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Ieri si è consumata la rovinosa eliminazione della nazionale spagnola, Campionessa del Mondo in carica, dai Mondiali brasiliani.

Ancora una volta, quindi, non solo i precedenti campioni non sono riusciti a confermarsi, ma hanno anzi rimediato una figura barbina.

Nulla di strano o di nuovo, insomma.

Del resto nel corso della storia solo due nazionali sono riuscite nell’impresa: l’Italia di Pozzo, capace di vincere in serie le rassegne iridate del 1934 e del 1938, ed il Brasile di Pelè, vittorioso sia nel 1958 che nel 1962.

E poi?

E poi per lo più figure barbine, almeno in tempi recenti.

A cominciare proprio dal naufragio spagnolo ai Mondiali in corso, con una squadra la cui dorsale storica è ormai per lo più sul finire di carriera, ed un Del Bosque che non ha avuto il coraggio di rinnovare la rosa, tagliando nomi eccellenti che però poco avevano da dare, almeno in quanto ad intesità, a questa squadra.

Un discorso simile vale anche per il Mondiale del 2010, quando i campioni in carica eravamo noi: ultimo posto in un girone più che morbido, frutto dei due pareggi iniziali con Paraguay e Nuova Zelanda e del collasso finale rimediato contro la Slovacchia.

Le cose andarono meglio, ma comunque sotto alle aspettative, al Brasile quattro anni prima, in Germania. Girone dominato grazie alle vittorie su Croazia, Australia e Giappone, secco 3 a 0 al Ghana agli ottavi e poi la sconfitta rimediata ai quarti ad opera della Francia, griffata da un goal di Titì Henry.
Non arrivare alle semifinali, per una squadra come il Brasile (più che mai se campionessa in carica) è considerabile un fallimento.

Altra eliminazione pesante si era compiuta nel 2002, quando a presentarsi col titolo di campione del mondo (e d’Europa) fu la Francia. Inserita in un gruppo certo non proibitivo, la nazionale transalpina partì venendo sconfitta 1 a 0 dal Senegal, pareggiò 0 a 0 con l’Uruguay e cedette 2 a 0 al cospetto della Danimarca all’ora dell’ultimo match del girone, tornando quindi a casa con le pive nel sacco (ed un bottino di reti segnate che recitava ZERO, nonostante in rosa ci fossero attaccanti come Cissè, Wiltord, Henry, Trezeguet e Dugarry).

Per ritrovare una nazionale capace di fare davvero bene presentandosi ai nastri di partenza da campione in carica dobbiamo quindi risalire addirittura a Francia 98, quando il Brasile seppe arrivare sino in finale per cedere solamente sotto i colpi dei padroni di casa (e di uno Zidane straordinario).
Ma quello era il Brasile di un campione eccezionale come Ronaldo (presente al trionfo di quattro anni prima pur senza giocare, ed a quello di quattro anni dopo quando invece si laureò capocannoniere) e tanti altri giocatori eccellenti.

Poi?

Nel 1994 la Germania vinse il proprio girone – piuttosto comodo, posto che oltre alla Spagna vennero sorteggiati con Corea del Sud e Bolivia -, battè di misura il Belgio agli ottavi e cedette al cospetto della Bulgaria di Stoichkov ai quarti, venendo eliminata anzitempo dalla competizione.

Bene invece l’Argentina nel 1990. In Italia Maradona e i suoi seppero infatti arrivare sino in finale, venendo battuti solo da un calcio di rigore del terzino Andreas Brehme.

Nell’86 Italia fuori agli ottavi (eliminata dalla Francia di Platini, poi terza), nell’82 Argentina – di Maradona – fuori nella seconda fase a gruppi (per mano dell’Italia, che in quel turno fece fuori anche il Brasile di Zico e Socrates), così come la Germania Ovest del 78 (che finì dietro ad Olanda ed Italia). Il Brasile del 74 seppe invece arrivare quantomeno in semifinale, terminando poi quel Mondiale al quarto posto, mentre nell’edizione precedente gli inglesi vennero fermati ai quarti dai tedeschi. Nel 66, ancora, il Brasile di Pelè e Garrincha si fermò addirittura al primo turno, battendo 2 a 0 la Bulgaria all’esordio per poi cedere sotto i colpi dell’Ungheria di Bene e del Portogallo di Eusebio.

Insomma, quello del Campione in carica ad un Mondiale è un ruolo davvero scomodo, che solo raramente riesce ad essere interpretato con efficacia da chi si trova a recitarlo.

I motivi possono essere molteplici: appagamento, imbolsimento, fine di un ciclo… o anche incapacità di aprirne uno nuovo, troppa pressione, ricambi non all’altezza.

Sia come sia, non c’è da stupirsi se la Spagna abbia fallito a questo Mondiale. La storia racconta che sarebbe stato più strano il contrario…

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Le vigilie italiane di ogni grande manifestazione calcistica sono immancabilmente costellate da polemiche a non finire.

