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Ricordo bene quel 31 gennaio 2013.

Uscito dal lavoro mi incontro con un paio di amici, entrambi milanisti, e parte l’immancabile discussione calcistica. Che quel tardo pomeriggio di inverno non può non ruotare attorno al colpo di mercato del giorno: Mario Balotelli.

Acquistato per 20 milioni (rateizzati in cinque anni) più 3 di bonus l’ex stellina del vivaio dei cugini Nerazzurri sembra, agli occhi di molti, destinato a guidare il Milan verso la rinascita.

In quel preciso momento storico, infatti, la squadra di Allegri non naviga in buone acque, nonostante l’ottimo inizio di stagione di El Shaarawy.

Ma il discorso è più ampio: il Milan ha bisogno di un nuovo leader tecnico che non solo guidi la rimonta Champions quell’anno, ma che rappresenti una sicurezza per gli anni a venire, in cui i Rossoneri sarebberro stati chiamati a recuperare la propria dimensione calcistica.

Beh, navigando parecchio controcorrente (sia rispetto ai miei amici che anche e soprattutto rispetto a media ed opinione pubblica in genere) io dissi chiaramente che reputavo l’acquisto di Balotelli un investimento sbagliato.

Il motivo era semplice: il Milan era ormai palese fosse senza fondi e quello rischiava di essere l’ultimo investimento economicamente pesante di lì a qualche anno.
Ok acquistare un giovane con ancora moltissimi anni di carriera davanti, ma perché farlo puntando su un giocatore assolutamente inaffidabile sotto tutti i punti di vista (tecnico, tattico ed umano) come Balotelli?

Qualcuno magari mi prese per gufo, ma espressi semplicemente la mia opinione: Balotelli non ha mai avuto una collocazione tattica chiara, è sempre stato pieno di limiti, era – ed è – una perla grezza che vive di colpi, fiammate.
Inoltre era risaputo potesse creare problemi anche a livello d’ambiente, con i suoi atteggiamenti da star non supportati poi dai risultati in campo.

Insomma, l’antitesi di quanto serviva al Milan.

Spiegato perché ritenevo quello di Balotelli un fallimento annunciato, eccomi a spiegare perché è stato un fallimento effettivo: media goal solo discreta, per altro gonfiata molto da un numero di rigori certo non trascurabile.

Non solo.

Cartellini a profusione, atteggiamenti insolenti, snobismo, inadeguatezza tattica (fondamentalmente non ha un ruolo chiaro e non sa muoversi senza palla) e chi più ne ha più ne metta. Il tutto unito ad una totale incapacità di fare da faro e trascinatore della squadra, cosa che invece l’investimento affrontato per acquistarlo avrebbe dovuto presupporre.

Per spiegare quindi il fallimento di Balotelli a Milano mi permetto un paragone cestistico: non seguo approfonditamente il basket, ma ho sempre sentito criticare Chris Bosh in quanto incapace di essere uomo franchigia. Ma, di contro, letale come secondo/terzo violino.

Ecco. Mario Balotelli è il Chris Bosh del calcio italiano.

Assolutamente incapace di caricarsi una squadra sulle spalle. Fortemente inadeguato in moltissime situazioni di gioco. Ma altresì dotato di un talento sconfinato, lo stesso che gli permette di mantenersi su buoni livelli di marcatura nonostante i suoi molteplici difetti. Lo stesso che gli rende facile segnare con bombe all’incrocio da quaranta metri. Lo stesso che lo ha portato a crearsi il personaggio che, oggi, è anche il suo più grande limite.

Ecco, proprio in questo aspetto – l’incapacità di essere uomo franchigia – si consuma il fallimento di Mario Balotelli al Milan.

Chissà se Brendan Rodgers l’ha capito e saprà agire di conseguenza…

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E’ stato un bel match quello che ieri si è consumato ad Anfield. Una partita che ha visto il Liverpool imporsi sui diretti concorrenti del City, ancora non del tutto tagliati fuori dalla corsa al titolo, giusto nel giorno del ricordo della tragedia di Hillsborough.

Un match che io e l’amico Giovanni Armanini abbiamo vissuto e vi abbiamo voluto raccontare in diretta con i live di hangout, un’idea che mi ballava in testa da un po’ di tempo e che sicuramente riproporrò in futuro.

In questo senso diverse sono state le considerazioni interessanti  fatte, e chi volesse può recuperare il tutto su YouTube.

Primo tempo:

Secondo tempo:

Come al solito, poi, in chiusura di match ho fatto alcune tweet-considerazioni sullo stesso, che andrò a riprendere ed ampliare qui.

Ho cercato per almeno venti minuti lo splendido video in cui si sentiva bene Gerrard caricare i compagni a fine partita, dopo le iniziali lacrime per una vittoria che per lui, che perse un cugino nella tragedia di 25 anni fa, è valsa quanto per nessun altro dei propri compagni.

Così mentre in Italia si perde tempo a parlare degli psicodrammi tardo-adolescenziali della coppia Maxi Lopez – Icardi, in Inghilterra un grande Uomo e grande Campione trascinava la sua squadra ad una vittoria che potrebbe essere determinante ai fini del campionato, caricando poi i suoi compagni in vista del rush finale.

Ricordo che vidi giocare per la prima volta Gerrard che aveva solo vent’anni, in un match giocato da esterno destro. Lo vidi e me ne innamorai subito, per qualità e carattere. Il tempo mi ha dato ragione.

Coutinho sta giocando ad altissimo livello, da quando è sbarcato a Liverpool. Ieri ha toccato forse il suo apice.

Perché “dominare” IL match della stagione non è roba da tutti. Sicuramente nessuno, ai tempi di Milano, si sarebbe aspettato di vederlo esplodere così. Per di più giocando mezz’ala, cosa cui in Italia evidentemente chi avrebbe dovuto pensarci non arrivò a postulare.

