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Archive for the ‘Premier League’ Category

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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E’ stato un bel match quello che ieri si è consumato ad Anfield. Una partita che ha visto il Liverpool imporsi sui diretti concorrenti del City, ancora non del tutto tagliati fuori dalla corsa al titolo, giusto nel giorno del ricordo della tragedia di Hillsborough.

Un match che io e l’amico Giovanni Armanini abbiamo vissuto e vi abbiamo voluto raccontare in diretta con i live di hangout, un’idea che mi ballava in testa da un po’ di tempo e che sicuramente riproporrò in futuro.

In questo senso diverse sono state le considerazioni interessanti  fatte, e chi volesse può recuperare il tutto su YouTube.

Primo tempo:

Secondo tempo:

Come al solito, poi, in chiusura di match ho fatto alcune tweet-considerazioni sullo stesso, che andrò a riprendere ed ampliare qui.

Ho cercato per almeno venti minuti lo splendido video in cui si sentiva bene Gerrard caricare i compagni a fine partita, dopo le iniziali lacrime per una vittoria che per lui, che perse un cugino nella tragedia di 25 anni fa, è valsa quanto per nessun altro dei propri compagni.

Così mentre in Italia si perde tempo a parlare degli psicodrammi tardo-adolescenziali della coppia Maxi Lopez – Icardi, in Inghilterra un grande Uomo e grande Campione trascinava la sua squadra ad una vittoria che potrebbe essere determinante ai fini del campionato, caricando poi i suoi compagni in vista del rush finale.

Ricordo che vidi giocare per la prima volta Gerrard che aveva solo vent’anni, in un match giocato da esterno destro. Lo vidi e me ne innamorai subito, per qualità e carattere. Il tempo mi ha dato ragione.

Coutinho sta giocando ad altissimo livello, da quando è sbarcato a Liverpool. Ieri ha toccato forse il suo apice.

Perché “dominare” IL match della stagione non è roba da tutti. Sicuramente nessuno, ai tempi di Milano, si sarebbe aspettato di vederlo esplodere così. Per di più giocando mezz’ala, cosa cui in Italia evidentemente chi avrebbe dovuto pensarci non arrivò a postulare.

Credo che a Milano farebbero bene a mangiarsi le mani. Perché acquistare Coutinho per una cifra relativamente bassa quando non era ancora maggiorenne fu una grande mossa di mercato. Peccato che poi un giocatore giovane devi capirlo e metterlo in condizione di rendere, sia da un punto di vista tecnico, che tattico, che – soprattutto – mentale.

In questo senso mi è piaciuto il commento di un amico sulla mia bacheca di Facebook:

cou

Coutinho ieri si è dimostrato giocatore di tutt’altra pasta, rispetto a quello che – non – abbiamo apprezzato a Milano. Mezz’ala a tutto campo in grado di dare quantità e qualità al gioco, corre e si sbatte per novanta minuti recuperando anche un buon numero di palloni. Per poi, sul finire di match, siglare anche la rete che condanna il Manchester City. E, soprattutto, fa fare un nuovo, deciso, passo verso l’imposizione finale al suo Liverpool.

Man of the match senza se e senza ma, pur senza scordare il grandissimo contributo dato dall’intramontabile Gerrard, ovviamente.

Come detto con Giovanni in live, il 2 a 0 maturato ad inizio match è stato più dovuto ad un approccio sbagliato del City, che non ad un eventuale dominio del Liverpool. Se i Reds sono infatti partiti bene ma senza strafare, il City è sceso in campo mantenendo un baricentro assolutamente troppo basso rispetto a quanto avrebbe dovuto.

In più, un paio di macroscopici errori difensivi hanno steso il tappeto rosso ai giocatori del Liverpool, che si sono facilmente portati in duplice vantaggio: dapprima Suarez si libera troppo facilmente sulla trequarti. Poi, pesca senza problemi Sterling, bravo a tagliare tra due difensori. Infine Hart esce solo a metà, e la stessa ala di origine giamaicana ha buon gioco nel realizzare l’1 a 0.

Il secondo goal arriva invece sugli sviluppi di un duplice calcio d’angolo: nel primo nessuno marca Gerrard, esattamente in mezzo all’area, all’altezza della linea dell’area piccola. Serve quindi un miracolo di Hart per tenere in piedi la baracca. Sul corner che ne nasce, invece, Skrtel taglia bene sul primo palo, senza che però nessuno lo contrasti efficacemente. Ancora una volta un giocatore del Liverpool ha libertà assoluta di colpire la sfera. Ed è il 2 a 0 comodo.

Una volta ristabilito il pareggio con un grande secondo tempo, poi, l’errore definitivo, quello che costa il match. Kompany sbuccia una palla facile facile in area. E regala proprio a Coutinho il goal della vittoria.

