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Il nostro perdurante viaggio nell’universo calcistico globale ci porta oggi a fare tappa in Spagna. Ad attenderci nel virtuale aeroporto della capitale c’è Alfonso Alfano, cofondatore del sito TuttoCalcioEstero.it.

Con lui andiamo quindi ad esplorare il mondo calcistico spagnolo, tra un campionato in salsa Colchoneros, la Decima della Casa Blanca, la possibile fine del Tiki Taka ed il fallimento Mondiale spagnolo.

Atletico Madrid campione. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

Nessuno, francamente; spezzare il duopolio Real Madrid-Barcellona era impensabile dieci anni fa, quando lo squilibrio economico tra le due potenze e il resto della Liga non era marcato come oggi, e giustamente fu celebrata l’impresa del Valencia. Ho avuto modo di vivere la cavalcata dell’Atletico, mese dopo mese, al fianco di veri tifosi “colchoneros”, quelli che dicono con orgoglio “ero abbonato anche in Segunda”; e nemmeno loro se l’aspettavano. Ti dirò di più, aspettavano quasi con rassegnazione il crollo, la domenica che si trasformava in tragedia. La sconfitta ad Almeria poteva significare la fine del sogno, ma sappiamo poi com’è andata…

Barcellona zeru tituli. E’ la fine definitiva di un ciclo, o il Barcellona potrà tornare a vincere da subito anche cambiando il minimo?

Il ciclo del Barcellona è finito con l’addio di Guardiola. Tito Vilanova, amatissimo oggi ma criticato a suo tempo, riuscì a sfruttare l’onda vincente di quella fantastica squadra vincendo la Liga dei “cento punti”. Ma, né in Europa né in campionato, si rividero gli stessi lampi dell’era Pep. Ovvio, non dovrà rivoltare la squadra come un calzino, ma Luis Enrique percorrerà un’altra strada. Inizia l’era del dopo-Xavi, è già un cambiamento epocale. Col ritiro di Puyol, poi, sarà l’annata decisiva per Bartra, uno che sta già tardando ad esplodere ai massimi livelli. Sarà curioso, e affascinante, assistere alla nuova era blaugrana.

Real campione d’Europa. Cosa vuol dire la “Decima” per i tifosi madridisti?

La Decima era un’ossessione, l’ha ammesso dopo Florentino Perez. Un’ossessione dolce, considerato che si parla della decima Champions, non della prima. Un’ossessione che si poteva “respirare” al Bernabeu, durante il celeberrimo tour all’interno dello stadio. C’era lo spazietto riservato alla Decima; oggi è la coppa mostrata con più orgoglio, il Madrid è stato scelto dalla Fifa come il club più grande del secolo scorso, vuole continuare la sua leggenda anche in questi decenni. E la Champions è l’unico viatico per continuare ad alimentare il mito.

Quattro Champions delle ultime nove sono volate in Spagna. Che ha dominato per anni anche a livello di nazionali. A cosa è dovuta questa incetta di trofei?

C’è cultura sportiva. Sembra scontato dirlo, ma le differenze a livello di strutture con altri paesi in cui ho vissuto, senza nemmeno contare l’Italia, sono lampanti. Nel calcio, poi, la svolta epocale è stato Aragones e il Mondiale del 2006. La Spagna ha nel sangue il “bel calcio” ma ha spesso peccato di scarso spirito competitivo, quello che ha permesso a noi di conquistare quattro stelle. E la loro “invidia” li portava a imitarci, giocavano contronatura. Il “sabio” ha invece cambiato la storia con quel Mondiale, oggi i giovani crescono senza complessi di inferiorità, senza manie di persecuzione (Tasotti, come lo chiamano qui, da queste parti è una celebrità…).

Tornando alla Liga, Ronaldo, Messi, Costa. Alle spalle di questi, Alexis Sanchez. Perché il Barcellona dovrebbe privarsene?

Il Barcellona non se ne priverà, almeno non secondo me. Sarebbe folle, senza contare che ritornare in Italia rappresenterebbe due passi indietro nella sua carriera. Alexis ha saputo guadagnarsi il rispetto di molti, ho l’impressione che con Luis Enrique possa essere ancora più importante al Barça.

Restando in ottica singoli, chi sono stati i migliori di questa stagione?

Per ruoli: tra i portieri Keylor Navas è stato semplicemente mostruoso, merita una big. Di Courtois sappiamo tutto, è stato decisivo per l’Atleti. Per la difesa scelgo in blocco quella dell’Atletico, scelta scontata ma dovuta; la menzione d’onore la merita però Filipe Luis, di gran lunga il miglior terzino sinistro al mondo (ditelo a Scolari). Benissimo anche Musacchio, in orbita Barcellona; sarebbe un gran colpo. Laporte, il francesino dell’Athletic, altro prossimo campionissimo. Centrocampo: Koke si è mantenuto su livelli altissimi durante tutta la stagione, lo stesso si può dire di Gabi. Rakitic, anche se con un leggero calo nel finale, ha incantato in tutti gli stadi dove ha messo piede, bene anche Rafinha nel Celta Vigo (tornerà da protagonista al Barça) e Iturraspe-Muniain a Bilbao. Inserisco qui anche Griezmann, un calciatore di cui sono “innamorato” da un po’ di tempo: è finalmente esploso, ne vedremo delle belle. In attacco, oltre ai soliti noti, prendo Bacca: ha prima stravinto il duello con Gameiro (che ha dovuto cambiar ruolo per avere più minutaggio), poi ha convinto a suon di gol e prestazioni convincenti. Lo seguivo nella Jupiler League, e sono contento sia arrivato già a questi livelli.