Credo che a Milano farebbero bene a mangiarsi le mani. Perché acquistare Coutinho per una cifra relativamente bassa quando non era ancora maggiorenne fu una grande mossa di mercato. Peccato che poi un giocatore giovane devi capirlo e metterlo in condizione di rendere, sia da un punto di vista tecnico, che tattico, che – soprattutto – mentale.

In questo senso mi è piaciuto il commento di un amico sulla mia bacheca di Facebook:

cou

Coutinho ieri si è dimostrato giocatore di tutt’altra pasta, rispetto a quello che – non – abbiamo apprezzato a Milano. Mezz’ala a tutto campo in grado di dare quantità e qualità al gioco, corre e si sbatte per novanta minuti recuperando anche un buon numero di palloni. Per poi, sul finire di match, siglare anche la rete che condanna il Manchester City. E, soprattutto, fa fare un nuovo, deciso, passo verso l’imposizione finale al suo Liverpool.

Man of the match senza se e senza ma, pur senza scordare il grandissimo contributo dato dall’intramontabile Gerrard, ovviamente.

Come detto con Giovanni in live, il 2 a 0 maturato ad inizio match è stato più dovuto ad un approccio sbagliato del City, che non ad un eventuale dominio del Liverpool. Se i Reds sono infatti partiti bene ma senza strafare, il City è sceso in campo mantenendo un baricentro assolutamente troppo basso rispetto a quanto avrebbe dovuto.

In più, un paio di macroscopici errori difensivi hanno steso il tappeto rosso ai giocatori del Liverpool, che si sono facilmente portati in duplice vantaggio: dapprima Suarez si libera troppo facilmente sulla trequarti. Poi, pesca senza problemi Sterling, bravo a tagliare tra due difensori. Infine Hart esce solo a metà, e la stessa ala di origine giamaicana ha buon gioco nel realizzare l’1 a 0.

Il secondo goal arriva invece sugli sviluppi di un duplice calcio d’angolo: nel primo nessuno marca Gerrard, esattamente in mezzo all’area, all’altezza della linea dell’area piccola. Serve quindi un miracolo di Hart per tenere in piedi la baracca. Sul corner che ne nasce, invece, Skrtel taglia bene sul primo palo, senza che però nessuno lo contrasti efficacemente. Ancora una volta un giocatore del Liverpool ha libertà assoluta di colpire la sfera. Ed è il 2 a 0 comodo.

Una volta ristabilito il pareggio con un grande secondo tempo, poi, l’errore definitivo, quello che costa il match. Kompany sbuccia una palla facile facile in area. E regala proprio a Coutinho il goal della vittoria.

Che dire? Troppi errori per poter portare a casa un risutlato anche solo parzialmente positivo in una partita del genere. Ma è un peccato, per il City. Perché semplicemente il Liverpool fa un buon match ma, nel complesso, non merita i tre punti. E solo questi tanti e marchiani errori permettono ai Reds di strappare tre punti.

Un pareggio, a mio avviso, sarebbe stato un risultato più corretto (questo anche in nome del fatto che al City non vengono assegnati due rigori netti, uno per fallo in area di Sakho, l’altro per mani di Skrtel).

Dicono sia una delle leggi fondamentali del calcio. Ed in effetti si concretizza piuttosto spesso.

Nel secondo tempo il Manchester City cambia completamente l’approccio al match, spostando di svariati metri in avanti il proprio baricentro. La squadra, più forte e qualitativa degli avversari, attacca più alta e con più uomini. Ed anche in fase di non possesso porta un pressing molto più avanzato, addirittura a ridosso dell’area avversaria.

Proprio questo atteggiamento schiaccia il Liverpool, che fatica a distendersi. E porta al 2 a 2 (anche un po’ fortunoso, in special modo sul secondo goal che è viziato da un tocco decisivo di Johnson alle spalle di Mignolet).

A questo punto il City avrebbe anche il colpo del K.O. tecnico, ma su un’imbucata da sinistra Silva arriva in ritardo, tocca sì la palla ma non quel tanto che basta a deviarla con decisione nella porta avversaria.

“Goal sbagliato, goal subito” è una regola quasi infallibile nel calcio. Di certo è valsa – anche – in questo caso. Poche azioni dopo il liscio di Kompany di cui parlavo, e il goal che spegne l’ardore Sky Blues sul più bello.

Da appassionato di calcio giovanile, Zabaleta lo conobbi ed apprezzai ben prima che sbarcasse a Manchester, più precisamente nel corso di un Mondiale under 20 giocato – e se non erro vinto – da capitano con la sua Argentina.

Già lì mise in mostra ottime doti: capace di correre su e più per la fascia per novanta minuti, è instancabile e qualitativamente più che discreto. Certo, non avrà la tecnica e l’incisività di un Cafu o un Maicon dei tempi belli, ma è sicuramente uno dei migliori terzini del momento.

Eppure di lui si parla sempre poco. E spesso è proprio questo a fare la differenza tra un buono ed un ottimo giocatore: la sua mediaticità.

Sono convinto, però, che chi di calcio ne capisce non potrà non apprezzare la semplice concretezza del suo gioco.

Certo, col senno del poi sono bravi tutti. Ma come ha potuto sentire o sentirà chi ha seguito il commento live in hangout, dissi subito che il cambio Aguero-Dzeko non mi convinceva. Non tanto in valore assoluto, essendo il primo un ottimo giocatore senza alcun dubbio, quanto in valore relativo. In una partita del genere, e a prescindere dal possibile terzo goal Reds, era logico aspettarsi che nel finire di partita ci potesse essere la necessità di avere una torre là davanti.

Cosa che si è puntualmente verificata.

Certo, non si può nemmeno fare una grossa colpa a Pellegrini, comunque. Se quella deviazione di Silva fosse entrata oggi staremmo probabilmente parlando di tutt’altro…

Come dicevo, alla fine a fare la differenza alla fine è stato l’approccio sbagliato al match da parte del City, e soprattutto quei tre, imperdonabili, errori in occasione dei goal.