Che dire? Troppi errori per poter portare a casa un risutlato anche solo parzialmente positivo in una partita del genere. Ma è un peccato, per il City. Perché semplicemente il Liverpool fa un buon match ma, nel complesso, non merita i tre punti. E solo questi tanti e marchiani errori permettono ai Reds di strappare tre punti.

Un pareggio, a mio avviso, sarebbe stato un risultato più corretto (questo anche in nome del fatto che al City non vengono assegnati due rigori netti, uno per fallo in area di Sakho, l’altro per mani di Skrtel).

Dicono sia una delle leggi fondamentali del calcio. Ed in effetti si concretizza piuttosto spesso.

Nel secondo tempo il Manchester City cambia completamente l’approccio al match, spostando di svariati metri in avanti il proprio baricentro. La squadra, più forte e qualitativa degli avversari, attacca più alta e con più uomini. Ed anche in fase di non possesso porta un pressing molto più avanzato, addirittura a ridosso dell’area avversaria.

Proprio questo atteggiamento schiaccia il Liverpool, che fatica a distendersi. E porta al 2 a 2 (anche un po’ fortunoso, in special modo sul secondo goal che è viziato da un tocco decisivo di Johnson alle spalle di Mignolet).

A questo punto il City avrebbe anche il colpo del K.O. tecnico, ma su un’imbucata da sinistra Silva arriva in ritardo, tocca sì la palla ma non quel tanto che basta a deviarla con decisione nella porta avversaria.

“Goal sbagliato, goal subito” è una regola quasi infallibile nel calcio. Di certo è valsa – anche – in questo caso. Poche azioni dopo il liscio di Kompany di cui parlavo, e il goal che spegne l’ardore Sky Blues sul più bello.

Da appassionato di calcio giovanile, Zabaleta lo conobbi ed apprezzai ben prima che sbarcasse a Manchester, più precisamente nel corso di un Mondiale under 20 giocato – e se non erro vinto – da capitano con la sua Argentina.

Già lì mise in mostra ottime doti: capace di correre su e più per la fascia per novanta minuti, è instancabile e qualitativamente più che discreto. Certo, non avrà la tecnica e l’incisività di un Cafu o un Maicon dei tempi belli, ma è sicuramente uno dei migliori terzini del momento.

Eppure di lui si parla sempre poco. E spesso è proprio questo a fare la differenza tra un buono ed un ottimo giocatore: la sua mediaticità.

Sono convinto, però, che chi di calcio ne capisce non potrà non apprezzare la semplice concretezza del suo gioco.

Certo, col senno del poi sono bravi tutti. Ma come ha potuto sentire o sentirà chi ha seguito il commento live in hangout, dissi subito che il cambio Aguero-Dzeko non mi convinceva. Non tanto in valore assoluto, essendo il primo un ottimo giocatore senza alcun dubbio, quanto in valore relativo. In una partita del genere, e a prescindere dal possibile terzo goal Reds, era logico aspettarsi che nel finire di partita ci potesse essere la necessità di avere una torre là davanti.

Cosa che si è puntualmente verificata.

Certo, non si può nemmeno fare una grossa colpa a Pellegrini, comunque. Se quella deviazione di Silva fosse entrata oggi staremmo probabilmente parlando di tutt’altro…

Come dicevo, alla fine a fare la differenza alla fine è stato l’approccio sbagliato al match da parte del City, e soprattutto quei tre, imperdonabili, errori in occasione dei goal.

Perché per il resto il Liverpool al netto di Gerrard e Coutinho non splende. Certo, per buona parte del primo tempo grande graniticità difensiva. Ma è pure facile, quando l’avversario praticamente rinuncia a giocare.

Davanti bene, come dico nel tweet, Sterling, soprattutto nel primo tempo. Ma Sturridge è poca roba (in questo match, benintesi) e Suarez fa molto meno di ciò che potrebbe, perso anche in un insensato nervosismo di cui è caduto vittima ieri.

Alla fine, comunque, è chi vince ad aver ragione. E per come sono andate le cose il Liverpool ha sicuramente di che fregarsi le mani!

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C’è una squadra, in Inghilterra, che sta indirettamente provando a spiegare a molti dirigenti italiani cosa significhi una parola che sembra sempre più svuotarsi di significato, qui da noi: “programmazione”.

L’Everton gioca infatti nel campionato in assoluto più competitivo al mondo, dove un posto per andare in Europa League te lo giochi con squadre come Tottenham e Manchester United, che ad altre latitudini si giocherebbero la prima posizione.

Nonostante questo negli ultimi anni i Toffees hanno dato dimostrazione di serietà e puntualità, andando a costruire la propria squadra mattone su mattone sino a consolidarsi sempre più tra le realtà più interessanti del campionato.