Siamo ormai tutti in clima Mondiale, ma il calciomercato non si ferma. Cosa ti aspetti in questo senso dalle varie squadre spagnole?

Escluse le tre big (l’Atletico comprerà in relazione alle cessioni), poco, molto poco. Come d’altronde è accaduto durante le ultime sessioni di calciomercato. I soldi scarseggiano, l’eventuale avvento di Lim a Valencia può ravvivare un pochino la situazione. Sarà così importante “riciclare” qualche ottimo calciatore finito nelle retrovie in qualche grande, o giovani che stentano a trovare spazio: Rafinha, Canales, Deulofeu all’Everton, hanno segnato la strada che devono seguire i club di fascia medio-alta in Spagna.

Proprio parlando di Mondiale, la spedizione spagnola è stata un fallimento. La squadra aveva, sulla carta, la rosa migliore del torneo…

Ne ero convinto anche io, l’ho scritto in giro a più riprese. Due scellerate partite non rappresentano comunque la fine di una leggenda. La Spagna, a differenza di quella pre-2006, giocherà una marea di semifinali e finali nei grandi tornei, puoi scommetterci.

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Non sono un esperto di Paesi Baschi, pur seguendo da sempre – e con un occhio di riguardo – le gesta dell’Athletic Bilbao, alfiere di una intera popolazione.
Però immagino che da quelle parti stiano trovando un motivo in più per sperare in una futura separazione dalla Spagna.

La storia che vi racconto oggi è questione recente, di pochi giorni fa. Quando cioè il piccolo SD Eibar ha battuto l’Alaves in un match valevole per la quarantesima giornata di Liga Adelante (la seconda divisione spagnola) ottenendo la matematica promozione nella Liga BBVA.

Guadagnandosi quindi, sul campo, la possibilità di sfidare due giganti del calcio mondiale come Real Madrid e Barcellona, oltre al rampantissimo Atletico Madrid del Cholo Simeone e, perché no, dare vita ad un interessantissimo derby con l’Athletic Bilbao.

Perché ho specificato “sul campo”?

Perché il piccolo Eibar – meno di 28mila abitanti – potrebbe vedere sfumare un diritto acquisito col sudore della fronte a causa di un decreto Reale promulgato quindici anni fa. Secondo cui, in soldoni, il capitale sociale dell’SD Eibar non sarebbe sufficiente a poter iscrivere la squadra alla prossima Liga.

Una vera e propria beffa per una società serie e sana (non risultano debiti, paga gli stipendi sempre in maniera puntuale) che nonostante un fatturato di soli 400mila euro l’anno (ovvero, l’ammontare del bonus che un singolo giocatore del Real Madrid ha percepito per la vittoria della Champions League) è riuscita nell’impresa di effettuare un doppio salto mortale nel corso di due anni.

La scorsa stagione, infatti, gli Armeros vinsero la Tercera davanti alle squadre B di Villareal ed Almeria.

Quest’anno, quando siamo praticamente giunti al termine di un campionato molto combattuto, l’Eibar guida la classifica con un punto di vantaggio sul nobile decaduto Deportivo La Coruna, ma soprattutto ha sette punti di vantaggio sul trio Las Palmas – Barcellona B – Sporting Gijon. Che, a due partite dal termine, significa promozione sicura.

O meglio, non così sicura proprio in merito a questa gatta da pelare che il Presidente del club, Alex Aranzábal, sta provando a risolvere.

Per farlo è necessario l’ingresso in società di nuovi soci. Che, con l’apporto di capitale fresco, permettano all’Eibar di regolarizzare la propria posizione rispetto al succitato decreto Reale, potendosi quindi iscrivere a tutti gli effetti alla Liga 2014/2015.

Armeros che dovrebbero aver tempo fino all’8 agosto per espletare quanto necessario. Un tempo credo sufficiente a liberarsi anche di questo inghippo, coronando così una splendida favola sportiva.

Senza grandi nomi tra le proprie fila, e basandosi appunto su una gestione oculata e corretta della società, l’Eibar ha infatti compiuto una sorta di miracolo, arrivando a meritarsi l’ingresso nell’olimpo del calcio spagnolo.

Sancito da una rete di José Ignacio “Jota” Peleteiro, capace di stendere il Deportivo Alaves e far partire la festa.

Allenatore della squadra è il bilbaino Gaizka Garitano, che dopo aver passato cinque anni all’Athletic girovagò un po’ per il paese, passando cinque stagioni anche nello stesso Eibar, oltre che tre nella Real Sociedad.

Appese le scarpe al chiodo nel 2009, quindi, subito fischietto al collo e via con tre anni da vice proprio negli Armeros, di cui, dal 2010 al 2012, ha allenato anche la squadra B.

