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Posts Tagged ‘Uruguay’

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Il nostro giro del mondo continua per sbarcare, con un po’ di colpevole ritardo, in Uruguay. Dove qualche giorno fa il Nacional ha vinto il Torneo Apertura della Primera Division locale.

Per parlarne, ovviamente, mi sono affidato ad Andrea Bracco, grande esperto di calcio sudamericano ed in particolare uruguagio.

13 vittorie, 1 sconfitta. Ruolino spaventoso per il Nacional in questo Torneo di Apertura.

Hai detto bene, ruolino incredibile. D’altronde in questo particolare semestre il Nacional si è dimostrato una vera e propria potenza rispetto alla concorrenza, soprattutto a livello tecnico, con una rosa completa in ogni reparto ed in grado di mettere tutti sotto. Nota di merito al tecnico Gutierrez ed all’intramontabile Alvaro Recoba, uomini giusti al posto giusto.

Solo – rispettivamente – settimo e dodicesimo Montevideo Wanderers e Danubio, vincitori di Apertura e Clausura dello scorso anno. Quali le motivazioni di questa regressione (che diventa tracollo nel caso dei campioni in carica)?

Spiegazione molto semplice. In Uruguay è molto facile “azzeccare” un semestre, nel senso che magari una società come quelle da te citate – che fanno la spola sistematica tra primi posti e coda della classifica – sul mercato preleva un paio di giocatori a parametro zero che rendono, magari affiancandoli ad ottimi giovani del vivaio. Il problema è che, una volta emersi, vengono subito portati via da club più importanti. Che possono essere Nacional o Penarol, ma anche squadre cilene piuttosto che colombiane, che li inseriscono poi in un contesto calcistico superiore. Gli Wanderers poi, in estate, hanno perso uno come Blanco, punta capace di segnare da ogni posizione…

Da un punto di vista dei singoli, chi sono stati i giocatori più impattanti del torneo?

Menzione d’onore per il capocannoniere Ivan Alonso, 15 reti totali, punta esperta che al Nacional ha contribuito in maniera sostanziosa alla cavalcata trionfale. Buono il semestre del portiere 43enne (!!!) Contreras, numero uno del Racing secondo in classifica. Nel Tanque Sisley si è messo in mostra il centrale argentino Santiago Fogst, prossimo al passaggio al Penarol, mentre nel Defensor – oltre al portiere Campana, nuovo nome per la nazionale di Tabarez – ha fatto faville Georgian De Arrascaeta, centrocampista impattante e totale, dal prossimo futuro europeo.

Venendo ai giovani, quali i più interessanti messisi in mostra nel corso di questa Apertura?

Oltre al già citato De Arrascaeta, a mio parere il miglior giocatore del 2014 in Uruguay, del Defensor va citato anche Santiago Arias, eclettico centrale che agisce spesso da terzino destro. Nel Nacional Gutierrez ha dosato alcuni prodotti del vivaio come il laterale destro Aja e le punte Barcia e Mascia (occhio a questo ragazzo), mentre la risposta del Penarol si è tradotta nell’ottimo “volante” Nandéz. Completano il mio elenco il difensore centrale Santiago Carrera (Sud America), la punta Jaime Baéz (Juventud), il centrocampista Leandro Sosa (Atenas), Fabricio Formiliano e Gaston Faber (Rispettivamente centrale e regista del Danubio) e Francis D’Albenas, attaccante in forza al Rampla Juniors.

Capitolo nazionali: quali le prospettive dell’under 20 che a gennaio disputerà la propria rassegna continentale di categoria?

L’under 20 è nel complesso una buona squadra, ma guardando i nomi coinvolti in vista della prossima rassegna sudamericana credo che si sia fatto un passo indietro. Sia chiaro, il livello rimane medio alto e bisognerà capire se i giocatori più forti che salgono dalla Sub 17 sapranno dare le risposte giuste. I migliori? Un nome su tutti: Hebér Ratti, mediano del River Plate Montevideo.

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Non ho mai nascosto di reputare Andrea Bracco, redattore di Calcio Sudamericano e autore del blog Pallonate, uno dei più interessanti esperti di calcio internazionale che la nostra blogosfera offre.

E’ quindi ancora una volta un piacere ospitarlo sul mio blog. Parlando, questa volta, di Uruguay. Danubio Campione

Con un campionato appena finito che ha visto laurearsi campione il Danubio ed una prospettiva internazionale che vedrà la Celeste, tra qualche mese, contendersi con Inghilterra, Costa Rica e soprattutto – per chi scrive, almeno – Italia un posto agli ottavi di finale del prossimo Mondiale.

Domanda di rito: com’è organizzato il campionato di calcio uruguaiano?

Il campionato uruguagio, come la maggior parte dei campionati sudamericani (eccetto il Brasileirão), si divide in due semestri: l’Apertura ed il Clausura, che seguono l’andamento stagionale europeo. Quello che si è appena concluso infatti è l’Apertura 2013, mentre a maggio – con il termine del Clausura – avremo i verdetti stagionali definitivi.

Veniamo all’Apertura appena conclusasi. Ha vinto il Danubio, per la quarta volta nella propria storia. Vittoria meritata?

Più che meritata, direi sorprendente. La Franja Negra non era considerata come possibile vincitrice nemmeno dalle testate vicine alla società, che anzi da qualche stagione puntano il dito contro l’attuale proprietà rea – secondo loro – di non puntare più sui giovani del vivaio come una volta. Ovviamente la compagine allenata da Léo Ramos ha smentito tutti, allestendo una rosa stuzzicante e prelevando a mani basse dalla Reserva (un sorta di squadra Primavera).

In Uruguay ci sono due squadre storicamente dominatrici: Penarol e Nacional, giunte rispettivamente ottavo e terza. Qual è il loro stato di salute?

Le due super potenze hanno deluso, per diversi motivi. Partirei dal Nacional, beffato al fotofinish proprio dal Danubio. Il Bolso (a proposito, è notizia di queste ore l’allontanamento del tecnico Rodolfo Arruabarrena) era partito per ammazzare il campionato dopo aver allestito una rosa importante, ed invece – oltre ad essere rimasto con un pugno di mosche in mano – ha anche perso il Superclasico contro i rivali di sempre. Di contro, il Peñarol ha nel derby vinto l’unico acuto del semestre, perché per il resto l’Aurinegro – dopo l’addio di Jorge Da Silva – è diventato un cantiere aperto in perenne ricostruzione.Jorge da Silva

Venendo ai singoli, la classifica marcatori vede tre giocatori appaiati al primo posto: Hector Acuna, Ivan Alonso, Sergio Blanco. Che giocatori sono?

Tre vecchi volponi dell’area di rigore, nonché discreti giramondo. Ivan Alonso vanta una lunga militanza in Spagna dove ha giocato per Alaves, Murcia ed Espanyol, prima di passare ai messicani del Toluca per poi tornare nel club che lo ha lanciato da giovane, mentre Sergio Blanco ha segnato (parecchio) in Messico e tentato un’avventura poco fortunata in Argentina, al Patronato. Per finire, Hector “El Mago” Acuña, famoso per gol impossibili ed errori colossali, in perfetto stile sudamericano. Anche per lui, come per gli altri, diverse esperienze all’estero, tra cui una in Honduras.

Tutti e tre hanno ampiamente superato i 30 anni. Come valuti questo fatto?

E’ molto semplice. In Uruguay, ma tendenzialmente in tutto il Sudamerica, i giocatori non di primissima fascia tendono a giocare l’ultima parte di carriera a casa loro per divertirsi e sfruttare i ritmi più blandi. Come ha fatto anche Walter Pandiani, messo sotto contratto dal piccolo Miramar Misiones dell’amico Gonzalo de los Santos, a patto che assieme a lui venisse tesserato anche il figlio maggiore.

Chi sono stati i giocatori migliori di questa Apertura?

Mi preme segnalare il reparto offensivo del Danubio, imperniato sul bomber Liber Quinoñes (che ha salutato tutti dopo il titolo conquistato: andrà in Messico, al Veracruz) assistito da due giocatori da tenere d’occhio. Il primo è Jonathan Alvez, seconda punta esplosiva prelevata dal Torque, squadra con la quale ha fallito la promozione in Primera lo scorso anno. Poi c’è Camilo Mayada, centrocampista offensivo nato mezz’ala che oggi è nel pieno della sua maturità calcistica. Il trio di capocannonieri è poi una menzione d’obbligo, mentre in porta ha fatto grandi cose Martin Campaña, estremo difensore del Defensor Sporting. Ultimo nome, quello di Hernan Novick, eletto miglior giocatore del campionato dalla federazione. Gioca nel Fenix, ma per gennaio è già stato bloccato dal Peñarol.Hernan Novick

Venendo ai giovani, c’è qualche under 20 da tenere d’occhio (e perché no, da inserire in una eventuale nuova “Carica dei 201”)?