Ovviamente, quantomeno per non smentirci, la cosa si sta ripetendo e continuerà per tutti i giorni che ci separano dal via al Mondiale brasiliano di quest’anno.

Se dopo le preconvocazioni avevamo potuto assistere a giornate intere di lamentele che vertevano, per lo più, sulla mancata presenza di Florenzi, da stasera fino quantomeno a che l’Italia non arriverà ad un quarto se non semifinale Mondiale (il che equivarrebbe ad un’impresa, secondo chi scrive) si sprecano i post ed i commenti in favore dei nuovi esclusi, da Rossi – primo in assoluto della lista – a Destro, passando per Pasqual, Maggio e Romulo.

Ma andiamo a vedere un po’ quali sono state le scelte definitive del nostro Commissario Tecnico.

Partendo dai portieri, che erano però già praticamente sicuri del posto. Mirante, infatti, era stato portato a Coverciano solo per precauzione. Buffon, Sirigu e Perin, però, non si sono infortunati, e saranno proprio loro tre a volare in Brasile.

Dove immaginiamo che lo juventino, reduce da una stagione iniziata male ma proseguita su ottimi livelli, sarà sicuramente il titolare, anche solo per una questione carismatica.

Buone cose, comunque, le ha messe in mostra anche lo stesso Sirigu, sia in quel di Parigi che nell’amichevole di ieri contro l’Irlanda, dove è risultato il migliore tra gli Azzurri in campo.

Perin, infine, andrà a fare esperienza. Del resto, ad oggi, sono proprio lui, Sirigu e Scuffet a contendersi la successione a difesa dei mitici pali Azzurri, andando quindi a vestire quella maglia che, in passato, è già stata portata con grandi risultati da ottimi portieri come Toldo, Peruzzi, Pagliuca, Zoff, Albertosi, e chi più ne ha più ne metta.

Anche in difesa le scelte erano più o meno obbligate, potremmo dire.

Personalmente mi spiace un po’ vedere convocato Ignazio Abate, cui avrei preferito Pasqual, con Darmian e De Sciglio abili e tranquillamente arruolabili sulla destra (ma capaci di giostrare anche a sinistra), ed il jolly Chiellini a poter fare tanto il centrale quanto il terzino.

Darmian ai tempi del Milan

Per il resto le convocazioni ci stanno. Barzagli sulla carta sarebbe il centrale migliore, anche se non splende per stato di forma e sarà da monitorare nei prossimi giorni. Bonucci è quello che è, ma ha il piede migliore del lotto, ed in previsione di un Pirlo iper-marcato potrebbe tornare utile. Paletta viene da buone cose in quel di Parma, ed alla fine ha spuntato il dualismo con Ranocchia, che comunque volerà in Brasile per restare a disposizione fino all’ultimo giorno prima dell’esordio, limite entro cui Prandelli potrà effettuare eventuali avvicendamenti qualora ci fosse qualche infortunio.

Se dietro non ci sono grandi polemiche (per quanto ho letto di qualcuno che si è addirittura spinto a rimpiangere l’assenza di Ogbonna, che mi sembra un po’ eccessivo anche solo visto il campionato del colored ex Torino) qualcuna in più sorge a centrocampo.

Dove farebbe molto rumore, se solo non si fosse rotto la tibia proprio ieri, l’assenza di un fedelissimo di Prandelli come Montolivo.

Detto poi delle tante polemiche sorte a causa dell’assenza di Florenzi (che anche io, come ho già avuto modo di dire, avrei portato in Brasile, sia per valore che soprattutto in relazione all’età), in molti rimpiangono anche la duttilità dell’oriundo Romulo, che sicuramente avrebbe potuto aiutare il C.T. in varie situazioni di gioco.

Alla fine a volare in Brasile saranno quindi bene o male i giocatori che ci si aspettava, con una piacevole aggiunta: quel Marco Verratti che in tanti pensavano sarebbe potuto rimanere a casa, ma che invece alla fine ha convinto Prandelli.

Oltre a lui gli Azzurri si dovranno sicuramente aggrappare ancora una volta alla classe dell’intramontabile Andrea Pirlo, giunto sicuramente all’ultimo Mondiale e con ogni probabilità anche all’ultima grande manifestazione con la maglia della Nazionale. Al suo fianco le mezz’ali di riferimento potrebbero essere De Rossi, uno dei pochi eroi del 2006 rimasti a disposizione di Prandelli, e Marchisio, che nonostante abbia perso la titolarità nella Juventus a causa della fragorosissima esplosione di Pogba resta centrocampista di tutto rispetto.

A fare da contorno, oltre al già citato Verratti, anche Parolo ed Aquilani. Ed è proprio qui che mi sorge qualche dubbio: perché così tanti centrocampisti – va aggiunto anche Thiago Motta, riserva designata di Pirlo – quando uno di questi (direi uno tra Parolo ed Aquilani) poteva essere sacrificato in favore di Pepito Rossi?

