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Archive for marzo 2014

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Il Napoli gioca benissimo, strameritando, per buona parte del match. Peccando però in quanto a cinismo: costruisce diverse azioni da goal, ma manca di lucidità e freddezza sotto porta. Il che significa grande prestazione per Fabiano, sostituto del tanto mediocre quanto fortunato (nel match di andata) Helton. Ma soprattutto eliminazione.

Perché dietro bastano poi due sbavature, cinicamente – qui si – sfruttate dal Porto, per veder crollare il castello di carte.

Suicidio sportivo perché stasera il Napoli ha strameritato la gara. Sciupandola. Anzi, gettandola via in maniera assurda.

Un triplice peccato: da una parte per la prestazione di stasera, dall’altra per il calcio italiano di per sé, infine per quanto concerne questa edizione dell’Europa League. Che vede e avrebbe comunque visto la Juventus favorita, ma rispetto cui il Napoli qualche chance l’aveva eccome.

Uno dei migliori talenti nati in Italia ad inizio degli anni novanta, ancora stenta a decollare.

Logico che si inizi a pensare possa essere stato un po’ sopravvalutato dopo le grandi prestazioni mostrate sotto la guida di Zeman, allenatore che da sempre sa far rendere più del lecito le proprie punte (quand’anche esterne, come nel suo caso).

Nuovo Totti non lo sarà senz’altro, ma di certo può dare molto più di quanto mostrato in queste due prime stagioni di Napoli.

Anche stasera non è stato particolarmente brillante, mangiandosi anche un paio di occasioni chiarissime e ghiottissime per diventare eroe della sua città.

Un vero peccato per lui, che pure Sacchi indicava essere come uno dei nostri migliori talenti.

Il timore, ora, è che possa rimanere – anche lui, ahinoi – una sorta di incompiuto.

Tanto stasera quanto – o ancor più – in Portogallo le due difese hanno messo in mostra limiti evidenti.

La parziale giustificazione odierna per il Porto è l’assenza di due titolari su quattro. Il Napoli, invece, ha giocato paradossalmente meglio stasera che non ad Oporto, regalando però due sbavature decisive, sfruttate in maniera molto cinica dagli avanti avversari.

Paradossalmente, quindi, proprio qui sta la differenza: dopo il paio di miracoli del primo scontro Reina nulla ha potuto sugli unici due tiri nello specchio di stasera.

Il Napoli invece all’andata fu fermato da non poca sfortuna (come non ricordare la parata casuale di tacco di Helton, ad esempio). In questo ritorno non ha però avuto quella freddezza necessaria a chiudere prima un match dominato.

Alla fine, quindi, la differenza l’ha fatta il cinismo degli attacchi.

Cinismo è la parola più in voga di stasera.

Ho visto tanto l’andata quanto il ritorno, e penso di poter dire con cognizione di causa che sui 180 minuti meritasse il Napoli.

Che però non è stato cinico – né fortunato, va detto – né all’andata né al ritorno.

Alla fine torna sì a casa con due reti realizzate, ma oggettivamente se andiamo a rivedere tutte le tante occasioni costruite nei due match non solo avrebbe potuto ma avrebbe dovuto realizzarne almeno quattro o cinque, se non sei.

Ad un certo livello, è risaputo, certi errori si pagano. Ed esattamente come per la gara con l’Arsenal, se sprechi tanto è facile che si finisca col pagarla.

Come stasera.

Quaresma aveva anch’esso, un po’ come Insigne, un talento tutt’altro che sottovalutabile.

Intendiamoci, non stiamo parlando di un altro possibile crack alla Cristiano Ronaldo. Ma sicuramente dalla sua carriera ci si aspettava qualcosa in più.

Si è però fatto limitare dalla sua scarsa propensione all’incisività più, forse, la sua ricerca di qualche colpo ad effetto di troppo, come la famosa Trivela usata spesso, potremmo dire, un po’ a sproposito.

Stasera però ha siglato un gran bel goal. Ma soprattutto un goal importante. Decisivo.

Perché certo, dopo la rete di Ghilas le cose erano già difficilissime per il Napoli, che aveva solo venti minuti per trovare due reti. La sua segnatura, però, ha fondamentalmente posto la parola fine alla partita.

Certo, personalmente probabilmente avrebbe preferito fare uno scherzetto del genere alla sua ex Inter. Ma visti i tanti moti di scherno che hanno accompagnato la sua esperienza italiana (e quanto ne è seguito), direi che stasera avrà qualcosa di speciale da festeggiare, non solo la “semplice” vittoria.

La squadra è una buona squadra, e bisogna avere tempo e pazienza. Continuando a ben comportarsi in Europa – certo, questa sera sarebbe dovuto arrivare il passaggio del turno per incamerare altri punti – ed avendo un po’ di fortuna prima o poi il Napoli smetterà di avere gironi impossibili, in Champions League.

Ma anche pensando all’Italia, il divario con la prima della classe è ad oggi ancora netto.

Quindi De Laurentiis non può che continuare su questa strada. Fare degli sforzi per provare a rinforzare il club.

Certo però che se per acquistare giocatori importanti devi cederne altri, come Cavani, il gioco si fa duro.

Un’idea però, vista l’involuzione netta di questa stagione, potrebbe essere quella di cedere Hamsik.

Il timore, da fuori, è che possa sentire un po’ come in fase di esaurimento la propria esperienza napoletana.

Posto che sulla linea di trequarti la squadra non è comunque messa male, il suo sacrificio potrebbe essere utile.

Per fare un ulteriore salto di qualità la sensazione è che possano mancare un paio di top player o giù di lì tra difesa e centrocampo…

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La scorsa settimana sono stato intervistato dai ragazzi di SoccerMagazine. La chiacchierata è partita dal mio libro, uscito ormai diversi mesi fa, per poi spaziare su vari argomenti, tra cui campionato ed Europa League.

La riporto anche qui, con la speranza di aver detto qualche cosa di interessante per qualcuno…

Partiamo dal tuo libro, per settimane primo in classifica fra gli ebook di categoria su Amazon. Come nasce il progetto?

