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Archive for the ‘Gli speciali di SM’ Category

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Finiamo oggi il nostro viaggio all’interno dell'”ECA Study on Transfers” (diviso su queste blog in più parti: prima, seconda, terza, quarta) con quelle che sono le conclusioni tratte dalla European Club Association.

  1. L’industria del pallone non è diversa dal resto dell’economia.
  2. L’incremento dei ricavi dei club viene assorbito dall’aumento del costo del personale.
  3. La redistribuzione dalle posizioni apicali della piramide calcistica alla base è un dato di fatto.
  4. L’attuale sistema di trasferimenti poggia su di uno sbilanciamento concorrenziale.
  5. I trasferimenti a parametro zero rappresentano la netta maggioranza del totale dei trasferimenti internazionali.
  6. Il sistema dei contributi di solidarietà deve essere migliorato.
  7. C’è una sempre maggior incidenza delle commissioni agli agenti.
  8. La maggioranza dei prestiti internazionali riguarda giocatori under 23.

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Prima di andare a vedere quelle che sono state le conclusioni tratte dall’ECA a proposito di questo interessantissimo studio sui trasferimenti dei club UEFA, chiudiamo il viaggio all’interno di questo studio stesso parlando di due aspetti spesso sottovalutati nel chiacchiericcio calcistico giornaliero, ma che nel “mondo reale” contano eccome: contributo di solidarietà e quota da versare agli agenti.

Partiamo da un presupposto: l’articolo 21 del regolamento FIFA sancisce nell’ammontare del 5% sul totale del costo di un trasferimento il cosiddetto contributo di solidarietà che la società acquirente deve versare alle società responsabili della crescita e dell’educazione del giocatore acquistato.

Beh, come ben spiegato dalle tabelle seguenti ciò non avviene nella realtà. Il contributo effettivo è infatti dell’1,15%, ben distante da quanto deciso dalla Fifa.Solidarietà

La cosa positiva è che, un po’ inaspettatamente, l’Italia è la nazione che più cura questo aspetto. Certo, ben lontana da quel 5% richiesto, ma comunque più attenta di tutte le altre.Contributi solidarietà

Infine, gli agenti. Che intascano sempre più soldi dai trasferimenti dei propri assistiti. Nel biennio considerato gli emolumenti riconosciuti a queste figure hanno infatti toccato quota 254 milioni di dollari, il 14,6% del valore dei trasferimenti nel loro complesso.Agenti

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Nei due post precedenti abbiamo scandagliato un po’ i numeri del calciomercato europeo con relative implicazioni economiche e redistributive.

In quello di oggi continuiamo a scandagliare l”interessantissima ricerca dell’ECA sui trasferimenti entrando più nello specifico di quelli che sono i tipi di trasferimento che vengono effettuati.

Partiamo quindi dalla loro suddivisione: dei 14322 trasferimenti totali quasi tre quarti riguardano i parametri zero (10431, il 73%). Il rimanente quarto è invece diviso in parti quasi uguali tra prestiti (1975, 14%) e trasferimenti cash (1916, 13%).Tipi di trasferimento

Dati che secondo l’ECA sottolineano come la libertà di movimento dei calciatori sia garantita dal sistema di svincolo attualmente in uso.

Ma qual è il costo medio di un trasferimento? 400 mila dollari, se consideriamo tutti i 14322 trasferimenti. 2,7 milioni se invece ci limitiamo a considerare i trasferimenti cash.Costo medio

Concentriamoci ora sui prestiti in uscita. Il 54% dei quali ha riguardato giocatori under 23, per un’età media di 23,7 anni.Età media

Questa, invece, la grafica che esamina i prestiti nazione per nazione. Con tanto di età media, numero totale e rapporto percentuale rispetto ai trasferimenti totali.Prestiti dieci nazioni

Ma con chi vengono effettuati questi prestiti?

Quelli in entrata sono stati 744, il 51% dei quali tra club delle cinque leghe principali. Il 33% ha invece riguardato le divisioni inferiori, il 10% altre leghe europee ed il 6% le leghe extra-UEFA.