A completare il lotto a centrocampo la duttilità di Candreva. Che, esploso alla Lazio, è reduce da una ottima Confederations Cup disputata dodici mesi fa proprio in Brasile. Giocatore in grado di ricoprire più ruoli, è sull’esterno, dove può sfruttare la sua grande gamba, che andrebbe impiegato per farlo rendere al meglio. E chissà che con l’infortunio di Montolivo non diventi proprio il 4-3-3 il “modulo Mondiale”…

Veniamo quindi all’attacco.

Imprescindibile la presenza di Balotelli, praticamente impossibile lasciare a casa Immobile dopo il titolo di capocannoniere dell’ultimo campionato (che gli varrà il trasferimento al Borussia Dortmund, dove sarà destinato a giocarsi il posto lasciato libero dalla partenza di Lewandowski con Adrian Ramos) e praticamente scontata anche la presenza dell’altro torinista, Cerci.

Alla fine a far discutere sono le convocazioni di Cassano ed Insigne, in luogo di Rossi e Destro.

Al primo viene rinfacciato di essere un peso in fase di non possesso e di non reggere i 90 minuti. Il secondo invece è visto come calciatore sopravvalutato, reduce da una stagione non eccezionale, e per qualcuno anche inutile in questo contesto tattico.

Ora, partiamo da una premessa: io Pepito Rossi l’avrei portato. E lo stesso Destro, numeri – e qualità – alla mano non avrebbe certo sfigurato in una rosa di 23 ipotetici nomi da portare in Brasile.

Però iniziare a fare pipponi pseudofilosofici sul fatto che un giocatore piuttosto che un altro sarebbe stato più adatto al tipo di gioco che ha in mente Prandelli mi sembra fuoriluogo, semplicemente perché solo il nostro C.T. ha bene in mente quale dovrà essere la fisionomia della nostra squadra.

Detto questo, sono convinto che se Prandelli avesse visto bene Giuseppe Rossi l’avrebbe portato. Perché non farlo comunque? Probabilmente perché è conscio del fatto che le nostre possibilità di uscire al girone sono discrete. E sapendo che per fargli riprendere la forma ci potrebbero volere settimane, probabilmente l’avrebbe portato – stante così le condizioni – solo nel caso avessimo avuto un girone più morbido, e quindi chance concretissime di passare agli ottavi.

Fa comunque specie, ma certo non è colpa di Prandelli, vedere come un giocatore così, sicuramente tra i migliori sfornati dal nostro calcio negli ultimi anni, non abbia ancora disputato una grande manifestazione pur essendo già arrivato a 27 anni (che significa che la prima manifestazione importante potrebbe giocarla addirittura a 29 anni, pur essendo esploso presto).

Sfortuna e scelte – in passato – discutibili ne hanno segnato profondamente la carriera.

Ma detto di Rossi, trovo davvero difficile fare processi tattici a Prandelli, quando noi non possiamo sapere le sue idee.

Ci vedo comunque un filo logico, in queste scelte.

Con la rosa a sua disposizione, infatti, potrà tranquillamente variare tra almeno tre moduli: quel 4-3-1-2 base, che sarebbe stato sicuramente il prescelto qualora ci fosse stato Montolivo. Il 3-5-2 che caratterizza la Juventus campione d’Italia, con la difesa già fatta, i vari De Sciglio e Darmian fluidificanti (anche se in questo caso sarebbe tornato utile Romulo, tanto che non credo vedremo mai questo modulo in Brasile) e la ben nota opzione De Rossi difensore già vista due anni fa. Infine, il 4-3-3, con tanta scelta come mezz’ali a centrocampo ed i vari Insigne, Cerci e Candreva a giocarsi un posto al fianco della prima punta (Balotelli o Immobile).

In realtà, credo che proprio l’infortunio patito da Montolivo possa aver cambiato un po’ le carte in tavola. Con lui presente e quasi sicuramente titolare sulla trequarti, infatti, il C.T. avrebbe potuto rinunciare a cuor più leggero ad Insigne, portando così, a seconda, Rossi o Destro.

Polemiche – inutili – e valutazioni a parte, speriamo davvero che Prandelli si sia fatto i suoi bei conti in tasca in maniera corretta. E che questa Nazionale ci tolga delle soddisfazioni.

Io credo che passare il turno non sarà semplice come molti dicono, posto che l’Uruguay ha il duo d’attacco migliore del Mondiale (nonostante oggi Suarez paia acciaccato) ed una squadra più che discreta; e l’Inghilterra ci è di qualcosa superiore, nonostante rischi di pagare la presenza in panchina di un allenatore – quantomeno non più – all’altezza per certi livelli.

Anche qualora passassimo il turno, comunque, difficilmente potremo fare un Mondiale da paura. Credo che le semifinali non siano, sulla carta, alla nostra portata. Squadre come Argentina, Brasile, Germania e Spagna (in puro ordine alfabetico) ci sono infatti sicuramente superiori, nel complesso.

