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Archive for the ‘Stars of the future’ Category

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.


Ieri pomeriggio si è celebrata la finale della Champions League giovanile, la Uefa Youth League.

A contendersi il trofeo lo Shakhtar Donetsk, arrivato un po’ a sorpresa all’ultimo atto della competizione, ed il Chelsea, indubbiamente la squadra più forte e quindi favorita per la vittoria finale.

Alla Final Four di Nyon erano approdate anche l’Anderlecht, che un po’ tutti ci saremmo aspettati di vedere in finale, e la Roma: i primi hanno avuto un blackout totale nel secondo tempo e dopo essere passati in vantaggio sugli sviluppi di un calcio d’angolo si sono fatti rimontare e distruggere (3 a 1 in favore degli ucraini il risultato finale).
I secondi non sono invece mai entrati in partita: troppo il dislivello rispetto a questo Chelsea, che potendo contare su giocatori già maturi, oltre che molto forti, ha sotterrato i Giallorossi sotto a 4 goal ed è volato in finale.

Anche ieri non c’è stata grande partita, a riprova del fatto che il livello di gioco di questi Blues è assolutamente fuori categoria rispetto alla Youth League.

Come scritto in uno dei tanti tweet letti in diretta dai commentatori di EuroSport, l’under19 del Chelsea sta alla Youth League come l’Ungheria dei primi anni cinquanta stava al calcio mondiale.

Tweet che purtroppo è stato mal interpretato da Benzi e Zanon: ovviamente non voleva essere un paragone diretto tra le due squadre, quanto la volontà di sottolineare come Brown e soci a questo livello risultano praticamente imbattibili. Esattamente come fu l’Aranycsapat per ben quattro anni, tra il 1950 ed il 1954.

Ma parliamone più in dettaglio, di questo Chelsea.

Partendo dalla tattica di gioco: un 4-2-3-1 che ricalca in tutto quello schierato da Mourinho in prima squadra. Decisione questa sicuramente non casuale: sull’insegnamento di grandi scuole calcistiche come Ajax e Barcellona, infatti, anche i Blues hanno deciso di impostare in maniera verticale un modulo di gioco su cui provare a costruire anche l’Academy.
Questo meccanismo ha un vantaggio chiaro: i ragazzi crescono apprendendo già prima di entrare in prima squadra certi dettami tattici, di modo che nel momento in cui si troveranno a fare il salto si troveranno più a loro agio.
Va comunque detto che questo sistema ha anche un altro lato della medaglia: andare alla ricerca di giocatori con determinate caratteristiche può significare snobbare talenti che non rientrato in certi standard o, forse anche peggio, provare a rimodellare i giocatori a seconda delle proprie necessità. Quando invece un giovane andrebbe costruito sulla base delle proprie peculiarità, più che sulle esigenze di una prima squadra che potrebbe anche non vedere mai.

Ma i giocatori? Andiamo a vedere chi sono stati i principali protagonisti di questa cavalcata.

Il portiere è Bradley Collins, 18enne nativo di Southampton approdato in Blues all’età di 11 anni.
Fresco di contratto da pro firmato in estate (scadenza a giugno 2017), si è rivelato estremo difensore non vistoso ma sicuramente affidabile, contribuendo a dare solidità a tutta la squadra partendo dalla difesa.
Per lui si parla addirittura di possibile promozione in prima squadra a partire dalla prossima stagione: il posto di secondo dietro a Courtois, una volta che sarà partito Cech, potrebbe infatti spettare a lui. Certo non la soluzione migliore per farne progredire il talento, ma respirare l’aria della prima squadra almeno per un anno potrebbe accelerarne la crescita caratteriale.

A destra si è invece disimpegnato con profitto Ola Aina, quasi 19enne nativo di Southwark, sobborgo londinese.
Arrivato al Chelsea nel 2007, nasce come ala offensiva piuttosto prolifica ma si evolve come terzino destro molto mobile. Alla bisogna si è comunque disimpegnato anche sulla fascia opposta tanto quanto centralmente.
Diventato professionista il 17 ottobre 2013, ha fatto parte di tutte le selezioni giovanili a partire dall’under16 sino all’under19, squadra che rappresenta tutt’ora.
Grande gamba, risulta a volte abbastanza attaccabili in fase difensiva ma è una vera freccia in più nella faretra di quella offensiva, con le sue sovrapposizioni continue e ficcanti con con provvede sempre a dare un’ulteriore opzione di gioco alla squadra.

L’out opposto è occupato da un giovanissimo, l’ancora 16enne Jay Da Silva.
Nato a Luton il 22 aprile del 1998 fu proprio nel club della sua città natale che mosse i primi passi su di un campo da calcio, per poi approdare al Chelsea nel 2010 ed essere inserito nella compagine under 13.
Nazionale under 16 ed under 17 (che ha aiutato a strappare il pass per l’Europeo di categoria, con 4 presenze ed un goal a cavallo del doppio turno di qualificazione), può disimpegnarsi lungo tutta la fascia laterale, anche come esterno di centrocampo o ala.
Veloce e forte fisicamente nonostante un fisico non poderoso, è il prototipo del terzino moderno. Come detto ancora giovanissimo, dimostra maturità e prospettive. Sicuramente un giocatore da tenere in considerazione in ottica Premier League e Nazionale, a patto mantenga le promesse.

La difesa, centralmente, è invece guidata dal danese Andreas Christensen, già due volte in campo con la prima squadra.
Sbarcato a Londra il 19 maggio 2013, è un classe 96 di 188 centimetri per 74 chili approdato all’età di otto anni nelle giovanili del Brøndby IF.
Già punto fermo dell’under21 danese (che si giocherà la fase finale dell’Europeo a giugno, inserita nel Girone A con Repubblica Ceca, Germania e Serbia), è giocatore abile nel gioco aereo, discreto in marcatura ed elegante nelle movenze.
Futuro da campionato top, Christensen è un altro di quei giocatori che a partire dal prossimo anno potrebbero essere integrati nella rosa della prima squadra. Anche se, per lui, vedo più probabile un prestito altrove.

Al suo fianco si disimpegna Jake Clarke-Salter, 18enne di Carshalton che si è fatto tutta la trafila nelle giovanili del club a partire dalla rappresentativa under 9 in poi.
In gioventù si è disimpegnato anche come centrocampista centrale ed addirittura ala sinistra, anche se ultimamente sembra aver trovato la sua dimensione in difesa. Aggregato in Nazionale a partire dall’under 18, ha firmato il suo primo contratto lo scorso dicembre e resterà in Blues fino al 2017.
Difficile pensare ad un suo futuro prossimo in prima squadra, però. Più probabile che l’anno prossimo rimanga ancora a giocare e crescere nelle giovanili di quello che è il suo club da sempre.