Poi, la promozione a coach del primer equipo. E questo doppio, fantastico, salto mortale in avanti.

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Il big match assoluto dell’ultimo sabato calcistico è stato il celeberrimo “Clasico“, ovvero il match più atteso di Spagna.

Che ha visto scendere in campo, davanti ad un Camp Nou gremito in ogni ordine di posto, il Barcellona del Tata Martino contro il Real Madrid di Carletto Ancelotti.Tata Martino

Match sentitissimo e appassionante, almeno nel secondo tempo. Nella prima frazione, infatti, gli ospiti hanno fatto poco e male, lasciando al solito tiki taka barcelonista il controllo del campo.

Un primo tempo rovinato – anche se non soprattutto – da due scelte effettuate dal mister italiano nel momento della scelta della formazione: giocare senza punte di ruolo (con il tridente formato da Di Maria, Bale e Cristiano Ronaldo) e, a mio avviso ancor di più, schierare Sergio Ramos come mediano, affiancato da Khedira mezz’ala destra e Modric sull’altro lato.

Se quella di non dare punti di riferimento alla difesa blaugrana era una scelta che poteva pagare dividendi interessanti (rovinata più che altro dalla scarsa vena di Di Maria, dalla condizione non ottimale di un Bale comunque voglioso di mettersi in mostra e dalla poca incisività del fenomeno lusitano), l’idea di schierare l’ex Siviglia a centrocampo, come schermo della difesa, è risultata dannosa in tutto per tutto.

In primis, diciamo subito che la “scusa” usata da Ancelotti nel post partita non regge. Praticamente l’ex tecnico Rossonero ha detto di aver schierato Ramos lì viste le non perfette condizioni di Ilarramendi. Come se l’unica opzione alternativa all’ex Real Sociedad fosse il “Tarzan di Camas”.

Invece, solo per restare all’11 sceso in campo, Carletto poteva avanzare in mediana Pepe, comunque più adatto al ruolo, schierando Ramos al fianco di Varane.

O, ancora meglio secondo il mio punto di vista, schierare un 4-2-3-1 con Khedira e Modric in mediana e la coppia Di Maria – Isco sulla trequarti affiancata, a turno, da uno tra Ronaldo e Bale (o, per tornare alla questione punta di ruolo, Di Maria in panca e Benzema fisso davanti).

Così facendo non si sarebbe visto un difensore adattato a centrocampo e si sarebbe potuto contare sulle giocate di Isco, per me uno dei giocatori più talentuosi del mondo.

Invece in quella posizione Ramos è risultato dannoso perché oltre ad essere nullo in fase di impostazione (anche da qui sono nati i problemi del Real nel primo tempo) ha sempre teso a schiacciarsi troppo sulla difesa, diventando quasi più un centrale aggiunto che non un vero frangiflutti.

Il tutto, per altro, mentre Carvajal sulla destra veniva messo in grossa difficoltà da un Neymar voglioso e ficcante.

Giudicare certi meccanismi standosene in poltrona è sicuramente facile, più che dover prendere decisioni con quel carico di responsabilità e quella pressione addosso.
Però, allo stesso tempo, che Ramos sia stato un esperimento assolutamente fallimentare è palese: non ha le caratteristiche tecnico-tattiche per potersi esprimere al meglio lì, meno che mai in match di assoluto valore come, appunto, El Clasico.Sergio Ramos

In questo senso dopo il “caso Casillas” un’altra patata bollente rischia di esplodere tra le mani di Ancelotti. Che, a quanto sembra, non gradisce troppo Ramos centrale. Il quale, a sua volta, non vuole giocare terzino.
Il mediano, come abbiamo visto e detto, non lo riesce a fare efficacemente.

Quindi, cosa ne sarà di lui? Altro escluso eccellente?

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Disclaimer: non credo che il tiki taka sia un’aberrazione. Semplicemente, un sistema di gioco come un altro. Forse, in certe situazioni, più funzionale (se applicato coi giocatori “giusti”). Ed in altre, ovviamente, evitabile (guardare le prestazioni del superBarça capace di perdere tenendo la palla per più del 70% del tempo, senza praticamente mai tirare in porta).
Lo premetto, perché non voglio che questo pezzo sia mal interpretato.Lionel Messi

Il Barcellona ha cambiato il calcio. Segnando la storia di quello che viene spesso definito “il gioco più bello del mondo” come poche altre squadre erano state capaci di fare nel corso degli anni.

Tante le vittorie ottenute dai Blaugrana, capaci anche di costituire l’intelaiatura (a livello di singoli, quanto di tattica e di approccio al gioco) anche della nazionale spagnola, che da cenerentola assoluta del calcio mondiale è passata ad esserne la dominatrice indiscussa.

Il tutto grazie all’ormai celebratissimo (nel bene e nel male) tiki taka.

Descriverlo è ormai superfluo, essendo stato vivisezionato in ogni modo in questi anni.

C’è un aspetto di questo tipo di gioco, che ha però portato a bruciare un’intera generazione di prime punte.