Del resto comunque qualora passassimo avremmo discrete chance di arrivare almeno fino ai quarti di finali, che deve essere un po’ il nostro obiettivo minimo (del resto, abbiamo pur sempre quattro Mondiali appuntati sul petto).

Difatti qualora passassimo il girone ci incroceremmo col Gruppo C, quello cioè in cui giocheranno Colombia, Grecia, Costa d’Avorio e Giappone. Squadre certo tutte da non sottovalutare, ma comunque alla portata degli Azzurri.

I problemi veri sorgerebbero appunto ai quarti, dove la sfida con una tra Brasile, Olanda o Spagna sarebbe molto probabile. E qui le cose si farebbero da dure a tendenzialmente impossibili.

Ma questi sono solo voli pindarici. Come si dice, se vuoi vincere un Mondiale devi essere pronto ad incontrare ed eliminare squadre forti, anche magari favorite.

Del resto non può andare sempre come nel 2006, quando fondamentalmente marciammo in carrozza fino alla semifinale (legittimando comunque quel trionfo grazie alle vittorie sulla Germania padrone di casa e sulla Francia dell’ultimo Zidane).

Per chiudere, queste le due possibili soluzioni che immagino possa star vagliando il nostro Commissario Tecnico:

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Si giocherà stasera l’andata dei playoff della zona UEFA che consegneranno gli ultimi quattro posti utili per sbarcare al Mondiale brasiliano la prossima estate.

Quattro i match che verranno giocati. Tra lo scontro tra i titani Ronaldo e Ibrahimovic  – cui A Bola dedica una splendida copertina – in Portogallo vs. Svezia, agli scontri tra Grecia – Romania ed Islanda – Croazia, sino ad arrivare all’impegno che vedrà la Francia impegnata in Ucraina.

Un impegno tutt’altro che semplice per i Galletti, che proprio agli ucraini avevano ceduto, per un solo punto, l’ultimo posto utile nell’urna 1 del sorteggio di questo spareggio, non venendo quindi considerati teste di serie.

Ucraina vs Francia

I francesi quindi – già campioni del Mondo nel 1998 nonché bicampioni d’Europa grazie agli allori conquistati nell’84 e nel 2000 e vincitori di due Confederations Cup – si apprestano ad affrontare un ennesimo spareggio per accedere alla fase finale di un Campionato del Mondo.

I Transalpini non sono infatti nuovi a questo tipo di situazione, più o meno formale, come dimostrato dalle foto pubblicate oggi da L’Equipe, che ripercorrono un po’ la storia delle qualificazioni.

Nel lontano 1949 (ovvero, per la serie “corsi e ricorsi storici”, prima dei Mondiali giocati proprio in Brasile l’anno seguente) – i Bleus affrontarono in un match di andata e ritorno l’allora nazionale jugoslava cercando, esattamente come faranno stasera, di strappare un pass per la rassegna iridata.

In quel caso entrambi i match terminarono 1 a 1, non permettendo a nessuna delle due compagini di guadagnarsi la qualificazione.
Che venne quindi decisa in uno spareggio ulteriore giocato su campo neutro, in quel di Firenze: davanti a 25mila spettatori la Jugoslavia si impose – anche se solo ai supplementari – per 3 a 2, vanificando così le reti realizzate da Marius Walter (nella foto qui sotto) e Jean Luciano.Marius Walter 1949 vs.  Jugoslavia

Non è uno spareggio formale, ma nei fatti lo fu, quello che vide i Transalpini scontrarsi a Bruxelles contro il peggio il 27 ottobre del 1957.

Inseriti nel gruppo 2 europeo, i francesi vinsero i primi tre match contro Islanda (due volte) e gli stessi cugini belga, giocandosi quindi tutto proprio nell’ultima partita del girone.

In virtù delle tre – per altro comode – vittorie i Galletti avevano bisogno solo di un pareggio, che arrivò – a reti inviolate – in particolar modo grazie alle parate di Claude Abbes (già presente ai Mondiali precedenti, in cui però non scese in campo).

Alla fase finale di quel torneo, disputato in Svezia, i francesi (forti dei 13 goal totali di Just Fontaine) arriveranno quindi terzi, dovendosi inchinare allo strapotere del Brasile dei cinque grandi (Didi, Pelè, Vavà, Garrincha e Zagallo) in semifinale.

Quello rimarrà il miglior risultato (eguagliato nel 1986) della nazionale Transalpina fino al 1998, quando di fronte al proprio pubblico la Francia guidata da Zidane riuscirà a salire per la prima volta sul tetto del mondo.Claude Abbes vs. Belgio 1957

Terzi al mondo nel 1958, nessuno si aspetterebbe di vedere una Francia faticare per guadagnare la qualificazione all’edizione successiva.

Invece i Galletti, inseriti nel gruppo 2 della zona UEFA, termineranno a parità di punti con i bulgari il proprio cammino, demandando allo spareggio il responso finale.