Il club si è infatti ormai attestato su questo ottimo livello, a ridosso delle grandi. Così dopo l’ottimo quinto posto del 2008/2009 sono arrivati un ottavo, due settimi ed un sesto posto. Posizione che, ad ora, il club di Liverpool sta bissando. Il tutto nonostante abbia ben due gare (e due punti) meno del Tottenham, che potrebbe quindi sopravanzare recuperando questi match persi.

Non solo ottimi risultati, per i Blues. Ma anche una rosa composta in buona parte di giovani interessantissimi, sintomo di come – e questo davvero tanti in Italia dovrebbero capirlo – si possa vincere un match ad alto livello anche a vent’anni.

Proprio della situazione dei Toffees ho voluto parlare con i ragazzi di Everton Italia, gruppo di affezionatissimi tifosi del club di Liverpool.

A rispondere, a nome di tutti, Paolo Mombelli, il Presidente.

L’Everton sta compiendo un ottimo cammino in campionato. La squadra si trova in sesta posizione, davanti ad un colosso come il Manchester United. Qual è il bilancio parziale di questa stagione?

Direi positivo. Dopo la partenza di Moyes, l’Everton aveva bisogno di trovare un manager capace di gestire al meglio le risorse economiche non certo illimitate del Club. Martinez ha centrato in pieno questo obiettivo, riuscendo inoltre a far esprimere un bel gioco alla squadra.

La squadra ha fatto tendenzialmente bene contro le prime della classe, perdendo in maniera rotonda solo contro il Liverpool. Cosa ha permesso di raccogliere questi buoni risultati contro equipe sicuramente meglio attrezzate?

A dire il vero questa è una costante dell’ Everton degli ultimi anni, basti vedere il saldo positivo che abbiamo con il Manchester City da quando quest’ultimi sono passati in mani arabe. 
Ritengo che il fattore ambientale abbia svolto un ruolo importante: venire a giocare a Goodison Park, uno stadio che trasuda storia e passione, non è facile per nessuno.

In coppa le cose sono invece andate meno bene. Usciti nel terzo turno di Coppa di Lega contro il Fulham, è recentemente arrivata l’eliminazione contro l’Arsenal in FA Cup, con un 4 a 1 piuttosto pesante. E’ una squadra più da campionato o è solo un caso?

Bisogna scindere i discorsi sulle due coppe nazionali: la Coppa di Lega non è mai stata la nostra coppa. Non l’abbiamo mai vinta, nemmeno negli anni d’oro in cui l’Everton dominava l’Inghilterra. Più in generale è una competizione oggettivamente poco importante e poco sentita da tutti i teams.
Per quanto riguarda la gloriosa FA Cup, invece, c’è delusione per l’eliminazione, soprattutto per il modo in cui è giunta. Detto questo non direi che i Toffees siano una squadra più da campionato che da coppa. Nell’ultimo lustro siamo andati due volte a Wembley a giocarci la Coppa d’Inghilterra senza, ahi noi, portarla a casa. Mancò la fortuna non il valore.

Venendo ai singoli, uno dei miei giocatori preferiti in assoluto del roster Toffees è Seamus Coleman. Quali sono le sue caratteristiche, per chi non lo conoscesse? Dove può arrivare, in carriera?

Ah, personalmente ho un debole per Seamus Coleman. Un giocatore meraviglioso come la sua terra d’origine, il Donegal, la parte dell’ Ulster appartenete alla Repubblica d’Irlanda.
Dal punto di vista tecnico è un giocatore dotato di ottima spinta. Generalmente gioca come terzino destro, ma all’occorrenza può essere impiegato anche all’ala. In più sta impreziosendo le sue prestazioni realizzando gol davvero belli e decisivi. 
Complimenti a Moyes che lo ha scovato dallo Sligo Rovers e a Holloway che qualche anno fa lo lanciò definitivamente nel football Inglese inserendolo nel suo Blackpool dei miracoli.

Molto bene sta facendo anche Romelu Lukaku, giocatore che probabilmente avrebbe fatto comodo allo stesso Chelsea. E’ già pronto per un top team europeo?

Assolutamente sì. E un giocatore giovane dotato di grande talento e di una impressionante forza fisica. Non a caso alcuni top-team europei si sono già fatti vivi per averlo.

Nel mio primo libro, La carica dei 201, ho inserito alcuni giovani che oggi giocano nell’Everton: oltre allo stesso Lukaku, anche talenti come Barkley e Deulofeu. Che giudizio date a questi ragazzi? Ci sono altri under 20 di valore, anche nell’Academy, da tenere d’occhio in ottica futura?

