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Posts Tagged ‘Roma’

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Premessa doverosa: ieri sera avevo un impegno e non ho guardato Roma – Juventus.

Ciò detto, stamattina mi sono andato a guardare un paio di azioni: quelle dei due goal.

Posto che come ben sa chi mi segue da tempo fare moviola non mi interessa, mi concentrerò sulla rete – decisiva – subita dalla Juventus. In particolare sui due errori di Bonucci.

Partiamo da un presupposto: citare la palla persa che da il la all’azione è secondo me poco sensato. Sono cose che accadono diverse volte a partita, sia per errori tecnici dei singoli che per bravura degli avversari.
Non è quindi pensabile addurre la palla persa a difesa degli errori che vengono compiuti da lì in avanti. Semplicemente perché un errore non può giustificarne un altro.

Scendiamo quindi nello specifico e analizziamo le cose un passo alla volta.

Quando il pallone sta spiovendo verso il centro del campo la situazione è semplice: la difesa sta scappando verso la propria area di rigore, come in una classica azione a palla scoperta.
Certo, in questo caso il possesso non è ancora di nessun giocatore della Roma, ma Bonucci non può non vedere che a pochi passi da lui c’è Miralem Pjanic.
Così il centrale juventino si muove in controtempo coi propri compagni di reparto, che scappando non vanno a coprire l’uscita in pressione da parte dell’ex difensore del Bari.

Detto-fatto Pjanic sprinta, accorcia sul pallone e riesce ad anticipare l’avversario. Che oltre a sbagliare il movimento (secondo chi scrive, va da sé che ognuno poi avrà la propria opinione) entra poi senza nerbo, molle, facendosi appunto anticipare troppo facilmente dal centrocampista bosniaco della Roma.

L’uscita a vuoto di Bonucci spiana quindi la strada al contropiede romanista. Un contropiede che sarebbe potuto partire lo stesso, ma che con il temporeggiamento in blocco della linea difensiva sarebbe potuto essere contenuto più facilmente dalla stessa.

A questo punto difesa e centrocampo sono costretti a rinculare, partendo però da una posizione svantaggiata, trovandosi ad inseguire gli avversari.
Giunti al limite dell’area di rigore la situazione è chiara: Gervinho sta tagliando verso l’area di rigore, mentre Strootman si sta sovrapponendo da sinistra, dettando il passaggio a Pjanic.

Strootman insegue quindi la palla, riuscendo a raggiungerla e crossarla prima che finisca oltre il fondo.
Nell’immagine che segue si può però cogliere il momento in cui Gervinho inizia il proprio contromovimento: dopo aver puntato il centro dell’area di rigore decide di tagliare verso il primo palo, provando ad anticipare Bonucci.

La cosa riesce: Bonucci recupera la posizione corretta, ma lì si pianta. Gervinho fa quindi una sorta di “taglia fuori”, converge sul primo palo e passa davanti al difensore Bianconero. Che, appunto, piantatosi sulle gambe non reagisce.

Così facendo riesce effettivamente ad anticipare Bonucci. Il contromovimento è perfetto, Gervinho si trova sul primo palo, all’interno dell’area piccola, e tra due difensori.

Senza che nessuno dei due, però, possa fare nulla per anticiparlo.

A questo punto qualcuno potrebbe prendersela anche con Storari, con il pallone che gli passa giusto sotto il braccio.

La realtà dei fatti però è che Storari può poco-nulla in questa situazione. E che esattamente come detto all’inizio del pezzo, se delle piccole colpe si possono trovare anche tra i compagni di squadra, nulla di tutto ciò può sminuire le responsabilità dello stesso Bonucci. Che pecca in pieno ben due volte nella stessa azione, spianando la strada al goal romanista che vale l’eliminazione dalla Coppa Italia per la Juventus.

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Manca solo l’ufficialità: Nainggolan sta per diventare un giocatore dell’AS Roma.