L’idea mi è venuta in un pomeriggio come tanti, mentre prendevo un caffè con un amico. Navigando in internet si imbattè in una lista chiamata tipo “I 100 migliori giovani del mondo”. La cosa mi stuzzicò. Nel dormiveglia di quella notte mi venne quindi l’illuminazione.
Perché limitarsi ai nomi? Perché non provare a raccontare, pur brevemente, alcuni di questi ragazzi?
Così, dal nulla, è nata “La carica dei 201″. Chiaro gioco di parole che si riferisce ad un famosissimo cartoon…”

Certo, seguire così tanti giocatori giovani in campionati minori non deve essere stato semplice, come ci sei riuscito?

Moltissimi li conoscevo già da tempo, giocando a buoni livelli o essendo comunque star del calcio giovanile. Ovviamente scoprire o seguire un giovane che gioca in Europa o Sud America è discretamente facile oggi, con tutte le possibilità che da internet.
Per rispondere nel concreto alla tua domanda, il necessario è stato questo: voglia e passione in primis. Streaming, video e partite scaricate in secondo luogo.”

Per riuscire a schedare tutti questi ragazzi, complessivamente, quanto tempo ci è voluto?

Diciamo che ci ho lavorato per un annetto, anche se non in maniera sempre costante. Ma certo, per fare un lavoro anche solo discreto, come penso sia il mio, ci vuole del tempo.
Chiaro che diverso, e molto più stimolante, sarebbe effettuare un lavoro di scouting non dalla propria camera, ma potendo andare di persona a seguire i vari tornei giovanili. È un universo, questo, che mi ha sempre affascinato moltissimo…”

Qualche nuovo talento da consigliare alle squadre italiane?

Ci sono moltissimi giocatori interessanti, in giro per il mondo. Ad esempio molti tra quelli che ho schedato nel mio libro potrebbero essere appetibili per le nostre squadre, anche in virtù dell’evidente scadimento tecnico del nostro campionato, che logicamente lo rende più accessibile a molti.
Tra tutti però vorrei fare un nome, che nel libro non si trova. È quello di Alvarez, un trequartista paraguayano classe ’97 che qualcuno in Italia già conosce.
Dato che mi piacerebbe, un giorno, fare dello scouting il mio lavoro, mi sono mosso in prima persona per provare a trovare dei contatti con la sua società, per capire se e quanto fosse plausibile l’eventualità di un suo trasferimento in Italia.
Ho quindi potuto conoscere il Presidente del club in cui gioca.
Peccato solo che sono arrivato troppo tardi: poche ore prima era stato prelevato, in prova, da un certo club che solitamente di scouting e giovani se ne intende: l’Udinese.
Non so se alla fine il suo trasferimento in Friuli si concretizzerà. Ma già il fatto che una squadra del genere si sia mossa su di lui mi fa pensare che i miei passi stessero andando nella direzione giusta.”

Cosa si dovrebbe fare in Italia per migliorare il livello dei vivai? Quale squadra sta in Italia intraprendendo la strada giusta?

“Sul cosa si dovrebbe fare credo ci sarebbe da ragionare approfonditamente, sinceramente non me la sento di indicare una via come LA via da seguire. Anche perché non mi sono mai dedicato, nella vita, alla costruzione e cura di un settore giovanile, quindi potrei facilmente dire delle castronerie.
Una cosa però te la dico: lo scadimento tecnico del nostro calcio è evidente. Questo è dovuto non solo al fatto che non potendo competere economicamente con le big europee tanti top player vanno all’estero, ma anche al fatto che veri e propri campioni non li stiamo più sfornando.
È evidente, quindi, che nei nostri settori giovanili si lavori male. Sembra noi non si sia più capaci di formare giocatori in grado di competere ad armi pare su qualsiasi palcoscenico. E questa è una cosa rispetto la quale la FIGC, ma anche tutti i club, dovrebbero interrogarsi a fondo. E loro sì trovare delle soluzioni.”

Il modello squadra B alla spagnola?

Io credo si possa optare per diverse soluzioni, ma temo che la sola introduzione di una squadra B non possa bastare. Può essere un pezzo utile a completare un puzzle, intendiamoci, ma temo non si risolverebbe l’involuzione tecnica del nostro movimento solo con l’introduzione di squadre B, che per altro immagino sarebbero sfruttate a dovere solo da pochissimi club.
Per altro temo che il problema sia alla radice. Che ci sia da intervenire sulla formazione dei calciatori, non solo sul loro passaggio al professionismo (che è e resta un problema grossissimo, in quello che è un paese per vecchi per eccellenza).”

Passiamo al calcio dei grandi, il campionato è ormai chiuso?

Sicuramente dopo quanto accaduto nel corso dell’ultima giornata si può dire che la lotta per il primo posto sia finita. Non matematicamente, certo, ma se una Juventus in netta involuzione da un punto di vista del gioco riesce comunque sempre, anche con merito, ad imporsi sulle avversarie è praticamente impossibile pensare che chi insegue possa colmare un distacco come quello attuale, che va anzi sempre più allargandosi.
Credo però che definire “chiuso” un campionato in cui c’è ancora molto da dire sia scorretto: Napoli e Roma si daranno battaglia per il secondo posto. Fiorentina ed Inter sembrano potersi tenere la zona Europa League, ma attenzione alle sorprese Parma – per me non tanto, avevo pronosticato un ottimo campionato dei Ducali già in estate – e Verona.
In più ci sarà comunque da seguire cosa combinerà, da qui a fine anno, il Milan di Seedorf. Che difficilmente potrà centrare un posto in Europa, ma l’attenzione resta alta in virtù del fatto che si tratta comunque di una nobile, pur un po’ decaduta, del nostro calcio.
Infine resta ad oggi molto interessante anche la lotta per la salvezza, con quattro o cinque squadre coinvolte. Se per il Sassuolo sarà difficile rimanere in A, infatti, ci sono Catania, Livorno, Bologna e Chievo che dovranno lottare fino all’ultimo o quasi, per guadagnarsi un posto al sole!“.

Chi la spunterà fra Roma e Napoli per il secondo posto?

Roma.
Rispondo in maniera secca, pur conscio del fatto che nel calcio non si può mai dare nulla per scontato.
Però penso che la squadra di Garcia, con tutto il rispetto per i tifosi napoletani, abbia dimostrato qualcosa in più, soprattutto da un punto di vista del gioco, rispetto ai partenopei.
Anche nel match dell’ultimo week-end, per altro. Vinto sì dal Napoli, ma meglio affrontato dai giallorossi“.