In questi anni, infatti, il Barcellona, dovendo dare a Messi quanto più spazio possibile, si è evoluto sino ad arrivare al “falso nueve”, quindi con una punta che, in realtà, è più un esterno/fantasista che non un vero attaccante centrale. E la cosa ha praticamente sbarrato le porte della nazionale ad una serie di giocatori che, nati solo dieci anni prima, avrebbero sicuramente accumulato molte più presenze con le Furie Rosse.

A salvarsi, fondamentalmente, gli unici due attaccanti che, pur capaci di ricoprire il ruolo di prima punta, hanno caratteristiche tali da potersi adattare tranquillamente anche come seconde punte, quando non esterni: Villa e Fernando Torres.

Le altre prime punte, nonostante siano tutt’altro che giocatori disprezzabili ed abbiano anzi in alcuni casi anche numeri importanti a livello realizzativo, sono state praticamente “bruciate” a livello internazionale.

Prendiamo le classifiche dei marcatori a partire dalla stagione successiva al primo successo spagnolo, l’Europeo del 2008 (giusto per delimitare temporalmente il nostro discorso, sono cinque stagioni giuste).

Quell’anno la classifica marcatori venne vinta da Forlan davanti ad Eto’o, con un certo David Villa (all’epoca ancora al Valencia) giunto terzo, con ben 28 reti all’attivo. Al sesto posto, a pari merito con Henry, Alvaro Negredo, capace di realizzare ben 19 segnature con la maglia del non irresistibile Almeria. Una posizione sotto, in coabitazione con Kanoutè, Raul. A seguire Aguero e Llorente, col basco fermo a 14 segnature.

Qualcosa potete forse iniziarlo ad intuire.

L’anno seguente inizia il regno di Messi, seguito da Higuain e Ronaldo. Quarto il solito Villa, che si ferma a 21. In sesta posizione entra Soldado (16), seguito da Llorente e Nino (14).

La stagione 2010/2011 vede Negredo al terzo posto (20) assoluto in coabitazione con Aguero, migliore tra tutti i convocabili nella selezione spagnola. Distanti due sole segnature Llorente, Soldado e Villa (al suo primo anno al Barça).

L’anno scorso i due spagnoli più prolifici sono stati Llorente e Soldado (17), con Castro a 16, Michu a 15 e Negredo fermatosi a 13 (con otto partite giocate in meno rispetto alla stagione precedente, però).

Quest’anno, a giochi non ancora fatti, Negredo è il quarto miglior bomber in assoluto nella Liga con le sue 18 marcature, primo assoluto tra gli spagnoli. A seguire Soldado a 17 e Castro a 16. Llorente “non pervenuto”, vista la sua spaccatura con la società (ricordiamo che ha già firmato per la Juventus), che non lo ha posto nelle condizioni ideali per giocare e rendere.

Insomma, i giocatori – spagnoli – più prolifici delle ultime stagioni del massimo campionato locale non trovano spazio in nazionale in nome di un estremismo tattico che sì funziona (trofei alla mano, dal 2008 hanno vinto tutto loro), ma che certo ha tarpato non poco le ali ad un’intera generazione di bomber.

La riprova? Il numero di presenze in nazionale. Quei tre, assieme, totalizzano una quarantina di presenze. La metà delle quali messe insieme dal solo puntero basco.

Intendiamoci, so che non stiamo parlando di fenomeni. Ma del resto nemmeno Pedro (che pur avendo due anni in meno ha già quasi raggiunto le trenta presenze da solo) lo è.Alvaro Negredo

Fossero nati solo dieci anni prima probabilmente ora avrebbero tutt’altra fama a livello internazionale…

Questa, in breve, la storia di tre bomber rovinati dall’estremismo tattico di un paese che per iniziare a vincere ha dovuto cancellare la figura della prima punta dai campi di calcio.

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Robert Lewandowski4 a 0, 4 a 1.
Una duplice scoppola praticamente impronosticabile alla vigilia che pone oggi il calcio tedesco alla ribalta, con le due compagini teutoniche capaci di “scalpare” in maniera così fragorosa e decisa le due nobili del calcio spagnolo.

Insomma, sembrerebbe proprio che la Germania – che già a livello di nazionale sta lavorando molto bene ed era indubbiamente una delle favorite nel corso dell’ultimo Europeo, dove però si fece addomesticare dall’Italia prandelliana – si candidi a faro del movimento calcistico europeo (e mondiale) per i prossimi anni.

Il tutto grazie ad un lavoro di programmazione che parte da lontano e di cui si stanno iniziando a raccogliere frutti importanti negli ultimi anni.

Tutto ciò sembra – ma attenzione, aspetterei a celebrare un funerale che qualcuno sta già imbandendo troppo frettolosamente – coincidere con il declino del calcio spagnolo, praticamente “pigliatutto” nel corso degli ultimi anni.

Una Spagna che a livello di rappresentative nazionali ha saputo infilare un incredibile filotto Europeo – Mondiale – Europeo con la maggiore, mai riuscito prima di allora a nessun’altra nazione nella storia del calcio.
Ma non solo. Tantissime le vittorie anche a livello giovanile: Europeo under 21 nel 2011, sei degli ultimi undici Europei under 19 (più un secondo posto, quindi in finale otto volte su undici), due degli ultimi sei Europei under 17 (più un secondo posto, quindi tre finali su sei).