Il re della mediana è un giocatore su cui lo stesso Mourinho si è già sbilanciato, Ruben Loftus-Cheek.
Nato a Lewisham, Londra, il 23 gennaio 1996 entrò nelle giovanili del Chelsea all’età di 8 anni, esordendo in prima squadra lo scorso 10 dicembre nel 3 a 1 rifilato allo Sporting Lisbona. Solo sette minuti di gioco, ma che per Ruben hanno rappresentato la realizzazione di più sogni.
Nel giro della Nazionale a partire dall’under 16, oggi è una delle stelle più luminose dell’under 19, probabilmente la rappresentativa di categoria più forte d’Europa.
Centrocampista box-to-box, come piace definirlo agli inglesi, si disimpegna a tutto campo aiutando la squadra in fase difensiva tanto quanto dando birra a quella offensiva.
Ovviamente professionista, ha un contratto in scadenza nel 2017 ed ha iniziato la stagione aggregato all’under21 dell’Academy Blues. A partire dagli inizi di gennaio è invece stato inserito in pianta stabile nella rosa della prima squadra.

Al suo fianco fa buona mostra di sé un giocatore meno appariscente ma comunque molto interessante come Charlie Colkett, altro centrocampista con moltissimi caps internazionali al suo attivo (classe 96, fa oggi parte della sopracitata rappresentativa under 19).
Blues dai dieci anni in poi, è un centrocampista dedito al taglia e cuci: con la sua sagacia tattica e la comunque buonissima preparazione tecnica Colkett cerca infatti di ricamare gioco in mediana, provando a dare nerbo alla fase difensiva ed ordine a quella di possesso.

Davanti ai due mediani gioca invece Charly Musonda.
Trequartista classe 1996, figlio d’arte (suo padre fu nazionale zambiano), è cresciuto nell’Anderlecht da cui è partito per Londra ormai tre anni or sono.
Letale negli spazi stretti, gran controllo della sfera, buona fase di rifinitura. Dotato di un fisico ancora piuttosto acerbo, Musonda ha un grandissimo primo passo ed una ottima capacità di saltare l’uomo nell’uno contro uno.
Altro grande prodotto del calcio belga, è plasubile lascerà il Chelsea in estate per andare a farsi le ossa con qualche prestito in giro per l’Europa. Personalmente non trovo impossibile possa finire a giocare al Vitesse: un contesto come la Eredivisie potrebbe essere l’ideale per esaltarne le qualità indiscutibili.
Ovviamente è punto fermo delle varie rappresentative giovanili dei Diavoli Rossi (attualmente è già aggregato in under 21).

Al suo fianco, sulla sinistra, si disimpegna un altro giocatore francofono: Jeremie Boga.
Nato a Marsiglia il 3 gennaio 1997 si trasferì presto in Inghilterra, entrando a far parte dell’Academy Blues a partire dall’under12.
Dotato di scatto bruciante ed ottima capacità di dribbling, può giocare sia come trequartista classico che come ala. Fisicamente ben piantato, ha ottime doti atletiche cui abbina un bagaglio tecnico tutt’altro che disprezzabile. Non è comunque tra i giocatori deputati a salire in prima squadra da subito, più probabile per lui un altro anno aggregato alle giovanili o, se proprio, un passaggio in prestito altrove. Chissà, magari nel suo paese di origine (che rappresenta a partire dalla Nazionale under 16 fino all’attuale under 19).

Il pezzo veramente pregiato – assieme a Loftus-Cheek – della formazione che ha vinto la Youth League lo troviamo però sulla fascia di destra. Sto parlando ovviamente del classe 97 Isaiah “Izzy” Brown, acquistato dal West Browich Albion (doveva aveva già esordito in prima squadra) nell’estate del 2013.
Capacità atletica straripante, oggi Izzy è praticamente dominante a livello giovanile. Forza fisica abbinata ad un’esplosività abbacinante, risulta praticamente inarrestabile quando parte in velocità. Ottime doti tecniche, può disimpegnarsi su entrambe le fasce quanto centralmente, sia come prima che, preferibilmente, seconda punta.Già inserito stabilmente nella rosa della prima squadra da Mourinho, finora ha collezionato tante panchine e nulla più. E proprio qui casca l’asino: con un talento di questo genere a disposizione perché i dirigenti Blues sono andati ad investire ben 35 milioni (più il prestito di Salah) su Cuadrado, che a sua volta sta trovando pochissimo spazio?
Quel poco spazio non sarebbe stato meglio riservarlo ad un giocatore che ha tutto per imporsi come uno dei migliori giocatori inglesi dei prossimi anni?
Perché poi è proprio così che si bruciano i talenti: non dando loro fiducia e non permettendogli di evolvere il proprio talento in un contesto sempre più competitivo. Come sarebbe vedere il campo al fianco di giocatori come Hazard, Fabregas e Diego Costa.
Campione europeo under 17 in carica, ha quindi aggiunto la Youth League al suo palmares giovanile.

La punta è invece Dominik Solanke, centravanti di lotta e di governo deputato a raccogliere l’eredità di Diego Costa in prima squadra.
Ben 12 reti (e 4 assist, in sole 9 partite) per lui in questa Youth League (vinto il titolo di capocannoniere), il ragazzo d’origine nigeriana (campione europeo under 17 al pari di Brown, vinse il titolo di capocannoniere anche lì) ha una struttura fisica già ben formata ed una forza fisica importante, se rapportata a quella dei pari età.
Per il resto il suo score parla per lui: vede la porta come pochi altri attaccanti della sua età.

Insomma, il Chelsea ha avuto il merito di costruire (per lo più in casa, come abbiamo visto) una vera e propria corazzata, capace di dominare vincendo con grande merito la Uefa Youth League: 9 partite, 8 vittorie e 1 sola sconfitta (nel girone contro l’ottimo Schalke 04) con 32 goal fatti a fronte di soli 6 subiti (di cui due ieri).

Ora però c’è da pensare al futuro professionistico di questi ragazzi, molti dei quali già pronti al salto.

Di sicuro Loftus-Cheek e Brown andranno confermati nella rosa della prima squadra, ritagliando però loro qualche minuti in cui poter vedere il campo. Non c’è cosa peggiore che passare un anno a guardare gli altri giocare, sia da un punto di vista psicologico che sotto il profilo della possibilità di crescita del proprio livello di gioco.

Oltre a loro ci sono poi ragazzi come Collins e Christensen che potrebbero avere qualche chance di integrare la rosa a disposizione di Mourinho. Per tutti gli altri invece si può prospettare un prestito altrove, fatto salvo quel paio di giocatori che potrebbe rimanere un altro anno a completare la propria formazione all’interno dell’Academy.

Di certo, però, c’è che il Chelsea ha lavorato molto bene fino a qui: ora deve completare l’opera valorizzando al meglio questo pozzo di talento che si è costruito in anni di duro lavoro.


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Chi mi segue da un po’ (magari anche su Facebook Twitter, dove sono inevitabilmente molto più attivo che sul blog) è senza dubbio a conoscenza della mia sconfinata passione per il calcio giovanile. Che recentemente mi ha portato a guardare, ad esempio, un torneo internazionale di dodicenni. E che nel corso degli ultimi due anni mi ha invece fatto scrivere altrettanti libri sui giovani talenti disseminati in giro per il mondo (l’ultimo dei quali, “La carica dei 301″, è acquistabile al modico prezzo di soli 99 centesimi).