Il blocco della Sub-17 merita attenzione estrema. Fabrizio Buschiazzo (Defensor Sporting) è un leader difensivo importante, e nelle movenze mi ricorda molto il primo Diego Lugano. Poi ci sono due mediani con i fiocchi: il primo è Franco Pizzichillo, sempre del Defensor (una garanzia in fatto di giovani talenti), il secondo è Gaston Faber, metronomo del Danubio. Avanzando, impossibile non menzionare Kevin Mendéz, già opzionato dal Barcellona e che – di conseguenza – non ha bisogno di presentazioni, mentre per l’attacco nomino Franco Acosta, centravanti in prestito al Fenix, che gli ha permesso di esordire tra i professionisti.

Il Mondiale è sempre più vicino. La Celeste è stata inserita nello stesso girone dell’Italia, con Inghilterra e Costa Rica. Dove pensi possa arrivare la nazionale uruguaiana? A un nuovo “Maracanazo”?

Il “Maracanazo”, in Uruguay, è sacro, e probabilmente nella storia non ce ne sarà mai un altro. La Celeste è ad un bivio importante, davanti al quale Tabarez dovrà essere bravo nell’imboccare la strada giusta. Rispetto a quattro anni fa, l’intelaiatura di questo Uruguay è molto simile, ma il tempo passa ed il Maestro non ha saputo inserire quei tre-quattro elementi per svecchiare la rosa. Ovviamente ci sono giocatori importanti, capaci di spostare gli equilibri, ma credo (anzi temo, data la mia passione per questa nazionale) che Brasile 2014 rappresenterà il viatico tra il “vecchio” Uruguay e quello che verrà. Una sorta di passaggio di consegne a colui che sarà il nuovo ct. La Celeste arriverà verosimilmente seconda, ed eliminerà l’Inghilterra: questo è quello che credo. O forse, che spero.

Suarez o Cavani?

Per il mio modo di vedere il calcio scelgo Suarez, però se mi date Cavani non mi offendo di certo. Scherzi a parte, sono due fenomeni totali che insieme – se supportati adeguatamente – hanno la capacità di fare male a chiunque. Prendendo spunto da questa domanda, colgo io l’assist per farne una a tutti: come fa l’Uruguay, paese che ad oggi conta circa 3.250.000 abitanti, ad essere storicamente una delle nazionali ai vertici del calcio mondiale, senza poter vantare un campionato di livello eccelso, e a lanciare fenomeni del genere? Non sarà che sanno lavorare bene?Suarez e Cavani

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E’ un Colombia – Uruguay dal forte sapore italiano quello che si gioca all’Estadio Metropolitano Roberto Melendez.

Sono infatti sei i giocatori in campo che militano attualmente in compagini del nostro campionato: gli uruguagi Cavani (Napoli), Arevalo Rios (Palermo), Alvaro Pereira (Inter), Diego Perez (Bologna), oltre ai colombiani Armero (Udinese) e Zuniga (ancora Napoli).

Buttando un occhio alle panchine il conto sale: da una parte l’interista Gargano, dall’altra il parmense Pabon e il Viola Cuadrado.

Per un totale di nove giocatore.

Se poi contiamo gli assenti (Yepes, che però ormai pare fuori dal giro, Ibarbo e Guarin) e gli ex (Muslera, Ramirez e Forlan) ecco che esce una squadra fatta e finita, con anche qualche riserva. Per un undici che potrebbe schierarsi così:

Muslera; Zuniga, Yepes, Rios, Armero; Cuadrado, Perez, Guarin, Pereira; Cavani, Forlan.

Niente male davvero, se escludiamo il fatto che uno dei due centrali sarebbe un mediano adattato. Senza contare, però, che ci sarebbe il talento di Ramirez da poter inserire a piacimento!

La partita, tutt’intorno al mondo, più che per i legami con il nostro calcio è comunque logicamente attesa soprattutto per lo scontro tra due dei bomber più forti ed in forma che il panorama globale offra oggi: lo scatenatissimo Falcao da una parte, il sempre generoso Cavani dall’altra.

Alla fine a spuntarla è… Teofilo Gutierrez.

In realtà a portare in vantaggio la Colombia, dopo un paio di minuti, è proprio l’infallibile Falcao, punto di forza di una nazionale da non sottovalutare.

Nella ripresa, però, James Rodriguez e Teofilo Gutierrez salgono in cattedra e mettono k.o. da par loro la Celeste.

Dapprima il numero 10 Cafetero scambia con Falcao per far partire poi un bel filtrante che pesca il taglio di Gutierrez, bravo ad incrociare bucando Muslera.

Poi il solito Rodriguez (tempo fa obiettivo di mercato juventino, chissà che qualcuno nei pressi di Torino non stia iniziando a mangiarsi le mani…) sfonda sulla sinistra, centra in area di rigore e trova l’inserimento, ancora una volta puntuale, del solito Gutierrez, che firma da par suo la doppietta che affonda definitivamente l’Uruguay.

Come non bastasse ad inizio recupero ci pensa Zuniga a rendere ancora peggiore il conto: scambio con Falcao, tunnel all’interista Pereira, ingresso in area e saetta a trafiggere Muslera. 4 a 0 pesantissimo. E vittoria molto più che meritata da parte di questa Colombia.

Celeste invece molto brutta e deludente, praticamente mai in partita.

Forlan è solo l’ombra del giocatore che era fino ad un paio d’anni fa. Più che giocare a calcio gioca a nascondersi. Cavani può poco, lasciato troppo solo dai compagni, sembra comunque non crederci nemmeno.

Dietro qualche sbavatura di troppo, nonostante la presenza di due difensori molto esperti come Godin e Lugano. In mezzo si resta in balia della mediana colombiana, che pur essendo orfana dell’ottimo Guarin dimostra di tenere benissimo il campo.

Bisogna comunque levarsi il cappello di fronte a questa Colombia. La nazionale Cafetera attraversa infatti un ottimo momento. Raramente, in passato, aveva raggiunto queste vette di talento.

Insomma, questa è sicuramente una delle “Colombie” più forti della storia.

Basta anche solo scorrere il loro – misero – albo dei trofei per notare come questa nazionale, in tanti anni di storia, abbia combinato davvero molto poco.

Ai Mondiali (dove manca da Francia 1998) solo quattro presenze. Per tre volte non oltre il primo turno, in Italia (miglior risultato di sempre) si dovette invece accontentare di raggiungere i quarti di finale, quando la squadra di Higuita (non ha bisogno di presentazioni), Escobar (ucciso per un autogoal fatto ai Mondiali di quattro anni dopo), Rincon (passato da Napoli), Guerrero (passato da Bari) e Valderrama (anche per lui vale il discorso fatto per Higuita) tra gli altri passò come una delle migliori terze il primo turno (dietro a Germania Ovest e Jugoslavia) per venire poi subito eliminata dalla rivelazione Camerun (doppietta di Luis Milla e goal di Redin, tutto avvenuto nei supplementari).

Le cose non sono andate poi tanto meglio in Copa America, dove la Colombia vanta una sola vittoria, quella del 2001. Avvenuta però in una situazione particolarissima: innanzitutto la nazionale Cafeteros giocò in casa. Poi, proprio per problemi legati alla sicurezza, a quella competizione non partecipò l’Argentina ed il Brasile mandò una squadra di “rincalzi”.

Insomma, una vera e propria edizione monca, che aiutò non poco la Colombia ad imporsi per la prima (e al momento unica) volta.

Ora è prematuro dire dove potranno arrivare questi ragazzi. Che ancora, ad oggi, nemmeno sono qualificati al prossimo Mondiale.

C’è però da dire che la qualità non manca. A partire da quel Falcao che è indubbiamente uno degli attaccanti più forti del mondo, passando poi per i vari Rodriguez, Zuniga, Guarin e Armero (vabbè, qui son qualità atletiche più che altro!) chissà che la Colombia, in futuro, non possa stupire.

Magari come fatto proprio questa sera.

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CRONACA

Al secondo minuto di gioco percussione di Suarez in area che crea subito scompiglio, con Villar che chiude comunque in calcio d’angolo.
Sugli sviluppi del corner l’Uruguay sfiora la rete con Lugano. Il solito Villar, però, si salva in qualche modo, con un doppio salvataggio sulla linea a chiudere un’azione molto confusa. Azione in cui ci starebbe anche un calcio di rigore per la Celeste, per un tocco di mano di Ortigoza.