L’accordo tra la società capitolina e quella isolana sarebbe stato trovato ieri, con Sabatini che rientrando da Torino ha fatto scalo a Milano per incontrare gli emissari di Cellino e chiudere l’acquisto del centrocampista belga di origine indonesiana.Radja Nainggolan

Le cifre trapelate fanno un pochino sussultare. L’accordo sarebbe stato trovato sulla base di un prestito oneroso che ammonterebbe a 3 milioni di euro. Cui a giugno Pallotta e i suoi dovrebbero aggiungere altri 6,5 milioni per riscattare la metà del cartellino del giocatore.

Il che vuol dire arrivare a pagare il 50% di Radja Nainggolan 9,5 milioni. Per una valutazione totale che sfiora quindi i 20.

Cifre oserei dire più ragionevoli, invece, quelle inerenti al contratto: all’ombra del Colosseo il 25enne nativo di Anversa guadagnerebbe 1,6 milioni netti più bonus, scadenza a giugno 2018.

A prescindere dal valore di Nainggolan, che ha dimostrato di poterci stare eccome in una Serie A di livello certo non eccelso, va detto che un valore potenziale di 20 milioni è veramente alto. Eccessivo, oserei dire.

Senza voler lanciare strali addosso a Sabatini, che ha dimostrato negli anni di essere un ottimo uomo mercato, il giudizio di questo acquisto non può che essere tiepido, per non dire freddino.

Certo, in quel di Roma si sono resi conto che nell’arco di sei mesi andrà con ogni probabilità rimpiazzato Pjanic (che, a questo proposito, starebbe per firmare un rinnovo a 3 milioni netti più bonus con clausola rescissoria fissata a 30 milioni, che potrebbe essere esercitata in estate da una tra PSG e Manchester United), ma spendere 20 milioni per un giocatore che difficilmente ti potrà portare a fare il salto di qualità (per altro quando in casa c’è una soluzione a costo zero tutt’altro che disprezzabile come Florenzi) può essere forse eccessivo.Miralem Pjanic

Ecco, siccome ha senso parlare prima e non dopo, diciamo che Nainggolan a 9,5 milioni per la sola metà non l’avrei preso.

Attenzione: Pjanic fu pagato 11 milioni. Vidal dalla Juventus 10,5 più bonus.
Nainggolan ha un valore potenziale di 19 milioni. Probabilmente un pochi troppo, non trovate?

Del resto, però, non si può nemmeno dire che la Roma avrebbe potuto investire questi soldi puntando su qualche giovane. Non per altro: lo fa già.

Tralasciando il sempre ottimo lavoro che dalle parti di Trigoria portano avanti sul proprio settore giovanile, in questi giorni sono tante le voci di mercato che riguardano i giovani virgulti in procinto di sbarcare sulla sponda Giallorossa di Roma.

Due tra questi sono già stato acquistati: il primo è un giocatore interessantissimo come il serbo Nemanja Radonjic, il secondo è invece l’argentino Leandro Paredes, di cui l’anno scorso scrissi nel mio primo libro, che arriverà in prestito dal Boca per i prossimi 18 mesi (i primi sei li passerà in un altro club di Serie A, non potendo la Roma acquisire altri extracomunitari per questa stagione).

Ma non solo. I Giallorossi sarebbero sulle tracce di molti altri giovani talenti, come Ozyakup, Iturbe, Abner (anche loro protagonisti de La carica dei 201), Ntep

Con tre acquisti praticamente conclusi – anche se due finalizzati in vista di giugno – la Roma deve però pensare anche alle cessioni.Leandro Parades

Sarebbero due, in particolari, i giocatori indiziati a lasciare nel giro di breve tempo Trigoria: Bradley, che potrebbe tornare a Verona (stavolta sponda Hellas però) e Marquinho (su cui si starebbe muovendo il Genoa).

Tante operazioni che fanno, ad oggi, la Roma Regina di questo mercato invernale.