Proprio partendo dalla mia passione per il calcio giovanile, non potevo certo lasciar passare sotto traccia l’orientamento di mercato preso dal Real Madrid. Che in questi ultimi mesi, dopo aver preso l’ennesima stella – James Rodriguez – a suon di milioni, si è messo a porre un pochino di basi anche per il futuro.

Il tutto andando ad ingaggiare, in giro per il mondo, alcuni ragazzi di buon valore e potenzialità assolutamente interessanti che potrebbero tornare utili nei prossimi anni.Giovani Real

  • Martin Ødegaard
    Di lui ne ho – ovviamente – già parlato nel mio ultimo libro, “La carica dei 301″. Un classe 98 con qualità eccellenti ed un talento davvero notevole. Il problema, in casi del genere, è che un po’ la crescita fisicoatletica non va sempre come si spererebbe, un po’ le pressioni che avere tutti i riflettori addosso comportano possono finire col bruciare il ragazzo. Che, bene ricordarlo, ha da poco compiuto 16 anni.
    Talento e tecnica, comunque, restano indiscutibili.
  • Mink Peeters
    Altro classe 98, altro giocatore spiccatamente offensivo. In questo caso parliamo di un giocatore di scuola olandese (è passato sia dalle minors del PSV che dalle giovanili dell’Ajax, da cui il Real lo ha prelevato), tutto mancino, che predilige giocare sulla fascia per trovare più spazio per le sue incursioni palla al piede. Piuttosto innamorato della sfera, è comunque in possesso di una grande visione di gioco e di una certa facilità di assist. Ottimo in fase di rifinitura, può agire anche centralmente, come trequartista classico.
    Anche in questo caso, pur non essendo famoso come Ødegaard (anzi, in Italia credo che lo conosciamo davvero in pochi, posto che non ho mai sentito nessuno parlarne), talento e tecnica restano indiscutibili.
  • Lucas Silva
    Il mediano brasiliano è invece già più “stagionato”. Classe 93, tra meno di un mese compirà 22 anni. Ex Cruzeiro, ama giostrare davanti alla difesa ed è abbastanza utile in entrambe le fasi. Come tipologia di gioco mi ricorda un po’ Xabi Alonso, insomma: si spende per schermare la difesa, ma nel contempo ha anche una tecnica discreta abbinata ad una certa visione di gioco e capacità di far girare il pallone.
    Certo, devono cercare di non fargli fare la fine che ha fatto Casemiro…
  • Marco Asensio
    Una joya tra le più quotate, nel floridissimo panorama giovanile spagnolo. Classe 1996, parliamo di un centrocampista spiccatamente offensivo che può giocare sia da trequartista che da ala (prevalentemente a sinistra), abbinando tecnica e rapidità di gambe a grande inventiva.
  • Abner
    Altro protagonista de “La carica dei 301″, Abner – classe 96 – è un terzino sinistro brasiliano che in passato è stato molto vicino alla Roma. A dispetto dell’interesse dei Giallorossi la scorsa estate è sbarcato a Madrid, per giocare nel Castilla. Atleticamente dotatissimo, è un fluidificante che ama scorrazzare lungo la propria fascia di competenza e supportare molto la manovra offensiva, come da tradizione Verdeoro.
  • Augusto Batalla
    1996 che è anche l’anno di nascita di Augusto Batalla, portierino scuola River che secondo alcune fonti sarebbe stato già acquistato dalla Casa Blanca. Campione sudamericano under 17 due anni fa, oggi sta disputando il torneo continentale under 20. Reputato tra i migliori giovani estremi difensori del Sud America (e da qualcuno del mondo), deve cercare di non ripercorrere le orme di Albano Bizzarri, che nel 1999 sbarcò a Madrid accompagnato dalla promessa di diventarne leader indiscusso per fallire poi miseramente…

A questi giovani, secondo alcune voci di mercato, potrebbe poi unirsi l’ormai famosissimo Hachim Mastour, mediaticissimo talento scuola Reggiana da ormai due anni e mezzo in forza al Milan.

Insomma, il Real non pensa solo al presente ma prova anche a costruire il proprio futuro. C’è solo da capire se lo stiano facendo con senno o se, anche qui, si facciano prendere dalla solita voglia di fagocitare tutto il talento fagocitabile. Anche perché, parlando di giovani, ci vuole poco a bruciare un ragazzo di quest’età. E sarebbe proprio un peccato…

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Grande spettacolo, ancora una volta, ad Arona, isola di Tenerife. Dove negli ultimi tre giorni si è disputato il tradizionale (diciannovesima edizione) torneo di calcio a 7 riservato alla categoria under 13 (quest’anno i 2002).

Un torneo interessantissimo che ha messo in mostra tanto grandi squadre quanto ottime individualità. Nonostante la giovanissima età, infatti, il livello era altissimo. Chi pensa di vedere qualche bambino che corre alla rinfusa dietro il pallone ha sbagliato del tutto a capire.

L’organizzazione di ogni equipe è maniacale ed il talento di molti ragazzini già sfavillante. Certo, è ancora molto presto per dire se potranno arrivare ad alto livello, ma qualcuno di questi ha messo in mostra una base di partenza eccellente su cui provare a costruire un buon professionista.

A rappresentare l’Italia in questo contesto gli Esordienti 2002 della Juventus. Che hanno messo in mostra, ancora una volta, tutti i limiti del nostro calcio, almeno in questa congiuntura temporale.

Parliamoci chiaro: presi singolarmente ci sono diversi Bianconeri – e ne parlerò più avanti – che hanno qualità assolutamente interessanti. Una cosa questa sottolineata anche dai commentatori de La Sexta, tv spagnola che ha trasmesso in diretta l’evento.

A mancare, però, è proprio l’approccio ai match. L’idea di gioco.

Per essere chiari: la Juve disputa due match nel girone, contro PSG e Barcellona, pareggiandoli entrambi. Poi ai quarti incontra il Villarreal e ne esce un nuovo pareggio, con Girelli (il portiere) grande protagonista anche ai rigori.

In semifinale c’è l’Atletico Madrid, che domina il match. La Juve gioca lungamente con un inguardabile – permettetemi la franchezza – sorta di 4-1-1. I telecronisti iberici parlano di “Catenaccio contro Toque”, ed hanno ragione. La Juve fa poco-nulla in fase di possesso, ma regge discretamente dietro. Ad un minuto dalla fine però la decide Mario Soriano: Bianconeri eliminati.

Il canovaccio della finalina – disputata contro il Real Madrid – sarebbe lo stesso, non fosse che Theo Fernandez (uno dei quattro figli di Zinedine Zidane, per intenderci) la sblocca subito. Ed allora la Juve – finalmente, permettetemelo – inizia a giocare in maniera più propositiva.
Pedro Paulo raddoppia con una grande giocata personale, ma la Juve c’è e chiuderà perdendo 2 a 1, disputando paradossalmente il miglior match del proprio torneo. L’unico in cui ha giocato. In cui si è trovata costretta a giocare.