Paraguay da subito alle corde. Chiuso tutto nella propria trequarti penserà praticamente solo a non subire, andando a tamponare ogni buco per evitare che gli avanti uruguagi ci si infilano.
La pressione costante dell’Uruguay, dopo i primissimi minuti di scompiglio, non sembra però riuscire a scalfire la Linea Maginot costruita di fronte all’area dal Tata Martino.

Il tutto fino al dodicesimo quando Suarez porta in vantaggio la squadra di Tabarez: ricevuta palla in area stopperà di destro per calciare sul secondo palo col sinistro. La possibile deviazione di Veron, comunque, non sembra essere decisiva. Villar è freddato, l’Uruguay in vantaggio.

Paraguay che prova a reagire. Pochi minuti dopo il vantaggio uruguagio Valdez s’infila alle spalle di Maxi Pereira e colpisce la palla, lanciatagli dalla trequarti, in spaccata, mettendo però la sfera a lato.
Uruguay che pare nervosissimo e infila una serie di fallacci. Atteggiamento difficilmente capibile da parte della Celeste, che dopo aver sbloccato la partita avrebbe dovuto giocare molto più rilassata.

Al trentaduesimo Forlan lanciato alle spalle della difesa paraguayana va a trovarsi a tu per tu con Villar ma pressato dal ritorno di un avversario sparerà contro al neo acquisto dell’Estudiantes.
Poco più tardi Suarez punta Veron saltandolo con un tunnel per poi vedere respingere la propria conclusione da un sempre attento Villar.

Il portiere paraguayano si ripete anche al trentasettesimo quando Forlan riceve in area e sbuccia una girata che, se effettuata meglio, sarebbe potuta risultare imparabile.

Forlan che però al quarantaduesimo si sblocca: palla persa nella propria trequarti, Arevalo arriva pochi metri dall’area e gira a Forlan che, tutto solo, buca Villar con un bel diagonale potente.

A tempo praticamente scaduto Alvaro Pereira scodella in area per Suarez che gira di testa sul secondo palo, senza riuscire però a centrare lo specchio della porta, chiudendo così un primo tempo a senso unico.

In apertura di ripresa il Paraguay prova a combinare qualcosina di più, ma sempre senza riuscire a pungere con grande efficacia. Il tutto fino al nono quando Ortigoza pesca Valdez che calcia al volo esaltando i riflessi di Muslera, fenomenale nel deviare la palla sulla traversa, salvando il risultato.
La partita prosegue su ritmi piuttosto lenti, con l’Albirroja decisa a far circolare la palla senza lasciarla un attimo agli avversari.

Il tutto senza però riuscire ad essere particolarmente pericolosa. Fino al diciassettesimo, quando un’imbucata sulla destra porta ad un cross in mezzo su cui si fionda Piris che colpisce il pallone di tacco, senza però sorprendere Muslera.
Al venticinquesimo Estigarribia finisce giù in area, spinto da Coates. Il rigore pare possa starci, ma l’arbitro la pensa diversamente. E, in un certo qual modo, pareggia così il rigore non assegnato alla Celeste nel primo tempo.

La partita procede quindi su binari ben definiti, giusto fino al termine. Quando Forlan decide di firmare la propria doppietta personale, chiudendo in bellezza una finale vinta meritatissimamente dall’Uruguay.

COMMENTO

Uruguay quindici volte Campione del Sud America.

Suona incredibile, ma è così.

Nessuno come la Celeste. In tutto il continente.

Uruguay che, infatti, stacca l’Argentina (ferma a quattordici) e si porta a quasi il doppio rispetto al Brasile (fermo a quota otto).

Il tutto davvero meritatamente.

E così dopo il quarto posto Mondiale raggiunto in Sudafrica la Celeste si conferma come la massima forza del Sud America.

Suona davvero strano per chi come me è nato negli anni ottanta, quindi ben lontano dalle vittorie Mondiali di questo piccolo paese, eppure è davvero così. Nel corso degli ultimi dodici mesi nessuno ha saputo fare come loro.

Venendo alla partita…

Primo tempo senza storia alcuna.
Uruguay che prende a pallonate gli avversari, che pensano solo a difendersi. Senza riuscirci nemmeno molto bene, dato che la prima frazione si chiude con Suarez e compagni sopra di due reti.

Nella ripresa l’Albirroja prova a combinare qualcosa. Ma, a parte una traversa colpita da Haedo Valdez, senza grande fortuna.

Uruguay Campione.

Meritatamente.

MVP

Luis Suarez è un giocatore straordinario.

Personalmente lo conobbi quando ancora giocava nel Groningen e da subito mi pareva avere qualcosa in più, tanto che avrei voluto che qualcuna delle nostre compagini lo portasse in Italia.

La cosa, com’è noto, purtroppo non successe. Ed è un vero peccato. Perché Suarez oggi è l’eroe di una nazionale che entrerà nella storia, nonché il miglior giocatore di questa Copa America…

TABELLINO

Uruguay vs. Paraguay 3 – 0
Marcatori: 12′ Suarez, 42′, 89′ Forlan.
URUGUAY (4-4-2) Muslera; M.Pereira, Coates, Lugano, M.Cáceres (89′ Godín); González, Arévalo Ríos, D.Pérez (70′ Egurén), A.Pereira (63′ Cavani); Suárez, Forlán. CT: Tabárez
PARAGUAY (4-4-2) Villar; Piris, Verón, Da Silva, Marecos; Vera (65′ H.Pérez), V. Cáceres (65′ Estigarribia), Riveros, Ortigoza; Zeballos (77′ Barrios), Valdez. CT: Martino
Arbitro
: Fagundes (Brasile)
Ammoniti
: D.Pérez, M.Pereira, M.Cáceres, Coates (U), V. Cáceres, Vera (P)

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CRONACA

Uruguay che dopo il pareggio con l’Argentina scende in campo con il Paraguay alla ricerca della prima vittoria in questo hexagonal finale contro un’Albirroja ad un pareggio ed una sconfitta in due match.
Partita che inizia però su ritmi piuttosto compassati: nessuna delle due squadre sembra voler spendersi in maniera particolare per arrivare alla vittoria, così che il gioco risulta stagnante e le emozioni faticano a fioccare.

La prima occasione interessante arriva quindi solo dopo ben diciannove minuti di gioco quando Aguirre può presentarsi praticamente tutto solo a tu per tu col portiere avversario, subendo però il ritorno di un difensore senza riuscire a calciare a rete.
Aguirre che però si riscatterà subito dopo: Guillermo Méndez verticalizzerà un pallone proprio per la punta del Liverpool (di Montevideo) che una volta a tu per tu con Bogado scavalcherà il portiere paraguayano con un bel pallonetto, sbloccando il match.

Paraguay che proverà a reagire senza grande mordente. L’occasione più ghiotta creata immediatamente dopo al goal dello svantaggio, quindi, arriverà al ventinovesimo solo grazie ad un incredibile liscio di Gaston Silva, neo diciassettenne difensore in forza al Defensor Sporting (che oltre a lui offre a questa rappresentativa giovanile nazionale anche il centrocampista Leonardo Pais).
Al trentaduesimo bellissimo spunto palla al piede di Delis Gonzalez che dopo aver saltato secco un avversario punterà l’area, provando ad infilarsi in mezzo a due difensori. Finito a terra, quindi, lascerà scorrere la palla in direzione di Mauro Caballero, i cui due tentativi di conclusione saranno però murati da un avversario.

Sugli sviluppi di un angolo un ponte aereo sul primo palo porterà ad una spizzata sul secondo, dove Ovelar giungerà però in ritardo senza riuscire a trovare la deviazione che valga il pareggio.
Primo tempo che si chiuderà quindi con un Paraguay dal baricentro alto alla ricerca di un pareggio che non arriverà però nemmeno a sfiorare.

La ripresa si aprirà un po’ sulla stessa falsariga della fine della prima frazione.
Dopo quattro minuti, quindi, bella conclusione di Carlos Florencianez che calcerà bene di sinistro da fuori area facendo tremare Cubero ma senza trovare il bersaglio grosso.

A passare è però ancora una volta l’Uruguay: è il cinquantanovesimo minuto quando il neo entrato Alvarez riceve sulla destra da Mendez per infilare il portiere avversario con un bel tiro piazzato.

Alvarez che diversi minuti più tardi proverà a scuotere ancora i non moltissimi tifosi sugli spalti cercando il gollonzo da quasi centrocampo, spedendo però palla a lato.
Al settantatreesimo, poi, Caballero entrerà in area sulla sinistra del fronte offensivo paraguayano per finire a terra sulla pressione di Emiliano Velasquez, senza che l’arbitro decida però di intervenire.

E’ però l’Uruguay ad essere il designato vincitore del match e come se non bastasse il 2 a 0 Mascia firma anche la terza rete, incornando un corner proveniente dalla sinistra per la quarta rete nel suo torneo.