Diverso il discorso per i prestiti in uscita (1990), con ben il 69% che ha riguardato le divisioni inferiori. Il 19% ha invece riguardato le cinque leghe principali, il 9% il resto d’Europa ed il 3% il resto del mondo.Origine e destinazione prestiti

Infine, i prestiti onerosi. Che sono stati l’11% (254) del totale.Prestiti onerosi

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Nel post precedente abbiamo parlato di quelli che sono un po’ di numeri generali del calciomercato europeo. In questo ci concentreremo invece su alcuni aspetti più prettamente economici, sempre prendendo a riferimenti l'”ECA Study on Transfers”.

Partiamo quindi dalla suddivisione fatta dell’Europa in tre “bundle”.Bundle

Da qui, interessante andare subito a vedere la suddivisione dei ricavi. Che mostra molto chiaramente come il primo bundle sia quello in cui si investe nettamente di più nel calcio.Ricavi bundle

Si deve poi notare come in termini relativi l’incidenza dei trasferimenti sui ricavi totali sia scesa negli ultimi anni, passando dal 28% del 2007 al 22% del 2011.
Al contrario, a fronte di un 5,6% di aumento dei ricavi, è salito del 6% (dal 59 al 65) il “costo del personale”, la voce che incide nettamente di più i bilanci delle squadre europee. Il tutto sospinto dall’8,5% di crescita netta di questa voce.Margine ricavi-costi-trasferimenti

Diamo ora un occhio alla redistribuzione. In primo luogo, di calciatori.

Sono stati infatti 1054 i giocatori “netti” che sono passati dal bundle 1 ai club del resto del mondo. Suddivisi come segue:Giocatori dal top bundle

Per entrare ancora più nello specifico ecco invece la redistribuzione netta di giocatori passati dai cluster 1 e 2 (le prime dieci leghe d’Europa) ai cluster 3 e 4 (dall’undicesima alla ventesima), alle rispettive divisioni inferiori, agli altri campionati europei ed a quelli non europei.Giocatori da cluster 1-2

Come si traduce in termini economici questa redistribuzione? In 1 miliardo e 28 milioni passati dal top bundle al resto del mondo. Con una suddivisione molto interessante, come potete vedere dalla grafica che segue, che in questo caso ci dà valori molto vicini tra il medium bundle e le nazioni non UEFA.Soldi da top bundle

Questa, invece, la redistribuzione effettuata dai primi due cluster:Cash da cluster 1-2

Quale il sunto della ricerca ECA a tutto questo discorso?

Senza il mercato trasferimenti per come è pensato oggi non ci sarebbe questa importante redistribuzione delle risorse dai cluster 1 e 2 nei confronti del resto del sistema calcio mondiale. Il che produrrebbe un ancora più marcato gap tra i grandi ed i piccoli club, oltre che un forte effetto inflattivo sugli stipendi dei top player (con, anche qui, un gap ancora più importante rispetto ai propri colleghi).Trasferimenti = redistribuzione

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Lo scorso maggio partecipai ad una interessantissima tavola rotonda calcistica organizzata dall’Università Liuc, con molti esponenti del nostro calcio presenti (trovate il recap delle discussioni affrontate qui).

Tra tutti, uno dei temi più interessanti fu sicuramente la ricerca presentata da Emanuele Grasso, partner PWC, ed il professor Ernesto Paolillo riguardo il sistema di trasferimenti europeo.

Uno studio ben dettagliato ed interessante che ha riguardato due stagioni (11/12 e 12/13) e le cui risultanze statistiche vorrei riportare qui.

Partiamo dai trasferimenti totali. Che nel periodo preso in esame sono stati ben 14322 (9511 tra club UEFA, 2366 acquistati da fuori, 2445 ceduti fuori).Trasferimenti totali

Che su scala intercontinentale si traduce, di fatto, in un bilancio neutro (-79) tra i giocatori che hanno lasciato l’Europa e quelli che ci sono arrivati.
Il maggior numero di giocatori netti è arrivato dall’Africa (307). Il bilancio è invece all’opposto se parliamo di Asia, con un saldo netto di -342 giocatori.Giocatori trasferiti non-UEFA

Parlando di cash, il valore totale dei trasferimenti avvenuti nel biennio preso in esame è stato di 5 miliardi e 147 milioni di dollari.Cash totale

E qui la bilancia si squilibra invece di molto: l’Asia diventa l’unico continente che esporta capitali in Europa (135 milioni), il Sud America è invece quello che beneficia di più dei nostri capitali (saldo di 527 milioni). Per un totale netto di 462 milioni di dollari che hanno lasciato l’Europa per il resto del Mondo.Soldi trasferiti non-Uefa