Spagna che si è posta un po’ come riferimento anche a livello di club, soprattutto grazie a quel Barcellona che ha letteralmente dominato l’Europa negli ultimi anni, con ben tre delle ultime sette Champions in bacheca (Barça capace per altro di arrivare sempre in semifinale, tranne nel 2007… praticamente, sette semifinali come risultato minimo nelle ultime otto Champions League!).
Ovviamente, non solo Barcellona. Basta scorrere un po’ le ultime edizioni della coppa per rendersi conto di come il Real sia pur sempre alla terza semifinale Champions consecutiva.
E ancora, cinque delle ultime otto Europa League sono state vinte da squadre spagnole. Con l’ultima finale addirittura giocata da due compagini iberiche (idem nel 2007).

Insomma, un vero e proprio dominio.

Che forse non potrà essere ripetuto in tutto e per tutto da una Germania il cui campionato ha peculiarità diverse, in primis la capacità del Bayern Monaco di acquistare quasi sempre i migliori talenti della Bundesliga, ovviamente impoverendo le altre squadre che così oltre a rappresentare un pericolo minore in patria perdono propulsione anche in Europa.

Però se il “palleggio” e l’offensività tipica del calcio spagnolo hanno segnato diciamo l’ultima decade, di certo programmazione ed incisività di quello tedesco potrebbero segnare la prossima.

Personalmente però, come detto, aspetterei a suonare le campane a morto nei confronti degli spagnoli. Che magari nella prossima generazione non avranno i Xavi e gli Iniesta (magari…), ma che sicuramente stanno continuando a lavorare nella giusta direzione.

Quindi, forse, più che soppiantare il calcio spagnolo potrebbe nascere un bel dualismo, che potrebbe portare in futuro molte sfide appassionanti come quelle degli ultimi due giorni (certo, se il Borussia Dortmund continua a smobilitare sarà il solo Bayern a tenere alto il vessillo tedesco, almeno in Champions).Thomas Muller

E in tutto questo l’Italia, incapace di programmare come fatto da spagnoli e tedeschi, resta a guardare. Aggrappata al suo blasone e ad una supremazia tattica che però, forse, iniziano a non bastare più.

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Lo conobbi ormai tre anni fa, quando era titolare della nazionale under 17 tedesca.

Da lì lo persi un po’ di vista, fino a quest’anno. Quando, tanto per gradire, vidi la prima giornata di Bundesliga in cui il suo Borussia battè il Bayern Monaco proprio anche grazie alle sue super parate.

Ter Stegen, per farla breve, è uno dei migliori portieri under 21 attualmente presenti sulla scena mondiale.

Vent’anni, tanto tempo per crescere.
Altrettanto per bruciarsi, ovviamente.

Ma veniamo a noi… perché Barcellona?

Ragionavo su di un fatto: il Barça di questi ultimi anni più di qualunque altra squadra ha iniziato a sfruttare le capacità dei propri estremi difensori… in quanto a capacità di gestire il pallone coi piedi.

Del resto spesso si è addotta proprio questa motivazione per spiegare come potesse un portiere tutto sommato modesto come Valdes difendere i pali della miglior squadra del mondo (a questa motivazione ci aggiungerei anche il fatto che è prodotto della Masia, cosa che da quelle parti conta).

E allora… uniamo le capacità di portiere di Ter Stegen, potenzialmente ben superiore a Valdes, a quelle di palleggiatore… che lo stesso estremo difensore ha.

Secondo le statistiche, infatti, Ter Stegen è il portiere con il maggior numero di rinvii a buon fine dell’intera Europa.

Abile tra i pali, cecchino coi piedi.

Il portiere perfetto per un Barcellona che chiuso il ciclo Guardiola vuole subito rilanciarsi col suo vice.

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Ora è finalmente ufficiale: Alexis Sanchez è a tutti gli effetti un giocatore dell’FC Barcellona e dal prossimo anno sarà agli ordini di Pep Guardiola.

Sanchez che si troverà a doversi integrare in quella che è, e per distacco, la migliore squadra del mondo.

Ma non solo. Sanchez che dovrà integrarsi in un meccanismo quasi perfetto, che è per altro costruito e studiato da molti dei suoi interpreti fin dalla tenerissima età.

Perché, è sempre giusto ricordarlo, a Barcellona nulla è lasciato al caso ed il modulo adottato dalla prima squadra è lo stesso che viene usato anche nelle varie squadre giovanili. Così che un ragazzino di tredici-quattordici anni inizia fin da giovanissimo ad assimilare questo metodo di gioco, che si troverà poi a dover replicare tra i professionisti.

Questa cosa, quindi, costituisce forse la principale impalcatura del miracolo Barça, che si trova oggi ad avere una squadra importantissima e vincere tutto in particolar modo grazie ai prodotti delle proprie giovanili.

Cosa significa tutto ciò?
Che integrarsi in prima squadra, per chi cresce nella Masia, è tutto sommato facile.

Ci sono tanti indizi, però, che portano a pensare che allo stesso modo valga anche un po’ il contrario: che risulti più difficile integrarsi arrivando da un ambiente completamente diverso?