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La Roma si limita a giocare un tempo.

Tanto basta ai Giallorossi per disfarsi di un’Inter non all’altezza della situazione, meno che mai posto lo stadio in cui si giocava.

Ma andiamo con ordine ed analizziamo un po’ tutti gli aspetti principali di questo match.Francesco Totti

Innanzitutto, Totti.

Nel primo tempo, fondamentalmente, tocca tre palloni e la Roma segna tre reti. Il primo è una conclusione dal limite, inarrivabile pure per un super portiere come Handanovic.

Il secondo è il rigore (eufemisticamente generoso, o così pare) con cui raddoppia e spacca il match.

Il terzo è un cioccolatino: controllo sontuoso al limite della propria area di rigore e dimostrazione di come, anche da fermo, quando si ha un talento superiore si possa fare la differenza.
Da lì, il contropiede, stile Napoli mazzarriano dei tempi d’oro, che porta al goal.

In secondo luogo, lo stesso Mazzarri.

L’Inter di stasera ha poco a che vedere con ciò che ci si aspetta da una sua squadra (se non per il fatto che, ancora una volta, Icardi e Kovacic hanno iniziato il match in panchina).
Intendiamoci, non lo ritengo un allenatore di grandissimo livello. Penso sia un buon mister con limiti ben marcati e definiti.

Nonostante ciò, i Nerazzurri stasera erano impresentabili ben oltre a quanto non mi aspetterei da una squadra allenata dal livornese.

Una delusione, oggi: giro palla spento, ripartenze vacue, squadra spuntata.

E qui si innesta il terzo aspetto di cui parlare: Palacio.

Praticamente, uno spettatore non pagante.

A fine primo tempo ho guardato i suoi numeri sul sempre utilissimo Whoscored ed ho trovato conferma alle mie impressioni: il nulla, o giù di lì.

E non può essere altrimenti.

Così il discorso si intreccia col precedente: come puoi pensare di schierare Palacio unica punta senza fargli perdere buona parte del proprio potenziale?

Questo atteggiamento, poi, ha ancora meno senso in casa. Palacio non è Cavani, e credo Mazzarri lo sappia. Non può garantire lo stesso tipo di gioco dell’uruguagio: va sfruttato diversamente.

Scena clou di questo discorso, il goal annullato a Ranocchia. Senza voler discutere l’eventuale validità dello stesso (personalmente credo fosse annulabilissimo, e nella stessa direzione vanno la maggior parte dei commenti che ho letto durante il match) troviamo Palacio in versione assistman.

Ottimo, no?

Sì, non fosse che l’argentino si trova a colpire di testa, per prolungare la sfera, in situazione di spalla alla porta.

Avesse caratteristiche da ariete nulla da dire. Ma essendo una seconda punta rapida che basa il proprio gioco su qualità opposte, ecco che non si può pensare di deturpare a questo modo uno dei giocatori più forti della squadra.

Ancora… Gervinho.

Acquisto utile senza dubbio per questa Roma, cui le qualità atletiche dell’ivoriano tornano sicuramente comode.
Per di più, il ragazzo è un “protetto” di Rudi Garcia, che già lo allenò in Francia. Praticamente perfetto per i Giallorossi.

Però quando leggo certe esaltazioni non posso che storcere il naso. Dal mio punto di vista il ragazzo è e resta un giocatore tutto sommato modesto, in grado di elevarsi dalla media proprio per atletismo ed abnegazione. Bravo ad incunearsi e guadagnarsi il rigore, dimostra poi entrambi i suoi lati della medaglia quando semina tutta la difesa in una fuga di cinquanta metri palla al piede per poi, a tu per tu con Handanovic, calciare una mozzarella che il portiere sloveno devia in corner.

Giocatore utile al sistema. Nulla di più.

Di certo parole più toste mi tocca riservarle a Pereira.