Europa League, speranze per una italiana?

Speranze ce ne sono di certo, per tutte e tre.
Purtroppo l’urna ha deciso per uno scontro fratricida tra Juventus e Fiorentina: sarebbe stato bello portare tre italiane ai quarti.
Credo comunque che i bianconeri siano ora la squadra da battere. Anche se il Tottenham, al netto degli svarioni difensivi, potrebbe non essere da meno.
Il Napoli viene invece un po’ dietro rispetto a queste due. Gli azzurri e i viola sono infatti squadre outsider, al pari delle tante compagini iberiche ancora in gioco.
Da tifosissimo italiano, spero – al netto dell’eliminazione certa di una tra Juve e Fiorentina – in una finale tutta tricolore.”

Chiudiamo con le ultime due domande, come vedi l’Italia al Mondiale e se stai già lavorando a nuovi progetti?

In virtù dell’involuzione tecnica cui accennavo prima non benissimo. Certo, il livello complessivo della nostra nazionale non è comunque nemmeno così disprezzabile. E col giusto amalgama qualche soddisfazione ce la potremmo togliere anche in Brasile, esattamente come accaduto agli ultimi Europei.
Ma altrettanto sicuramente la nostra nazionale non partirà tra le favorite. Un piccolo posto da outsider, ecco, quello sì.
Con la certezza, però, che vincere sarà praticamente impossibile. Arrivare alle semifinali sarebbe già un ottimo traguardo. Che vedo però, in linea di massima, poco alla portata dei nostri ragazzi. Speriamo in bene, comunque.

Per quanto concerne i miei nuovi progetti, certo.
Oltre a curare ancora il mio blog (Sciabolata Morbida, ndr) e relativi profili social ho ideato un progetto di cui però ancora preferisco non parlare esplicitamente e che riguarda proprio il Mondiale brasiliano. Credo che l’idea di base sia bella. Entro fine mese dovrebbe concretizzarsi, ed allora svelerò il tutto. Magari anche sulle vostre pagine, se vi farà piacere.
Inoltre, sempre da un punto di vista diciamo così editoriale, sto pensando ad una nuova edizione della Carica. Ancora un po’ in forse visti i miei tanti impegni, ma spero di riuscire a “quagliare” quando sarà il momento.
Infine ho un paio di progetti che travalicano la passione per la scrittura: a breve farò partire, in collaborazione con l’A.S. Varese 1910, un progetto diciamo di divulgazione culturale rivolto a bambini ed adolescenti, per farli riflettere su cosa è il calcio e sull’approccio che bisognerebbe avere ad esso (mediamente sbagliattissimo, nel nostro Paese).
L’altro invece riguarda proprio la possibilità di fare un po’ di scouting non solo, diciamo così, cartaceo. Come detto qualche passo l’ho già mosso, anche se non mi ha portato a nulla essendo stato anticipato da chi in questo mondo si muove bene e da molto più tempo di me. Vedremo se riuscirò a combinare qualcosa prossimamente!”

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C’è una squadra, in Inghilterra, che sta indirettamente provando a spiegare a molti dirigenti italiani cosa significhi una parola che sembra sempre più svuotarsi di significato, qui da noi: “programmazione”.

L’Everton gioca infatti nel campionato in assoluto più competitivo al mondo, dove un posto per andare in Europa League te lo giochi con squadre come Tottenham e Manchester United, che ad altre latitudini si giocherebbero la prima posizione.

Nonostante questo negli ultimi anni i Toffees hanno dato dimostrazione di serietà e puntualità, andando a costruire la propria squadra mattone su mattone sino a consolidarsi sempre più tra le realtà più interessanti del campionato.

Il club si è infatti ormai attestato su questo ottimo livello, a ridosso delle grandi. Così dopo l’ottimo quinto posto del 2008/2009 sono arrivati un ottavo, due settimi ed un sesto posto. Posizione che, ad ora, il club di Liverpool sta bissando. Il tutto nonostante abbia ben due gare (e due punti) meno del Tottenham, che potrebbe quindi sopravanzare recuperando questi match persi.

Non solo ottimi risultati, per i Blues. Ma anche una rosa composta in buona parte di giovani interessantissimi, sintomo di come – e questo davvero tanti in Italia dovrebbero capirlo – si possa vincere un match ad alto livello anche a vent’anni.

Proprio della situazione dei Toffees ho voluto parlare con i ragazzi di Everton Italia, gruppo di affezionatissimi tifosi del club di Liverpool.

A rispondere, a nome di tutti, Paolo Mombelli, il Presidente.

L’Everton sta compiendo un ottimo cammino in campionato. La squadra si trova in sesta posizione, davanti ad un colosso come il Manchester United. Qual è il bilancio parziale di questa stagione?

Direi positivo. Dopo la partenza di Moyes, l’Everton aveva bisogno di trovare un manager capace di gestire al meglio le risorse economiche non certo illimitate del Club. Martinez ha centrato in pieno questo obiettivo, riuscendo inoltre a far esprimere un bel gioco alla squadra.

La squadra ha fatto tendenzialmente bene contro le prime della classe, perdendo in maniera rotonda solo contro il Liverpool. Cosa ha permesso di raccogliere questi buoni risultati contro equipe sicuramente meglio attrezzate?

A dire il vero questa è una costante dell’ Everton degli ultimi anni, basti vedere il saldo positivo che abbiamo con il Manchester City da quando quest’ultimi sono passati in mani arabe. 
Ritengo che il fattore ambientale abbia svolto un ruolo importante: venire a giocare a Goodison Park, uno stadio che trasuda storia e passione, non è facile per nessuno.

In coppa le cose sono invece andate meno bene. Usciti nel terzo turno di Coppa di Lega contro il Fulham, è recentemente arrivata l’eliminazione contro l’Arsenal in FA Cup, con un 4 a 1 piuttosto pesante. E’ una squadra più da campionato o è solo un caso?