Che dire invece della scuola spagnola? Per me resta diversi passi avanti alla nostra, oggi. Un po’ tutte le squadre giocano coralmente, cercando per altro di valorizzare i propri giocatori di maggior qualità. L’esatto contrario di ciò che fa la Juve, che gioca invece speculando sugli – eventuali – errori avversari.

Un gap culturale che nel calcio di oggi paghiamo tantissimo. Anche perché i pochi giocatori di qualità finiscono col perdersi, isolati in un contesto che gli è avverso. E senza nemmeno le giocate dei singoli (stile Euro 2012, per intenderci) come possiamo pensare di vincere qualcosa?

Insomma, a parere di chi scrive – che di partite e tornei giovanili ne vede diversi – il contesto formativo italiano è inadeguato, se rapportato a quelle che sono le eccellenze calcistiche dei giorni nostri. Passi l’organizzazione difensiva, ma nel corso degli ultimi dieci o vent’anni abbiamo dato il via ad un tatticismo esasperato fin dalle categorie dei più piccolini, che ha portato ad una contestuale demineralizzazione assoluta della nostra fase offensiva.
A livello di gioco difficilmente le squadre italiane hanno mai brillato, ma ultimamente l’andazzo porta a soffocare, anziché esaltare, anche quei giocatori di talento che un tempo diventavano i Baggio, i Del Piero ed i Totti.

A vincere il torneo, tornando al campo, il Valencia di Joaquin Garcia (premiato come migliore coach della competizione). Una squadra con un paio di individualità assolute (tecnicamente Ferhat ed Oscar Domenech – quest’ultimo premiato come MVP del torneo – sono sublimi) ed un contesto organizzatissimo in tutte le fasi, davvero di alto livello. Uno spettacolo per gli occhi.

Secondo l’Atletico Madrid, squadra che vive con lo “Spirito di Aragones”, come detto dal proprio allenatore, e che ha dimostrato organizzazione e soprattutto tanta determinazione. Ma certo, anche qualità.

Terzo, infine, il Real Madrid. In cui gioca quello che è forse oggi il miglior 2002 al mondo: Pedro Paulo Kasanzi Lubamba, un giocatore di cui ho parlato anche nel mio ultimo libro (“La carica dei 301″, che vi invito ad acquistare costando solo 99 centesimi).

Ma un po’ tutti i club spagnoli mi hanno fatto una grandissima impressione dal punto di vista della tecnica individuale, della qualità e delle idee di gioco.

Parlando di singoli, vorrei proporvi quello che per me è la Top XI del torneo (pur se questo si è giocato a sette), più qualche altro nome di giocatori che si sono messi in bella mostra.

In porta la mia scelta ricade sull’italiano Giulio Girelli. Il portierino Bianconero è in realtà un portierone, se si pensa alla sua taglia. Assolutamente oversize rispetto all’età.
Un fisico possente e slanciato cui fa da contraltare un’ottima reattività. Diverse parate importanti, sicuramente determinante nel portare il proprio club al quarto posto, compie un solo errore in cinque gare, quello che costa l’1 a 0 nella finalina (e che paradossalmente farà del bene alla Juve, che da lì inizierà finalmente a costruire gioco).

Terzino destro, con una scelta non facile, scelgo invece il (real) madridista Lorenzo Agudelo. Taglia ridotta ma buon passo e tanta qualità, che sfrutta anche per realizzare un gran goal al termine di un’azione solitaria con cui salta due o tre avversari per poi concludere a rete sparandola all’incrocio.

Il primo dei due centrali è il secondo italiano della formazione, Riccardo Sganzerla. Anche in questo caso parliamo di un giocatore dal fisico non eccezionale, ma indubbiamente in assoluto il migliore interprete in fase di uno contro uno difensivo. Un centrale sempre attento, con un già spiccato senso della posizione e davvero difficile da superare.

Il secondo centrale è invece il blaugrana Ricard Cartañá. Lui sì con un fisico già piuttosto sviluppato, unito alla classica tecnica sopraffina propria dei centrali che crescono dalle parti di Barcellona.

Come terzino sinistro la scelta ricade su Jacob Lopez, trottolino e capitano del Valencia. Anch’egli taglia molto minuta, mostra già un carisma spiccato ed ottime doti difensive. Agile e rapido nello stretto, accompagna anche i propri compagni quando si tratta di offendere.

A centrocampo due Oscar.

Impossibile non selezionare l’MVP del torneo, il valenciano Oscar Domenech. Un giocatore dal tocco sensibilissimo che sa dettare i tempi, lanciare i propri compagni, tenere il possesso ed aiutare in transizione negativa. Davvero un giocatore già piuttosto completo e dalla grandissima qualità.

Per far sì che il centrocampo regga gli affianco quindi il capitano dell’Espanyol, Oscar Carrasco. Un capellone tutto corsa e senso della posizione, imprescindibile per permettere alla propria squadra, per lunghi tratti, di giocare addirittura con due punte pure.

La trequarti è poi il trionfo della qualità e della tecnica.

A destra ci piazzo il già citato Theo Fernandez, figlio d’arte col papà piuttosto ingombrante visto il ruolo (Zinedine Zidane, appunto). Il terzo dei figli di Zizou si prende il titolo di capocannoniere con 4 realizzazioni, questo nonostante giochi da titolare solo gli ultimi match del torneo.
La tecnica è di primissima qualità. Intelligente, buon tiro, capace di usare entrambi i piedi quasi senza risentirne, abile nell’uno contro uno… è presto per dire dove potrà arrivare, ma certo non è la qualità a mancargli.

A sinistra un altro (real) madridista, Pedro Paulo.
Semplicemente devastante.
Gioca a tutto campo senza risentirne. Quando prende palla arriva praticamente sempre al tiro. Ha un cambio di passo assolutamente illegale. Se riuscirà a conservarlo per tutta la propria crescita… beh, sicuramente arriverà a giocare in un campionato importante.
Ecco, il suo problema è che spesso tende a giocare troppo da solo. Ma del resto quando a 12 anni ti riesce qualsiasi cosa tu voglia è anche capibile che tu possa tendere a fare il veneziano…

Trequartista centrale un altro campione del torneo: Ferhat.
Un giocatore a due facce. Da subito mette in mostra una tecnica sopraffina, ma poi si nasconde un po’ per diverse partite. In finale, quando la temperatura sale, prende in mano le sorti della propria squadra. Numeri eccezionali palla al piede, grande propensione al gioco di squadra e due goal con cui decide quasi da sé l’ultimo atto del Liga las Promises.
Che dire se non “a buon rendere”?

Di punta, per chiudere questa Top XI, ci piazzo un secondo giocatore del Barça: Pablo Moreno. Un giocatore che deve forse imparare a diventare più spietato sottoporta, ma che mette davvero tantissima qualità nel proprio gioco.