Se l’Everton sta recitando un ruolo da protagonista nel campionato Inglese lo deve anche a giovani come Lukaku, Barkley e Deulofeu. Teenager o poco più dotati di eccezionale talento.
Per quanto riguarda giovani interessanti, meritano certamente una menzione ragazzi come John Stones, Luke Garbutt, Conor McAnely e Hallam Hope. 
La Academy dell’Everton è sempre stata generosa in merito a talenti da allevare. Non a caso è proprio qui che Wayne Rooney mosse i primi passi.

Fellaini ha lasciato la società in estate, trasferendosi a Manchester assieme a Moyes. Come giudicate la nuova esperienza dei due ex?

Circa l’arrivo di Moyes a Manchester, tra i tifosi dell’Everton circolava una battuta: “The Damned United II”. L’ironia prendeva spunto dal bellissimo romanzo scritto da David Peace, “The Damned United”, che raccontava l’incredibile vicenda del celeberrimo manager Inglese Brian Clough sulla panchina dell’odiato Leeds United, durata solo 44 giorni. Ecco, sostituite il nome Leeds con il nome Manchester, aumentate un po’ il numero dei giorni e avrete lo stesso copione.
Scherzi a parte, sostituire Sir Alex Ferguson a Old Trafford non è propriamente la cosa più semplice del mondo. I Red Devils devono aprire un nuovo ciclo e a Moyes va dato tempo.
Insomma, una realtà interessantissima per gioco, talento e gioventù questo Everton. Se ancora non vi è capitato, guardatevelo. Sicuramente un bello spettacolo per chi ama il gioco del calcio.

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Ieri sera si è giocato uno dei tanti derby di Londra, quello che ha messo contro il lanciatissimo Chelsea di Josè Mourinho al Tottenham, sempre poco a suo agio quest’anno quando si è trattato di affrontare una delle “big four” di questo campionato.

Spurs che in realtà non demeritano, almeno fino alla rete dell’uno a zero. La squadra allenata da Tim Sherwood, infatti, riesce a contenere bene gli avversari (a parte un paio di notevoli sbandate iniziali), provando anche a pungere quando si crea l’occasione (come al quattordicesimo, quando un diagonale di Bentaleb si spegne di poco a lato).

A fare la differenza è quindi la tenuta mentale della squadra. Che commette una serie di errori individuali assolutamente incredibili, se rapportati al livello di cui stiamo parlando.
Roba che, non me ne vogliano i tifosi del Tottenham, si stenta a vedere nei nostri oratori.

Ma vediamoli più nel dettaglio, questi errori…

L’1 a 0 arriva poco prima dell’ora di gioco. Su – e già questo dice molto – una ripartenza Spurs.

Il primo errore lo commette Kaboul. Il centrale francese, infatti, si mette ad allacciarsi le scarpe con il pallone che è sì tra i piedi di un proprio compagno, ma ancora nella trequarti del Tottenham.

A questo punto l’avanzamento della sfera subisce però un arresto. Il portatore, che credo fosse Walker, fa una cosa che solitamente non andrebbe mai fatta. Ovvero sia taglia il campo in orizzontale con un passaggio che metta in movimento Verthongen. In questo caso, però, il passaggio ci potrebbe anche stare, visto il molto spazio lasciato dai Blues al difensore belga.

Qui però già un secondo errore, dopo quello di Kaboul: il passaggio non è precisissimo. Non viene infatti fatto sulla corsa del compagno, che è così costretto ad arrestare la propria avanzata per rinculare di alcuni metri.

Il che, ovviamente, permette agli avversari di rientrare in pressing su Vertonghen. Che, così, si gira su sé stesso, provando a liberarsi in dribbling. Compiendo però un terzo, per quanto sfortunato, errore: i tacchetti non trovano grip col terreno, ed il giocatore cade.

Qui, il quarto errore. Anziché provare a tenere palla, magari cercando un fallo (o, in alternativa, facendolo, sull’avversario), Vertonghen lascia partire un passaggio improbabile verso la propria area di rigore. Completamente a caso, senza che nessun compagno sia posizionato in maniera adeguata.

Qui ci si ricollega all’errore di Kaboul. Che, appena rialzatosi dopo essersi allacciato le scarpe, è completamente fuori posizione, con Eto’o che ha buon gioco a tagliare alle sue spalle.

L’uscita – per altro poco decisa – del portiere ed il tentativo di disperato recupero di Noughton non possono nulla. La punta camerunense, che poi inscenerà una simpaticissima esultanza post goal, ha gioco facile, e porta in vantaggio i suoi.

Il due a zero arriva solo quattro minuti dopo. Ed anche questo nasce da un errore di Kaboul, espulso nell’occasione.

L’avanzata di Hazard sulla sinistra è inarrestabile, ma non giustifica il fatto che lui, ancora una volta, si faccia tagliare fuori da Eto’o.
Così, in ritardo, prova a disturbare l’avversario, intervenendo da dietro.