Interessante in questo senso andare a vedere le statistiche un po’ più dettagliate di questo discorso. Ed allora si nota come sia il Portogallo la nazione che va ad acquistare di più al di fuori dell’Europa (304 calciatori, 31% del totale), con l’Italia terza (128, 13% del totale).
Italia capace però di prendersi la prima posizione per quanto riguarda il trasferimento di denaro (217,8 milioni di dollari) davanti a Francia (109,2 mln) ed Inghilterra (94,7 mln). Un dato probabilmente per molti inaspettato, che racconta una realtà diversa da quella che sentiamo ogni giorno: non è vero che le italiane non spendono. Al massimo, ma qui bisognerebbe fare tutt’altro tipo di analisi, non spendono bene.Classifiche acquisti non-Uefa

Non molto dissimile nemmeno la situazione del mercato in uscita. Il Portogallo domina anche la classifica del numero di calciatori (323 ceduti al di fuori dell’Europa, un quarto del totale), ma non quella dei soldi incassati (Germania prima a 43,8 mln di incassi extra-europei).Classifica cessioni non-Uefa

Focalizziamoci ora sulle cinque leghe principali. Che, da sole, hanno mosso 5491 calciatori.Trasferimenti 5 leghe

Interessante in questo senso anche analizzare l’origine e la destinazione della maggior parte di questi trasferimenti. Perché se 1110 sono stati tra squadre di questo esclusivo “club”, la parte più importante ha riguardato le trattative con le rispettive serie inferiori (2265 cessioni e 890 acquisizioni, con un saldo effettivo di -1375). Solo una parte relativa ha invece riguardato le altre leghe europee (470 cessioni, 381 acquisti, -89 il saldo netto) e le nazioni non-UEFA (200 cessioni, 175 acquisizioni, saldo di -25).Giocatori 5 leghe

Il tutto si è tradotto in un movimento di ben 4 miliardi e 853 milioni di dollari.Cash 5 leghe

Con un saldo negativo rispetto alle “altre leghe” di 909 milioni.

Net money 5 leghe

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Quasi tre anni fai scrissi un pezzo sulla nazionale under 19 italiana che nel 2003 fu capace d’imporsi a livello Europeo, laureandosi appunto campione continentale in Liechtenstein battendo il Portogallo in finale.

Oggi invece, mentre ero in redazione a riflette un po’ sulla brutta storia che sta attraversando oggi la Pro Patria mi sono imbattuto nella pagina Wikipedia di Sebastián Bueno, ormai trentenne punta che milita attualmente nel Perugia.

E da lì, notando come lo stesso giusto dieci anni fa partecipò alla spedizione mondiale (under 20) che vide l’Argentina laurearsi campionessa iridata di categoria per la quarta volta nella storia ho fatto passare un attimo i nomi di quella rosa, per riflettere sulla loro fine.

E beh, ciò che ne esce è piuttosto emblematico di quanto debbano essere prese con le pinze le vittorie ottenute a livello giovanile, quand’anche così importanti come una imposizione mondiale.

Seguiamo quindi la numerazione ufficiale di quella squadra e ripercorriamo brevissimamente, per diletto, le carriere di quei giocatori. E, soprattutto, andiamo a scoprire dove militano ora quei giocatori che, ormai nel pieno della loro maturità, dovrebbero essere giunti ai vertici del calcio mondiale.

1 – Germán Darío Lux

Ventinove anni compiuti a giugno, debuttò in Primera nel River a soli diciannove anni, diventando titolare dopo la dipartita di Costanzo. Sbarcato in Europa – a Maiorca – nel 2007 giocherà a spizzichi e bocconi, non avendo comunque mai a lungo il posto da titolare sicuro.

Svincolatosi alla fine dell’ultima stagione si è accasato al Deportivo La Coruna (Segunda División spagnola, la nostra Serie B), dove fa il secondo dell’ex Athletic Daniel Aranzubía.

2 – Nicolás Andrés Burdisso

E’ probabilmente il giocatore che ha avuto la carriera migliore.

Trent’anni compiuti ad aprile, ha vinto davvero molto in carriera, sia in campo nazionale che internazionale.

Di certo, però, non verrà ricordato nei secoli come uno dei difensori più forti del suo periodo.