Gli indizi sono molteplici, dicevamo. Basti pensare ad Ibrahimovic, che realizzò un buon numero di goal ma non sembrò mai a suo agio in questa squadra, o a Mascherano, che è riuscito a trovare spazio in squadra con un minimo di continuità solo a causa di molteplici infortuni e, per altro, in un ruolo non suo.

Certo, ci sono anche esempi di giocatori che sono stati capaci di calarsi in questa realtà al meglio.

David Villa, ad esempio, ha forse limitato un po’ il suo impatto realizzativo ma si è messo al cento per cento a disposizione della squadra, entrando appieno nel ruolo che gli è richiesto: fare movimento e tagli continui.

Samuel Eto’o, allo stesso modo, sembrava nato per giocare in Blaugrana e mai palesò particolari problemi a giostrare in questo schema. E andando a ritroso gli esempi diventerebbero ovviamente tanti.

Un problema di ambientamento, comunque, sembra esserci. Anche per giocatori che possiamo definire, nei rispettivi ruoli, tra i migliori al mondo.

Non ci sarebbe quindi da stupirsi se anche il buon Nino Maravilla dovesse bucare l’adattamento in Blaugrana.

Anche perché per ciò che lo riguarda c’è un’altra variabile piuttosto importante da considerare, che porta il nome di Pedro.

L’ala spagnola è infatti sicuramente inferiore, come over all, al fenomeno cileno, dotato di tutt’altro talento. Basti vedere cosa il secondo è capace di fare palla al piede, e con quale rapidità sa fare tutto questo, per rendersi conto di trovarsi di fronte ad un talento più unico che raro.

Pedro, invece, è giocatore molto più lineare. Che ha trovato la sua fortuna a Barcellona proprio per il meccanismo di cui parlavo in precedenza: svolge certi compiti da sempre, gli viene naturale svolgerli, riesce a farlo con buona efficacia.

Pedro che per altro sembra essere un giocatore particolarmente apprezzato da Guardiola, forse proprio per la sua abnegazione e per la sua sagacia tattica.

Rubargli il posto, quindi, potrebbe non essere così semplice pur per un giocatore dal talento purissimo come il nostro Alexis.

Certo non solo contro, comunque, relativamente al possibile adattamento di Sanchez sulle Rambla.

Perché se è vero come è vero che problemi è fisiologico possa affrontare va altresì detto che sotto tanti punti di vista il gioco del Barça sembra quasi cucito su misura per lui.

Pensateci un attimo: palla che circola particolarmente sempre bassa, cosa che ovviamente esalta le caratteristiche di un giocatore bassino e tutta tecnica come lui. Scambi fitti e rapidi con giocatori dotatissimi come Iniesta, Xavi, Villa e Messi. Circolazione di palla costante e continuo movimento da parte degli avanti, con tagli in rapidità che un giocatore con le sue caratteristiche ha sicuramente nelle corde. Un centrocampo di piedi buoni a poter premiare ogni suo tentativo di imbucarsi alle spalle della difesa avversaria.

Da questo punto di vista davvero difficilmente Sanchez poteva fare scelta migliore.

Mi torna per un attimo in mente l’Inter cuperiana in cui lo schema preponderante sembrava essere “Materazzi lancia a Vieri, stop e tentativo di crearsi lo spazio per concludere”, con una demineralizzazione del gioco ed uno scavalcamento sistematico del centrocampo da fare paura.

Ecco, in un sistema del genere di certo non si riuscirebbero ad esaltare le caratteristiche di un giocatore come Alexis Sanchez, che ha bisogno di palla tra i piedi, di giocatori tecnici con cui dialogare, di provare anche a partire da lontano in rapidità per puntare la porta.

Esattamente ciò che, pur su di un livello probabilmente diverso, si trova puntualmente a fare un certo Lionel Messi.

Che, guarda caso, è diventato grande (in tutti i sensi) proprio a Barcellona…

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E’ stato stilato il calendario dell’edizione 2011/2012 della Liga (potete trovarlo qui).

Primera Division che partirà subito forte.

I campioni in carica faranno infatti visita al Malaga multimilionario dello sceicco Al Thani, da cui ci si aspetta grandi scintille in questa sessione di calciomercato (già acquistati Van Nistelrooy, Buonanotte, Mathijsen, Joaquin, Monreal e Toulalan).

Gli eterni rivali del Real ospiteranno invece i baschi dell’Athletic Bilbao, per una sfida all’ultimo sangue che si preannuncia da subito molto accesa.

Interessantissimo, per quanto concerne la giornata di apertura, anche il derby di Siviglia, con la città andalusa che tremerà fin dal profondo già alla prima giornata.

La quattordicesima giornata vedrà invece un altro derby, ben più importante. Quello tra il Real di Mourinho e l’Atletico che, per allora, probabilmente avrà perso Aguero.

Due giornate più tardi, invece, il match clou, che probabilmente finirà col decidere l’intero campionato: Real – Barcellona.
Che si scontreranno al Bernabeu, probabilmente, per definire la regina del campionato. E si troveranno poi di fronte al Camp Nou un girone più tardi in uno scontro che potrebbe davvero essere assolutamente decisivo.