Ma permettetemi di andare oltre alla semplice Top XI, segnalandovi altri giocatori che si sono espressi si buonissimi livelli.

Il Valencia campione ha messo in mostra due terzini sinistri molto interessanti: oltre al già citato Jacob impossibile non parlare di Dani Montes, versione più offensiva del proprio capitano. Bene anche Carlos Perez, il portiere titolare, e Ferran Giner, punta di movimento ma già ben strutturata.

L’Atletico, secondo, mette in mostra quello che è stato votato come il miglior portiere del torneo, Miguel Prieto. Oltre a lui bene il trequartista Mario Soriano, il giocatore di maggiore qualità, e la punta Erick Jeenn, quantità e fiuto per il goal.

Nella Juventus bene anche l’esterno Paolo Boffano, autore del pareggio contro il PSG (goal decisivo per il passaggio del turno) ed il terzino tutto pepe Franco Tongya. Non male anche Nar Diop, centrocampista che per fisico ed incedere ricorda molto Paul Pogba (anche se non per tecnica, purtroppo per lui). Mi aspetterei invece di più, vista la struttura che madre natura gli ha donato, da Aboubacar Da Costa. Certo, piuttosto abbandonato a sé stesso dai compagni, ma con una serie di limite (sia tecnici che tattici) assolutamente da eliminare.

Il Barcellona esce presto dalla competizione con non poca sfortuna, ma è forse la squadra globalmente più interessante del torneo (al pari del Valencia). Oltre ai già citati Moreno e Cartana si sono messi in luce, tra gli altri, anche il portiere Pol Tristan, il terzino destro Marc Alegre e la guizzante ala Alex Rico, minutissimo ma un vero peperino palla al piede.

Nel Real Madrid, invece, molto bene anche il capitano David Cuenca (difensore centrale capace di agire anche a sinistra, tecnicamente molto dotato e difensivamente sempre attento) ed il portiere, Lucas Canizares (sì, anche lui figlio d’arte).

Sempre a proposito di figli d’arte, per tornare al Valencia, vi segnalo anche Fran Perez, figlio di Rufete. Un esterno discreto, già formato fisicamente e dal buon passo. Ma che in questo torneo, debbo dire, non si è distinto.

Tornando ai giocatori che si sono messi più in bella mostra, per chiudere, vi faccio altri sei nomi: bene le due punte dell’Espanyol, Samba Kante e Jordi Escobar. Impossibile non citare i due leader tecnici del Siviglia, l’imponente centrale Miguel Bereket e la punta tutta fantasia Antonio Zarzana (autore di un gran goal con ruleta incorporata). Infine bene anche, rispettivamente per Villareal e PSG, il trequartista German Valera e la punta Isaac Karamoko.

Insomma, come al solito un grande torneo, con calcio già di alto livello e diversi giocatori da tenere d’occhio per il futuro.

Certo, difficile dire a soli 12 anni dove possano arrivare. Ma altrettanto vero, come dicevo in apertura, che diversi di questi mostrano di avere le basi giuste su cui provare a costruire una carriera. Molto passerà dalla loro capacità di progredire e, nondimeno, da quella di tenere i piedi ben piantati per terra…

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La classe 1998 del Milan merita un pezzo tutto per sé, da un appassionatissimo di calcio giovanile come il sottoscritto.

Anche nel recentissimo (giocato tra venerdì e sabato) torneo di Madrid in memoria di Luis Aragones, infatti, i ragazzi di mister Brocchi hanno messo in mostra le loro grandi capacità, già ampiamente mostrate nel corso di questo campionato.

Week-end tutto sommato positivo, per loro. Che nonostante si trovano a perdere la finale del Memorial in onore dell’ex C.T. della Spagna, tornano in Italia con due vittorie importanti contro Atletico e Barcellona, e soprattutto la consapevolezza di aver vinto il proprio girone di campionato grazie alla sconfitta interista con il Lumezzane.

Ma andiamo con ordine.

Al torneo madrileno il Milan viene inserito nel gruppo con Atletico Madrid ed Alcobendas. I primi vengono battuti agevolmente 3 a 1, i secondi fanno penare un pochino di più i Rossoneri, che però alla fine si impongono.

In semifinale è quindi la volta del Barcellona. Che passa in svantaggio ma poi mette in mostra più qualità dei rivali. Alla fine le due squadre devono giocarsela ai rigori, e qui esce la maggior freddezza milanista.

L’ultimo atto dovrebbe poter essere una formalità, contro i già battutti Colchoneros. Invece la partita è tirata. La stanchezza (quarta partita in due giorni) probabilmente si fa anche sentire. Ne esce un 1 a 0 tirato per i madridisti, che come puntano schierano quel Salomon Obama di cui ho raccontato ne La carica dei 201, quando ancora nessuno oltre me (su questo blog) ne aveva mai parlato prima, in Italia.

Ma scendiamo un po’ più nel concreto di quanto i giovani Rossoneri hanno mostrato in quel di Madrid. Partendo dai portieri.

L’impressione migliore me l’ha data sicuramente Francesco Fabio Cancelli, che invece nel corso dell’Al Kass Cup che ero riuscito a seguire lo scorso gennaio mi aveva fatto una non buona impressione.
Intendiamoci, l’inizio è un po’ stentoreo. Ma poi si riprende alla grande. Mettendo in mostra una grande qualità nelle uscite, in special modo basse, e grandissima sicurezza (e tecnica) sui rigori. Nella semifinale contro il Barça, infatti, ne para ben quattro, anche se uno viene fatto ricalciare finendo in rete. La strada è quella giusta. Ma per un portiere è anche sempre particolarmente tortuosa.

Gianluigi Donnarumma ha invece il pregio di essere aggregato agli Allievi I/II Divisione pur sottoetà, essendo nato il 25 febbraio del 1999. Di lui posso dire poco. Prestazione senza infamia e senza lode. Sicuramente da rivedere.

Chi invece non mi ha destato grandissima impressione è stato Luca Crosta, che avrà comunque sicuramente modo di rifarsi. A sua parziale discolpa, il fatto di venire da un infortunio che ne aveva condizionato la preparazione nelle ultime settimane.
L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte ad un giocatore sicuramente poco sicuro, che ha anche commesso un errore tecnico ad esempio in occasione del primo goal dell’Alcobendas. Il tempo, comunque, è dalla sua.

Prestazioni senza infamia né lode, passando alla difesa, per Marco Iudica. Buone indicazioni, ma me l’aspettavo, dal solito Andrea Malberti, che già avevo apprezzato nel già citato Al Kass Tournament oltre che in Nazionale under 16 giusto settimana scorsa, contro la Polonia. Giocatore attento e discretamente dotato tecnicamente, è sicuramente un capitale su cui la società Rossonera farebbe bene ad investire.

Bene, nel reparto arretrato, anche Michele Spinelli, puntuale in diverse chiusure, e Matteo Trentino, autore anche di una rete.