Bisogna scindere i discorsi sulle due coppe nazionali: la Coppa di Lega non è mai stata la nostra coppa. Non l’abbiamo mai vinta, nemmeno negli anni d’oro in cui l’Everton dominava l’Inghilterra. Più in generale è una competizione oggettivamente poco importante e poco sentita da tutti i teams.
Per quanto riguarda la gloriosa FA Cup, invece, c’è delusione per l’eliminazione, soprattutto per il modo in cui è giunta. Detto questo non direi che i Toffees siano una squadra più da campionato che da coppa. Nell’ultimo lustro siamo andati due volte a Wembley a giocarci la Coppa d’Inghilterra senza, ahi noi, portarla a casa. Mancò la fortuna non il valore.

Venendo ai singoli, uno dei miei giocatori preferiti in assoluto del roster Toffees è Seamus Coleman. Quali sono le sue caratteristiche, per chi non lo conoscesse? Dove può arrivare, in carriera?

Ah, personalmente ho un debole per Seamus Coleman. Un giocatore meraviglioso come la sua terra d’origine, il Donegal, la parte dell’ Ulster appartenete alla Repubblica d’Irlanda.
Dal punto di vista tecnico è un giocatore dotato di ottima spinta. Generalmente gioca come terzino destro, ma all’occorrenza può essere impiegato anche all’ala. In più sta impreziosendo le sue prestazioni realizzando gol davvero belli e decisivi. 
Complimenti a Moyes che lo ha scovato dallo Sligo Rovers e a Holloway che qualche anno fa lo lanciò definitivamente nel football Inglese inserendolo nel suo Blackpool dei miracoli.

Molto bene sta facendo anche Romelu Lukaku, giocatore che probabilmente avrebbe fatto comodo allo stesso Chelsea. E’ già pronto per un top team europeo?

Assolutamente sì. E un giocatore giovane dotato di grande talento e di una impressionante forza fisica. Non a caso alcuni top-team europei si sono già fatti vivi per averlo.

Nel mio primo libro, La carica dei 201, ho inserito alcuni giovani che oggi giocano nell’Everton: oltre allo stesso Lukaku, anche talenti come Barkley e Deulofeu. Che giudizio date a questi ragazzi? Ci sono altri under 20 di valore, anche nell’Academy, da tenere d’occhio in ottica futura?

Se l’Everton sta recitando un ruolo da protagonista nel campionato Inglese lo deve anche a giovani come Lukaku, Barkley e Deulofeu. Teenager o poco più dotati di eccezionale talento.
Per quanto riguarda giovani interessanti, meritano certamente una menzione ragazzi come John Stones, Luke Garbutt, Conor McAnely e Hallam Hope. 
La Academy dell’Everton è sempre stata generosa in merito a talenti da allevare. Non a caso è proprio qui che Wayne Rooney mosse i primi passi.

Fellaini ha lasciato la società in estate, trasferendosi a Manchester assieme a Moyes. Come giudicate la nuova esperienza dei due ex?

Circa l’arrivo di Moyes a Manchester, tra i tifosi dell’Everton circolava una battuta: “The Damned United II”. L’ironia prendeva spunto dal bellissimo romanzo scritto da David Peace, “The Damned United”, che raccontava l’incredibile vicenda del celeberrimo manager Inglese Brian Clough sulla panchina dell’odiato Leeds United, durata solo 44 giorni. Ecco, sostituite il nome Leeds con il nome Manchester, aumentate un po’ il numero dei giorni e avrete lo stesso copione.
Scherzi a parte, sostituire Sir Alex Ferguson a Old Trafford non è propriamente la cosa più semplice del mondo. I Red Devils devono aprire un nuovo ciclo e a Moyes va dato tempo.
Insomma, una realtà interessantissima per gioco, talento e gioventù questo Everton. Se ancora non vi è capitato, guardatevelo. Sicuramente un bello spettacolo per chi ama il gioco del calcio.

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Non sempre tutte le ciambelle escono col buco, dice il detto. Così nella riedizione riveduta e corretta di Juventus – Fiorentina, andata in scena solo quattro giorni prima in campionato, ai Bianconeri non riesce il colpaccio. Il tutto nonostante i presupposti fossero simili.

Perché anche ieri la squadra di casa ha iniziato avendo il dominio assoluto delle fasce laterali. Con Asamoah e il redivivo Isla (che ha iniziato bene, pur non mettendo un cross buono che fosse uno) ad imperversare, mettendo alla berlina Roncaglia da una parte e Tomovic dall’altra.

Il goal di Vidal, arrivato a tre soli minuti dal via, ha probabilmente illuso un po’ tutti sul fatto che si potesse presentare, ai nostri occhi, una gara diversa rispetto a domenica. Più agonisticamente combattuta.

E invece dopo un primo tempo giocato ad un buon ritmo da parte di entrambe le squadre, nella ripresa lo stesso è calato significativamente e la Juventus, esattamente come quattro giorni prima, ha tirato palesemente i remi in barca, accontentandosi dell’1 a 0.

Ma se domenica la traversa aveva evitato il pareggio di Matos, ieri Gomez ha saputo sfruttare una palese disattenzione della retroguardia per colpire ed insaccare la sfera, strappando un importantissimo 1 a 1 in ottica ritorno.

Conte dice che non si tratta di un problema fisico-atletico.

Se davvero così fosse, la Juventus deve tornare ad avere quella mentalità che la contraddistinse al primo anno in cui il tecnico salentino si sedette su quella panchina.

Ci sono tre corresponsabili, nell’azione che porta al goal di Mario Gomez (cui vanno comunque fatti i complimenti per come detta il passaggio, si muove, controlla la sfera e la recapita in rete): Caceres, Ogbonna e Buffon.

Analizziamo un pochino più nel dettaglio: quando Ilicic fa partire il suo ottimo lancio, Gomez si trova tra Caceres ed Ogbonna.

Il primo è più vicino alla punta tedesca, che seguendo la traiettoria del pallone va a tagliare verso destra. Nel farlo, Caceres decide di non seguirlo. Quando invece, palesemente, avrebbe potuto tenerlo ed andare a contrargli il tiro con, probabilmente, grande efficacia e senza troppi rischi.

L’errore più grande è quindi probabilmente quello del difensore uruguaiano. Posto comunque che lo stesso Ogbonna è in ritardo e si perde sia la sfera che il taglio alle sue spalle dell’avversario.