L’ex interista finisce a terra. L’occasione da goal è più che chiara. Rigore ed espulsione una conseguenza praticamente diretta.

Il 3 a 0 arriva invece a fine match, più precisamente all’ottantottesimo minuto.

Ancora, frutto di un errore-sfortunato di un giocatore Spurs.

Difesa in affanno – anche per via dell’uomo in meno – che si fa bucare sulla sinistra. Il cross basso in mezzo sarebbe piuttosto innocuo. Ma Sandro, passato a giocare centrale dopo l’espulsione di Kaboul, sbaglia un pochino il tempo dell’intervento. E, per recuperare, finisce con lo sbilanciarsi e scivolare.

Così facendo regala palla a Demba Ba. Per cui segnare è un gioco da ragazzi.

Un solo minuto ed arriva un altro erroraccio clamoroso.

Walker si vede spiovere addosso una palla, oltre la propria trequarti.
Anziché provare a controllare o cercare un appoggio comodo cerca un passaggio lungo, di testa, verso il proprio portiere.

Il tutto, però, senza accorgersi che da quelle parti sta ancora stazionando lo stesso Ba.

L’epilogo è scontato. Demba Ba si mette in movimento ed anticipa piuttosto facilmente Lloris.

Da lì in poi trovare il goal del 4 a 0, a porta vuota, è un gioco da ragazzi.

Senza voler togliere nulla al Chelsea, squadra compatta e sempre in partita mentalmente, fa davvero specie vedere una messe di errori così importante. Che, di fatto, decidono in maniera pesantissima una partita infinitamente più equilibrata di quanto non direbbe il risultato.

Se una squadra doveva vincere, intendiamoci, era sicuramente quella allenata da Mourinho.

4 a 0, però, è forse giusto un tantino largo, come risultato.

Per chi si fosse perso il match, comunque, trova gli highlights qui.

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Domenica sera è andato in onda quello che qualcuno, in rete, ha simpaticamente soprannominato “El Ca$hico”.

A fine match ho buttato un po’ alla rinfusa alcune considerazioni sul match su Twitter. Vorrei quindi riprenderle per approfondirle un po’ meglio…

Poco da aggiungere.
Il City parte forte ma palese una qualche fragilità difensiva che, alla lunga, sembra fiaccare psicologicamente la squadra stessa.

Di qui il Chelsea prende coraggio e inizia a prendere il predominio del campo. Concretizzandolo in particolar modo dopo il goal del vantaggio – che diventerà goal partita – firmato da Ivanovic.

Una grande prestazione per la squadra di Mourinho, che raggiunge appunto una vittoria fondamentale in ottica campionato.

Un tweet che ha generato qualche – comprensibile – polemica in rete.

Mourinho è un allenatore che ha sempre dato una fisionomia ben definita alle proprie squadre. E che ci ha abituato spesso, al netto dei sentimenti che si possono provare per lui, ad affrontare certi match con una tattica fortemente attendista.

Cosa che invece non è successa domenica con il City. Quando il Chelsea è partito venendo schiacciato dalla forza d’urto degli avversari, trovando però la forza di reagire. E finendo col prendere il dominio del campo, sul lungo periodo.

Mourinho che ha studiato benissimo la partita e messo in campo una formazione azzeccata in ogni scelta.

Non solo. Come al solito si è confermato come uno dei migliori motivatori di sempre.

Hazard ha disputato una partita davvero eccezionale. Sicuramente una delle migliori della sua carriera.

Nonostante il City schierasse una serie di giocatori tra i più forti del mondo nei rispettivi ruoli, lui li ha messi in fila e saltati tutti, in continuazione, come birilli.

Una prova da superstar ai limiti dell’onnipotenza per il Vallone d’Oro, che sta forse andando anche oltre ogni più rosea previsione.

Ci sono due giocatori, secondo il mio modesto avviso, che stanno giocando su livelli stratosferici, in Premier. Hazard e Suarez.

Credo che insieme, in questo momento di forma, sarebbero inarrestabili.

Un sogno vederli l’uno al fianco all’altro.

Più che tecnicamente o tatticamente il Chelsea si è preso ed ha vinto la partita proprio da un punto di vista psicologico.

In questo senso credo che abbia influito molto la relativa facilità con cui i Blues riuscivano a bucare la resistenza Citizens.

I quali erano molto sbilanciati in avanti: l’inserimento di Demichelis in luogo dell’infortunato Fernandinho poteva tornare utile proprio per dare più equilibrio alla squadra. Nonostante la discreta prova del centrale argentino, però, le cose sono andate male.