Perché per il resto il Liverpool al netto di Gerrard e Coutinho non splende. Certo, per buona parte del primo tempo grande graniticità difensiva. Ma è pure facile, quando l’avversario praticamente rinuncia a giocare.

Davanti bene, come dico nel tweet, Sterling, soprattutto nel primo tempo. Ma Sturridge è poca roba (in questo match, benintesi) e Suarez fa molto meno di ciò che potrebbe, perso anche in un insensato nervosismo di cui è caduto vittima ieri.

Alla fine, comunque, è chi vince ad aver ragione. E per come sono andate le cose il Liverpool ha sicuramente di che fregarsi le mani!

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La vittoria dell’Anzhi con l’Udinese sancisce l’eliminazione dei friulani e rende lo scontro tra Liverpool e Young Boys una sorta di spareggio per l’accesso al turno successivo. Chi vince, infatti, si infila in una botte di ferro.

Cinque minuti ed è la squadra di Berna a proporsi, con Nuzzolo che calcia poco dentro all’area, decentrato sulla sinistra, trovando però la pronta risposta dell’estremo difensore avversario, bravo a bloccare la sfera.
La seconda arriva al dodicesimo, quando Schneuwly vince un rimpallo e calcia da fuori, senza però la giusta potenza.

La prima conclusione dei Reds la porta invece Suso, che un paio di minuti più tardi si accentra partendo da destra per calciare da più di venti metri, senza però trovare lo specchio.
Il tutto con un Liverpool assolutamente incapace di costruire gioco come ci si aspetterebbe da una squadra così.

Reds che devono quindi affidarsi alle giocate estemporanee. Come quella che, sugli sviluppi di un rinvio sbagliato da Wolfli, porta Shelvey a servire in profondità Joe Cole, il cui destro ad incrociare si spegne però a lato.
A giocare meglio sono comunque gli ospiti, che al ventesimo si rendono pericolosi con Farnerud la cui conclusione è deviata in angolo da Skrtel.

Poco più tardi Veskovac, centrale difensivo serbo, prova un colpo di tacco con cui per poco non regala un goal al Liverpool riuscendo anche a strapparsi. Il peggio.
Reds che continuano quindi con le fiammate. Come quella che al ventiseiesimo vede Henderson presentarsi al limite per calciare a botta sicura, trovando però l’ottima risposta di un reattivissimo Wolfli.

Per provare a cambiare radicalmente il match Rodgers decide per una mossa apprezzata da tutto Anfield Road: fuori Wisdom, leggermente acciaccato, dentro niente popò di meno che lui, il capitano dei capitani: Steven Gerrard!

E, sarà solo un caso, i Reds passano: Joe Cole scambia con Suso, s’infila in area e crossa in mezzo saltando l’uscita di Wolfli e servendo a Shelvey un assist per il comodissimo 1 a 0.

Liverpool che scrollatosi di dosso i timori di inizio match con l’ingresso del capitano arriva vicinissimo al goal due volte nell’arco di meno di sessanta secondi. Prima con un sinistro da fuori di Suso, poi, sugli sviluppi dell’angolo seguente, con un colpo sotto misura di Skrtel, respinto sulla linea da Nuzzolo.
Young Boys comunque alle corde. Così allo scadere Suso s’infila nelle larghe maglie della difesa bernese per andare a calciare dal limite, spedendo però a lato malamente, in un modo che non ci si aspetterebbe da un giocatore tecnico come lui.

Nella ripresa Farnerud prova a suonare la sveglia, ma il suo sinistro da fuori termina alto sopra la traversa, senza impensierire il portiere avversario.
Sempre le conclusioni da fuori sono l’arma scelta dagli svizzeri che al cinquantesimo ci provano con Zverotic: fuori di poco.

I padroni di casa però non ci stanno. Suso così sale in cattedra e serve un pasticcino per Joe Cole, che entrato in area trova un grande Wolfli sulla sua strada.
“Goal sbagliato, goal subito” si dice. Ed ecco che il detto non si smentisce nemmeno questa volta con Farnerud che lancia a Bobadilla in area, stop di coscia e bomba sul secondo palo a bucare Reina per il pareggio.

Nonostante l’ingresso in campo di Suarez però il Liverpool subisce il colpo a livello psicologico e fatica a costruire gioco. Almeno fino al settantaduesimo, quando Suarez e Gerrard impacchettano un’azione perfetta che porta Joe Cole in area a battere a rete, infilando facilmente Wolfli per il 2 a 1.

Da lì in poi il Liverpool conterrà abbastanza bene, provando anche a pungere di tanto in tanto.

Fino a quando, a due dal termine, non arriverà la grandissima rete di Zverotic, che dal limite sparerà un siluro centrale che bucherà un Reina coperto ma certo non perfetto nell’occasione, per un 2 a 2 assolutamente inaspettato e che rimette in corsa la squadra di Berna per il passaggio del turno.

Gli ultimissimi minuti riservano quindi un Liverpool riversato in avanti, ma senza fortuna.

Tanti i problemi dei Reds, oggi. Grande carattere, invece, per gli svizzeri, che recuperano il risultato per ben due volte portando a casa un pareggio importantissimo che li tiene in piena corsa per un passaggio del turno forse insperato ad inizio Europa League.

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E’ un Liverpool in crisi profonda quello che ospita lo United in occasione della quinta giornata di campionato.

Reduci dalla rocambolesca vittoria di Berna, infatti, i Reds si trovano in terz’ultima posizione con due soli punti guadagnati in ben quattro match disputati.

Con questi presupposti ci si aspetterebbe di vedere una squadra chiusa all’angolo per novanta minuti, come un pugile suonato. Invece è un Liverpool dominante, che non si risparmia e cerca di non dare respiro agli avversari.

Però il calcio è uno sport veramente strano, che non ha nulla di scontato.