In ultimo, una parte di colpe è sicuramente attribuibile anche a Buffon: il portiere della nazionale tentenna infatti molto sull’uscita. Dapprima sembra voler chiudere con vigore, poi si ferma, fa mezzo passo indietro, ed alla fine quando si rende conto che Ogbonna non arriverà mai su quel pallone e che Gomez si presenterà quindi tutto solo davanti a lui prova a salvare il salvabile, senza però potere più molto.

Un triplo errore che regala quindi un importantissimo pareggio ai Viola.

C’è stato un momento del match, credo fosse ancora nel primo tempo, in cui mi sono detto una roba del tipo “A fine partita farò i complimenti ad Ogbonna, dicendo che se gioca a questi livelli potrà tornare utile anche per la Nazionale”.

Poi però il centrale ex Torino ha fatto diverse sbavature, non ultima quella che lo ha visto compartecipe del goal di Gomez.

Purtroppo su di lui continuo a pensarla come tanti anni fa, quando era ritenuta una grande speranza del football Azzurro: giocatore con mezzi fisico-atletici impressionanti ed una tecnica di base sicuramente più che discreta, soprattutto in relazione al ruolo che occupa.

Però ha un grande limite: la continuità nel corso dei novanta minuti.

Un limite che ha palesato anche ieri, quando appunto ad un ottimo inizio di gara ha contrapposto due o tre sbavature piuttosto pesanti che lo rendono un giocatore ancora inaffidabile.

Quell’ancora però suona quasi come una “campana a morto”. Vero è che ci sono giocatori che, di punto in bianco, esplodono anche “avanti” con l’età. Ma è altrettanto vero che a 25 anni un giocatore dovrebbe avere già raggiunto una certa maturità calcistica. Che di tanto in tanto un ragazzo così possa fare qualche sbavatura ci potrebbe ancora ancora stare. Ma il fatto che praticamente ad ogni match che gioca ce ne pianti qualcuna, ecco, fa temere che il calcio italiano dovrà continuare a cercare oltre lui i suoi centrali del futuro.

Questo ragazzo è impressionante.

Giocatore moderno, a tutto campo. Corre e lotta come pochi altri. Recupera palloni, sa giocare la sfera, dialoga a centrocampo, all’occorrenza ha fatto tanto il difensore centrale quanto il terzino. E poi, segna a non finire. E più cresce, più matura, più prende convinzione nei propri mezzi e più aumenta il suo bottino di goal.

Non so quante altre mezz’ali, arrivate al 13 marzo, fossero state in grado di mettere assieme un numero così cospicuo di goal. 18, appunto, di cui 11 in campionato, 5 in Champions League (in 6 presenze, media da bomber di razza) e già due in Europa League (in 3 presenze).

18 goal, ovvero sia già 3 in più della stagione scorsa (pur avendo ad ora giocato otto partite in meno). O anche cinque realizzazioni più di Llorente e due più di Tevez.

O, ancora, cinque reti più del trio Marchisio-Pirlo-Pogba.

Insomma, sarà pur vero che gioca in un campionato di livello non più altissimo come quello italiano, ma anche quando varca i nostri confini dimostra di essere un centrocampista di valore assoluto oltre che un bomber implacabile.

Top player senza se e senza ma. Con in più una caratteristica più unica che rara: un tempo nell’elevazione che ricordo in pochissimi grandi giocatori del passato (uno di questi, sicuramente l’inglese Paul Scholes).

La Fiorentina si presentava al via della Serie A con la miglior coppia d’attacco del campionato, al pari di quella juventina: Rossi-Gomez.

Solo che, a differenza dei Bianconeri, i Viola sono stati sfortunatissimi. Dapprima hanno patito l’assenza, per praticamente metà stagione, dello stesso tedesco. Poi, ancor prima che rientrasse l’ex puntero del Bayern, hanno dovuto piangere anche l’infortunio alla stellina italoamericana.

Ovvio quindi che la – comunque buona – stagione della Fiorentina sia condizionatissima da questi infortuni.

Il ritorno al goal (soprattutto, un goal così importante) di Mario Gomez è comunque un’ottima notizia: il terzo posto sarà difficilmente raggiungibile, ma il passaggio del turno in Europa League è una possibilità concreta. E, soprattutto, Gomez potrà sfruttare questi ultimi mesi che lo separano dalla fine della stagione per ritrovare la condizione ed entrare appieno negli schemi di Montella. In vista di una rincorsa al traguardo Champions cui, al netto degli infortuni, dovrà puntare con decisione la squadra già a partire dalla prossima stagione.

Il passaggio del turno in Europa League è una possibilità concreta, dicevamo.

Del resto l’1 a 1 esterno da una possibilità in più, ai Viola. Che oltre a vincere il ritorno di fronte al proprio pubblico, avranno anche la possibilità di pareggiare 0 a 0.

Sinceramente credo comunque che difficilmente le due squadre non segneranno, al Franchi. E allora ai Viola non converrà scendere in campo pensando di fare calcoli.

Le armi per provare a controbattere le hanno (al netto dell’assenza di Rossi, ieri è stato tenuto a riposo anche Cuadrado, che invece potrebbe essere tranquillamente presenze a Firenze). E soprattutto, avranno dalla propria parte tutto il calore di un pubblico che non vede l’ora di fare uno sgarbo agli odiati rivali Bianconeri. A maggior ragione quest’anno in Europa League, con la finale che si giocherà proprio allo Juventus Stadium.

Ed è proprio questo il motivo per cui, già prima di ieri, davo più chance del “normale” alla Fiorentina: pensate a cosa sarebbe, per i Viola, vincere l’Europa League allo Juventus Stadium, per di più dopo aver eliminato con le proprie mani i Bianconeri…

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Ieri molti di voi avranno sicuramente assistito alla disfatta madridista del Milan, nobile decaduta del nostro calcio (nobile decaduto anch’esso, potremmo dire).

Sia per chi il match l’ha potuto seguire che per chi ha avuto altro da fare, queste alcune mie considerazioni sul match che ha sancito la prematura eliminazione del nostro ultimo portacolori nel trofeo – per club – più ambito al mondo.

Ovviamente, un tweet da prendere con le pinze. Perché letto così qualcuno potrebbe assumere il fatto ch’io creda che la differenza tra Atletico e Milan stia tutta nel portiere.
Invece, non sono così sprovveduto.