Infine ottima come sempre la prestazione dell’italospagnolo Andres Acuna Llamas, terzino sinistro anch’esso già nel giro della nazionale con un repertorio già molto completo: quasi mai in difficoltà in fase difensiva, spinta costante in transizione positiva. In più un bel goal in contropiede contro l’Atletico, dove ha messo in mostra tutta la sua forza e la sua esplosività.

Il dominatore senza se e senza ma del centrocampo è stato invece Niccolò Zanellato, già protagonista di una buona Al Kass Cup, e che personalmente fossi in Tedino terrei in considerazione anche in ottica Nazionale. Il ragazzo ha infatti un’ottima struttura fisica, cui abbina dinamismo e buona qualità. Tre i suoi goal nel corso del torneo, dove ha dominato nel gioco aereo le aree avversarie, ed un titolo di miglior centrocampista del Torneo che sicuramente lo ripaga delle belle prestazioni messe in mostra.

Buone cose le hanno messe in mostra anche i vari Raul Zucchetti, Federico De Piano, Mattia El Hilali e Cristian Hadziosmanovic. Che, chi più chi meno, hanno coadiuvato Zanellato nel reparto nevralgico del campo.

Non mi ha trasmesso nulla di che, invece, Abdou Diouf Ndiaye.

Per quello che riguarda il reparto offensivo, poi, complimenti da spargere un po’ su tutto il reparto, pur con parsimonia.

Cosimo Marco La Ferrara fa un gran goal contro l’Atletico Madrid. Punta esterna mobile e vivace, deve trovare però più continuità nel pungere efficacemente le difese avversarie.

Zakaria Hamadi e Mihael Modic hanno invece messo in evidenza il loro ottimo bagaglio di doti tecniche: controllo palla, dribbling, piede educato. Anche in questo caso però quello che si deve richiedere a questi due ragazzi è una maggiore incisività.

Marcello Jones l’ho visto poco per poterlo giudicare, mentre Juvenal Junior Agnero ha sì grandissime doti fisico-atletiche, ma da un punto di vista tecnico è una pepita assolutamente grezzissima e su cui bisognerà lavorare moltissimo onde riuscire a farne un giocatore di livello.

In tutto questo va comunque ricordato che non c’erano quelli che sono probabilmente indicabili come i tre migliori classe ’98 milanisti in assoluto: Patrick Cutrone, Manuel Locatelli ed il già celebratissimo nonché famosissimo Hachem Mastour.

Il primo è un attaccante di rango. Intelligente, essenziale, fiuto di primo livello. Non è andato a Madrid, ma in compenso ha giocato mezz’ora con la Primavera di mister Inzaghi.

Il secondo è invece un centrocampista molto completo, che però ho potuto vedere solo una volta con la maglia della Nazionale. Ma, ancora quattordicenne, mi impressionò moltissimo.

Il terzo lo conoscono tutti, e ne parlo anche nel mio libro. Gran funambolo. Però attenzione, non sempre i funamboli diventano giocatori di calcio! Anche qui ci sarà molto da lavorare, soprattutto da un punto di vista mentale. Perché tecnicamente il ragazzo c’è.

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C’è un folletto brasiliano che sta dominando e devastando il Campionato Primavera italiano.

Il suo nome è Victor Matheus Da Silva, fantasista di Cuiabà nato il 4 gennaio del 1995.Victor Da Silva

Formatosi nel calcio a 5, entra nell’Academia del Brasil Central quando è solo un bambino, lasciando da subito intravvedere le sue grandi doti tecniche e di palleggio.

Non passano che quattro anni ed arriva per lui il tempo di lasciare casa, trasferendosi in Italia. E’ il 2008, infatti, quando Maurizio Costanzi, attuale responsabile del settore giovanile clivense, lo fa sbarcare in quel di Verona.

La crescita è costante. Il ragazzo nonostante le misure certo non da corazziere riesce a giocare tranquillamente anche sottoetà.

L’esplosione vera e propria arriva lo scorso anno, quando mister D’Anna ne fa uno dei punti di forza della sua Primavera e lui ripaga la fiducia a suon di goal.

A maggio arriva quindi l’esordio in Serie A. Il mese successivo guida il suo Chievo alle semifinali del campionato Primavera, dove arriva la sconfitta contro la Lazio poi Campione d’Italia.

Quest’anno è quindi ripartito con ancora più vigore, per provare a centrale lo Scudetto giovanile solo sfiorato lo scorso anno.

Il bottino per ora fa impallidire un po’ tutti: 14 realizzazioni in 9 match, una media da fenomeno stile Cristiano Ronaldo o Leo Messi. Il tutto tenendosi ben alle spalle campioncini in erba come il napoletano Gennaro Tutino (11 centri in 12 match, di cui 3 però su rigore) ed il laziale Mamadou Tounkara (10 goal in 9 partite).

In pratica Victor ha saputo fare in mezza stagione ciò che gli riuscì nell’intero campionato scorso.

Al che non può che sorgere spontanea una domanda: il ragazzo non è un po’ sprecato?

Nel momento in cui riesce con questa facilità a dominare il campionato in cui gioca, non significa forse sia venuto il momento di provarlo su palcoscenici più importanti, di modo che non smetta di crescere ma anzi trovi nuovi stimoli nel confronto con avversari più dotati?

Il rischio, a mio avviso, un po’ c’è. Capisco anche la volontà da parte dei dirigenti clivensi di sfruttarne le qualità per provare ad imporsi nel Campionato Primavera. Ma ricorderei sempre che una vittoria giovanile ha un senso e un valore molto relativo. Le squadre di questo tipo devono servire a formare i campioni del domani, non a vincere trofei inutili non permettendo però ai ragazzi di crescere al pieno delle proprie potenzialità…

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Colmenar Viejo, Stadio Alberto Ruiz.

E’ qui, nella Comunità Autonoma di Madrid, che si è svolta la finale di quello che gli organizzatori hanno chiamato, forse un po’ presuntuosamente e pretenziosamente, Mondiale per Club under 17.

Ad affrontarsi, comunque, due delle migliori cantere spagnole: da una parte l’Atletico Madrid, dall’altra l’ormai leggendaria cantera blaugrana del Barcellona.

Ma bando alle ciance, veniamo subito alle formazioni.

Atletico che Armando de la Morena schiera con un 4-2-3-1 che vede Fran a difesa dei pali, Chele ad agire come terzino destro con Sergi sull’out opposto (e la memoria corre subito, guardando la maglia degli avversari, ad un altro laterale difensivo mancino… Sergi Barjuan…) e la coppia Alberto – Canete in mezzo.
Ad agire come mediani sono invece Juanjo e Borja, con Nacho trequartista centrale affiancato da Ivan sulla destra e Arona sulla mancina. Unica punta Carlos.

Classico 4-3-3, invece, per il Barcellona che schiera José in porta e una difesa composta, da destra a sinistra, da Godswill, Riera, Tarin, Xavier Quintillà.
Iu e Pau le mezz’ali, con Jordi centromediano. Maxi ed Ebwelle le ali offensive, Munir la prima punta, Xavi Garcia Pimienta l’allenatore.