Per completezza di informazione va comunque detto che il match di andata non si potrà giocare l’11 dicembre come previsto. In quei giorni, infatti, i Blaugrana saranno impegnati in Giappone, dove contenderanno ad Auckland City, Monterrey, Santos ed altre tre squadre non ancora qualificate (la campionessa della prossima J-League e le campionesse delle Champions d’Asia e d’Africa) il Campionato del Mondo per Club.

Non male, per quello che concerne l’ultima giornata, uno sfiziosissimo Villareal – Atletico Madrid. Che, chissà, potrà anche essere decisivo per la lotta ad un posto in Europa.

Dovrebbero poter vincere entrambe, invece, le due grandi: da una parte il Real ospiterà il Maiorca al Bernabeu, dall’altra il Barcellona farà visita al Benito Villamarin per affrontare il Betis (che apre col derby e chiude contro il Barça… non male!).

Liga che anche quest’anno, a meno di cadute inopinabili, si preannuncia come un affare a due con una squadra, il Barça ovviamente, che parte con gli assoluti favori del pronostico.

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L’Italia è realmente un paese di mangia allenatori.
E no, non è solo un luogo comune.

Certo, a tutti ora verrà subito in mente Maurizio Zamparini.
Il Presidente del Palermo è infatti famosissimo per le sue intemperanze in tal senso. Terminare una stagione iniziata sin dal principio con lui come Presidente è praticamente utopia.

Dal 2002, anno del suo insediamento nel capoluogo siculo, il patron dell’EmmeZeta ha già cambiato diciotto volte l’allenatore (in molti casi – tipo l’ultimo – richiamando un allenatore già sotto contratto ma cacciato in precedenza, ovviamente).

Statistica realmente impressionante, soprattutto se rapportato a quanto succede all’estero.

Perché secondo molti Zamparini è l’unico Presidente mangia allenatori d’Italia, ma la realtà è quantomeno lievemente diversa.
Se è vero come è vero che lui sembra quasi affetto da una sorta di schizofrenia in questo senso è altrettanto vero che, limitandoci alla nostra Serie A, non troviamo allenatori che sono stati capaci, negli ultimi anni, di aprire un ciclo pluriennale. E non solo a Palermo.

E se prendiamo i primi cinque campionati d’Europa (Premier League, Liga, Bundesliga e Ligue 1, oltre al nostro) ecco che non c’è molto da dire se non che al momento siamo gli unici a non avere una squadra che sia stata capace di trattenere un allenatore per diversi anni.

Effettuando questo viaggio all’interno dell’elite calcistica del Vecchio Continente, infatti, possiamo notare come ovunque ciò sia accaduto, nell’ultimo periodo, tranne che in Italia.

Più nello specifico, ecco la classifica di permanenza su di una panchina degli allenatori che militano attualmente in uno dei campionati succitati:

  1. Alex Ferguson – Manchester United – 25 anni.
  2. Arsene Wenger – Arsenal – 15 anni.
  3. Thomas Schaaf – Werder Brema – 12 anni.
  4. David Moyes – Everton – 9 anni.
    Pablo Correa – Nancy – 9 anni.
  5. Christian Gourcuff – FC Lorient – 8 anni.
  6. Manolo Preciado – Sporting Gijon – 5 anni.
    Jean Fernandez – Auxerre – 5 anni.

Permettetemi qui di aprire una parentesi relativamente a Schaaf: va detto che la sua carriera fa ancora più impressione se si contano gli anni passati nelle giovanili della squadra attualmente presieduta da Jürgen Born: 12 anni totali, tra giovanili e squadra riserve. Che portano il computo a 24 anni, giusto uno meno di Sir Alex.
Se poi pensiamo che Schaaf da calciatore giocò solo al Weserstadion, fin dalle giovanili… ecco che parliamo di ben 39 anni di militanza con gli stessi colori.
Incredibile.

Tornando a noi… dopo il Mondiale vinto dagli Azzurri in Germania nel 2006, insomma, tutte le squadre hanno cambiato allenatore almeno in un caso.
Così che nessuno in Serie A può oggi dire di aver passato l’ultimo lustro sulla stessa panchina.

Che la crisi del calcio italiano parta anche da questo?

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Nome: Juan Miguel Jiménez López
Data di nascita: 20 maggio 1993
Luogo di nascita: Coin (Spagna)
Nazionalità: spagnola
Altezza: 169 cm
Peso: 63 kg
Ruolo: punta
Club: Malaga
Scadenza contratto: 30 giugno 2015
Valutazione: 10.000.000 € (clausola rescissoria)

CARRIERA

Nato il 20 maggio di diciassette anni fa a Coin, cittadina andalusa della provincia di Malaga, Juan Miguel Jiménez López, meglio conosciuto come Juanmi Jiménez, è una delle nuove stelle del calcio iberico.

Ma prima di arrivare al clou, ciò che gli ha permesso di lanciare il proprio nome su tutte le prime pagine dei giornali, ripercorriamo la sua pur brevissima carriera.

Cresciuto nelle giovanili del Malaga, club in cui milita tutt’ora, Juanmi ha da subito impressionato tanto i dirigenti andalusi quanto i tecnici federali, che lo hanno da tempo incluso nelle convocazioni delle rappresentative giovanili nazionali under 16 prima ed under 17 poi.