Credo però, anche se non avremo mai la controprova e quindi restano ipotesi campate per aria (ma del resto, è il bello dello scrivere e discutere di calcio), che questo doppio confronto sia l’esempio classico in cui si rimpiange l’assenza di un portiere che, in gergo, si dice capace di “portare punti alla squadra”.

Se andiamo a vedere nel doppio confronto, infatti, sono almeno tre i goal su cui Abbiati avrebbe potuto fare di più. Di contro, nel corso dell’andata l’Atletico fu palesemente salvato da Courtois.

Ora non è certo scontato che ad invertire i portieri anche il risultato sarebbe cambiato, ma sono abbastanza convinto che con qualche “miracolo” del portierino belga pro Milan e qualche goal rivedibile preso da un Abbiati in Colchoneros avrebbero davvero potuto cambiare le sorti del match.

Un dato: ieri il Milan ha subito 6 tiri nello specchio. E 4 goal.

A margine: Abbiati è un ottimo professionista, ma per quanto mi riguarda è sempre stato portiere non più che discreto, che ha costruito una carriera “sopra le sue possibilità” per una parata. Quella di Perugia.

Quando si dice sliding doors…

Logico che perdere palla come ha fatto Essien in occasione dell’1 a 0 può sempre portare a situazioni pericolose per la difesa. Che però, nel caso specifico, era posizionata piuttosto bene.

L’errore a mio avviso macroscopico è quindi venuto dopo.

A marcare Diego Costa è Rami. Che poco prima del cross sembra però distrarsi, lasciandosi sfilare la punta avversaria alle proprie spalle. Un errore marchiano, sicuramente non accettabile a questi livelli. Che pesa tantissimo.

Poi certo, arriva anche la commistione di un Abbiati sempre lentissimo a muoversi. Un portiere reattivo e temerario potrebbe anche provare l’uscita (del resto, si tratta di area piccola). Un portiere un po’ più svelto di lui, quantomeno chiuderebbe sul palo con più prontezza, aumentando di molto le proprie chance di arrivare sul pallone.

Ma nulla di questo accade. E così dopo un paio di minuti arriva il primo triplice errore milanista (Essien perde palla, Rami perde l’avversario, Abbiati si muove lentamente) che porta all’immediato vantaggio della squadra di casa.

Sul secondo goal che prende il Milan, quello che in un certo senso mette forse la parola fine (o quasi) alle speranze Rossonere, c’è, ancora una volta, un errore a mio avviso marchiano di Rami.

Arda Turan arriva infatti in una situazione di agio totale: sul lancio in avanti arriva la sponda di un compagno (credo Raul Garcia), che stoppa la palla di petto verso lo stesso turco. Proprio lì, in quel momento, i due centrali difensivi dovrebbero aggredire. E sull’ala Colchoneros dovrebbe fiondarsi proprio l’ex Valencia. Che, invece, resta piantato sul posto.

Così la conclusione di Turan può essere solo deviata – qui sì, con sfortuna – alle spalle di Abbiati.

Ma se solo Rami avesse fatto un passo in avanti subito, nel momento della “smorzata” di petto, il pallone non avrebbe trovato la porta, finendo la sua corsa proprio contro al roccioso difensore francese.

Ovviamente anche in questo caso ci può essere una commistione di responsabilità con i mediani, i quali non rientrano prontamente. Uno dei due, infatti, avrebbe potuto portarsi sull’avversario per tamponare.

Ma l’errore, lampante, è tutto di Rami, che di fatto regala i primi due goal agli avversari.

Certo è che in occasione del goal del momentaneo pareggio anche la difesa Colchoneros sbanda un pochino. Balotelli fa l’unica cosa interessante del suo match, aprendo bene di prima su Poli. Che, con piedino educato, pennella sul secondo palo, il tutto dopo essersi infilato nel buco lasciato da Luis Filipe.

Per Kakà, bravo a lanciarsi nello spazio, è quindi un gioco da ragazzi infilare la rete di testa.

Insomma, giustissimo elogiare un comunque ottimo Atletico Madrid.

Ma, come si dice, non tutto è oro ciò che luccica!

Quel del Milan sta diventando un “deserto” tecnico. E’ questa la sensazione che si ha nel vedere una squadra che nel corso dell’ultimo decennio sta andando letteralmente a catafascio.

Proprio in questo deserto, nelle ultime settimane, stava provando ad imporsi uno dei nuovi arrivi, Rami. Che però ieri sera, come ho potuto dire poc’anzi, è stato uno dei peggiori in campo, con due errori gravissimi ed ingiustificabili.

E se quello che viene da più parti – se non unanimemente, nella pochezza della rosa Rossonera – ritenuto essere il miglior difensore della rosa se ne esce con una prestazione così, ecco che si capisce come la rifondazione debba partire subito, a maggior ragione oggi che affidarsi a qualche “nome” non basta più. E debba essere davvero epocale.

Poi, intendiamoci. Se Rami avesse giocato nel Milan di qualche anno fa, magari al fianco di un Sandro Nesta, avrebbe sicuramente fatto una figura migliore di quella che gli è capitata ieri.

Ma questa non può essere una giustificazione. Il Milan, per ritrovare la propria dimensione, ha bisogno di giocatori affidabili sempre.

Su questo tweet poco da aggiungere.

Ragazzi, Essien venne preso apposta e specificatamente per l’ottavo di finale contro l’Atletico.

Ora, al netto dei tifosi che a prescindere difendono sempre l’operato della società, salvo poi – alla lunga – ricredersi quando il campo emette giudizi amari, credo che nessuno si aspettasse che questa potesse essere una mossa vincente, per il Milan.

Un giocatore che sembra essere arrivato ad un precoce declino. E che comunque, visti gli ultimi mesi di carriera, difficilmente avrebbe potuto incidere positivamente ieri.

Vero fantasma che ha vagato per il campo senza una meta, capace di lanciare l’azione dell’1 a 0 perdendo male una palla sulla propria trequarti.

L’emblema, per quanto mi riguarda, della disgrazia di questo Milan: la non programmazione, che porta a cercare giocatori sul finire di carriera ma con un passato glorioso, anziché provare a darsi una progettualità per il futuro (come ha invece fatto l’Atletico).

E se il giochino per un po’ ha funzionato, ora sembra essersi rotto del tutto. Fuori ancora una volta agli ottavi, non ci sarà la Champions l’anno prossimo.