Anzi: a cose sicuramente buone ha sempre alternate passaggi a vuoto piuttosto marcati. Nel complesso difensore discreto ma nulla più.

3 – Julio Andrés Arca

Lui lo ricordo molto bene a Scudetto, gioco manageriale dietro cui ci ho speso ore interminabili.
Lì – ma solo lì – era un esterno mancino praticamente indomabile. Che crescendo, poi, diventava in assoluto uno dei migliori giocatori dell’interno – sconfinato – database.
Non a caso quando mi trovavo ad allenare la nazionale italiana sfruttavo subito il suo doppio passaporto per naturalizzarlo…

In realtà, però, Julio ha disputato la sua onesta carriera in Inghilterra, dove ha collezionato circa 300 presenze in Premier tra Sunderland e Middlesbrough.

Nulla rispetto a ciò che prometteva in quell’assolato luglio del 2001, comunque. Quando con la fascia di capitano al braccio guidò i suoi compagni a laurearsi Campioni del Mondo della categoria under 20.

4 – Mauro Darío Jesús Cetto

Lui stiamo imparando a conoscerlo in questi primi mesi di Palermo.

Altro giocatore che comunque risentì – nel videogame di cui sopra – degli influssi positivi di quel Mondiale (beh, come un po’ tutti i giocatori in rosa). Tanto che, esattamente come Arca, feci anni a sfruttarne il passaporto italiano per convocarlo nella mia nazionale virtuale!

In realtà dopo aver speso praticamente tutta la sua carriera – esordi a parte – in Francia (tra Nantes e Tolosa) Cetto ha appunto raccolto la sfida italiana ed è approdato in estate in Sicilia.

Dove attualmente fa la riserva di Pisano (se lo si vuol considerare terzino destro, ruolo che può effettivamente ricoprire) e della coppia Migliaccio/Silvestre.

5 – Nicolás Rubén Medina

Altro giocatore che a Scudetto ai tempi del Sunderland era un vero fenomeno.

Anche lui come Arca ha militato negli Argentinos Juniors e poi, appunto, nei Black Cats.
Solo che lui, a differenza dell’amico Julio, non vi ha trovato la sua dimensione, ed ha iniziato un lento peregrinare che l’ha portato a vestire diverse maglie.

Tra cui quella dei cileni dell’O’Higgins, che indossa tutt’ora.

6 – Fabricio Coloccini

Questo venne preso per mezzo fenomeno da tanti. E non solo dai programmatori di Scudetto.

Tanto che quando arrivò al Milan in molti erano pronti a scommettere ad occhi chiusi su di lui. Che ancora non aveva nemmeno vinto quel famoso Mondiale.

A Milano non ebbe però mai grande fortuna, così che iniziò una serie di prestiti con cui venne rimbalzato un po’ tra Argentina e Spagna.
Da cui poi prese il volo per l’Inghilterra, dove milita tutt’ora (Newcastle).

Lui, a differenza di tanti suoi compagni di avventura in quel Mondiale, ha comunque raccolto diverse presenze in nazionale: Wikipedia ne conta 35, condite per altro da una rete.

7 – Javier Pedro Saviola Fernández

Partiamo da un presupposto: facendo parte della “FIFA 100”, la lista dei 125 migliori calciatori di sempre, la sua presenza a quel Mondiale (di cui fu per altro il capocannoniere) dovrebbe far saltare questo giochetto.

Un fenomeno vero ci fu, in quell’Argentina.

Beh, in realtà io non la vedo proprio così.

Un fenomeno vero, IN POTENZIALE, ci fu sì. E se è per questo forse non solo uno.

Però, appunto, il tutto restò solo in potenziale.

Perché Saviola tra River e nazionali giovanili fece benissimo e io ricordo ancora quando, ragazzino, compravo riviste in cui si raccontavano le sue prodezze e ne sognavo l’arrivo in Italia, convinto di essere di fronte ad un giocatore che avrebbe potuto – così era spacciato – spaccare i match a proprio piacimento.

E invece sbarcato in Europa, più precisamente al Barcellona, non fece malaccio ma non mantenne nemmeno le promesse, tanto dal finire con l’essere prestato al Monaco prima e al Siviglia poi.