Del resto i due esterni di centrocampo avevano entrambi vocazione prettamente offensiva, che ha sbilanciato molto la squadra. La difesa, in cui Nastasic è apparso per altro abbastanza insicuro e Zabaleta era in costante difficoltà contro Hazard, ha fatto il resto.

Proprio questa fragilità, secondo il mio parere, ha contribuito a minare le certezze dei giocatori in campo. Che dopo un inizio bomba hanno iniziato a subire pressione e qualità degli avversari, fino a vedere l’involuzione del proprio gioco.

Spiego.

Il City gioca – quando riesce a mettere in campo il proprio gioco, ovvero come nella prima mezz’ora dell’ultima partita – un calcio sicuramente migliore di quello che giocava la Juventus di Capello. Efficace, ma sicuramente non esteticamente apprezzabilissima.

C’è però un aspetto in particolare che mi ha richiamato quella squadra e spinto a scrivere questo tweet, che se non spiegato potrebbe suonare come un’eresia (spero non più una volta letto quanto segue): il gioco di David Silva. L’esterno sinistro del centrocampo Citizens che, esattamente come nel 4-4-2 di quella Juve, tende a tagliare il campo centralmente, andando a porsi tra le linee. Proprio come faceva un certo Nedved.

Un aspetto, questo, che sicuramente non si è visto solo in queste due squadre ma che non è nemmeno frequentissimo. Solitamente un esterno, lo dice la parola stessa, tende a giocare prevalentemente sul proprio out.
La posizione di Silva è infatti defilata solo in partenza. Ed in fase di non possesso, per coprire meglio il campo. In transizione positiva ricorda invece moltissimo quella occupata dal ceko una decina d’anni fa.

Come detto in precedenza a sgretolare le certezze dello squadrone di Pellegrini è stata proprio l’incapacità di darsi una solidità difensiva degna delle loro aspettative.

Piano piano, con gli uomini di Mourinho che si facevano sempre più pericolosi, i Citizens hanno iniziato ad avere il “braccino”. Paura.

Il goal di Ivanovic è stato, in questo senso, un colpo tremendo alle già sempre più scarse certezze dei ragazzi in azzurro.

Augurandomi di poter vedere anche di meglio, ovviamente, non c’è stata una partita più bella di questa, almeno tra quelle che sono riuscito a vedere io da inizio stagione.

Logico che la stagione sta entrando sempre più nel vivo: nei prossimi mesi i campionati vedranno giocarsi scontri al vertice più o meno decisivi. In più le coppe europee sono arrivate alla fase ad eliminazione diretta.

Tutti ottimi presupposti secondo cui è plausibile sperare in altri match di questo livello.

Ivanovic ha dominato la sua fascia. Ottimo in entrambe le fasi, nonostante doti spiccatamente difensive. Il goal è stato la ciliegina sulla torta di una grandissima partita.

Il titolo di MVP ovviamente non poteva che andare ad Hazard. Ma subito dopo il fenomeno belga non ci può che essere il terzino serbo.

Bene, soprattutto per quanto concerne la sfiducia nei suoi confronti, anche David Luiz. Che ha sicuramente delle lacune, altrimenti sarebbe un top player, ma che quando ci mette l’intensità di domenica può essere un mediano tutt’altro che disprezzabile. Soprattutto nel gioco di Mourinho.

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Uno si mette comodo in poltrona per gustarsi il “Super Sunday” inglese tra City e Gunners aspettandosi di vedere chissà quale spettacolo magnetico.

Dimenticandosi però certi particolari non da poco…

Come ad esempio il fatto che, da una parte, sulla panchina di una delle quattro squadre più forti del mondo siede un allenatore che non è ancora riuscito a dare un gioco all’accolita di campioni messi a disposizione dagli sceicchi.

E che dall’altra i tempi dei vari Pires, Ljungberg, Vieira ed Henry sono finiti da un pezzo.

Così quello che ne esce è una partita dai contenuti molto inferiori alle aspettative.

Perché i padroni di casa restano appunto vittime di quella cronica mancanza di un gioco che possa dare un senso alle presenze in campo di grandissimi giocatori come Aguero e Silva.

Non è quindi un caso se per sbloccare il risultato i Citizens debbano affidarsi a un calcio piazzato: a bucare Mannone ci pensa infatti Lescott, che svetta di testa in area avversaria sugli sviluppi di un calcio da corner.

Allo stesso modo l’Arsenal non ha più quel gioco frizzante e ficcante che aveva qualche anno fa, quando pur senza vincere nulla al di fuori dei patri confini era oggettivamente una squadra in grado di impaurire chicchessia.

Ma non solo.

La lacuna più grave di questa squadra risulta essere là davanti.

Troppo pesante la partenza di Robin Van Persie, trasferitosi sulla sponda “rossa” di Manchester a buttare palloni in rete a ripetizione (è già a quota 5 in campionato, e siamo alla quinta giornata).