Ora non si può più aspettare. La proprietà DEVE rifondare.

Un discorso a mio avviso simile lo si può fare con Kakà, altro colpo sbagliato di una società che cerca simboli più che giocatori, progetto e futuribilità.

All’ex campione brasiliano, però, va riconosciuto il grande cuore e l’estrema professionalità. Là dove non arrivano più le gambe lui prova ad arrivarci con il cuore.

I risultati non sono gli stessi, ma chapeau comunque.

I due migliori, nell’Atletico, sono sicuramente stati i due davanti. Diego Costa si è confermato in formissima. Punta di ottima tecnica, molto mobile e duttile, energia infinita.

Un po’ il contrario di Balotelli. Che magari potrebbe avere anche alcuni colpi più importanti dell’omologo brasiliano (ah no, spagnolo…). Ma che si perde nel suo nulla cosmico ad – più o meno – ogni azione.

Partita sontuosa, poi, anche per Garcia. Giocatore tecnicamente raffinato, testa che sembra fatta per il calcio, lotta ed illumina il campo del Calderon.

Certo, va pure detto che ieri questi due hanno giocato contro una non-difesa. Anzi, contro una non-fase difensiva…

Infine, questa ultima considerazione.

Chi, come al solito (e scioccamente), si appella ad un problema economico del nostro calcio dice una cosa solo in parte vera.

Perché se sicuramente in questo momento le nostre compagini non possono – per incapacità loro e del sistema tutto – competere con i top club europei, è altrettanto vero che dovrebbero fare di un sol boccone una squadra come l’Atletico Madrid.

Invece, nella sostanza, le cose si rivelano essere molto diverse.

Delle tre grandi solo la Juventus sembra avere una progettualità. Inter e Milan sono invece alle prese con una sorta di rifondazione mai davvero compiuta (anche se credo Thohir ora stia provando a dare un’accelerata in questo senso) che le sta lasciando in un limbo in cui una squadra che fattura la metà, come appunto l’Atleti, può costruirsi negli anni, con un progetto solido alla base, una squadra indubbiamente più forte.

Perché ragazzi, molti tifosi milanisti gioirono quando dall’urna uscirono i Colchoneros. Ma che questa squadra nonostante abbia risorse economiche inferiori fosse superiore al Milan era chiaro, come dissi ancor prima che i sorteggi venissero effettuati.

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Oggi, all’ora di pranzo, è andato in scena uno dei due – almeno presunti – big match di questa giornata di Serie A: Juventus – Fiorentina.

La partita, baciata dal tiepido sole di metà marzo che splendeva oggi sopra allo Stadium, ha visto imporsi per 1 a 0, grazie ad una grande giocata di Kwadwo Asamoah, i padroni di casa.

Ma, a dirla tutta, il match è stato in primis un suicidio tattico del mister Viola, il pur buon Vincenzo Montella.

Lo twittavo attorno al diciottesimo: la chiave tattica sarebbe stata la libertà concessa dalla premiata ditta Diakitè-Cuadrado allo stesso centrocampista ghanese.

Se la cosa era chiara ad un signor nessuno come me, come può Montella non essersene accorto?
E, qualora l’avesse fatto, perché non ha agito di modo da limare questo difetto congenito nel suo 11?

La questione era chiara: il difensore ex Lazio, schierato terzino destro vista l’assenza di Tomovic, tendeva troppo a schiacciarsi verso il centro, là dove è più abituato a giocare.
La mezz’ala destra, Aquilani, non poteva farsi risucchiare verso Asamoah: avrebbe concesso troppo spazio al suo diretto avversario, Paul Pogba.
L’ala destra (Cuadrado), infine, tornava poco e mai con i tempi giusti.

Qualcuno in rete mi ha obiettato – mi permetto di dire, piuttosto scioccamente – che quelli sono i giocatori a disposizione di Montella. Che al posto del tanto criticato Diakitè non può certo schierare, il coach Viola, un Piquè o un Hummels.

Certo. Considerazione anche corretta, di per sé. Ma pur tralasciando il fatto che nemmeno questi ultimi due sarebbero terzini – e che quindi il problema di per sé potrebbe facilmente ripresentarsi – il dato di fatto vero è che esistono mille espedienti tattici per provare a limare un problema del genere.

La Fiorentina, invece, ha proseguito su questa falsariga. Rischiando di prendere goal già solo pochi minuti dopo il tweet postato qui sopra.

Quello che mi chiedo è: se la debolezza di questa Fiorentina l’ho subito individuata io,

come può non averla individuata il tecnico dei Viola?

In occasione del goal Asamoah comunque, va detto, fa anche una magia da un punto di vista tecnico. Certo, Diakitè se lo porta fino in area e Cuadrado arriva per provare a contrarlo con diversi secondi di ritardo. Ma il fluidificante ghanese è comunque bravissimo a liberarsi in mezzo a 2/3 uomini con un grande gesto tecnico, per poi scaricare di destro – non so quanto sensibilmente deviato – in rete.

Al di là di queste considerazioni, che secondo me hanno deciso il match, non si è visto un grande spettacolo in quel dello Stadium, come ormai abitudine nei match della nostra – sempre più triste – Serie A.

Così pur continuando con la propria crisi di gioco la Juventus, che mi piace sempre meno ogni settimana che passa, si impone con il minimo sforzo sulla Fiorentina, dimostrando nel complesso di essere ancora una volta la squadra più solida del campionato.

Una delle diverse considerazioni post-match che ho fatto via Twitter, riguarda poi lo stesso Cuadrado, di cui ho già parlato in precedenza.

Se la sua prestazione in fase difensiva è stata ai limiti dell’imbarazzante, davanti ha mostrato, pur solo a sprazzi, la sua esplosiva incontenibilità.

Polpacci e quadricipiti alla dinamite, l’ala colombiana ha una rapidità ed una velocità più uniche che rare.

In una Fiorentina rinunciataria e così tanto involuta come quella di oggi, però, finisce per perdersi anche lui, che di certo non ha né le capacità tecniche né il carisma per poter trascinare da solo una squadra in un match di questo genere.

Sempre parlando di singoli Viola, poi, citazioni anche per Gomez, Pizarro e Diakitè.