Caballero però non ci sta e a dieci dal termine decide di firmare da par suo, sempre di testa, la rete della bandiera paraguayana.

Albirroja che non smetterà di crederci e che troverà la seconda rete del proprio incontro, sempre con Caballero, dopo cinque minuti. La posizione di partenza della punta in forza al Libertad, però, è di fuorigioco, e la segnatura viene prontamente annullata dalla terna arbitrale.
Paraguay che non avrà comunque più la forza di tornare in partita: 3 a 1 per la Celeste il risultato finale.

COMMENTO

All’inizio di questo match parlavo con un amico uruguagio cui confidavo la mia deluzione in merito a questo Sudamericano sub 17.
Partite ne ho viste poche, ad onor del vero, ma tra tutte le squadre che mi è capitato di seguire ancora non ho scorto un vero e proprio Fenomeno con la effe maiuscola. Un giocatore davvero capace di cambiare le sorti del match in ogni momento.

Un giocatore come i vari Neymar e Messi, per intenderci. Che a questi livelli e giocando tra i pari età sa davvero fare la differenza.

Perché di giocatori che lasciano intravvedere qualità interessanti sì, qualcuno ne ho notato. Per dirne uno, e proprio a commento della partita di oggi, potrei citare quel Mauro Caballero attaccante del Libertad (che offre alla rappresentativa di Gerardo Gonzalez Aquino ben altri sette giocatori, praticamente quasi mezza rosa) che ha dimostrato di essere attaccante di buon livello, pur senza però risultare dominante come si richiederebbe ad un fenomeno.

E se si pensa che ho visto giocare sia il Brasile che l’Argentina (dove in effetti di ragazzi interessanti ne ho trovati diversi) ecco che il quadro è completo.

La spiegazione di questo amico andava a parare sull’aspetto tattico: lo stesso mi raccontava infatti come, limitatamente al calcio uruguagio, si dedicasse pochissimo tempo alla parte tattica, specialmente a livello giovanile.
Spiegazione questa che se casca a pennello nello spiegare il perché di determinate questioni (come del fatto che i giocatori in campo non paiano mai ordinatissimi e di come la difesa soffra in situazioni in cui invece non dovrebbe) non spiega, a mio avviso, la mancanza di Fenomeni.

Perché il mio discorso verte proprio su ben altre prospettive: io parlo solo di potenzialità individuali più che altro relative all’aspetto tecnico di un singolo.
E legandomi al discorso portato avanti dal mio amico mi verrebbe anzi da pensare che gli eventuali Fenomeni dovrebbero esaltarsi in situazioni come queste, dove da una parte sarebbero chiamati a farsi carico della propria squadra interamente, da trascinare alla vittoria a suon di giocate, dall’altra potrebbero sfruttare al meglio i tanti spazi lasciati dall’approssimazione tattica degli avversari.

Eppure così non sembra essere…

Venendo all’incontro di oggi nello specifico, comunque, Uruguay solo discreto, che ha la meglio su di un Paraguay poi non così tanto inferiore – se non a livello difensivo – grazie ad azioni sparute.

Bene, a livello di singoli, Guillermo Méndez, MVP del match.
Il fantasista del Nacional (che offre a questa rappresentativa giovanile cinque giocatori in tutto) risulta infatti essere decisivo offrendo ad Aguirre ed Alvarez due palloni d’oro, solo da trasformare in rete.
Gran bella visione di gioco.

TABELLINO

Paraguay vs. Uruguay 1 – 3
Marcatori: 22′ Aguirre, 59′ Alvarez, 75′ Mascia, 79′ Caballero

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CRONACA

La prima conclusione a rete arriva dopo pochissimi minuti dal via e a portarla è Benjamin Pucheta, sedicenne centrocampista del Boca Juniors che arriva a scaricare il proprio mancino sugli sviluppi di una punizione. Buon tiro per lui, con l’estremo difensore Celeste che si distende però bene alla propria destra per salvarsi in corner.
All’undicesimo poi bellissima azione confezionata dal trio Ferreyra-Ocampos-Andrada con quest’ultimo che è liberato sul limite sinistro dell’area di rigore dove riesce ad arrivare al tiro, ancora una volta sventato da Cubero.

Qualche minuto più tardi saranno invece Carreras ed Ocampos a provarci: il primo eseguirà una spettacolare rovesciata parata dal portiere avversario, il secondo cercherà invece un destro ad incrociare dal vertice sinistro dell’area, con il pallone che si alzerà però di poco sulla traversa.
Al ventesimo, quindi, Ferreyra ci proverà da centrocampo, ma il suo pallonetto terminerà alto.

In campo c’è praticamente una sola squadra. I giovani argentini, però, non riescono a trovare la via della rete. Come al ventitreesimo, quando Maximiliano Padilla, sedicenne difensore in forza al Boca Juniors, arriverà a colpire di testa in area sugli sviluppi di un corner, facendo però sfilare la palla a lato del palo.
Uruguay che si fa vedere in avanti solo al ventottesimo quando Elbio Alvarez effettua un improbabile tiro-cross dalla sinistra, che non crea comunque alcuna apprensione a Sequeira.

Nella seconda metà della prima frazione, poi, i ritmi si abbasseranno notevolmente, così che le occasioni interessante verranno meno.
Da segnalare quindi solo la punizione battuta a meno di cinque dal termine dallo stesso Alvarez, con Sequeira che para però facilmente.

In apertura di ripresa torna a farsi vedere la Seleccion: Ferreyra riceve sul vertice sinistro dell’area di rigore e dopo essere rientrato sul destro calcia a giro sul secondo palo, senza però trovare lo specchio di porta.
Tra le fila della Celeste è invece Alvarez a confermarsi come il più pericoloso dei suoi: al cinquantacinquesimo il neo-entrato Guillermo Mendez parte in contropiede fulminando un avversario per prendere d’infilata la retroguardia avversaria e servire centralmente un pallone al suo compagno portante il numero otto sulle spalle. A tu per tu con il portiere e pressato da un avversario, però, il sedicenne centrocampista del Penarol fallirà un’ottima occasione per sbloccare il risultato.

Alvarez che avrà una buona occasione da goal anche pochi minuti più tardi quando Leonardo Pais recapiterà in area un cross da destra su cui piomberà proprio il buon Elbio, il cui colpo di testa in corsa sarà però preda di Sequeira.
Al sessantacinquesimo tornerà invece a farsi vedere l’Argentina, con Federico Andrada che colpirà di testa sugli sviluppi di un corner da sinistra: palla sul fondo.

Ed è proprio lui, la punta riverplatense, a sbloccare il risultato: corre il minuto settanta quando Federico riceve palla in area da Paredes – in patria già ribattezzato come il “nuovo Riquelme” – e dopo essersi aggiustato il pallone sul destro lo calcia a fil di palo, radente il suo. Sulla conclusione in questione Cubero non può nulla, tanto che non si muoverà nemmeno e restando bloccato sulle gambe potrà solo guardare il pallone infilarsi in porta e gonfiare la rete.

I colpi di scena non sono però finiti e pochi minuti più tardi la Celeste pareggia: Gianni Rodriguez è liberato sulla destra da un bel lancio di un compagno che taglierà tutto il campo per servirlo laddove la difesa argentina si mostrerà scoperta. Una volta in possesso di palla, quindi, il terzino sinistro di proprietà del Danubio si porterà sul fondo per effettuare poi un cross morbido nel mezzo laddove Maximiliano Padilla finirà col deviarlo di testa nella propria rete, anticipando l’uscita del proprio portiere.
Patatrac notevole, anche in relazione al fatto che il pallone non sarebbe stato intercettato da nessun giocatore uruguaiano e sarebbe comodamente finito proprio tra le braccia di Sequeira.

Uruguay che galvanizzato dalla fortunosa rete appena realizzata cercherà l’eurogoal con Guillermo Mendez che farà partire un bel tiro di prima intenzione da oltre la trequarti, con il pallone che finirà però per terminare di poco sopra alla traversa argentina.
Una cosa simile, ma dalla parte opposta, proverà a farla anche Paredes, che otterrà però un medesimo risultato.

Le due squadre, a quel punto, tireranno un po’ i remi in barca: nessuna delle due avrà più la forza né lo slancio giusto per poter arrivare al goal vittoria così che il match terminerà – a livello di risultato – in perfetta parità.

COMMENTO

Se la parità perfetta si realizza in pieno nel risultato di questo match non si può dire altrettanto per ciò che concerne il suo svolgimento laddove l’Argentina ha potremmo dire dominato per larghi parti del match.