Ho visto un solo replay dell’azione del rigore. Ok, anche a me sembrava che il fatto fosse stato compiuto giusto al limite dell’area, non all’interno di essa.

Anche dando ciò per assodato, però, nulla potrà mai giustificare l’avventatezza dell’intervento che il fluidificante portoghese commette ai danni dell’ala avversaria.

Fin dai pulcini si insegna che in quelle situazioni di gioco bisogna temporeggiare e provare ad accompagnare l’avversario in una zona di campo in cui non possa nuocere. Evitando di entrare, in primis per non essere saltati. Di sicuro mai e poi mai, in quei frangenti, si deve cercare la scivolata.

Davvero un errore banalissimo, che non si dovrebbe mai vedere in Serie A.

Non posso poi non riservare un plauso a Rudi Garcia.

Che infila la sua settima vittoria in sette gare, un ruolino di marcia notevolissimo e – non fatemi ridere – assolutamente inaspettato.

L’ex lillois dimostra comunque tutta la sua sagacia. Studia bene gli avversari, ne cerca i punti deboli, e schiera comunque una squadra compattissima, ottima in chiusura e sempre pronta a ripartire. Come in occasione del 3 a 0.

Impressionante, poi, vedere la metamorfosi della difesa romanista. Che lo scorso anno imbarcava acqua da tutte le parti nonostante la presenza dell’enfant prodige Marquinhos. E che quest’anno, certo non solo grazie all’arrivo di Benatia, è diventata una sorta di linea Maginot. In questo, aiutata anche molto dal centrocampo.

Una fase difensiva nel complesso molto ben studiata. Squadra corta, pochi spazi regalati agli avversari.

Così la Roma continua a rullare ogni avversario che gli si presenta davanti.

A livello di talento non credo possano competere con la Juventus (che però, continuando a giocare così, rischia fortemente di perdere lo Scudetto un po’ come fece il Milan due anni fa, da – quasi – unica pretendente), ma le partite si gioca in campo e non sulla carta. E allora chissà che questi Giallorossi non possano giocarsela fino in fondo.

In tutto ciò c’è però anche una nota dolente: Balzaretti.

Che personalmente non mi ha entusiasmato stasera, risultando forse il peggiore in campo (dei suoi) almeno fino al momento in cui è stato espulso. Perché a quel punto il titolo se lo è assicurato senza più dubbi o ritrosie.

Espulsione per altro piuttosto sciocca, con un’entrata avventata e fuoritempo da giallo (ed era il secondo) pieno.

Ma si sa, non tutte le ciambelle escono col buco.

Infine, l’Inter.

Che come già accennato scende in campo troppo rinunciataria (praticamente spuntata), giochicchia senza un gran filo logico e prova conclusioni estemporanee.

Per l’amor di Dio, Guarin rischia di far venire giù San Siro con un bolide dalla distanza. Ma nel complesso la squadra sembra avere poche idee e piuttosto confuse.Fredy Guarin

In questo senso una chiosa importante: tirare tanto per tirare non significa produrre gioco o occasioni.

No, perché l’Inter calcia ben 18 volte (per altro trovando lo specchio solo in tre occasioni), ma per lo più sono situazioni estemporanee.

Per dire, il duo Alvarez-Taider ha concluso ben nove volte verso la rete. Solo che non è calciando che si vincon le partite…

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Ventidue gare disputate. Dieci vittorie, quattro pareggi, otto sconfitte.

Otto, che è anche la posizione in classifica.

Di più sono invece i punti che separano la Roma dalla Champions (nove) e dalla vetta (quindici).

Zdenek Zeman

Il tutto nonostante il campionato italiano non brilli certo per qualità. E nonostante il livellamento verso il basso dovrebbe aiutare proprio le outsider rispetto alle presunte big.

Una realtà delle cose di questo tipo non può quindi far piacere ai dirigenti Giallorossi, che vedono la propria squadra sopravanzata anche dal Catania e col duo Udinese-Parma all’inseguimento, a ben poca distanza.