Il primo un fantasma assoluto. Ha toccato solo 16 volte il pallone, per lo più per passaggini elementari che non hanno dato nulla di specifico alla manovra o alla squadra.
Assolutamente fuori contesto, e certamente ancora non supportato da una forma anche solo lontanamente accettabile.

Il secondo ha perso un sacco di palloni, un paio di volte anche in posizioni che avrebbero potuto portare al goal degli avversari. Giocatore palesemente fuori forma, non ha avuto l’intelligenza – calcistica – di non tentare quelle giocate che solitamente, quando sta bene, si può permettere.

Diakitè infine è stato un disastro. Altro corpo estraneo, in questo caso da un punto di vista tattico, alla squadra.
Anarchico, non ha tamponato la sua fascia dovere né si è dimostrato all’altezza in fase di possesso, alle volte verticalizzando senza avere le capacità tecniche per farlo, altre tentando sparute sortite palla al piede senza l’idea di dove andare a parare.

Infine, venendo ai singoli della Juventus, ancora buone cose le ha messe in mostra Tevez, con Asamoah il più pericoloso dei suoi e sempre molto attivo anche in fase di non possesso.

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Ieri sera si è giocato uno dei tanti derby di Londra, quello che ha messo contro il lanciatissimo Chelsea di Josè Mourinho al Tottenham, sempre poco a suo agio quest’anno quando si è trattato di affrontare una delle “big four” di questo campionato.

Spurs che in realtà non demeritano, almeno fino alla rete dell’uno a zero. La squadra allenata da Tim Sherwood, infatti, riesce a contenere bene gli avversari (a parte un paio di notevoli sbandate iniziali), provando anche a pungere quando si crea l’occasione (come al quattordicesimo, quando un diagonale di Bentaleb si spegne di poco a lato).

A fare la differenza è quindi la tenuta mentale della squadra. Che commette una serie di errori individuali assolutamente incredibili, se rapportati al livello di cui stiamo parlando.
Roba che, non me ne vogliano i tifosi del Tottenham, si stenta a vedere nei nostri oratori.

Ma vediamoli più nel dettaglio, questi errori…

L’1 a 0 arriva poco prima dell’ora di gioco. Su – e già questo dice molto – una ripartenza Spurs.

Il primo errore lo commette Kaboul. Il centrale francese, infatti, si mette ad allacciarsi le scarpe con il pallone che è sì tra i piedi di un proprio compagno, ma ancora nella trequarti del Tottenham.

A questo punto l’avanzamento della sfera subisce però un arresto. Il portatore, che credo fosse Walker, fa una cosa che solitamente non andrebbe mai fatta. Ovvero sia taglia il campo in orizzontale con un passaggio che metta in movimento Verthongen. In questo caso, però, il passaggio ci potrebbe anche stare, visto il molto spazio lasciato dai Blues al difensore belga.

Qui però già un secondo errore, dopo quello di Kaboul: il passaggio non è precisissimo. Non viene infatti fatto sulla corsa del compagno, che è così costretto ad arrestare la propria avanzata per rinculare di alcuni metri.

Il che, ovviamente, permette agli avversari di rientrare in pressing su Vertonghen. Che, così, si gira su sé stesso, provando a liberarsi in dribbling. Compiendo però un terzo, per quanto sfortunato, errore: i tacchetti non trovano grip col terreno, ed il giocatore cade.

Qui, il quarto errore. Anziché provare a tenere palla, magari cercando un fallo (o, in alternativa, facendolo, sull’avversario), Vertonghen lascia partire un passaggio improbabile verso la propria area di rigore. Completamente a caso, senza che nessun compagno sia posizionato in maniera adeguata.

Qui ci si ricollega all’errore di Kaboul. Che, appena rialzatosi dopo essersi allacciato le scarpe, è completamente fuori posizione, con Eto’o che ha buon gioco a tagliare alle sue spalle.

L’uscita – per altro poco decisa – del portiere ed il tentativo di disperato recupero di Noughton non possono nulla. La punta camerunense, che poi inscenerà una simpaticissima esultanza post goal, ha gioco facile, e porta in vantaggio i suoi.

Il due a zero arriva solo quattro minuti dopo. Ed anche questo nasce da un errore di Kaboul, espulso nell’occasione.

L’avanzata di Hazard sulla sinistra è inarrestabile, ma non giustifica il fatto che lui, ancora una volta, si faccia tagliare fuori da Eto’o.
Così, in ritardo, prova a disturbare l’avversario, intervenendo da dietro.

L’ex interista finisce a terra. L’occasione da goal è più che chiara. Rigore ed espulsione una conseguenza praticamente diretta.

Il 3 a 0 arriva invece a fine match, più precisamente all’ottantottesimo minuto.

Ancora, frutto di un errore-sfortunato di un giocatore Spurs.

Difesa in affanno – anche per via dell’uomo in meno – che si fa bucare sulla sinistra. Il cross basso in mezzo sarebbe piuttosto innocuo. Ma Sandro, passato a giocare centrale dopo l’espulsione di Kaboul, sbaglia un pochino il tempo dell’intervento. E, per recuperare, finisce con lo sbilanciarsi e scivolare.

Così facendo regala palla a Demba Ba. Per cui segnare è un gioco da ragazzi.

Un solo minuto ed arriva un altro erroraccio clamoroso.

Walker si vede spiovere addosso una palla, oltre la propria trequarti.
Anziché provare a controllare o cercare un appoggio comodo cerca un passaggio lungo, di testa, verso il proprio portiere.

Il tutto, però, senza accorgersi che da quelle parti sta ancora stazionando lo stesso Ba.

L’epilogo è scontato. Demba Ba si mette in movimento ed anticipa piuttosto facilmente Lloris.

Da lì in poi trovare il goal del 4 a 0, a porta vuota, è un gioco da ragazzi.

Senza voler togliere nulla al Chelsea, squadra compatta e sempre in partita mentalmente, fa davvero specie vedere una messe di errori così importante. Che, di fatto, decidono in maniera pesantissima una partita infinitamente più equilibrata di quanto non direbbe il risultato.

Se una squadra doveva vincere, intendiamoci, era sicuramente quella allenata da Mourinho.

4 a 0, però, è forse giusto un tantino largo, come risultato.

Per chi si fosse perso il match, comunque, trova gli highlights qui.

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