La compagine guidata da Oscar Garré, ex Campione del Mondo a Messico ’86, ha infatti espresso un calcio migliore, mostrando un tasso tecnico più elevato rispetto a quello degli avversari che poco hanno potuto fare in diversi momenti della partita per contrastare la maggior tenacia argentina.

Uruguay ed Argentina che sono per altro da sempre un po’ le due nazioni – o per meglio dire nazionali – che mettono più in mostra quella cosa che viene chiamata garra e che potremmo definire furore agonistico.
Stasera, però, debbo dire che in questo senso mi hanno abbastanza deluso i ragazzi di Fabian Coito: mi sarei aspettato molto di più a livello di carattere ed intesità di gioco. Ma forse i tanti match disputati dall’inizio della competizione si sono un po’ fatti sentire sui giovani uruguagi.

Argentina che raccoglie quindi un solo punto utile per la classifica ma che ai punti meriterebbe di portare a casa il bottino pieno.

A livello di singoli hanno destato buona impressione Brian Ferreyra tra le fila della Seleccion ed Elbio Alvarez tra quelle della Celeste.
Il primo è l’ultimo prodotto della sempre ottima scuola argentina di trequartisti, giocatore rapido di gambe e dal dribbling ubriacante che milita attualmente nel Velez, il secondo è invece un centrocampista in forza al Penarol, club in cui ha compiuto tutto il suo percorso formativo. Per ciò che concerne la nazionale Alvarez partecipa a questo Sudamericano dopo aver già preso parte a quello under 15 disputato nel 2009 in Bolivia (esatto, proprio quello in cui si mise per la prima volta in mostra agli occhi del mondo quel Lucas Piazon di cui parlai qualche tempo fa).

Giusto poi menzionare anche Leandro Paredes, che in patria già hanno designato essere l’erede di Riquelme (sarà forse per il fatto che è un trequartista cresciuto tra le fila del Boca Juniors!?): subentrato nella ripresa ha servito ad Andrada l’assist per il goal che ha sbloccato il risultato. Non ha avuto moltissimo tempo per mettersi in mostra, ma il paragone citato è pesantuccio e non poteva non essere riportata la cosa…

TABELLINO

Argentina vs. Uruguay 1 – 1
Marcatori: 70′ Andrada, 77′ (og) Padilla
Argentina (4-3-1-2): Sequeira; Zarate, Baez, Padilla, Pinto; Carreras, Iniguez, Pucheta (61′ Silva); Ferreyra (61′ Paredes); Ocampos, Andrada (84′ Pugh). A disposizione: Galvan, Mela, Beloso, Villalba, Benitez, Allione. Allenatore: Oscar Alfredo Garré.
Uruguay (4-4-2): Cubero; Tabarez, Silva, Velasquez, Rodriguez; Ratti, Moreira (66′ Poggi), Paiz, Alvarez; Cortelezzi (62′ San Martin), Mascia (54′ Mendez). A disposizione: De Amores, Gorga, Carrera, Canobra, Furia, Aguirre. Allenatore: Fabián Coito.
Arbitro: Diego Lara (Ecuador). Guardalinee: Byron Romero (Ecuador) e Jairo Romero (Venezuela). Quarto uomo: Mayker Gomez (Venezuela).
Ammoniti: Iniguez, Paredes, Ocampos (Argentina); Velasquez, Ratti, Alvarez (Uruguay).

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Il 16 luglio scorso è ricorso il sessantesimo anniversario di ciò che è passato alla storia come Maracanaço, per dirlo in portoghese, o Maracanazo, per dirlo alla spagnola.

Un po’ tutti gli appassionati sanno certamente di cosa si tratta: correva l’anno 1950 e allo stadio Mário Filho, meglio conosciuto col nome di Maracanã, si giocava l’ultimo match della quarta edizione dei Campionati Mondiali di calcio.

La finale, direte voi. Ebbene no.
Perché quell’anno la formula del Mondiale fu molto particolare: le qualificate vennero dapprima divise in quattro gironi da quattro squadre. Le vincitirici di ciascun gruppo, poi, confluirono in un ulteriore girone. Vincerlo avrebbe significato aggiudicarsi la vittoria Mondiale.

Le più grandi aspettative erano ovviamente tutte nei confronti del Brasile padrone di casa, dato vincente ben prima dell’inizio della competizione iridata. Le cose, però, non andarono come tutti si aspettarono…

Iniziamo, comunque, col parlare del percorso compiuto dalle due squadre che quel 16 luglio si trovarono a giocarsi il Mondiale: i Verdeoro, appunto, e la Celeste, già Campione del Mondo vent’anni prima.

I brasiliani vennero inseriti nel Gruppo 1, che superarono senza grandi problemi.
Maiuscolo l’esordio assoluto: un 4 a 0 al Messico firmato dalla doppietta di Ademir e dalle reti di Jair e Baltazar.

I primi scricchiolii della corazzata carioca arrivarono quattro giorni più tardi quando i brasiliani si trovarono ad affrontare gli elvetici al Pacaembù: qui, infatti, la nazionale svizzera riuscì in qualche modo a portare a casa un insperato pareggio, costringendo i padroni di casa a non andare oltre ad un amaro 2 a 2.

Brasile che comunque si rifece poco dopo: ritornati al Maracanã, stadio in cui erano già scesi in campo all’esordio, i brasiliani si liberarono della Jugoslavia, sino a quel momento prima nel girone con due vittorie in due match, grazie alle reti di Ademir e Zizinho.
E girone finale fu.

L’Uruguay, invece, venne inserito nel Gruppo 4 con Bolivia, Scozia e Turchia. Le due compagini europee, però, si ritirarono prima dell’inizio della competizione, così che la Celeste dovette affrontare un solo match, quello coi boliviani. Tutto facile per Miguez (autore di una tripletta) e compagni: un 8 a 0 liscio come l’olio marcato anche dalla doppietta di Schiaffino e dalle reti di Vidal, Perez e Ghiggia.
E girone finale fu.

Il 9 luglio, quindi, Brasile, Uruguay, Spagna e Svezia diedero vita alla prima giornata del girone che avrebbe decretato la squadra Campione del Mondo.

Inizio stentato, quello della Celeste. Opposti agli spagnoli, infatti, gli uruguagi non andarono oltre ad un 2 a 2 che sembrò decretare già la fine dei giochi. Dopo l’iniziale vantaggio di Ghiggia arrivò la doppietta con cui Basora ribaltò il risultato, giusto prima che Varela chiudesse i conti.

Inizio col botto, invece, per il Brasile: 7 a 1 alla Svezia con quattro goal di Ademir, due di Chico ed uno di Maneca. Di Andersson, su rigore, la rete svedese.

Brasiliani che per poco non bissarono il tutto anche quattro giorni più tardi, contro la Spagna. Chico (autore di un’altra doppietta) e compagni regolarono infatti delle meste Furie Rosse con un roboante 6 a 1 completato dalle reti di Jair, Ademir, Zizinho e dall’autogoal di Parra. Di Igoa, invece, il goal della bandiera spagnola.

Nel contempo l’Uruguay, guidato da un Miguez sempre molto prolifico, riuscì in rimonta ad imporsi sulla Svezia.
Svedesi in vantaggio dopo quattro soli minuti di gioco grazie alla rete di Palmer, che venne però pareggiata al trentanovesimo da Ghiggia. Nemmeno il tempo di esultare ed ecco che Sundqvist ristabilisce le distanze, riportando davanti la nazionale nordica.

Proprio quando sembrerebbe essere ormai tutto finito ecco che la Celeste tira fuori il suo proverbiale carattere e nel giro di pochi minuti ribalta il risultato: una doppietta di Miguez, infatti, porta due importantissimi punti alla nazionale sudamericana, che resta quindi virtualmente in corsa per aggiudicarsi la vittoria iridata.

Il giorno prima dell’ultima giornata, quindi, i giochi sembravano fatti. Il destino del Mondiale era infatti tutto nelle mani del Brasile, cui sarebbe bastato un pareggio per aggiudicarsi la vittoria finale.

La stampa internazionale, ed in particolar modo quella carioca, era però convinta che non ci sarebbe stato pareggio quel giorno al Maracanã. Che la fortissima nazionale Verdeoro si sarebbe sbarazzata della Celeste in un sol boccone, infilando un’ennesima goleada.

In Brasile si respirava infatti già aria di festa. La vigilia scorse tranquilla tra caroselli di tifosi già festanti, mentre nelle ore immediatamente precedenti alla partita ci fu l’assalto ai botteghini: nessuno voleva perdersi la partita che avrebbe decretato la vittoria Mondiale del Brasile.
Non per nulla alcune fonti parlano di ben 200mila tifosi presenti quel giorno sugli spalti di un Maracanã effettivamente gremito, trepidante, festante.