E così come il Liverpool è bravissimo e generosissimo a non accettare un verdetto che parrebbe scontato lo United è altrettanto spietato nell’attendere, attendere, attendere… e colpire nel momento migliore.

La partita, inutile dirlo, prende una piega decisa quando Jonjo Shelvey, protagonista assoluto con la doppietta di Berna in Europa League, si fa espellere per un fallaccio sulla trequarti avversaria (in tutta sincerità non so se ci potesse stare il rosso, almeno un arancione sì).

Siamo alla fine del primo tempo, ed il Liverpool si trova così a dover disputare cinquanta minuti in inferiorità numerica.

La cosa, a dire il vero, non scuote Gerrard e compagni, che continuano a caricare la porta avversaria col cuore grondante di generosità.

Il tutto fino a far capitolare Lindegaard, che a cinquanta secondi dall’inizio della ripresa non può nulla sulla girata di Gerrard, che riceve palla in area, la mette giù di petto e buca l’estremo difensore avversario come il più esperto dei bomber.

Ecco, in situazione di undici contro undici il match sarebbe forse segnato.

Ma il Liverpool è in dieci, e nonostante questo non resta ad aspettare nella propria metà campo gli avversari, piuttosto deludenti a dirla tutta. Continua a provarci.

Così dopo nemmeno cinque minuti è già pareggio. Con Rafael che spinge sulla destra, scarica, si porta in area e ritrova lì il pallone, che riesce a spedire d’interno sinistro a filo del palo lungo, assolutamente inarrivabile per il malcapitato Reina.

E’ un pareggio amaro per il Liverpool, nel complesso immeritato da parte Red Devils.

Il Dio del calcio è però veramente spietato. E a dieci dal termine Valencia si invola in contropiede, entra in area e finisce a terra sull’intervento in recupero di Johnson. Che, saltato a centrocampo, è poi un po’ troppo irruento nel tentare di stoppare l’esterno ecuadoriano. Ma che, altresì, nel complesso non sono nemmeno così sicuro commetta fallo.

Sul dischetto si presenta comunque Robin Van Persie, che si prende la testa della classifica marcatori in solitaria firmando la quinta rete della sua stagione di Premier (per onor di cronaca, Reina arriva sulla palla ma riesce a toccarla e basta, senza deviarla in maniera decisiva).

Punizione oltremodo dura per un Liverpool assolutamente meritevole di ben altro risultato.

Giocassero sempre così, i Reds, non avrebbero e non avranno comunque problemi a salvarsi e anzi, con ogni probabilità tornerebbero a lottare per il traguardo che più gli compete: l’Europa.

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Nome: Mikel Zatón Escudero
Data di nascita: 15 aprile 1996
Luogo di nascita: Barakaldo (Spagna)
Nazionalità: spagnola e basca
Altezza: 174 centimetri
Peso: 65 chilogrammi
Ruolo: ala sinistra, attaccante
Club: Athletic Bilbao (Cadets)
Scadenza contratto: –
Valutazione: –

CARRIERA

Nascere a Barakaldo, città basca da quasi 100mila abitanti, significa avere un po’ la vita segnata.

No, nessuna storia triste tipo ragazzini che nascono nelle favela. Quanto più un legame a doppio filo con lo sport che spesso porta alla nascita di atleti di buon livello.

Due, in particolare, le discipline cui Barakaldo è legata: ciclismo e calcio.

Alle due ruote la città che diede i natali allo scrittore Juan Manuel de Prada ha regalato David López García, Héctor González, Isidro Nozal e Javier Otxoa.

Al calcio, invece, il terzino sinistro Asier Del Horno (ex Athletic, Chelsea e Valencia, oggi al Levante), il portiere Iñaki Lafuente e il centrocampista Javier González Gómez (ritiratisi lo scorso anno), l’attaccante Mikel Dañobeitia (attualmente in forza al Logroñés) e Josep Lluís Núñez, Presidente del Barcellona tra il 1978 ed il 2000.

Non solo: la città che ha dato i natali a Zatón è anche sede di una discreta squadretta di calcio, che attualmente milita in Tercera División (quarta serie spagnola): il Barakaldo Club de Fútbol, la squadra in cui il ragazzo ha iniziato a giocare e da cui è stato acquistato dall’Athletic.

Insomma, nascere a Barakaldo vuol dire nascere in una città di sportivi. E Mikel ha voluto continuare la tradizione.

Così oggi, a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, Zatón  è al centro di una rovente battaglia di mercato.

Prodotto di uno dei settori giovanili più floridi dell’intera Spagna (basti pensare a Fernando Llorente o alla recente esplosione di Iker Muniain), l’Athletic Bilbao, Mikel Zatón Escudero è seguito da diversi club.

Liverpool su tutti, a quanto si vocifera in Inghilterra. Ma non solo: un vero e proprio “Clasico” di mercato lo vedrebbe al centro dei desideri di Real Madrid e Barcellona, che vorrebbero assicurarselo prima che il suo prezzo lieviti troppo.

Non deve stupire, comunque, che il ragazzino di Barakaldo sia già al centro di queste guerre di mercato. Né dovrà stupire l’eventualità che, alla fine, l’Athletic riesca a tenerlo in squadra, vista la particolare situazione che si vive nei Biancorossi di Bilbao.

Non deve stupire perché quest’anno, inserito nei Cadetti dell’Athletic, Zatón sta facendo davvero il diavolo a quattro.

Il ragazzo, numero 19 sulle spalle, ha infatti disputato 28 match nella Cadets Basque League, campionato che la sua rappresentativa ha provato a vincere quest’anno (a una giornata dal termine sono sei i punti di svantaggio sulla Real Sociedad), realizzando ben 25 reti.

Score notevole che ne fanno una delle giovani punte più interessanti dell’intero panorama calcistico spagnolo.

Zatón che partì subito forte alla prima di campionato, con una tripletta rifilata proprio ai “cugini” della Real Sociedad.