Il suo precocissimo talento gli ha quindi permesso di infrangere qualche record. Come quello relativamente al più giovane debuttante nella storia della sua società: debutto assoluto tra i pro che arrivò quando lui era solo sedicenne (era infatti il 13 gennaio 2010) in una partita di Copa del Rey disputata contro il Getafe dove, per altro, realizzò anche una rete, divenendo quindi il più giovane goleador nella storia della società.

Juanmi però non voleva lasciare un segno solo nella storia dei Boquerones, quanto più della Liga tutta.

Ed ecco spiegata la doppietta realizzata nel corso dello scorso week-end nel match disputato contro il Real Saragozza. Una doppietta che ha marchiato a fuoco il suo nome nella storia del calcio spagnolo: è lui, infatti, il più giovane ragazzo capace di realizzare un doblete in un match ufficiale della Liga.

E se il presente ed il futuro prossimo sono legati a doppio filo con la sua attuale società, che l’ha recentemente blindato con un contratto in scadenza tra quasi cinque anni, va comunque detto che presto Malaga potrebbe essere solo un ricordo. Dopo la doppietta che l’ha reso famoso ed immortale, infatti, è subito piombato su di lui il Real Madrid, che pare sia intenzionato ad imbastire una trattativa ufficiale per assicurarsene i servigi.

Juanmi finirà presto alla corte di Mourinho, quindi?

Facile, anche se la Casa Blanca dovrà affrettarsi a chiudere la trattativa: il ragazzo pare abbia infatti attratto l’interesse anche di altre big europee, come il Barcellona. Che presto possa scatenarsi un’asta relativa al suo acquisto?

CARATTERISTICHE

Carattere da vendere, questo è indubbio. Perché se in mezz’ora realizzi due reti, pur contro una difesa allegrotta ma pur sempre di una squadra appartenente ad uno dei campionati più importanti d’Europa, significa che hai attributi in quantità spropositate rispetto ai tuoi coetanei, quando la tua carta d’identità indica che hai solo diciassette anni.

E col carattere, si sa, si può anche sopperire a certe mancanze o, comunque, rendere anche oltre le proprie possibilità. Chiedere a Gattuso per ulteriori delucidazioni in merito.

Juanmi comunque, intendiamoci, non ha solo una forza caratteriale fuori dal comune ma anche caratteristiche tecniche che lo rendono giocatore molto interessante. Del resto così non fosse non sarebbe da tempo nel giro delle nazionali giovanili, non avrebbe esordito così presto in prima squadra e non sarebbe seguito da Real e Barça su tutte.

A spiccare, nell’osservarlo in campo, è il suo fiuto. Intendiamoci, Inzaghi resta un mostro in questo senso ma anche Juanmi, a maggior ragione posta la giovanissima età, dimostra di sapersi muovere, di sentire il goal e, grazie a ciò, sapersi far trovare sempre al posto giusto nel momento giusto.

Del resto analizzando i suoi tre soli goal ufficiali tra i professionisti scopriamo come siano tutti accomunabili in questo senso.

Partiamo quindi da quello che lo ha reso il più giovane marcatore nella storia dei Boquerones: lancio in area per un compagno che dopo aver addomesticato con grande eleganza il pallone prova a bucare il portiere avversario, che riesce però a respingerlo. Dove? Proprio là dove sta giungendo, a rimorchio, Juanmi. Che, guarda caso, si trova al posto giusto nel momento giusto, e appoggia comodamente in rete il tap-in che iscrive il suo nome nel libro della storia della società che l’ha cresciuto.

Ma non solo. Anche nel guardare le due reti realizzate contro il Saragozza appare subito chiaro come questo ragazzo sia già molto smaliziato.

Per quanto concerne la prima rete il Malaga parte in contropiede sulla sinistra e lui segue l’azione da destra, andando quindi ad infilarsi in area alle spalle di tutti i difensori per poi appoggiare comodamente sul secondo palo di piatto una volta ricevuto il pallone, bucando il portiere.
Il secondo goal arriva invece grazie alla sua capacità di seguire l’azione e posizionarsi al meglio per poter rendere quanto più facile possibile l’appoggio al compagno: con Owusu-Abeyie che si invola in fascia e converge in area da destra, infatti, Juanmi temporeggia per capire la reazione del portiere e la disposizione della difesa, andando quindi a chiudere sul primo palo dove riceverà e girerà in porta il pallone del quattro a zero, firmando la sua storica doppietta.

Giocare con questa malizia a diciassette anni non è da tutti.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

In Spagna lo paragonano già a Raul, altro giocatore che si impose subito giovanissimo all’attenzione del grande pubblico, dimostrando fin da inizio carriera di avere una buona confidenza con il goal.

Questi paragoni, però, come sapete non mi piacciono molto. Juanmi è Juanmi, ed ha caratteristiche uniche.

Dire dove possa arrivare è ovviamente sempre difficile, ma se verrà lasciato libero di crescere al meglio e di sviluppare ulteriormente malizia e fiuto del goal ecco che potrà sicuramente diventare una piacevole certezza, e non più sorpresa, all’interno del mondo calcistico spagnolo.

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