Una volta terminato il suo contratto col Barça, quindi, il passaggio al Real, che cercò lo sgarbo ai rivali storici provando a rivitalizzare un campioncino che si era però irrimediabilmente bruciato anni prima.

Oggi Javier gioca in Portogallo, al Benfica. Ed è solo lontanissimo parente di quello che sarebbe diventato se, giunto a Barcellona, fosse riuscito a non bruciarsi.

Insomma… è proprio vero che i giovani campioni crescono… quando non si bruciano!

8 – Oscar Adrian Ahumada

Più di cento partite con in dosso la maglia dei Millionarios, Ahumada ha avuto esperienze di vita e calcio anche in Germania (Wolfsburg), Messico (Veracruz) e Russia (Rostov).

Un po’ pochino, forse, rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare pensando ad un Campione del Mondo under 20.

9 – Esteban José Herrera

C’è comunque anche chi ha saputo fare pure “peggio”.

E’ il caso di Esteban Herrera, che dopo gli esordi tra Boca e Talleres è passato dall’Italia (Messina e Lucchese) prima di fare un po’ il viandante del pallone, passando per Grecia (dove ha vestito le maglie di tre diverse squadre) e Perù prima di tornare in patria.

Dove gioca oggi, indossando la maglia dello Sportivo Italiano, che milita nel corrispettivo della nostra Serie C.

10 – Leandro Atilio Romagnoli

Numero pesante sulle spalle.

Perché se sei argentino e indossi la maglia numero 10 della Seleccion il paragone scatta subito facile: Diego Armando Maradona!

Beh, Romagnoli è stato paragonato meno rispetto ad altri (Saviola in primis) al Pibe. Però anche su di lui c’erano tantissime aspettative, viste la tecnica notevole.

Per lui l’esperienza europea s’è limitata a gravitare attorno al Portogallo. E la sua carriera è stata comunque dedicata quasi esclusivamente al suo San Lorenzo…

11 – Maximiliano Rubén Rodríguez

Nel complesso è probabilmente lui il giocatore che ha mantenuto di più le promesse. E non stiamo comunque parlando di un fenomeno.

Soprattutto parliamo di un giocatore che all’epoca era forse internazionalmente meno considerato di alcuni suoi compagni di spedizione. Ma che pure con tanto impegno, carattere ed abnegazione ha saputo costruirsi una carriera di tutto rispetto in cui ha messo assieme un totale di circa duecento presenze tra Atletico Madrid e Liverpool.

E non solo: quarantuno volte nazionale argentino, ha partecipato ai mondiale del 2006 e del 2010.

12 – Ariel Gerardo Seltzer

Difensore che compirà trentuno anni il prossimo 3 gennaio Seltzer ha dedicato buona parte della sua carriera all’Argentinos Juniors, per poi passare all’Atletico Rivadavia (dove gioca tutt’ora, in quella che è considerabile la Serie B argentina).

Storia piuttosto particolare per lui, come racconta Wikipedia, che avendo antenati ebrei fu vicino all’approdo al Beitar Gerusalemme, poi saltato per la presunta inapplicabilità della “Legge del ritorno” nel suo caso.

13 – Diego Daniel Colotto

Tante partite giocate nell’Estudiantes prima di tentare l’avventura messicana e, poi, spagnola.

Dove gioca tutt’ora in Segunda División: più precisamente è compagno di Lux al Deportivo.

14 – Leonardo Daniel Ponzio

Attuale capitano del Real Saragozza, ha comunque avuto una carriera al di sotto di quanto non ci si potesse aspettare.

Mediano gran combattente e dotato di carisma e combattività notevole ha una bella castagna da fuori e uno spirito di adattamento che lo porta a sapersi disimpegnare più che bene anche come terzino destro.

Eppure non ha vestito la maglia di nessun grande club (europeo, dato che un paio d’anni al River li ha passati).

15 – Andrés Nicolás D’Alessandro

L’altro grande potenziale o presunto fenomeno della nazionale di Pekerman del 2001.

Lui e la sua boba fecero innamorare mezzo mondo.

Sembrava destinato alla Juventus, ma alla fine lasciò il River per trasferirsi al Wolfsburg.
E forse proprio quello fu l’errore.

In Germania non si adattò forse mai al cento per cento e anche lui un po’ come Saviola probabilmente si bruciò ben prima di esplodere.

Dopo la Germania ha provato la fortuna in Inghilterra (Portsmouth) e Spagna (Saragozza), prima di tornare in patria (San Lorenzo).