Così è proprio di oggi la rivelazione di Sabatini, Direttore Sportivo del club capitolino: “È venuto il momento di interrogarci, e tra le valutazioni che stiamo facendo c’e anche un cambio della guida tecnica”.

Riaccolto a braccia aperte in estate come un vero e proprio Messia, in questi mesi Zdenek Zeman ha convinto meno di quanto i tifosi si aspettassero. E dopo i diversi problemi sorti in questi mesi, primo fra tutti il rapporto un po’ problematico con De Rossi, la fiducia sembra essere ormai venuta meno.

Paiono quindi lontanissimi quei momenti in cui, sull’euforia dovuta ad un campionato di B vinto e dominato con l’affermazione di diversi giovani ed un gioco stupefacente, Roma pareva aver trovato il suo nuovo Imperatore.

Il lavoro del boemo, in realtà, non è certo tutto da buttare. E questo è stato ammesso anche dallo stesso Sabatini.

Quando si allena un club importante, però, bisogna saper trovare la giusta sintesi tra pugno duro, piazza, valorizzazione del patrimonio societario e risultati.

Perché non farlo vuol dire tagliarsi le gambe.

In questo senso l’impressione che ho di Zeman è la seguente: grande didattica, ottima etica del lavoro, filosofia di calcio romanticamente splendida. Ma anche eccessiva rigidità di pensiero, incapacità di gestire situazioni particolarmente complicate, inadeguatezza di fondo alle grandi piazze e al raggiungimento di grandi risultati.

Per farla breve: Zeman non è un allenatore da grande squadra e di certo non è quello cui, fossi un dirigente, mi affiderei se volessi centrare un risultato immediato quanto importante.

D’altra parte, però, sa lavorare splendidamente coi giovani, trasforma anche attaccanti normali in vere e proprie macchine da goal, valorizza spesso giocatori che dopo essere passati tra le sue mani acquistano un valore di mercato notevolmente più elevato.

Tutti aspetti positivi che in realtà rafforzano la convinzione iniziale: Zeman non è un allenatore da grande squadra, posto che un top club chiede prima di ogni altra cosa il risultato.

Le piazze giuste per uno come lui, quindi, sono altre. Roma è troppo complicata da gestire per un uomo che probabilmente non scenderà a patti nemmeno con la moglie sul tipo di tovaglia da mettere in tavola a Natale.
Altresì nella sua etica il gioco, il gesto tecnico e la valorizzazione vengono prima del mero risultato, che sembra quasi essere un surplus un po’ noioso per il nostro boemo.

Le piazze giuste per lui, per essere più specifici, sono insomma quella Lecce o quella Foggia, per non parlare della Pescara abbandonata solo in estate, dove non si pretende la vittoria di alcun trofeo, si ha più tempo di lavorare e dove la valorizzazione di un giovane (da Signori a Insigne, passando per Bojinov, Vucinic, Verratti ed Immobile) è quasi fondamentale per il sostentamento della società.

Se non si fosse capito: io amo certi aspetti dello Zeman allenatore e mi auguro che il nostro calcio non faccia a meno di lui. E che anzi qualcuno prenda i suoi aspetti positivi ad esempio, per provare a replicarli anche quando avrà smesso con questa vita.

Per quanto io ami il suo calcio romantico, però, sono anche ben conscio di tutti i suoi limiti.

Zeman

Quindi, per rispondere alla domanda che pongo nel titolo: no, non è un caso questo (parziale, ma significativo) fallimento. Speriamo solo che qualche “provinciale” gli conceda ancora fiducia. Perché se la merita tutta. E perché voglio tornare ad emozionarmi vedendolo gestire qualche giovane talentuoso, o le soluzioni offensive che solo lui sa mettere in campo…

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L’epico rifiuto di Berbatov è già storia e a poco più di ventiquattro ore dalla chiusura della mercato non ci si può fermare a riflettere troppo, in special modo se si ha una rosa da completare.