Entrambe le squadre partono da subito a viso aperto. Qui non si fanno calcoli: c’è l’entusiasmo dei ragazzini coniugato a due scuole calcistiche che fanno capo al movimento spagnolo, ovvero possesso e fase offensiva.

La prima azione realmente degna di nota la costruiscono i Rojiblancos: Juanjo, numero 10 della squadra, parte centralmente palla al piede seminando terrore tra le fila Blaugrana e portando la sfera sino al limite dell’area, per il tocco filtrante in direzione di un Nacho che s’infila bene tra le maglie della difesa avversaria arrivando a calciare. A salvare la situazione ci pensa però capitan Riera, che stringe bene la diagonale difensiva deviando in spaccata la conclusione del trequartista madridista.

La rete che sblocca il risultato è però nell’aria e arriva proprio sugli sviluppi della rimessa laterale che segue l’azione appena raccontata.
Rimessa che Chele batte lunghissima in area, altezza primo palo, a mo’ di corner. A ricevere palla è un liberissimo Carlos, che sfruttando il buco di Tarin mette giù il pallone di petto per affrettare poi una conclusione sbilenca. La traiettoria di tiro è infatti chiusa troppo e sarebbe destinata forse addirittura alla rimessa laterale se solo Arona non sbucasse alle spalle di Godswill per depositare in rete l’1 a 0 comodo comodo.

Difesa Blaugrana che scricchiola a ripetizione e che è tenuta a galla solo da capitan Riera.
Due o tre minuti dopo il goal, infatti, l’Atletico scende sulla destra con Chele che si sovrappone a Ivan per poi centrare una bella palla in direzione di Carlos, anticipato dalla solita diagonale di Riera, cui tocca mettere pezze un po’ ovunque.

Al ventisettesimo ancora Rojiblancos avanti, con una grandissima azione targata Nacho-Carlos.
E’ il trequartista a portare palla ed avanzare, arrivando quasi al limite dell’area dopo un triangolo chiuso proprio con la sua punta. Che, restituitogli il pallone, si infilerà alle spalle dei difensori per ricevere il lob con cui Nacho lo metterà da solo a tu per tu col portiere.

Il tentativo di pallonetto del numero 9 madridista, però, non sarà minimamente all’altezza. Carlos, infatti, toccherà male il pallone, consegnandolo direttamente tra le braccia di José e chiudendo nel peggiore dei modi uno splendido scambio con Nacho.

La prima occasione costruita dal Barça arriva quindi solo alla mezz’ora, e solo grazie ad una punizione battuta nell’arco di pochi centesimi dalla sua assegnazione.
Quando l’arbitro fischia un presunto fallo di Canete ai danni di Munir, infatti, la punta Blaugrana ferma il pallone e lo lancia subito in direzione di Ebwelle, cogliendo assolutamente impreparati tutti i giocatori dell’atletico e permettendo al compagno camerunense di presentarsi a tu per tu con Fran. Quando, però, viene meno il sangue freddo. Così che il tiro si stampa giusto contro all’estremo difensore Rojiblancos.

Atletico che è comunque in pieno controllo del match, con Nacho che prova a dispensare assist.
Il trequarti madridista prova infatti a mandare in porta anche Ivan, chiudendo un triangolo di tacco, con l’ala Rojiblancos che però si trova costretto a calciare di sinistro, per un tiro molle con cui riesce comunque a guadagnare un calcio d’angolo.

La prima frazione si chiude quindi con un Atletico in completo controllo e dominio del match, ed un Barcellona che prova affannosamente a restare in partita.

Ripresa che si apre subito con un cambio. Armando de la Morena, infatti, decide di togliere uno dei più brillanti in campo, Nacho, per sostituirlo con Sainz.

La musica comunque non cambia. In apertura di ripresa è sempre l’Atletico a spingere con Arona che torna a farsi vedere dopo la realizzazione dell’1 a 0 saltando secco Godswill e mettendo in difficoltà anche Riera prima di servire Carlos, il cui tiro, un po’ problematico e non certo coordinatissimo, è parato da José.

Estremo difensore Blaugrana che mette però in mostra tutti i suoi limiti proprio il nuovo entrato Sainz calcia non irresistibilmente poco oltre la trequarti e lui, con tecnica molto più che rivedibile, si lascia scappare dalle mani un pallone praticamente già parato, con una papera che costa il 2 a 0 ai danni del Barça.

Barcellona che prova comunque a scuotersi subito, con Maxi che penetra bene in area per appoggiare poi al limite a Munir, il cui calcio è però leggermente impreciso e porta il pallone a spegnersi di poco oltre la traversa.

Con il Barça che prova a risvegliarsi de la Morena effettua un altro cambio, con Arona, autore dell’1 a 0, sostituito da Maya.

Il Barcellona è però finalmente entrato in partita e appena prima della metà del secondo tempo accorcia le distanze con Munir, che riceve in area un cross proveniente dalla sinistra incornandolo di testa per il 2 a 1.

Da lì in avanti, comunque, i giovani Blaugrana non riusciranno più a raddrizzare il match, consegnando all’Atletico Madrid quello che il commentatore della tv spagnola, un po’ pretestuosamente, definirà il titolo di “miglior cantera del mondo”.

Tornando all’aspetto tattico interessante il 4-2-3-1 madridista, con il trequartista centrale molto mobile e portato sia a duettare con la prima punta che a proiettarsi anche oltre ad essa, infilandosi alle spalle dei difensori.
Bene anche la fase offensiva della catena di destra, e nel complesso squadra molto ordinata e ben messa in campo.

Classico 4-3-3, invece, per i catalani, dove più che lacune strettamente tattiche si sono registrate approssimazioni tecniche un po’ preoccupanti, almeno se viste con gli occhi da tifoso.

Venendo ai singoli bene Alejandro Gómez Martín, detto Chele, terzino destro Rojiblancos. Buona propensione e propulsione offensiva, duetta con continuità con Ivan, ala destra con facilità di corsa disarmante e tanta voglia di pungere.

Bene anche Nacho, trequartista mobile capace di duettare nello stretto con tutti i suoi compagni.

Si vede solo a sprazzi, invece, Arona Sane, autore dell’un po’ fortunosa realizzazione che sblocca il match e di una prestazione altalenante.

Nel complesso, comunque, non si sono visti potenziali veri fenomeni, almeno non in questa partita. Per quanto tra l’Atletico di Madrid nessuno demeriti.

Piuttosto male, invece, un po’ tutti i giocatori del Barça.

Dove Alain Richard Ebwelle mette in mostra grandi doti di velocista e la capacità di essere ficcante, senza però riuscire a pungere davvero.

Interessante, comunque, l’ecletticità di Xavier Quintillà Guasch, di cui parlai già più di un anno fa.

Dopo averlo visto giocare tanto mediano quanto difensore centrale, infatti, mi è capitato di vederlo anche terzino sinistro. E con discreti risultati. Del resto il compito più complicato era il suo, alle prese con Chele e Ivan, e le cose non sono andate poi così male.