Questo anche perché il buon Wenger prende delle scelte quantomeno discutibili, schierando Gervinho (giocatore che personalmente trovo anche sopravvalutato) unica punta, con alle spalle il trittico Podolski-Ramsey-Cazorla.

E se potremmo anche passare quei tre trequartisti (per quanto ci sarebbe tanto da dire anche qui) è logico che non può essere Gervinho unica punta il giocatore in grado di non far rimpiangere, dalle parti dell’Emirates, la dipartita di Campioni come Titì Henry e RVP.

Però certo, se Wenger è seduto su quella panchina ed io su questa poltrona un perché ci sarà anche…

L’Arsenal, comunque, riuscirà a trovare il – meritato – pareggio.

Come?

Ma sugli sviluppi di un calcio d’angolo, ovviamente!

A colpire è guarda caso ancora una volta un difensore centrale, Koscielny, che sfrutta una mischia in area per bucare Hart.

Tristezza, se si pensa il potenziale tecnico in campo.

Un bel sussulto, comunque, questa partita me lo regala: subito dopo il goal dell’1 a 1 Kompany – ovviamente salito per situazione di calcio piazzato, tanto per cambiare – riceve in area, stoppa di petto e rovescia in buono stile, trovando però la pronta risposta di un Vito Mannone molto bravo a chiudere anche la ribattuta di Aguero.

Finisce pari una partita che sinceramente avrei anche potuto non vedere.

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E’ un Liverpool in crisi profonda quello che ospita lo United in occasione della quinta giornata di campionato.

Reduci dalla rocambolesca vittoria di Berna, infatti, i Reds si trovano in terz’ultima posizione con due soli punti guadagnati in ben quattro match disputati.

Con questi presupposti ci si aspetterebbe di vedere una squadra chiusa all’angolo per novanta minuti, come un pugile suonato. Invece è un Liverpool dominante, che non si risparmia e cerca di non dare respiro agli avversari.

Però il calcio è uno sport veramente strano, che non ha nulla di scontato.

E così come il Liverpool è bravissimo e generosissimo a non accettare un verdetto che parrebbe scontato lo United è altrettanto spietato nell’attendere, attendere, attendere… e colpire nel momento migliore.

La partita, inutile dirlo, prende una piega decisa quando Jonjo Shelvey, protagonista assoluto con la doppietta di Berna in Europa League, si fa espellere per un fallaccio sulla trequarti avversaria (in tutta sincerità non so se ci potesse stare il rosso, almeno un arancione sì).

Siamo alla fine del primo tempo, ed il Liverpool si trova così a dover disputare cinquanta minuti in inferiorità numerica.

La cosa, a dire il vero, non scuote Gerrard e compagni, che continuano a caricare la porta avversaria col cuore grondante di generosità.

Il tutto fino a far capitolare Lindegaard, che a cinquanta secondi dall’inizio della ripresa non può nulla sulla girata di Gerrard, che riceve palla in area, la mette giù di petto e buca l’estremo difensore avversario come il più esperto dei bomber.

Ecco, in situazione di undici contro undici il match sarebbe forse segnato.

Ma il Liverpool è in dieci, e nonostante questo non resta ad aspettare nella propria metà campo gli avversari, piuttosto deludenti a dirla tutta. Continua a provarci.

Così dopo nemmeno cinque minuti è già pareggio. Con Rafael che spinge sulla destra, scarica, si porta in area e ritrova lì il pallone, che riesce a spedire d’interno sinistro a filo del palo lungo, assolutamente inarrivabile per il malcapitato Reina.

E’ un pareggio amaro per il Liverpool, nel complesso immeritato da parte Red Devils.

Il Dio del calcio è però veramente spietato. E a dieci dal termine Valencia si invola in contropiede, entra in area e finisce a terra sull’intervento in recupero di Johnson. Che, saltato a centrocampo, è poi un po’ troppo irruento nel tentare di stoppare l’esterno ecuadoriano. Ma che, altresì, nel complesso non sono nemmeno così sicuro commetta fallo.

Sul dischetto si presenta comunque Robin Van Persie, che si prende la testa della classifica marcatori in solitaria firmando la quinta rete della sua stagione di Premier (per onor di cronaca, Reina arriva sulla palla ma riesce a toccarla e basta, senza deviarla in maniera decisiva).

Punizione oltremodo dura per un Liverpool assolutamente meritevole di ben altro risultato.

Giocassero sempre così, i Reds, non avrebbero e non avranno comunque problemi a salvarsi e anzi, con ogni probabilità tornerebbero a lottare per il traguardo che più gli compete: l’Europa.