Ecco quindi che Marotta e Paratici ingoiato il boccone amaro cucinato dal bulgaro si sono subito rituffati sul mercato.

E, davanti a loro, si trovano ora un bivio. Una strada porta ancora in Inghilterra, Londra più precisamente. Non tanto per andare in quel di Fulham a convincere Dimitar quanto più per formalizzare l’acquisizione, praticamente già definita prima dell’affaire Berbatov, del danese Niklas Bendtner, ex promessa Gunners che, a conti fatti, ha dimostrato di essere solo una punta piuttosto mediocre.

Dall’altra, invece, un dejavù: Marco Borriello, attore non molto protagonista dello Scudetto dello scorso anno.

Incassati il no di Berbatov, dell’Athletic per Llorente e appurati i problemi che arrivare a giocatori come Cavani e Dzeko comporterebbero la Juventus deve dire quindi definitivamente addio alle chance di portare in Bianconero un giocatore di respiro e valore internazionale per ripiegare su due ragazzi le cui caratteristiche tecniche difficilmente potranno spostare gli equilibri in un campionato ormai pur povero come il nostro.

Caliamoci nei loro panni e proviamo a dire la nostra.

Voi chi acquistereste se vi trovaste nella condizione di scegliere tra questi due (posto che certo, nel calciomercato di oggi tutto può succedere e alla fine se qualcuno arriverà potrebbe anche essere un terzo nome!)?

Parto io.

Beh, innanzitutto posto che la Juventus ha in rosa Vucinic, Giovinco, Matri, Quagliarella e Boakye (più Iaquinta e Martinez, che mi sono perso per strada ma penso siano ancora di proprietà del club di Corso Ferraris) sarebbe proprio un bomber, quale sulla carta poteva essere Berbatov (capocannoniere della Premier solo nel 2011), il giocatore di cui questa squadra necessita. Di certo, per il resto, mi pare che la scelta là davanti sia abbastanza varia.

Proprio in questo senso, con un Borriello che poco in più dei giocatori già presenti avrebbe da dare, se proprio qualcuno dovrà arrivare (perché, come si sarà capito, tra i due io credo deciderei di non prendere nessuno, e restare così) ecco che la mia scelta cadrebbe sul danese.

Il perché è presto detto: caratteristiche fisiche uniche in una rosa in cui il giocatore più alto non raggiunge l’1 e 90, Bendtner non è però il classico puntero d’area di rigore quanto più un attaccante che a discapito di quei centonovantaquattro centimetri che si porta appresso ama svariare lungo tutto il fronte d’attacco.

In questo senso, quindi, potrebbe essere un’arma tattica importante: la sua fisicità darebbe sicuramente filo da torcere anche al più arcigno tra i difensori e proprio la mobilità di cui sopra sarebbe utile ad aprire varchi per gli inserimenti dei centrocampisti.

Tra cui, giova ricordarlo, c’è un certo Marchisio, il cui feeling col goal è una piacevole costante per i tifosi Bianconeri. Ma anche quel Vidal che impressionò in Germania proprio per la sua capacità di trovare la rete o, ancora, i vari Lichtsteiner, Isla ed Asamoah, che se istruiti nella giusta maniera potrebbero dare un importante contributo in questo senso.

Insomma: la Juventus ha inseguito per tutta l’estate un attaccante capace di garantire un minimo di venti goal a campionato.

Questa è stata infatti la costante dei sondaggi Bianconeri: da Cavani a Llorente, passando per Dzeko e Suarez fino ad arrivare a Jovetic (che ancora non li può garantire, ma la cui consacrazione definitiva potrebbe essere vicina) la Juve ha trattato giocatori sì dalle caratteristiche diverse ma tutti sempre e comunque a loro agio sotto porta.