Il ragazzo, per altro, è un classe 96. Ovvero uno tra i più giovani in campo.

Bene, indubbiamente, anche il capitano della formazione, Roger Riera Canadell. Difensore centrale carismatico e sa già ben leggere i tempi delle azioni.
Penalizzato, ahilui, dal giocare stretto nella morsa di Godswill Elohor Ekpolo, terzino destro con pesanti lacune, e Rodrigo Tarin Higon, centrale che inanella una sbavatura dietro l’altra.

Piuttosto male anche i centrocampisti, in blocco, col reparto nevralgico del campo che soffre in continuazione lasciando il possesso della palla nelle mani dei madrileni, facendo così crollare come un castello di carte il “sistema Barça”.

Sempre interessante, comunque, vedere come si muovono le cantere spagnole. Peccato solo che il calcio giovanile, in Italia, non abbia lo stesso spazio.

Ma, del resto, sono i giovani stessi a non avere spazio in questo paese quanto nel mondo del nostro calcio.

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Nome: Mikel Zatón Escudero
Data di nascita: 15 aprile 1996
Luogo di nascita: Barakaldo (Spagna)
Nazionalità: spagnola e basca
Altezza: 174 centimetri
Peso: 65 chilogrammi
Ruolo: ala sinistra, attaccante
Club: Athletic Bilbao (Cadets)
Scadenza contratto: –
Valutazione: –

CARRIERA

Nascere a Barakaldo, città basca da quasi 100mila abitanti, significa avere un po’ la vita segnata.

No, nessuna storia triste tipo ragazzini che nascono nelle favela. Quanto più un legame a doppio filo con lo sport che spesso porta alla nascita di atleti di buon livello.

Due, in particolare, le discipline cui Barakaldo è legata: ciclismo e calcio.

Alle due ruote la città che diede i natali allo scrittore Juan Manuel de Prada ha regalato David López García, Héctor González, Isidro Nozal e Javier Otxoa.

Al calcio, invece, il terzino sinistro Asier Del Horno (ex Athletic, Chelsea e Valencia, oggi al Levante), il portiere Iñaki Lafuente e il centrocampista Javier González Gómez (ritiratisi lo scorso anno), l’attaccante Mikel Dañobeitia (attualmente in forza al Logroñés) e Josep Lluís Núñez, Presidente del Barcellona tra il 1978 ed il 2000.

Non solo: la città che ha dato i natali a Zatón è anche sede di una discreta squadretta di calcio, che attualmente milita in Tercera División (quarta serie spagnola): il Barakaldo Club de Fútbol, la squadra in cui il ragazzo ha iniziato a giocare e da cui è stato acquistato dall’Athletic.

Insomma, nascere a Barakaldo vuol dire nascere in una città di sportivi. E Mikel ha voluto continuare la tradizione.

Così oggi, a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, Zatón  è al centro di una rovente battaglia di mercato.

Prodotto di uno dei settori giovanili più floridi dell’intera Spagna (basti pensare a Fernando Llorente o alla recente esplosione di Iker Muniain), l’Athletic Bilbao, Mikel Zatón Escudero è seguito da diversi club.

Liverpool su tutti, a quanto si vocifera in Inghilterra. Ma non solo: un vero e proprio “Clasico” di mercato lo vedrebbe al centro dei desideri di Real Madrid e Barcellona, che vorrebbero assicurarselo prima che il suo prezzo lieviti troppo.

Non deve stupire, comunque, che il ragazzino di Barakaldo sia già al centro di queste guerre di mercato. Né dovrà stupire l’eventualità che, alla fine, l’Athletic riesca a tenerlo in squadra, vista la particolare situazione che si vive nei Biancorossi di Bilbao.

Non deve stupire perché quest’anno, inserito nei Cadetti dell’Athletic, Zatón sta facendo davvero il diavolo a quattro.

Il ragazzo, numero 19 sulle spalle, ha infatti disputato 28 match nella Cadets Basque League, campionato che la sua rappresentativa ha provato a vincere quest’anno (a una giornata dal termine sono sei i punti di svantaggio sulla Real Sociedad), realizzando ben 25 reti.

Score notevole che ne fanno una delle giovani punte più interessanti dell’intero panorama calcistico spagnolo.

Zatón che partì subito forte alla prima di campionato, con una tripletta rifilata proprio ai “cugini” della Real Sociedad.

Da lì in poi buona continuità, per lui. Una rete all’Antiguoko e nessuna alla Real Union. Tripletta nel 19 a 0 allo Zaramaga e bocca asciutta contro il Santutxu. Goal all’Eibar, tripletta al Getxo, rete al Romo. Pausa contro il Barakaldo, club della sua città, prima di tornare al goal nel 4 a 0 casalingo con il Durango. Tre match a secco, poi di nuovo in rete nel 3 a 3 con l’Alaves. Altre tre partite senza goal prima della doppietta al Real Union e della tripletta allo Zaramaga. Piccola pausa con il Santutxu e goal all’Eibar e al Getxo. Poi altre due partite senza centrare il bersaglio grosso, prima di freddare il suo Barakaldo. Altra partita a secco ed ennesima tripletta, questa volta al Lengokoak. Bocca asciutta contro l’Ariznabarra e goal al Danok Bat. Niente reti con l’Alaves e… vedremo cosa combinerà nell’ultima di campionato, contro l’Indartsu.

Prestazioni notevoli che sono valsi all’Athletic il miglior attacco del campionato.

Insomma, uno score che ha ingolosito i palati di molti osservatori. Vedremo quindi la prossima estate se il ragazzo si farà convincere dalle proposte delle grandi di Spagna o che arrivano dall’estero… oppure se, alla fine, l’orgoglio basco prevarrà, ed il prossimo anno Zatón proverà a ripetersi nei Junior National.

CARATTERISTICHE

Mancino sì, ma con un destro più che accettabile.

Capace di svariare lungo tutto il fronte d’attacco, ama giocare in particolar modo al centro, dove può sfruttare la sua capacità di “sentire” la porta, che un po’ decentrato a sinistra.

La facilità di dribbling di cui è in possesso lo rendono attaccante temibile e temuto, anche se, nel complesso, a impressionare di più è proprio il feeling con la porta, con cui sembra vivere in simbiosi.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Presto per dire dove possa arrivare, vista la sua giovanissima età.

Di certo fossi in suo padre, o nel suo procuratore, gli intimerei di restare a Bilbao.

Inutile girarci intorno: posto che l’Athletic punta – ancora, per ora – solo su giocatori baschi o comunque fatti in casa le possibilità di arrivare ad esordire nella Liga sarebbero infinitamente maggiori lì che altrove.

E allora bene continuare il proprio percorso di crescita in un centro giovanile attento e soprattutto con la fiducia di tutto l’ambiente attorno a sé.

E chissà che un giorno non troppo lontano non lo vedremo duettare con Llorente e Muniain nell’attacco della prima squadra…

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