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CRONACA

Partono subito su buoni ritmi i ventidue in campo, che però faticano a creare vere occasioni pericolose.
La prima arriva solo al tredicesimo quando Kalou si presenta in area venendo però ostacolato da Ramires, che finisce quindi per ostacolare il suo stesso compagno non permettendogli di colpire a rete.

Un minuto più tardi altra bella iniziativa di Kalou che viene però murato in area, col pallone che ne fuoriesce e viene calciato con potenza da Cole, che non trova però lo specchio di porta.
City che dopo il primo quarto d’ora scarso si rintana completamente nella propria metà campo, lasciando molto campo al Chelsea. Al diciottesimo ci prova quindi Lampard da fuori, senza però trovare lo specchio di porta.

Al ventitreesimo Ramires filtra un pallone per Lampard che si butta bene nello spazio infilandosi alle spalle della difesa ma trovandosi in fuorigioco nel momento della partenza del passaggio. Inutile, ma comunque notevole, la parata di Hart sulla conclusione ravvicinata del centrocampista Blues.
Dieci minuti più tardi Torres s’infila in area ricevendo il pallone decentrato sulla sinistra venendo chiuso al momento del tiro dall’ottima scivolata di De Jong.

Al quarantaduesimo buona occasione per Kalou che riceve un bel cross dalla sinistra portato da Malouda per stoppare e girarsi in un fazzoletto, trovando però la pronta risposta di Hart.

La ripresa si apre sulla stessa falsariga del primo tempo, sempre senza grandissime occasioni da rete.
Al sessantunesimo quindi buona chance per Ivanovic il cui colpo di testa dal centro dell’area è però deviato in angolo da un difensore.

Cinque minuti più tardi si va vedere invece Dzeko, il cui colpo di nuca sugli sviluppi di un calcio piazzato battuto dalla sinistra non centra però la porta.
Al settantacinquesimo interessante azione Kolarov-Tourè-Silva col terzino serbo che riesce ad arrivare al tiro, venendo però stoppato da David Luiz.

City cresciuto nella ripresa, quindi, ma che vede il Chelsea passare a dieci dal termine quando Drogba calcia una punizione in area dalla sinistra trovando lo stacco di David Luiz il cui colpo di testa buca Hart per l’1 a 0.

Un paio di minuti ed è ancora su di una punizione battuta da Drogba che il Chelsea si fa pericoloso: la traiettoria del pallone attraversa tutta l’area venendo sfiorata prima da Kolarov poi da David Luiz e terminando poi sul fondo, di poco a lato del palo alla destra dell’estremo difensore Citizens.
All’ottantacinquesimo percussione centrale di Lampard che libera Cole sulla sinistra la cui botta mancina scoccata di prima intenzione è però respinta dalla scivolata di un difensore.

A tempo ormai scaduto arriva quindi il raddoppio: Ramires riceve sulla trequarti spalle alla porta e dopo una piroetta su sè stesso parte centralmente saltando seccamente prima Lescott poi Kolarov per portarsi in area indisturbato freddando Hart con un bel diagonale forte. 2 a 0.

COMMENTO

Partita piuttosto combattuta nella ripresa, dopo una prima frazione abbastanza monotematica.

Nei primi quarantacinque minuti è infatti il Chelsea a fare il match, rimbalzando però più volte contro la buona difesa Citizens.

Nella ripresa, poi, gli ospiti scendono invece in campo più determinati, riuscendo a creare qualcosina di più.

Di fondo resta comunque una verità, a mio avviso: il potenziale del City è notevole posto che a livello di singoli parliamo di una rosa sicuramente di prima fascia. La sua guida tecnica, invece, continua a non sembrare all’altezza.

Senza voler nulla togliere al nostro Mancini, oggi per altro alle prese con un derby tutto italico con il buon Ancelotti, sembra che l’ex allenatore dell’Inter non riesca assolutamente a dare un’impronta soddisfacente ad una squadra che da inizio stagione – quando la seguii in diverse partite – ad oggi continua ad avere un gioco assolutamente non all’altezza e ad essere salvata, quando riesce, dalle individualità più che dal collettivo.

Triste anche, in questo senso, vedere la fine fatta da Dzeko, che a Manchester sembra proprio non essersi ambientato: l’ex stella del Wolfsburg è infatti sotto utilizzato rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare relativamente ad un giocatore di questa qualità e quando gioca, come oggi, non sembra sentirsi propriamente a suo agio.

Fa molto effetto, in tal senso, il suo score: ancora zero reti in campionato.

A margine una piccola nota di colore: vittoria, quella Blues, targata Águias: sia David Luiz che Ramires, difatti, sono stati acquistati dal Benfica.

TABELLINO

Chelsea vs. Manchester City 2 – 0
Marcatori: 79′ David Luiz, 92′ Ramires

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