Da lì in poi buona continuità, per lui. Una rete all’Antiguoko e nessuna alla Real Union. Tripletta nel 19 a 0 allo Zaramaga e bocca asciutta contro il Santutxu. Goal all’Eibar, tripletta al Getxo, rete al Romo. Pausa contro il Barakaldo, club della sua città, prima di tornare al goal nel 4 a 0 casalingo con il Durango. Tre match a secco, poi di nuovo in rete nel 3 a 3 con l’Alaves. Altre tre partite senza goal prima della doppietta al Real Union e della tripletta allo Zaramaga. Piccola pausa con il Santutxu e goal all’Eibar e al Getxo. Poi altre due partite senza centrare il bersaglio grosso, prima di freddare il suo Barakaldo. Altra partita a secco ed ennesima tripletta, questa volta al Lengokoak. Bocca asciutta contro l’Ariznabarra e goal al Danok Bat. Niente reti con l’Alaves e… vedremo cosa combinerà nell’ultima di campionato, contro l’Indartsu.

Prestazioni notevoli che sono valsi all’Athletic il miglior attacco del campionato.

Insomma, uno score che ha ingolosito i palati di molti osservatori. Vedremo quindi la prossima estate se il ragazzo si farà convincere dalle proposte delle grandi di Spagna o che arrivano dall’estero… oppure se, alla fine, l’orgoglio basco prevarrà, ed il prossimo anno Zatón proverà a ripetersi nei Junior National.

CARATTERISTICHE

Mancino sì, ma con un destro più che accettabile.

Capace di svariare lungo tutto il fronte d’attacco, ama giocare in particolar modo al centro, dove può sfruttare la sua capacità di “sentire” la porta, che un po’ decentrato a sinistra.

La facilità di dribbling di cui è in possesso lo rendono attaccante temibile e temuto, anche se, nel complesso, a impressionare di più è proprio il feeling con la porta, con cui sembra vivere in simbiosi.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Presto per dire dove possa arrivare, vista la sua giovanissima età.

Di certo fossi in suo padre, o nel suo procuratore, gli intimerei di restare a Bilbao.

Inutile girarci intorno: posto che l’Athletic punta – ancora, per ora – solo su giocatori baschi o comunque fatti in casa le possibilità di arrivare ad esordire nella Liga sarebbero infinitamente maggiori lì che altrove.

E allora bene continuare il proprio percorso di crescita in un centro giovanile attento e soprattutto con la fiducia di tutto l’ambiente attorno a sé.

E chissà che un giorno non troppo lontano non lo vedremo duettare con Llorente e Muniain nell’attacco della prima squadra…

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Nome: Joel Pohjanpalo
Data di nascita: 13 settembre 1994
Luogo di nascita: – (Finlandia)
Nazionalità: finlandese
Altezza: 176 centimetri
Peso: 60 chilogrammi
Ruolo: attaccante
Club: HJK Helsinki
Scadenza contratto: 30 novembre 2015
Valutazione: –

CARRIERA

Jari Litmanen è stato uno dei giocatori finlandesi più apprezzati della storia.

Forse, in assoluto, ha rappresentato la stella più luminosa del firmamento calcistico del suo paese.

Purtroppo, però, il tempo passa per tutti, e prima o poi arriva l’ora di abbandonare i palcoscenici lasciando ad altri la ribalta.

Questo è successo anche al grande Jari, che nonostante abbia indossato la maglia della nazionale finlandese in quattro decadi diverse (80, 90 e le prime due del duemila) è ormai stato costretto dall’età a lasciare spazio ai suoi più giovani connazionali.

Tra questi vi è sicuramente Joel Pohjanpalo, che qualcuno già vede come colui che è destinato a raccogliere l’eredità di Litmanen, tenendo un minimo alta la bandiera del calcio finnico.

Pohjanpalo che ha caratteristiche tecnico-tattiche piuttosto differenti dall’ex campione dell’Ajax, ma che ha sino ad oggi messo in mostra delle doti realizzative notevoli che, se ben sfruttate, potrebbero effettivamente permettergli di provare a diventare un calciatore “vero”.

Di lui non si sa moltissimo.

Prodotto delle giovanili dell’HJK, compagine più vincente della storia della Veikkausliiga, Pohjanpalo esordì appena sedicenne nel Klubi-04, la squadra riserve dell’HJK. Dove mise da subito in mostra il suo istinto killer per il goal.

Le 33 reti che riuscì a segnare quell’anno in poco più di 20 match gli valsero infatti la vittoria del premio come miglior giocatore della Kakkonen (terza divisione finlandese) e, soprattutto, la promozione in prima squadra.

Lo scorso anno arrivò la vittoria di campionato e coppa nazionale, cosa che impone ai dirigenti dell’HJK di presentare una squadra che sia il più competitiva possibile. Impresa non facilissima dato l’addio al calcio di Jari Litmanen.

Nel calcio però serve coraggio, esattamente come nella vita. Ed ecco lo sbarco in prima squadra dell’ormai diciassettenne Pohjanpalo, che in attesa di capire se potrà o meno non far rimpiangere Litmanen sui palcoscenici internazionali ha già iniziato a rimpiazzarlo nei cuori dei tifosi della squadra della capitale.

Pohjanpalo è infatti già praticamente un titolare fisso del suo club, che ha recentemente iniziato il nuovo campionato.

Prima di debuttare in Veikkausliiga, però, Joel è stato capace di mettere assieme alcune presenze in Liigacup, la Coppa di Lega finlandese.

Inserito nel gruppo B, il suo HJK ha esordito contro il Lahti con Pohjanpalo titolare dal primo minuto al fianco di Berat Sadik (autore di una doppietta). Quarantacinque minuti giocati per lui, che si è poi scatenato nel corso della seconda giornata di coppa contro il Mypa.