L’atmosfera nello spogliatoio Celeste, non a casa, era cupa.
Il tutto venne aggravato dalle parole del dottor Jacobo, capo della delegazione proveniente da Montevideo, che nel suo discorso alla squadra chiese ai giocatori di non perdere per più di quattro goal. Lasciando implicito, quindi, che nessuno credeva in una loro possibile vittoria.

A cambiare le cose si dice fu il grande Obdulio Varela, capitano di quella formazione e uomo carismatico per eccellenza. Dopo aver indossato la propria maglia ed essersi messo la fascia al braccio, infatti, Varela distribuì le camisete a tutti i compagni prima di pronunciare una frase che entrerà nella storia: “Muchachos, los de afuera son de palo“, “Quelli di fuori non contano”. Riferendosi, ovviamente, ai 200mila spettatori presenti. Ma anche al dottor Jacobo e a tutta la delegazione uruguagia, che non credeva in loro.
Ci piace pensare che a cambiare la storia furono proprio le parole di un giocatore di altri tempi, di un leader capace di spronare i propri uomini a rendere anche oltre le proprie capacità. Di un grande uomo, prima che grande giocatore.

Poco dopo, alle tre di pomeriggio di quel 16 luglio storico, l’arbitro inglese Reader decretò l’inizio di un match già scritto.

Il primo tempo fu di marca spiccatamente brasiliana. Nonostante i vari tentativi di bucare la rete di un mai domo Roque Maspoli, però, la nazionale allenata da Flavio Costa non riuscì a trovare la via del goal per tutti i primi quarantacinque minuti di gioco.

Le cose cambiarono dopo due soli minuti dall’inizio della ripresa, e sembrò la fine di un incubo: fu Friaça a sbloccare il risultato, con la complicità di un non certo attentissimo Maspoli.
E quel goal squarciò la cortina di trepidazione che era calata su tutto lo stadio, il pubblico esplose e tornò a credere nella sicurezza di un titolo che non poteva che essere vinto dal Brasile. Ogni singolo spettatore si sentì già in mano la coppa Rimet.

Tecnico, giocatori e pubblico Carioca non avevano però fatto i conti con l’orgoglio di un popolo pronto a non mollare mai, nemmeno quando tutto sembra perduto.

Perché se giochi davanti a più di 200mila persone che ti tifano apertamente contro e finisci sotto vieni ucciso moralmente. Pensare di riprendersi e reagire è utopico.

Eppure quella squadra, che oltre a grande carattere poteva anche contare su due campioni come Schiaffino e Ghiggia, non si inchinò di fronte ad una nazione intera e diede dimostrazione di cosa volesse dire essere uruguaiani.

Venti minuti dopo il vantaggio Carioca, quindi, Ghiggia prese palla sulla destra e dopo una bella progressione sulla fascia saltò Bigode per servire a Schiaffino la palla dell’1 a 1, che raggelò ogni singolo tifoso presente in tutto il Brasile quel giorno.

A quel punto, quindi, l’inerzia della partita passò tutta in favore della Celeste. Perché il pubblico era sì ancora dalla parte della propria nazionale, quella brasiliana. Ma trovarsi in una situazione come quella, dove un solo goal avrebbe portato alla perdita di un Mondiale già dato per scontato, fece tremare le gambe a molti dei ragazzi allenati da Flavio Costa.

A dieci dal termine, quindi, il tutto si concretizzò nel goal della vittoria uruguagia: Perez servì Ghiggia che dopo aver offerto a Schiaffino l’assist per il goal del pareggio decise di firmare da sè la rete che valse il 2 a 1 per l’Uruguay.

Gli ultimi dieci minuti, quindi, si giocarono in un’atmosfera irreale: il pubblicò sugli spalti rimase infatti praticamente ammutolito di lì in avanti, aspettando col fiato sospeso un fischio finale che si sperava non arrivasse mai. I giocatori brasiliani, intanto, si riversarono in massa nella metà campo avversa, cercando un goal del pareggio che, quello sì, non arrivò mai.

Il triplice fischio finale, quindi, non sigillò solo una clamorosa quanto inaspettata sconfitta ma anche un dramma collettivo.

Sugli spalti, infatti, ci furono decine di persone che vennero colte da infarto, alcune delle quali morirono lì.

Anche la cerimonia di premiazione avvenne in sordina. Anzi, quasi non avvenne. Perché tutto era stato preparato per incoronare il Brasile padrone di casa, non l’Uruguay di Varela e soci.
Ecco quindi che sul palco d’onore rimase il solo Rimet, che per altro si dice si fosse preparato un discorso da tenere in portoghese proprio per omaggiare la nazionale Verdeoro e che quindi si limitò solo a consegnare la colpa al capitano Celeste.

Ma non solo: per evitare problemi di ordine pubblico e mantenere intatta l’incolumità dei giocatori uruguaiani gli stessi vennero immediatamente allontanati dal Brasile e fecero subito ritorno a Montevideo. Nonostante il tutto venne effettuato piuttosto rapidamente a rimetterci la salute fu l’eroe di quella partita, Ghiggia, che venne aggredito immediatamente dopo la partita e che fu costretto all’uso delle stampelle per buona parte del periodo successivo.

Il dramma collettivo brasiliano, comunque, non si consumò solo nei minuti immediatamente successivi alla sconfitta.
Nei giorni seguenti, infatti, a fare da contraltare alle scene di tripudio che si potevano vedere per le vie di una Montevideo festante come non mai ci furono decine di suicidi in tutto il Brasile: tra chi non resse alla delusione e chi si era giocato tutti gli averi sulla vittoria finale della nazionale Verdeoro, infatti, in tanti non riuscirono a sopravvivere a quella sconfitta.

E pensare che in seguito a quella inusitata sconfitta vennero proclamati tre giorni di lutto nazionale fa ben capire la portata di quell’evento vissuto così drammaticamente da tutta la popolazione brasiliana.

Lo shock per la sconfitta fu tale che i dirigenti della Federazione calcistica brasiliana decisero addirittura di cambiare il coloro alla maglia: se fino a quel momento la nazionale Verdeoro vestiva di bianco, infatti, di lì in poi sarebbe passata dapprima ad una divisa blu per terminare, poi, con l’attuale colorazione.

Qualche tempo più tardi l’eroe di quel match, Ghiggia, commentò così la sua prestazione: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io“.
E proprio a Ghiggia, giusto l’inverno scorso, è stato poi permesso di lasciare l’impronta dei propri piedi nella “Calçada da Fama“, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di partite memorabili disputatesi all’Estadio Mario Filho. Quasi sessant’anni per perdonare chi aveva fatto piangere un popolo intero solo con un goal.

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Sebastian Gallegos, giovane speranza Celeste (as.com)Nato il primo settembre del 1992 Sebastian Augustin Gallegos Berriel è uno dei nomi nuovi di calcio uruguagio sempre più alla ricerca di talenti capaci di riportare una nazione bi-campione Mondiale sul tetto del mondo.

Tira i primi calci ad un pallone nel Triente ma già da quando era poco più che un bambino il suo nome inizia a girare con insistenza nel suo paese e viene visionato dagli osservatori dei principali club uruguagi.

Dapprima a farsi sotto con grande insistenza sono Penarol e Nacional, che paiono disposte a fare di tutto per assicurarsi le prestazioni di quello che molti in patria definiscono il nuovo Schiaffino. Poi, però, il ragazzo decide di approdare al Danubio, squadra di cui è sempre stato tifoso, dove comincerà a mettersi in mostra sin dalla tenera età di 12 anni.

Nel giugno 2007, ancora quindicenne, verrà quindi contattato dai dirigenti del Barcellona, i cui osservatori, sparagliati in ogni angolo del mondo, erano letteralmente rimasti stregati dai colpi di classe del ragazzo. Portato in fretta e furia in Catalogna, quindi, supera brillantemente ogni provino e gli viene offerto un contratto che gli permetterebbe di entrare a far parte di una cantera prestigiosa come quella blaugrana.
Intoppi sorti proprio in fase di definizione del contratto – suo padre, che gli fa da agente, rifiuta l’offerta in quanto che comprendeva la possibilità di trasferirsi solo per i genitori ed escludeva i fratelli del ragazzo -, però, bloccano il suo passaggio in Spagna, che viene così solo rimandato, come vedremo.

Sebastian intanto continuerà per tutto l’anno seguente a distribuire perle di classe e colpi di genio sia sui campi nazionali che internazionali. Il suo talento, infatti, non sfugge ai tecnici federali uruguaiani che decidono di convocarlo in nazionale under 16.