La sua dimensione pare comunque averla trovata in Brasile, dove vestendo la maglia dell’Internacional è stato capace di vincere una Libertadores e, soprattutto, un Pallone d’Oro sudamericano.

16 – Mauro Damián Rosales

Lui l’approdo in Europa l’ha tentato passando dall’Olanda, più precisamente dall’Ajax.

Dove mise in mostra potenzialità interessanti, ma senza mai convincere in pieno.

Così nel 2007 decise di tornare in patria, prima di tentare – nel 2011 – l’avventura americana in quel di Seattle.

Se questo è mantenere le promesse…

17 – Alejandro Damián Domínguez

In Russia probabilmente lo ricorderanno a lungo, ma nell’Europa Occidentale molto più difficilmente già oggi qualcuno salterà sulla sedia al solo sentirlo nominare.

Tra Kazan e San Pietroburgo ha fatto vedere sicuramente buone cose, ma certo si sarebbe dovuto confrontare con palcoscenici più importanti per consacrarsi.

18 – Wilfredo Daniel Caballero

Secondo di Lux a quei Mondiali si trova oggi invece ad essere il portiere titolare del Malaga multimilionario sesto in classifica.

I casi della vita!

Certo comunque che anche qui non ci stiamo trovando di fronte ad uno dei migliori interpreti al mondo del ruolo.

Del resto così non fosse non avrebbe passato praticamente tutta la carriera all’Elche!

19 – Sebastián Bueno

Ed eccoci arrivati al buon Sebastián Bueno, il giocatore che mi ha fatto partire la scintilla che mi ha portato a scrivere questo pezzo.

Beh, oggi (trent’anni compiuti da un paio di settimane) gioca in Serie C2.

Credo dovrebbe bastarvi questo.

Insomma… caricare di troppe aspettative un giovane è facile. Ma pure bruciare chi le qualità per fare bene davvero le ha è altrettanto facile.

Sperando che in futuro i casi come questi siano sempre meno…

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Dopo la fallimentare (economicamente parlando, almeno) esperienza della NASL il calcio professionistico americano ricominciò ad esistere a partire dal 1993 con la creazione della Major League Soccer, a tutti meglio conosciuta come MLS.

Senza voler entrare troppo nel dettaglio della storia di questo campionato (chi fosse interessato può informarsi meglio seguendo quanto prodotto dalla redazione MLS del sito PlayItUSA) limitiamoci a parlare dell’aspetto che ci interessa relativamente a questo articolo: i contratti e gli stipendi elargiti ai giocatori.

Perché è bene dire che per evitare di fare la fine del proprio illustre predecessore la MLS decise di dotarsi di un sistema di contenimento dei costi molto valido: il salary cap, o tetto salariale.
Per chi non lo sapesse, infatti, è bene rendere noto che buona parte delle uscite affrontate annualmente dalle principali squadre del mondo sono affrontate proprio in relazione al pagamento degli stipendi. In Italia, ad esempio, a fronte di una spesa complessiva netta di 100 milioni, va ricordato, una società si trova a sborsarne 200 per poter coprire anche le spese relative a tasse e contributi.

Il tetto salariale, quindi, serviva proprio a questo: contenimento dei costi.

Obiettivo sicuramente centrato in pieno dato che in questi ultimi diciassette anni il movimento calcistico americano è andato via via crescendo sempre più, sino a raggiungere i discreti livelli cui si trova ora (con una previsione realistica, comunque, che dovrebbe portarlo a crescere ulteriormente a livello globale).

Certo, però, il salary cap oltre a garantire una certa stabilità economica di un movimento che, in special modo all’inizio, non navigava certo nell’oro ha comportato anche qualche problemino a livello concorrenziale. Perché se da una parte era garantita la solidità di una squadra dall’altra questa stessa squadra non poteva realmente permettersi di poter concorrere sul mercato rispetto all’acquisto di grandi giocatori.

Proprio per poter aggirare quest’ostacolo venne inserita la regola dei Designated Players, ovvero sia venne data la possibilità ad ogni franchigia di firmare un giocatore (attualmente è possibile firmarne due) il cui contratto non sarebbe pesato (se non per 400mila dollari) sul salary cap della squadra, facendo quindi diventare le varie squadre MLS competitive sul mercato delle stelle internazionali.