Ancora una volta titolare, infatti, il giovanissimo Joel ha firmato una doppietta nell’arco di sei minuti grazie alla quale l’HJK ha potuto poi dilagare portandosi a casa i tre punti.

Pohjanpalo che ha tutta la fiducia del proprio mister e gioca un’ora anche nella brutta sconfitta (2 a 0) contro l’Honka, che si dimostra la bestia nera dell’HJK andando a vincere anche il match di ritorno con punteggio ancor più pesante (4 a 0, con Pohjanpalo in campo per cinquantasette minuti).

Capitolini che non ci stanno ed hanno uno scatto di orgoglio nel ritorno contro il Lahti, quando Joel, in campo per sessantasette minuti, firma la rete del momentaneo 1 a 0.

HJK che chiude il proprio girone al terzo posto con la sconfitta per 3 a 1 al Lehtomäki Tekonurmi contro il Mypa, con Joel in campo tutto il match ma incapace di trovare la rete.

Arrivato alla fase ad eliminazione diretta l’HJK prova a cambiare marcia e dopo aver eliminato il KuPS (2 a 1, Pohjanpalo in campo per tutto il match) affonda l’Inter Turku ai rigori (da registrare l’assenza di Pohjanpalo).

La finale del Sonera Stadium, però, non arride ai capitolini, che perdono il trofeo proprio dagli undici metri.

Per Pohjanpalo, comunque, la soddisfazione di aver realizzato una rete (quella del definitivo 1 a 1) anche in un match così importante.

Nel complesso, quindi, un buon battesimo del fuoco questa Liigacup per il diciassettenne attaccante finlandese, che chiude la competizione con un discreto bottino: 4 reti in 8 match – non tutti giocati per intero, come abbiamo visto – per lui, che conferma una certa affinità con la porta avversaria anche contro avversari di prima grandezza (relativamente al contesto finlandese) come quelli affrontati in questa competizione.

Il meglio della finora brevissima carriera di Pohjanpalo, comunque, deve ancora arrivare.

Archiviata la Liigacup è tempo di pensare alla Veikkausliiga, ovvero sia il campionato.

L’esordio stagionale dell’HJK nonché l’esordio personale del giovane Joel è fissato per domenica 15 aprile 2012, una data che difficilmente Pohjanpalo e i suoi familiari potranno scordare.

Antti Muurinen, infatti, è sempre più convinto possa davvero essere il giovane Joel il miglior sostituto di Jari Litmanen. Quantomeno all’interno del rettangolo verde.
E quando a pensarlo è uno dei migliori allenatori del tuo paese (6 campionati, 3 coppe nazionali ed altrettante di Lega, per cinque volte miglior allenatore della Finlandia, commissario tecnico della nazionale finnica per cinque anni nonché primo allenatore finlandese a disputare una Champions League quando nella stagione 98/99 il suo HJK eliminò Yerevan e Metz approdando al tabellone principale della massima competizione continentale per club) qualcosa deve pur voler dire.

Ancora una volta, quindi, Joel Pohjanpalo è schierato dal primo minuto.

Ed è un esordio perfetto, come perfetta risulterà essere la tripletta che il “nuovo Litmanen” sarà capace di segnare nell’arco di due minuti e quarantadue secondi.

Una serie di goal a ripetizione che metteranno in mostra il suo istinto da killer dell’area di rigore e la sua capacità innata di bucare la rete in qualsiasi modo: di testa, col mancino e col piede destro.

Pohjanpalo si candida insomma ad essere la grande rivelazione di questo 2012,  almeno per quanto concerne il calcio finlandese.

Il suo talento, comunque, non viene certo scoperto oggi, almeno dagli addetti ai lavori.

In passato il ragazzo effettuò infatti dei provini con Monaco e Liverpool. Con questi ultimi che pare lo monitorino ancora costantemente.

CARATTERISTICHE

I paragoni, penso di averlo ripetuto ormai mille volte su questo blog, sono di per sé errati per natura. Ogni giocatore ha infatti caratteristiche uniche ed irripetibili. E dire che questo o quel giovane somigli ad un campione piuttosto che ad un altro lascia veramente il tempo che trova.

Allo stesso tempo però, non posso che ripetermi, è altrettanto vero che nel momento in cui si parla di un giocatore poco conosciuto i paragoni, se presi con le pinze, possono aiutare ad inquadrare anche solo vagamente i tratti peculiari del ragazzo in questione.

In questo senso Joel Pohjanpalo è sicuramente giocatore irripetibile nella sua unicità. Ma nell’osservarlo si possono notare alcuni tratti simili a giocatori ben più conosciuti (nonché forti).

L’istinto da killer dell’area di rigore sembra infatti somigliare vagamente a quello del nostro Filippo Inzaghi. Una dote naturale, una capacità innata, un feeling con la porta che nessun preparatore potrà mai allenare e che non è possibile sviluppare nemmeno con lavoro continuo ventiquattro ore al giorno.

Certo, Inzaghi è più unico che raro. E nel complesso le caratteristiche di questo ragazzo non possono essere confuse con quelle di SuperPippo. Ma ecco, il feeling con la porta… quello sì, sembra poter essere vagamente paragonabile.

Al tempo stesso, poi, l’altra caratteristica principale di Pohjanpalo è quella di trovare la porta in qualsiasi modo. O, se non altro, di provarci.

Caratteristica questa che richiama alla mente un altro grande bomber della storia recente juventina, quel David Trezeguet capace di bucare i portieri avversari colpendo la palla in qualsiasi modo: di testa, di destro e di sinistro.

Insomma, Joel Pohjanpalo è ancora giovanissimo ma ha già una sua dimensione ben precisa – e di alto profilo – nel modesto calcio finlandese (giusto ricordare, infatti, che la Veikkausliiga occupa oggi il ventinovesimo posto nel ranking UEFA).