Nell’estate 2008, quindi, si fanno sotto Atletico Madrid ed Udinese (squadra come al solito attentissima a scovare i migliori talenti in ogni parte del mondo, come abbiamo già potuto notare più volte, come nel recente caso di Wilson Cuero). I due club, però, vengono frustrati dall’esorbitante richiesta del Danubio: Arturo Del Campo, presidente del club, chiede infatti ben 15 milioni di euro per il suo cartellino, così che i dirigenti di entrambi i club europei tornano mestamente a casa con un nulla di fatto.
Questa sparata pare fosse influenzata dalle prestazioni notevoli che il giocatore aveva poco prima regalato con la maglia della rappresentativa Celeste under 16: nel maggio precedente, infatti, aveva indossato quella casacca per tre volte (contro Argentina, Cile e Bolivia) mettendo a segno tre reti ed offrendo due assist ai compagni. Uno score sicuramente notevole, ma che non può certo giustificare una richiesta tanto folle per un ragazzino in così tenera età.

Gallegos è da luglio un giocatore dell'Atletico Madrid

Dopo l’esperienza con l’under 16, quindi, viene promosso nell’under 17, squadra con la quale disputa un ottimo Sudamericano: forma infatti una coppia devastante con Gonzalo Barreto, suo compagno nel Danubio (e giocatore già acquistato dalla Lazio) e contribuisce fattivamente al terzo posto finale della sua squadra, che vale l’approdo ai Mondiali.

Mondiali che l’Uruguay sta tutt’ora disputando ed in cui lui, ancora una volta, si sta mettendo in bella mostra. Due goal in tre partite, infatti, e qualificazione agli ottavi ottenuta. In più la soddisfazione di essere stato l’unico giocatore capace di rendersi realmente pericoloso nell’ultimo match del girone, quello giocato contro gli Azzurrini.

Abbiamo però saltato un passaggio importante. Anzi, fondamentale.
Tra il Sudamericano ed il Mondiale under 17, infatti, Gallegos compie quel salto tanto sognato: lo scorso giugno i dirigenti Colchoneros tornano a bussare alla porta de La Franja, come viene soprannominato in patria il Danubio. Questa volta, però, Del Campo viene a più miti consigli, dimezzando la richiesta avanzata un anno prima.
Gallegos, quindi, si trasferisce nella capitale spagnola per una cifra pur sempre notevole: 7, infatti, sono stati i milioni pagati dall’Atletico per assicurarsi le prestazioni di Sebastian, oggi aggregato alla squadra B (dove ha trovato un altro suo giovane connazionale recentemente acquistato dai madridisti: Leandro Cabrera).

Fisico minuto, estro in quantità, talento da vendere, naturalezza ed armonia nei movimenti, fantasia ed inventiva smisurate, buon dribbling e, soprattutto, una frustata nel piede capace di mettere in difficoltà qualsiasi portiere.
Nato terzino sinistro venne poi spostato diversi metri più avanti nel corso degli anni per sfruttare la sua inventiva ed oggi può giocare sia trequartista che esterno offensivo. E sembra essere proprio defilandosi che, oggi, possa riuscire a dare il meglio di sè.

Dove possa arrivare questo giocatore dal talento assoluto e cristallino è difficile dirlo e non avendo la sfera magica capace di predire il futuro non posso certo sbilanciarmi.
Ciò che va sicuramente detto, però, è che le potenzialità di questo giocatore sono notevoli e che se saprà continuare la crescita esponenziale avuta sin qui sentiremo sicuramente parlare di lui molto presto anche ad alti livelli. Perché già oggi Gallegos è un giocatore capace di fare le onde tra i pari età, tutto sta nel vedere se sarà capace di fare altrettanto anche ai massimi livelli.

Paragoni importanti, come quelli riportati nel titolo, sono stati sprecati per lui, ma personalmente preferisco sempre andarci molto cauto. In Uruguay lo definiscono il nuovo Schiaffino, a Madrid si aspettano di aver trovato il nuovo Aguero (non tanto come caratteristiche quanto per il potenziale assoluto che questo ragazzo dimostra di avere).
Io oggi lo definirei un Ibagaza con più margini di miglioramento. Ed occhio a non farsi trarre in inganno dallo scarso hype mediatico di questo nome: Ariel è un giocatore di assoluto talento che semplicemente non è riuscito a trovare il giusto salto di qualità che l’avrebbe portato al top, ma il cui talento non si discute. Inoltre, pur non essendo stato in grado di affermarsi ad alti livelli, è comunque riuscito ad entrare nel giro della nazionale ed ha giocato tre stagioni proprio nell’Atletico. Quando era ancora poco più grande di Sebastian, tra l’altro, fu tra i protagonisti del Mondiale under 20 vinto dall’Argentina nel 1995: entrambi, quindi, sono (Gallegos, per Ibagaza è più giusto parlare al passato) star del calcio giovanile mondiale.

Sebastian Gallegos è una delle più grandi promesse di tutto il futbol uruguagio tanto da meritarsi di essere definito "nuovo Schiaffino" dai suoi compratrioti (blogspot.com)

Vedremo, quindi, se i soldi spesi per lui varranno la candela o meno. Se, insomma, riuscirà a tenere fede ai paragoni importanti spesi per lui o se proprio come l’attuale trequartista del Villareal non riuscirà a trovare una sua dimensione ai vertici del calcio e si dovrà accontentare di una carriera più modesta di quelli che molti gli accreditano oggi.

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Sembra essere in via di definizione il passaggio in prestito, con diritto di riscatto fissato attorno ai 10 milioni di euro, di José Martín Cáceres dal Barcellona alla Juventus.

Il giovane difensore uruguagio, chiuso da Dani Alves, Puyol, Gabi Milito, Rafa Marquez ed Abidal al Barça vuole infatti lasciare la Catalogna per andare a trovare una squadra che lo impieghi con più continuità. Questa squadra, a suo dire, sarebbe proprio la Juventus.

José Martín Cáceres è pronto a lasciare Barcellona per Torino (esmas.com)

José Martín Cáceres è pronto a lasciare Barcellona per Torino (esmas.com)

Queste le sue dichiarazioni in merito: “Voglio andare in una squadra che mi consenta di giocare con continuità e questa squa­dra sarà la Juventus. Or­mai ho deciso: o la Juve, o niente”.

Il giocatore, intanto, dopo aver fatto sapere che preferirebbe un trasferimento a titolo definitivo ad un prestito con diritto di riscatto (“perché voglio chiude­re definitivamente con la società catalana”, le sue parole), ha raggiunto Torino ed in giornata si sottoporrà alla visite mediche. Se queste saranno positive, quindi, dovrebbe concretizzarsi la trattativa, con la firma sul contratto che potrebbe arrivare in serata. Il giocatore si è già detto felicissimo della sua nuova destinazione, ma è piuttosto ovvio: quale giocatore che si appresta ad apporre la firma su di un contratto può fare dichiarazioni che si discostino molto da queste: “Finalmente la Juve. Sono felicissimo, per me si sta avverando un sogno. Non vedo l’ora di cominciare questa nuova avventura”?

Ma chi è José Martín Cáceres?

Nato il 7 aprile di 22 anni fa a Montevideo, capitale uruguayana che ha dato i natali ad altri calciatori ben conosciuti nello Stivale: da Amodio ad Abejion, passando per Cardacio, Carini, Otero, Recoba, Rivas, Sosa, Zalayeta, Gargano, Schiaffino e Tabarez, oltre a due giocatori che, in modi differenti, sono strettamente legati a Cáceres: Montero e Fonseca, guarda caso entrambi ex juventini.
Il primo, infatti, è il giocatore, del recente passato juventino, che più lo ricorda. Vuoi per la nazionalità, vuoi per il luogo di nascita o, soprattutto, per l’irruenza nei contrasti.
Il secondo, invece, è il suo attuale procuratore. Ed è proprio lui che sta spingendo Martín a Torino: il Castoro, infatti, si dice convinto che possa essere questa la soluzione migliore per il suo assistito.

Cresciuto nel Defensor Sporting, squadra di cui divenne capitano a soli 19 anni, José Martín Cáceres vi giocò una sola stagione in prima squadra: tanto gli bastò, infatti, per guadagnarsi una chiamata dal Vecchio Continente: su di lui si mosse il Villareal, che nel febbraio del 2007 lo acquistò per un solo milione di euro, facendogli firmare un quinquennale.

L’agosto successivo, non trovando posto nell’11 titolare del Sottomarino Giallo, venne girato in prestito al Recreativo Huelva, dove giocò una grandissima stagione: 34 partite disputate in campionato condite da due reti (una delle quali al Real Madrid) e 10 cartellini gialli collezionati (a conferma del fatto che, quando può, entra con tutta l’irruenza di cui è capace), più alcune in Coppa del Re dove, guarda caso, un suo goal sancì l’eliminazione del Villareal, squadra detentrice del suo cartellino. Tutto questo lo portò ad essere nominato dai media spagnoli, al termine della stagione, miglior giovane difensore del campionato.