Così il 16 dicembre del 1961 San Siro ospiterà la gara secca che deciderà chi dovrà volare in Cile nell’estate successiva.

Alla fine un autogoal di André Leonard su tiro di Yakimov condannerà i Transalpini a guardarsi il Mondiale da casa.Francia vs. Bulgaria 1961 @ San Siro

Il 1965 dà invece la possibilità ai Bleus di prendersi una rivincita. Non contro i bulgari, rei di aver lasciato una delle presunte potenze fuori dall’ultimo Mondiale, bensì contro quella nazionale jugoslava che aveva messo i bastoni tra le ruote dei francesi una quindicina d’anni prima.

Così inseriti nel gruppo 3 i francesi, che caddero comunque in quel di Belgrado, seppero imporsi grazie alla vittoria casalinga – decisiva – ottenuta al termine del proprio percorso contro la Jugoslavia.

Eroe del match fu Philippe Gondet (nella foto sotto il primo da sinistra): la punta del Nantes, alla sua prima presenza in nazionale, marcò l’unica rete del match, consegnando ai suoi il pass per i Mondiale del 1966.

Oltremanica i Galletti non riuscirono però a brillare: così dopo il pareggio iniziale contro il Messico e le sconfitte con Uruguay ed Inghilterra dovettero abbandonare fin dal primo turno la competizione.Philippe Gondet, Bernard Bousquier e Louis Cardiet in Francia vs. Jugoslavia del 1965

La storia però non si ferma lì.

Dopo un periodo buio che porta i Galletti a mancare la qualificazione per due edizioni consecutive la Francia si prende la sua seconda rivincita, questa volta contro la Bulgaria: è il 16 novembre del 1977 quando i francesi s’impongono al Parc des Princes contro la nazionale bulgara per 3 a 1, in un match fondamentale per strappare la prima posizione nel gruppo 5 e volare in Argentina.

Di Rocheteau, Platini (foto sotto) e Dalger le marcature che permettono ai ragazzi di Martin Hidalgo di strappare un pass per il Mondiale.

Spedizione francese che non sarà comunque molto fortunata: inseriti nel raggruppamento 1 con Italia, Ungheria ed i padroni di casa, i Bleus perderanno i primi due match, riuscendo ad imporsi solo contro i magiari. E terminando così, anche in questo caso, il proprio Mondiale al primo turno.Platini vs. Bulgiaria 1977 @ Parco dei Principi

Due simil spareggi sono necessari anche quattro anni più tardi, quando Platini e compagni si giocheranno l’approdo al Mondiale spagnolo (sì, quello vinto dagli Azzurri).

Inseriti nel gruppo 2 di qualificazione della zona europea, i galletti non raccoglieranno prestazioni brillantissime, trovandosi nella non comodissima condizione di dover assolutamente raccogliere due vittorie negli ultimi due match, rispettivamente contro Olanda e Cipro.

Missione compiuta, anche grazie ad una punizione di Le Roi (foto sotto) e Irlanda beffata in virtù della differenza reti.

Transalpini che poi ben figurarono in Spagna, dove cedettero solo ai rigori contro la Germania Ovest in semifinale, per poi veder sfumare il secondo possibile bronzo della propria storia nella finalina persa contro la Polonia di Boniek.Platini vs. Olanda 1981

Per la qualificazione al Mondiale successivo la Francia verrà inserita nel gruppo 4 di qualificazione al torneo iridato, assieme a Bulgaria e Jugoslavia.

Proprio gli jugoslavi verranno affondati da una doppietta del solito Platini (foto sotto) il 16 novembre del 1986, in un match che sancirà la convocazione dei Galletti, che strapperanno così un pass per il Messico.

Dove ben figureranno ancora una volta, trovando il proprio capolinea in semifinale. Andando però a guadagnarsi la propria seconda medaglia di bronzo: dopo aver eliminato Italia e Brasile i Transalpini si dovettero piegare alla Germania Ovest, per consolarsi poi con la vittoria 4 a 2 sul Belgio di Scifo.

Certo che fascino avrebbe avuto una sfida Platini – Maradona in finale!Michel Platini vs. Jugoslavia 1985

Quella dei francesi con i bulgari sembra però essere una battaglia infinita. Così dopo non essersi qualificati per i Mondiali del 1990 i Galletti sono determinitassimi a rifarsi quattro anni più tardi, andando a guadagnarsi un pass per il mondiale americano.

Impresa che sembra tutt’altro che proibitiva ma che in qualche modo si complica con la sconfitta contro Israele.

A quel punto, con una sola gara da giocare, ai ragazzi di Gerard Houllier basterebbe solo un pareggio contro la Bulgaria. Che però il 17 novembre del 1993 giocherà un brutto scherzo ai Transalpini.