Da vedere, invece, cosa potrebbe combinare in contesti più competitivi. Sempre tenendo conto, comunque, che avendo solo diciassette anni può crescere ancora. Fino magari, chissà, ricordare Inzaghi e Trezeguet anche a livello di goal realizzati e trofei vinti.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Quando in un ragazzo c’è qualcosa che può ricordare dei grandi campioni è sempre bene tenere alta l’attenzione.

In compenso, però, come detto il contesto in cui si trova ad operare oggi Pohjanpalo (che in questo momento vanta uno score notevole, 7 reti in 9 partite con la prima squadra dell’HJK in competizioni ufficiali) è di livello piuttosto basso, almeno se rapportato ai migliori campionati d’Europa.

Per poter capire quali siano le reali potenzialità di questo ragazzo bisognerebbe forse vederlo alla prova in ambienti più probanti della modesta Veikkausliiga.

L’impressione, comunque, è quella di trovarsi davanti ad un ragazzo determinato e con quel feeling innato con il goal che potrebbe davvero portarlo a raggiungere traguardi insperati.

Litmanen forse era più campione a tutto tondo.

Lui, però, proverà davvero a non farlo rimpiangere.

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Nome: Connor Wickham
Data di nascita: 31 marzo 1993
Luogo di nascita: Hereford (Inghilterra)
Nazionalità: inglese e nordirlandese
Altezza: 191 centimetri
Peso: 73 chilogrammi
Ruolo: punta
Club: Ipswich Town
Scadenza contratto: 30 giugno 2012
Valutazione: 11.500.000 euro

CARRIERA

Il 31 marzo di diciotto anni fa nacque in quel di Hereford un bimbo destinato a regalare una grande gioia al popolo calcistico inglese: la vittoria di un Europeo under 17.

Cresciuto calcisticamente nel Reading, dove giocherà dai nove ai tredici anni, quando passerà all’Ipswich a causa del lavoro del padre, che lascerà Aldershot per Colchester forzandolo ad un cambiamento che altrimenti non ci sarebbe stato.
E proprio nei Tractor Boys il ragazzo esordirà tra i professionisti. Il tutto alla tenera età di soli 16 anni ed 11 giorni: era l’11 aprile 2009, infatti, quando il giovane Connor vestì per la prima volta la maglia del suo club, subentrando a partita in corso nella sconfitta per 3 a 1 del suo team contro il Doncaster Rovers.

Cosa, questa, che gli ha permesso di imporsi come il più giovane esordiente nella storia del club, battendo di soli 46 giorni il record precedentemente detenuto da Jason Dozzell, bandiera dell’Ipswich nel decennio che andò dall’83 al ’93.

Per il suo primo goal da professionista si dovrà invece aspettare il 10 agosto dello stesso anno quando il buon Connor realizzerà una doppietta nel corso del primo round di FA Cup contro lo Shrewsbury Town, andando poi anche a trasformare uno dei rigori finali grazie ai quali la sua squadra seppe imporsi sugli avversari.
La prima rete in campionato arrivò invece il marzo successivo, quando Wickham firmò la rete della vittoria sullo Scunthorpe. Il mese successivo, poi, la seconda rete in campionato, nel 3 a 1 sul Derby County. Il tutto giusto due giorni dopo aver firmato il suo primo contratto da professionista, che come abbiamo visto nella schedina di presentazione scadrà tra un anno e mezzo.

E proprio l’aprile 2010 è stato il mese migliore della sinora pur breve carriera del ragazzo: con tre reti realizzate in quattro match Connor venne infatti votato come miglior giovane del campionato per quei trenta giorni, un riconoscimento certo non importante quanto altri ma comunque significativo ed apprezzabile.

Riconoscimento che non ha quindi lasciato indifferenti i club di Premier League, subito interessatisi al marcantonio anglo-nordirlandese.
Giusto lo scorso maggio, infatti, il Tottenham si è subito fatto avanti con una proposta allettante: circa sei milioni di euro e la possibilità per il ragazzo di restare ancora per un anno in prestito ad Ipswich.

Niente da fare, però. Offerta subito rispedita al mittente e discorso chiaro: il ragazzo vale il doppio di quella cifra, e per meno non si muoverà dalla contea del Suffolk.

Tottenham tornato quindi alla carica in estate con un’offerta migliorata, intorno ai nove milioni, ma ancora ritenuta inadeguata dalla dirigenza dei Tractor Boys.

Oggi sul ragazzo ci sarebbero quindi anche Arsenal e Liverpool.
E proprio quest’ultima sarebbe la squadra preferita del ragazzo, tifoso Reds e grandissimo fan di Fernando Torres, con cui sogna di giocare in futuro.

Due indizi forse non fanno una prova, ma ecco che potrebbero essere proprio gli Scousers il futuro club del ragazzino di Hereford.
Tale è il livello d’interesse nei suoi confronti, comunque, che si dice la società sia arrivata in alcuni casi a dover riservare due dozzine di posti, sugli spalti, per osservatori di altre squadre accorsi a visionarlo. Notevole.

Ma, del resto, in Inghilterra è già una sorta di mito.
Perché, come detto, è stato capace di regalare la vittoria di un Europeo under 17 al suo paese, con grandi prestazioni e, soprattutto, un goal pesantissimo ed assolutamente decisivo in finale.

Ma ripercorriamo con calma la sua pur breve carriera internazionale.

I primi passi in nazionale Connor li ha mossi nell’under 16, con cui ha vinto, nel corso della stagione 08/09, una Victory Shield (competizione giocata in passato da futuri grandi giocatori come Shilton, Matthews, Charlton, Owen, Rooney, Dalglish, Souness, Toshack, Hughes, Rush e Bellamy) segnando anche una rete nel 2 a 0 finale contro la nazionale scozzese.
Nell’agosto 2009, quindi, la prima chiamata dell’under 17, con cui il ragazzo avrà un feeling particolare.