Giusto fino a ieri, quando con l’ultimo, disperato, tentativo Marotta & Co. hanno provato ad arrivare a Berbatov, che con i suoi 237 goal in 517 presenze in carriera (ed un bagaglio internazionale importante fatto di 48 reti in 77 partite disputate con la maglia della nazionale bulgara) rappresentava l’ultima spiaggia in ottica bomber.

Sfumato anche questo trasferimento pare davvero, almeno stando a radiomercato, che non ci siano più alternative.

Niente bomber, bisogna cambiare i propri progetti tattici.

E allora, forse, bene puntare sul brindellone danese, sperando che stazza e mobilità vengano fatti fruttare al meglio e che lungo tutto il corso dell’anno i centrocampisti ne sfruttino gli spazi aperti per segnare goal a ripetizione…

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Classe 1991, Alessandro Florenzi è uno dei tanti prodotti del sempre floridissimo vivaio romanista.

Nato proprio nella capitale, ha dato splendida mostra di sé realizzando 11 marcature nei 34 match in cui è sceso in campo quest’anno con la maglia del Crotone, società che lo ha prelevato in prestito la scorsa estate.

Centrocampista molto duttile, può occupare tutte le posizioni della mediana sempre avere cali percettibili in quanto a rendimento e, alla bisogna, sa destreggiarsi anche in posizione più avanzata.

Senso del goal, come dimostrano i tanti centri realizzati quest’anno, polmoni d’acciaio, tecnicamente valido, Florenzi è centrocampista completo e concreto dalle prospettive realmente interessanti.

Inutile dire, quindi, che il suo futuro non potrà essere a Crotone, squadra, con tutto il rispetto, di profilo un po’ basso per chi, come lui, merita ben altri palcoscenici.

Lo stesso dicasi per la Serie B, che dopo averlo ben svezzato quest’anno difficilmente potrà godere ancora della sua presenza nel futuro prossimo.

A fine stagione farà infatti sicuramente ritorno a Roma. Dove, però, non è detto resti per più di qualche settimana.

Prima di poter dissipare i dubbi relativi ad una sua possibile conferma nella società che l’ha cresciuto, comunque, andrà capito chi sarà il prossimo allenatore della Roma.

Qualora la strada scelta sarà quella di un mister coraggioso capace di puntare sui giovani (in questi giorni, ad esempio, si fanno i nomi di Zeman e Bielsa) ecco che allora la candidatura di Florenzi potrebbe prendere corpo e concretezza.

Su di lui, comunque, pare si stiano già muovendo altri club. Come il Pescara, a tutt’oggi ancora allenato dal boemo Zdenek Zeman.

E proprio lui, maestro della fase offensiva e grandissimo didatta capace di esaltare le caratteristiche dei giovani calciatori potrebbe essere l’uomo giusto per continuare la crescita di questo ragazzo, in pieno parte dell’under 21 di Ciro Ferrara.

Così dopo Caprari Pescara potrebbe essere baciata da un altro giovane virgulto Giallorosso.

Un centrocampista che ha il potenziale per imporsi anche in Serie A. Magari con medie un po’ inferiori a quelle attuali ma sempre comunque interessanti.

A margine: qualora il Pescara riuscisse nell’impresa di confermare i punti forti di questa stagione (Zeman in primis, poi Verratti, Insigne ed Immobile) aggiungendoci altri giocatori di valore (tipo Florenzi)… beh, diventerebbe una realtà interessantissima.

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La Juventus, lanciata nella volata Scudetto che la vede opposta al Milan, scende in campo al Manuzzi di Cesena per cercare quei tre punti necessari a mantenere i Rossoneri a distanza di sicurezza.

La partita però non si sblocca: il possesso palla è tutto appannaggio della Juve che non riesce comunque a far cadere Antonioli, per altro miracoloso in un paio di occasioni.

