, rilasciata al sito dell’OM dice una cosa molto interessante: “Inizialmente pensavamo fosse un buon sorteggio”.

E con pensavamo, logicamente, Cauet parla da interista. Del resto oggi lui è ancora a libro paga di Moratti, come allenatore delle giovanili.

Pensavamo fosse un buon sorteggio, appunto. Indubbiamente il migliore tra quello capitato alle italiane.

E poi?

Poi sono successe due cose: l’Inter è crollata dopo una serie di vittorie molto lunga ed il Marsiglia è ripartito, dopo un inizio di campionato un po’ stentoreo. Tanto che oggi si gioca l’Europa con Lille e Lione.

Da quando l’OM è stato sorteggiato con i Nerazzurri, infatti, non ha più perso in campionato. Tre vittorie (tra cui una con il Lille) e due pareggi (tra cui quello col Lione), con 10 reti fatte a fronte di 5 subite.

Bel ruolino di marcia, quindi, per i marsigliesi. In un momento molto positivo, a differenza della squadra di Ranieri.

Che quindi inizia a covare qualche preoccupazione. Il tutto nonostante, sulla carta, non dovrebbe quasi esserci partita.

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