Dapprima l’FA International Tournament, poi il campionato Europeo in Liechtenstein dove Connor segnerà una doppietta all’esordio contro la Repubblica Ceca, disputerà un ottimo match nel secondo turno del girone contro la Grecia per poi riposare nel corso del terzo e tornare più carico che mai per il rush finale, che bagnerà con una doppietta in semifinale contro la Francia ed una rete, quella decisiva, nel 2 a 1 finale contro la Spagna.
Un goal storico, questo, che permetterà ai Maestri del Calcio di issarsi per la prima volta sul tetto continentale (a livello di under 17).

Dopo aver esordito in under 19, quindi, arriverà l’esordio anche in under 21, avvenuto nel corso di un’amichevole contro la Germania disputata lo scorso 16 novembre.

Ora, insomma, non gli resta che conquistarsi a suon di spallate, prestazioni e goal anche la nazionale maggiore che secondo qualcuno avrebbe già sfiorato: questi esperti, tra cui Russell Osman, affermarono che il ragazzo avrebbe potuto far parte della spedizione Mondiale in Sudafrica, esattamente come quattro anni prima capitò a Theo Walcott, portato ancora minorenne al Mondiale tedesco.

Alla fine, però, Capello ha deciso di non convocarlo. Almeno per ora.
Perché secondo l’ex nazionale inglese Kevin Beattie il ragazzo ha un talento enorme, e nel giro di pochi anni diventerà la spalla indiscussa di Wayne Rooney al centro dell’attacco dei Tre Leoni.

CARATTERISTICHE

Fisico da corazziere. E scusate se è poco, vista la giovanissima età.

Poprio questo è l’indubbio punto di forza di un giocatore, Connor Wickham, che tra i pari età sa essere decisivo proprio in virtù di una forza fisica difficilmente contrastabile, che però fa ovviamente molta più fatica ad imporsi nel calcio professionistico.

Rispetto alla taglia, poi, Connor ha una velocità insospettabile. Perché quando si è così grandi e grossi solitamente ci si muove con un po’ di impaccio e lentezza, cosa che però non riguarda il corazziere di Hereford.
Che, nel compenso, sa ben sfruttare le sue importanti qualità fisiche a difesa del pallone, mentre dovrebbe migliorare in particolar modo il tempo negli interventi aerei.

Altra qualità da sviluppare con la crescita è sicuramente quella relativa al controllo di palla e alla visione di gioco. Se per quanto riguarda la prima questione si tratta solo di una limatura per quanto concerne la seconda parliamo invece di un miglioramente che dovrà essere sicuramente notevole.
Certo, trattandosi di una punta non gli si chiede di sfornare assist no look al bacio stile Ronaldinho, ma avere una prima punta capace di controllare ogni pallone, proteggerlo con attenzione per servire poi a dovere un compagno meglio piazzato è sicuramente importante ed è un aspetto complementare al goal che va tenuto in grandissima attenzione.

Nel contempo Connor è però anche un grandissimo lavoratore, faticatore instancabile che si sacrifica tantissimo per aiutare i compagni pressando, rinculando e facendo molto movimento.
Insomma, parliamo di una prima punta fisicata ma assolutamente non staticissima come si potrebbe pensare nel vederne la stazza. Perché, appunto, il ragazzo fa del movimento una delle sue armi di punta.

Certo è che però questa cosa a tratti può rivelarsi anche un problema: alle volte, infatti, finisce col sacrificarsi troppo, non riuscendo quindi poi a trovare grande lucidità sotto porta. Ed è un peccato, posto che è dotato di un tiro discreto sia con il destro (suo piede naturale) che con il sinistro.
Proprio così, comunque, si spiega come quest’anno il buon Wickham si trovi ancora a bocca asciutta, nonostante coach Keane gli abbia dato fiducia in più occasioni.

Giusto ieri pomeriggio ha infatti terminato il suo ennesimo match stagionale, giocato questa volta contro il Forest, senza riuscire a trovare la via della rete.
Si sbloccherà presto, ci auguriamo. Ma questo deve anche lasciare intendere come Connor debba imparare a gestirsi meglio nel corso di un match.

Cosa questa che, certo, non ci si può aspettare da un ragazzino di soli diciassette anni, essendo una prerogativa sviluppabile con età ed esperienza.

C’è poi una curiosità particolare ma interessante di cui è giusto parlare, essendo relativa al bagaglio tecnico del ragazzo: la sua grande forza fisica lo porta spesso a battere le rimesse laterali vicino all’area di rigore.
Essendo dotato di una rimessa lunga, infatti, la sua squadra cerca spesso di sfruttare questa sua peculiarità come arma tattica per scardinare le difese avversarie.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Essere star a livello giovanile è una cosa, ripetersi tra i professionisti un’altra.

Questo è assodato. Ed è un qualcosa che dovrà scontare anche il buon Connor, posto che star a livello giovanile lo è già – e quanto fatto agli ultimi Europei under 17 lo dimostra – e che il suo impatto tra i pro è stato buono ma ovviamente non allo stesso livello.

Il tutto, poi, penso valga a maggior ragione per chi come lui punta tantissimo sulla forza fisica. Perché se grazie a questa puoi fare onde tra i pari età non è detto basti al piano superiore, laddove si incontrano uomini già formati e nel pieno della forma, che possono essere anche più forti e robusti di te.

Le qualità per fare bene, comunque, ci sono davvero tutte e Wickham resta un nome da segnarsi sul taccuino per andare poi a rivederlo tra qualche anno, quando potrebbe aver fatto il botto.

In Inghilterra sono piuttosto sicuri ciò accadrà.
A noi, al solito, non resta che aspettare.

Di certo al ragazzo va dato tempo, perché se è vero come è vero che è dotato di grandi qualità è altrettanto vero che si tratta pur sempre di un ragazzo molto giovane e con grosse falle da un punto di vista esperitivo.Falle, queste, che deve avere la possibilità di colmare con tranquillità, evitando si bruci per via di esse.

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