Il goal firmato da Eric Cantona illude un intero popolo. Che viene però ghiacciato dalla doppietta di Kostadinov (nella foto sotto il secondo goal), che affosserà così le speranze francesi lanciando in orbita una nazionale bulgara poi capace di arrampicarsi fino al quarto posto negli States.Kostadinov vs. Francia 1993 @ Parco dei Principi

La nostra storia salta così a tempi molto più recenti, più precisamente al 7 settembre del 2005.

Quando al Lansdowne Road di Dublino Thierry Henry regalerà (foto sotto) una vittoria fondamentale alla sua nazionale, capace di strappare il biglietto per la Germania qualche settimana dopo contro Cipro.

In terra tedesca, difficile dimenticarselo, le cose non andarono certo male per la nazionale allenata da Raymond Domenech, piegata solo in finale dall’Italia di Marcello Lippi, capace così di guadagnarsi la quarta Coppa del Mondo della propria storia.Thierry Henry vs. Eire 2005

Infine, il match dello scandalo.

E’ il 19 novembre del 2009 e a Saint-Denis i Galletti si giocano tutto contro l’Irlanda.

Dopo la vittoria di Dublino (marcata da una segnatura di Anelka), infatti, ai francesi può bastare un pareggio. Ma le cose non girano, ed una rete di Robbie Keane spedisce la gara ai supplementari.

Qui, il fattaccio.

Thierry Henry riceve palla in area e controlla, in maniera vistosissima, con la mano (foto sotto), per poi assistere Gallas per il goal che vale un pass per il Sudafrica.

Il karma però non mente, e alla prova dei fatti La Francia si scioglierà sotto il sole africano, pareggiando contro l’Uruguay e rimediando due brutte sconfitte con Messico e Sudafrica.Fallo di mano Thierry Henry vs. Irlanda

Così stasera la nazionale francese scriverà la prima parte di un nuovo capitolo che riguarda le qualificazioni ai mondiali, non sempre semplici e felici per i nostri cugini d’Oltralpe.

Se positivo o negativo, per loro, lo sapremo tra poche ore…

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Russia e Qatar.

Ecco quali saranno le nazioni che dovranno ospitare il Mondiale dopo l’edizione che si svolgerà nella terra del calcio per eccellenza, il Brasile, tra quattro anni.

Fa sicuramente un po’ strano pensarci, dato che mancano ancora così tanti anni, ma da ieri sappiamo quali paesi faranno da sede all’edizione 2018 e 2022 della massima rassegna calcistica del globo.

Un’assegnazione, quella decisa dal comitato preposto in seno all’organizzazione mondiale presieduta dallo svizzero Blatter, che sta facendo discutere moltissimo anche nel nostro paese in queste ore ma che è molto discussa già da mesi.
Qualche tempo fa, infatti, scoppiò uno scandalo internazionale che coinvolse due dei ventiquattro membri dell’esecutivo, il nigeriano Amos Adamu (Presidente dell’Unione Calcistica dell’Africa Occidentale) e Reynald Temarii (Presidente della Confederazione dell’Oceania) i quali caddero in una sorta di trappola tesa loro da alcuni giornalisti del Sunday Times che fingendosi parte del comitato organizzatore statunitense offrirono loro dei soldi per strappare un sostegno alla candidatura del paese a stelle e strisce.

Avendo entrambi accettato l’offerta, di fatto vendendo il proprio voto, sono stati quindi sospesi dalla commissione etica della federcalcio mondiale, che gli ha inflitto rispettivamente 36 e 12 mesi di sospensione, estromettendoli dalla votazione in questione.

La cosa ha ovviamente minato la credibilità della Fifa tutta, coinvolgendo anche altri quattro ufficiali della federazione (Slim Alolou, membro della commissione calciatori, Ahongalo Fusimalohi, segretario generale della federazione di Tonga, Amadou Diakitè, membro della commissione arbitri, ed Ismael Bhamjee, membro onorario della confederazione africana) e creando un clima non proprio idilliaco che si è protratto anche oltre la votazione stessa.
Con delle premesse del genere, infatti, era ovvio che ci sarebbero state delle recriminazioni che si sarebbero potute tramutare in accuse più o meno velate a brogli e compravendite illegali di voti.

Il fatto che a vincere siano state due delle nazioni economicamente meglio fornite, poi, ha ovviamente insospettito ancora di più.

Non essendoci prove, ad oggi, che la votazione sia stata pilotata e che i membri dell’esecutivo si siano fatti corrompere, però, non possiamo che prendere per buone le assegnazioni a Russia e Qatar, che presentavano comunque due candidature di tutto rispetto.

Un’assegnazione, questa, che deve per altro far riflettere un po’ anche in relazione alla bocciatura che il nostro paese subì nel presentare la propria candidatura per l’organizzazione dell’Europeo del 2012, poi finito a Polonia ed Ucraina.
Quest’assegnazione è infatti il chiaro segno dei tempi. Ci sono popoli, come quello mediorientale e, appunto, quello dell’est Europa, che hanno fortemente voglia di grande calcio. Un sentimento, questo, che i massimi vertici del calcio mondiale ed europeo non vogliono certo ignorare.