La straordinaria stagione giocata a Huelva nel Decano fa impennare le sue quotazioni, tanto che viene inserito dall’UEFA nella lista delle Upcoming stars. Come fosse una diretta conseguenza della cosa finisce quindi nel mirino di uno dei club più prestigiosi al mondo: il Barcellona.
Il club di Laporta decide di ingaggiare il giovane talento uruguagio concretizzandone il trasferimento il giorno 4 giugno 2008: José Martín Cáceres passa in Blaugrana per la “modica” cifra di 16,5 milioni di euro e firma un quadriennale la cui clausola rescissoria, obbligatoria in Spagna, è posta a 50 milioni.

Durante il corso della scorsa stagione, però, il ragazzo troverà poco spazione (13 presenze nella Liga, 7 in Coppa del Re e 3 in Champions League, per un totale di 23 presenze in prima squadra): dapprima chiuso dai difensori citati ad inizio articolo, gli viene poi preferito, sul finire di stagione, addirittura un Yayà Tourè snaturato a centrale difensivo. Un affronto per un giocatore col suo carattere, forte e deciso.

Da qui la decisione maturata proprio in quei momenti: che Guardiola paia non vederlo molto è ormai lapalissiano e lui, convintissimo dei suoi mezzi, non può accettare la cosa. Ecco quindi la richiesta di trasferimento, l’interessamento della Juve (che aveva vagliato anche altre strade, come il napoletano Santacroce) e, a breve, la chiusura della trattativa.

La sua esperienza catalana, comunque, gli è servita quantomeno per arricchire il suo palmares, fino ad allora desolantemente vuoto: l’anno scorso, infatti, pur non avendo giocato molto ha dato il suo contributo alla conquista di Liga, Copa del Rey e Champions League.
Oggi, però, José Martín Cáceres è decisissimo a rivincere quei trofei (o i loro omologhi italiani) da protagonista assoluto.

Il tutto anche per non perdere il posto in nazionale, nel cui giro entrò nel settembre 2007, a soli 20 anni.
All’epoca, reduce da uno straordinario Sudamericano under 20, dove venne eletto miglior difensore del torneo, e dal mondiale disputato con i pari età, era uno dei punti di forza della rappresentativa giovanile del suo paese che però, non essendosi qualificata alle Olimpiadi di Pechino, fu ben felice di lasciarlo a Tabarez, Commissario Tecnico della nazionale maggiore (con cui Caceres ha finora giocato in 15 occasioni).

Difensore centrale fatto e finito si disimpegna con relativa facilità anche su entrambe le fasce, per quanto non sia certo la proiezione offensiva il suo forte, essendo molto più abile in fase di contrasto.
La garra che lo contraddistingue e lo porta ad essere spesso l’idolo dei tifosi, però, lo porta a lanciarsi, quando gioca sull’esterno, anche in fase offensiva, dove i suoi limiti tecnici vengono spesso colmati dal cuore. Il suo apporto negli ultimi 20 metri risulta invece importante sui calci piazzati: la sua capacità di staccare di testa e colpire a rete, infatti, ne fa un uomo molto pericoloso anche in zona goal, quantomeno in queste occasioni.

Se in proiezione offensiva si fa vedere raramente, in fase difensiva si trova molto più a suo agio: fisico discreto (182 centimetri per 75 chili) ma potente ed esplosivo, ottima rapidità di corsa, tempismo negli interventi e irruenza nei contrasti (che, di contro, deve però imparare a gestire). I suoi tackle sono spettacolari, la capacità di strappare palloni in scivolata che lo contraddistingue, infatti, è cosa rara.  Ha tutto ciò che si può chiedere ad un difensore, insomma.
Destro naturale ha inoltre sviluppato, nel corso dei suoi anni passati in Uruguay, un vezzo importante, caratteristica che spinse Guardiola a puntare su di lui in fase di mercato: quando glielo si chiede non ha problemi ad impostare l’azione, divenendo una sorta di regista difensivo.

Ovviamente, però, non stiamo parlando del difensore perfetto.
Martín, infatti, ha anche i suoi difetti. Alcuni di questi, comunque, potrebbero tranquillamente essere limati lavorandoci sopra in allenamento. Proprio in questo senso, per lui, l’opportunità di venire a giocare in Italia potrebbe essere quella risolutiva: qui, infatti, potrebbe andare a correggere i suoi limiti tattici, spesso palesi in chi è cresciuto nel calcio sudamericano, anni luce indietro, sotto quel punto di vista, rispetto al Belpaese.

Cáceres, insomma, ha davanti a sè un bivio: o diventare, come molti gli prospettano da tempo, uno dei migliori difensori del mondo (proprio sfruttando quelle caratteristiche fisico atletiche, oltre che caratteriali, di cui abbiamo parlato in precedenza) o diventare, qualora non riuscisse a superare i propri limiti, un novello Burdisso (senza nulla togliere al centrale interista); un giocatore, cioè, dal potenziale importante, ma i cui periodici svarioni difensivi ne impediscono la definitiva consacrazione.
Quella dell’argentino di Milano, ne siamo sicuri, non arriverà mai. Quella dell’uruguagio ormai a Torino, invece, potrebbe essere prossima. Soprattutto perché in Piemonte troverà un grandissimo marcatore ad allenarlo, quel Ciro Ferrara che è stato uno dei migliori centrali del mondo nel corso dello scorso decennio.

Questa trattativa, insomma, può davvero accontentare tutti: da una parte il Barcellona e Guardiola si libererebbero di un giocatore che sembra bruciato in Blaugrana e che, comunque, lì non ci vuole più stare, dall’altra la Juventus acquisirebbe un utilissimo jolly difensivo che potrebbe venire non poco in aiuto alla retroguardia Bianconera che, soprattutto sulle fasce, necessita di rinforzi. Se essa può contare su tre centrali di sicuro affidamento, infatti, ben diverso è il discorso per quanto concerne i terzini: a sinistra troviamo un Molinaro che continua a non convincere, per quanto la sua sufficienza la porti più o meno sempre a casa, ed un De Ceglie che fatica ad entrare nel ruolo, continuando a preferire una posizione più avanzata (ed in questo senso chissà che Ferrara non si ispiri a quanto fatto vedere il giugno scorso da Casiraghi, schierando Paolo come mezz’ala sinistra in un centrocampo a tre), a destra vi sono invece quel cavallo pazzo di Zebina, che tra infortuni e colpi di testa resta tutto fuorché affidabile, ed un terzino mediocre come Grygera, altro giocatore che spesso raggiunge la sufficienza stiracchiata ma che in una squadra con le ambizioni della Juve il campo dovrebbe vederlo solo in caso di ecatombe.

Inoltre questa formula, il prestito con diritto di riscatto fissato ad una cifra accessibile, comporta grossi vantaggi alla società di Corso Galileo Ferraris, con i suoi dirigenti, Secco in primis, che in questa sessione di mercato hanno riscattato un po’ tutti gli errori compiuti nel post-calciopoli.
Come ha già recentemente dimostrato l’affaire Gourcuff, infatti, questa formula permette di provare a rilanciare ad alti livelli giocatori che vengono da stagioni sottotono con una doppia possibilità: acquisirne il cartellino a fine stagione qualora questi si siano ritrovati in pieno (esattamente come fatto dal Bordeaux con l’ex milanista) o, in caso di fallimento totale, rispedire il giocatore al mittente, senza perderci nulla e senza dover fare i salti mortali per cercargli un acquirente (cosa che, invece, i dirigenti juventini sono costretti a fare proprio in questi giorni per cercare di piazzare Almiron e Poulsen).

Cáceres darà linfa nuova al reparto arretrato Bianconero (marca.com)

Cáceres darà linfa nuova al reparto arretrato Bianconero (marca.com)

Ma non solo i due club possono dirsi soddisfatti: anche il giocatore, come abbiamo visto, ha di che gioire. Da una parte arriverebbe in uno dei club più blasonati al mondo, quindi non perderebbe molto da questo punto di vista, dall’altra, soprattutto, potrebbe trovare qui molto più spazio che a Barcellona. Poi certo, da questo punto di vista molto dipenderà anche da lui e dalle sue prestazioni in campo.

Nelle prossime ore dovrebbe quindi chiudersi un acquisto che forse oggi passerà inosservato, ma che in ottica futura potrebbe essere azzeccatissimo.

Dopo Diego e Felipe Melo, insomma, la Juventus di Ferrara sta per arricchirsi di un altro tassello importante.

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