Del resto è presto detto: attualmente il salary cap di ogni squadra è posto a poco più di due milioni e mezzo di dollari. Con quella cifra non si pagherebbe nemmeno un panchinaro di squadre come Real, Barcellona, Manchester, Inter o Milan. Senza contare, poi, che con due milioni e mezzo di dollari l’anno si deve costruire una squadra intera.

Gli ingaggi annuali quindi, come è facilmente intuibile, sono piuttosto bassini, mediamente. Non potrebbe essere altrimenti.

Nel contempo, però, proprio la regola dei Designated Players ha fatto sì che venissero a crearsi delle posizioni privilegiate nei confronti di alcuni giocatori.

In totale, infatti, sono otto, attualmente, i Paperoni del calcio americano. Otto giocatori che, sfruttando questa regola, riescono a portarsi a casa ingaggi superiori al milione di dollari.

Il re di questa sorta di classifica non poteva che essere lui, David Beckham: con i suoi sei milioni e mezzo di dollari l’anno, infatti, è il giocatore più pagato dell’intero campionato professionistico statunitense.

Al secondo e terzo posto si piazzano invece due new entries della MLS, due vecchie conoscenze dell’elite del calcio europeo: Thierry Henry e Rafa Marquez, entrambi recentemente trasferitisi da Barcellona a New York, dove ora indossano la maglia dei Red Bulls. Stipendi molto simili e di tutto rispetto per loro: 5,6 milioni il francese, 5,544 milioni il messicano, con quest’ultimo cui in estate vennero anche spalancate le porte della Juventus ma che al blasone di uno dei club più vincenti della storia d’Italia, che però non avrebbe potuto garantirgli un ingaggio così principesco, ha preferito i dollari sonanti che gli pioveranno in tasca giocando nella Grande Mela.

Molto più normali, calcisticamente parlando, gli stipendi degli altri cinque calciatori inseriti nell’elite degli stipendi del calcio statunitense. Appena sotto al terzo gradino del podio, infatti, si piazza la stella del calcio americano: Landon Donovan. Il suo stipendio, però, non è proprio paragonabile a quello di Beckham, Henry e Marquez. Al cospetto di questi stipendi, infatti, i suoi 2 milioni e 128 mila euro risultano quasi essere un salario povero.

Nel trovare in quinta posizione un altro giocatore con addosso la maglia dei Red Bulls il lettore più attento non potrà che chiedersi “ma non c’era la possibilità di ingaggiare due soli DP per squadra?”. Beh, è presto detto: ogni franchigia può pagare una luxury tax ammontante a 250mila dollari (che saranno poi ripartiti tra le squadre che non useranno un terzo DP spot) per avere la possibilità di firmare un terzo Designated Players.
Ecco quindi come oltre alle due ex stelle Blaugrana New York può permettersi di dare anche 1 milione e 918 mila euro a Juan Pablo Angel, punta colombiana nativa di Medellin in passato già goleador di River Plate ed Aston Villa.

Certo che con tutti questi investimenti il minimo è che ora New York porti a casa quantomeno il titolo nazionale…

Notevole anche l’investimento fatto in quel di Chicago, unica squadra, oltre ai Galaxy ed ai Red Bulls, ad aver contrattualizzato due giocatori il cui contratto ammonta a più di un milione di dollari. Ai Fire, infatti, molto pesanti sono i contratti del messicano Nery Castillo (1 milione e 788 mila euro) e Freddie Ljungberg (1 milione 314 mila euro), quest’ultimo acquistato proprio recentemente dai Seattle Sounders.

Completa il lotto, quindi, Julian De Guzman che a Toronto guadagna ben 1 milione e 717 mila dollari l’anno.

Sono questi, in definitiva, i Paperoni del calcio statunitense. Ma in un campionato parsimonioso come è stato sino ad oggi quello americano va detto che ci sono altri giocatori che se la passano piuttosto bene.
Dallo spagnolo Mista, anch’egli in forza ai Toronto FC, che guadagna 987 mila dollari l’anno a Kyle Beckermann (Real Salt Lake) e Danny Califf (Philadelphia Union) sono ben ventidue i giocatori che si portano a casa un minimo di 250 mila dollari.

E se un giorno la FIFA decidesse di espandere su scala globale questo sistema del salary cap americano?

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