Per provare a sbloccare il risultato, così, mister Conte rileva uno scarico Mitra-Matri inserendo al suo posto Marco Borriello, ancora a secco di goal nella sua esperienza in bianconero.

L’allineamento dei pianeti, però, è quello giusto, e l’ex Milan, Genoa e Roma riesce finalmente a sbloccarsi, infilando il portiere cesenate con un bolide mancino radente il suolo che s’infila a fil di palo.

Il goal, che vale i tre punti per la squadra di Conte, ha il forte sapore di riscatto.

Nella sua duplice valenza.

Da una parte, logicamente, è il riscatto di un ragazzo che non segnava da quasi un anno e che ha potuto così scrollarsi di dosso tante paure.

Dall’altra, ovviamente, spinge anche alcuni tifosi – diversi ne ho letti nell’intervallo tra la fine dei posticipi di A e l’inizio del match di Madrid – a iniziare a vagliare l’ipotesi di riscattare la punta nativa di Napoli.

Logicamente, come si dice, il mondo è bello perché è vario. Quindi per una persona che può vedere di buon occhio l’eventuale riscatto di Marco Borriello da parte della Juventus ce n’è una, come me, che lo eviterebbe.

Se fossi al posto di Beppe Marotta, infatti, eviterei di spendere quegli 8 milioni pattuiti con la Roma per riscattare un giocatore tutto sommato modesto.

Il tutto, a maggior ragione, pensando al fatto che l’anno prossimo la Juventus giocherà la Champions League.

Allora analizziamo asetticamente la situazione: oggi la Juventus, obiettivamente, non ha un grande attacco. Soprattutto non ha un attacco che, sulla carta, può far paura in chiave internazionale.

Perché se il centrocampo Marchisio-Pirlo-Vidal è il migliore in Italia e tra i più interessanti in chiave internazionale è altrettanto vero che una rosa di attaccanti composta dal presunto top player Vucinic, dal grande (vecchio) Del Piero, dal buon Quagliarella, dall’altalenante Matri e dal non certo irresistibile Borriello farebbe paura a ben pochi.

Come agire per prepararsi alla Champions, quindi?

Innanzitutto rinnoverei il contratto a Del Piero. Perché sentir parlare delle ipotesi Nesta e Seedorf fa un po’ specie, a maggior ragione quando poi si pensa di allontanare una bandiera – nonché un (attualmente) buon giocatore – come il Capitano di mille battaglie.

Poi, tornando all’oggetto di questo pezzo, farei tornare Borriello a Roma.

Intendiamoci, sui campi di calcio della nostra Serie A si vede di peggio.

Ma perché investire 8 milioni sulla quinta punta quando c’è da comprare un giocatore che possa davvero considerarsi un top player a livello internazionale (o almeno avvicinarcisi)?

Quinta punta, sì. Perché se oggi Quagliarella fosse stato a disposizione sarebbe partito quasi sicuramente titolare al fianco di Vucinic. Con Del Piero e Matri come eventuali sostituti.

Insomma, posso capire che l’eventuale riscatto di Borriello sarebbe più a buon mercato rispetto all’ingaggio di una punta di ben altra caratura come potrebbe essere, per fare un paio di nomi a caso, Suarez o Cavani.

Però anche la probabile resa in campo, e quindi il ritorno in termini di goal, sarebbe ben diverso.

Insomma, la Juventus deve decidere se vuole provare a diventare grande davvero oppure no.

Perché vincere è difficile. Ma confermarsi ancora di più.

A maggior ragione in una stagione che vedrà la squadra impegnata su tre fronti, cosa che potrebbe finire col contare a fine anno (in questa stagione, almeno, pare che un pochino abbia inciso).

Insomma, fossi in Marotta ringrazierei Borriello per l’importantissima rete di oggi e lo caricherei sperando possa ripetersi da qui a fine anno.

Quando lo farei comunque partire. Cercando un attaccante di prima fascia per completare al meglio il mio reparto offensivo.

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