2018 – Russia

Inghilterra, Olanda-Belgio e Spagna-Portogallo.
Queste le candidature che si opponevano a quella russa in merito all’assegnazione dei Mondiali del 2018.

Quattro candidature europee per assicurare, dopo l’edizione tedesca del 2006, un altro Mondiale al Vecchio Continente, il secondo nel giro di quattro edizioni.

A spuntarla, però, è stata la più asiatica tra le contendenti, segno anche di come alle grandi – quanto classiche – potenze del calcio europeo sia stata preferita l’opzione più nuova, fresca e alternativa.

Perché ormai è da un po’ di tempo che lo si è capito: il calcio è sempre più un affare capace di muovere montagne di denaro, non è più solo un gioco in grado di far vibrare qualche milione di tifosi sparsi in determinate zone del mondo.
Negli ultimi vent’anni, infatti, questo sport è cresciuto moltissimo in termini di interesse globale. Blatter, ma la Fifa tutta, l’ha capito e ha pensato bene di cavalcare l’onda, per mettere il calcio in una posizione sempre più egemone rispetto agli altri sport.

Proprio in questo senso potè essere letta l’assegnazione del Mondiale del 1994, ormai così lontano e sbiadito nella memoria, agli Stati Uniti.
Patria di football, basket, hockey e baseball, infatti, gli States rappresentavano un paese in cui il movimento calcistico era notevolmente regredito dopo il crack della NASL e che necessitava di una forte spinta propulsoria per poter tornare a presentare una lega professionistica di buon livello, capace di far innamorare gli americani anche del calcio.
Perché, del resto, gli Stati Uniti rappresentavano anche un mercato ampissimo che andava conquistato.

Detto-fatto. Il Mondiale andò bene nonostante fuso orario, stadi non specifici e condizioni climatiche spesso non certamente ideali. E il calcio americano riprese vita, con MLS e nazionale che pur non rivestendo ancora l’importanza che nella vita di ciascun americano può avere il Superbowl o il Dream Team hanno visto accrescere il proprio appeal nei confronti del pubblico americano, sempre più attento anche alle vicende del pallone a spicchi.

Nel 2002, quindi, fu la volta di Giappone e Sud Corea, che fecero da traino un po’ per l’Asia tutta. Nel 2010, poi, ecco il primo Mondiale africano, importantissimo soprattutto a livello simbolico. Nel 2018, quindi, l’abbattimento di un altro muro: per la prima volta nella sua quasi centennale storia, infatti, la massima competizione calcistica del globo sarà giocata in Russia, laddove un tempo, quando un altro muro spaccava a metà il Vecchio Continente, sarebbe stato impensabile organizzare un Mondiale.

Una candidatura, quella russa, molto forte.
Rispetto all’epoca del regime comunista e della Guerra Fredda, infatti, molte cose sono cambiate sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico.

A fare da propulsore a questa candidatura sono stati i vari oligarchi che, nel contempo, avranno sicuramente anche rappresentato, agli occhi dell’esecutivo Fifa, una garanzia rispetto agli investimenti promessi in vista del Mondiale.

Perché organizzare una manifestazione del genere, è ovvio, comporta esborsi notevoli.

Ci sono stadi da costruire, infrastrutture da adeguare ad un evento di tale portata, sicurezza da garantire, ecc.
Tutte cose rispetto le quali, appunto, va compiuto uno sforzo economico.

Proprio in questo senso, quindi, la candidatura di due paesi come Portogallo e Spagna sembrava essere sconfitta in partenza.

In realtà le cose non sono andate propriamente così. Nel primo turno di votazioni, infatti, la candidatura congiunta dei due paesi iberici, che versando in gravissima crisi economica non davano certo la stessa apparenza di solidità che poteva dare una Russia o un’Inghilterra, ha ricevuto ben 7 voti, contro i 9 della Russia, i 4 dell’accoppiata Olanda-Belgio ed i 2 dell’Inghilterra. Che da grande favorita al pari dei russi stessi risulterà quindi essere la prima esclusa dalla corsa al Mondiale 2018.

E qui va aperta una parentesi: la candidatura inglese era indubbiamente la più affascinante, da un punto di vista prettamente calcistico.
Perché se è vero che la Russia poteva appunto giocarsela grazie alle garanzie derivate dalle proprie oligarchie ed all’esoticità, in fondo, della propria proposta gli inglesi andavano ad opporre la propria storia di inventori e maestri del calcio, come sono soliti autodefinirsi.
Non solo: in assoluto è proprio l’Inghilterra, assieme alla Germania, a godere della miglior fama per quanto concerne lo stato dei propri stadi. Wembley, Old Trafford, Anfield… stadi belli e famosi come pochi altri al mondo.

Questo, però, non ha impedito all’esecutivo Fifa di snobbare brutalmente la candidatura inglese, che oltre al danno di non vedersi assegnato il Mondiale 2018 subisce quindi pure la beffa di aver ricevuto due sole preferenze, venendo subito eliminata dalla corsa.

Perché, è bene ricordarlo, per ottenere l’assegnazione del Mondiale era necessario che almeno 12 dei 22 membri del comitato esecutivo votassero a favore di un dato paese e che nel momento in cui una votazione non avesse ottenuto un esito di questo tipo si sarebbe provveduto ad eliminare la candidatura che avesse ricevuto meno voti effettuando poi una nuova votazione.

La cosa è avvenuta anche nel caso del Mondiale 2018. Dopo l’eliminazione inglese, quindi, si è provveduto ad una seconda votazione, subito decisiva. Qui, infatti, raccogliendo 13 voti (contro i soli 7 degli iberici ed i 2 della coppia Olanda-Belgio) i russi hanno sbaragliato la concorrenza, vedendosi assegnare l’organizzazione della competizione mondiale che seguirà quella che si svolgerà tra quattro anni in Brasile.

Grandissima gioia in tutto il paese ed altrettanta soddisfazione all’interno del comitato organizzatore russo presieduto da Vitaly Mutko, Ministro dello Sport, del Turismo e delle Politiche Giovanili della Federazione Russa che con tutto il suo staff (il CEO Alexey Sorokin, il Direttore delle Operazioni Alexander Djordjadze, la Direttrice delle Relazioni Internazionali Ekaterina Fedyshina, la Communication Manager Julia Cooper, il direttore dell’Area Sport Alexey Smertin ed il Direttore del libro illustrante la candidatura Dmitry Mosin) ha approntato il progetto risultato vincente.

Tredici saranno quindi le città interessate, sedici gli stadi.
Mosca, infatti, parteciperà allo svolgimento del Mondiale mettendo a disposizione ben quattro arene ove giocare: il Luzhniki Stadium, la cui capienza sarà aumentata sino a poter ospitare più di 89mila spettatori, lo Spartak Stadium, il Dynamo Stadium ed il Moscow Region Stadium. E qui vanno subito aperte un paio di parentesi: innanzitutto lo Spartak Stadium, che avrà una capacità di quasi 47mila posti, attualmente non esiste. La sua costruzione, infatti, doveva teoricamente partire nel 2007 ma ad oggi non è ancora iniziata. L’assegnazione del Mondiale alla Russia, quindi, darà l’impulso definitivo all’avvio dei lavori. Allo stesso modo anche il Moscow Region non esiste. Esso, però, non verrà costruito in città, quanto subito al di fuori di essa.

Oltre alla capitale, come detto, altre dodici città – ed altrettanti stadi – ospiteranno quest’attesissimo evento: San Pietroburgo metterà a disposizione la sua Gazprom Arena, a Kazan si giocherà invece nel Rubin Stadium mentre dovranno essere costruiti da zero gli stadi di Kaliningrad, Nizhny Novgorod, Yaroslavl, Samara, Volgograd, Saransk, Krasnodar, Rostov, e Yekaterinburg.
A Sochi, infine, si giocherà all’interno del Sochi Olympic Stadium, stadio che sarà terminato entro un paio d’anni e che farà da sede per i Giochi Olimpici del 2014, anch’essi assegnati alla Russia che nel giro di pochi anni sarà quindi impegnata nell’organizzazione di due dei massimi eventi sportivi mondiali.

Tanti stadi nuovi, quindi, che daranno un volto sicuramente molto moderno al Mondiale del 2018. E se la forza della candidatura inglese, come detto, stava proprio negli stadi ecco che la delegazione russa si è opposta ad essi con quest’ambizioso progetto.

A far storcere il naso a molti, comunque, non è solo una questione di blasone calcistico della nazione ospitante, che nel caso della Russia non è certo al livello di paesi come Inghilterra, Spagna o Olanda, quanto più il fatto che le città scelte si trovano anche molto lontane tra loro e che gli spostamenti potranno quindi causare dei problemi agli atleti che saranno impegnati nel corso del Mondiale.
Un problema, questo, sicuramente esistente, ma che nel corso dei prossimi otto anni verrà affrontato dalla delegazione russa e cui avranno indubbiamente pensato anche i famosi oligarchi di cui sopra. Che oltre ad investire soldi nella costruzione di stadi, quindi, ne dovranno sicuramente anche investire per migliorare i trasporti aerei del proprio paese.

2022 – Qatar

Ancor più esotica, probabilmente la più esotica in assoluto, la scelta effettuata nell’assegnazione del Mondiale successivo, quello che si disputerà nel 2022.
Il piccolo emirato mediorientale, infatti, ha una superficie totale di circa 11mila km quadrati ed una popolazione complessiva che non raggiunge i due milioni. Inoltre era, calcisticamente parlando, la nazione con la peggiore tradizione in assoluto, non avendo nemmeno mai partecipato ad un Mondiale.

Il calcio però, come detto in precedenza, è ormai innanzitutto un business, quantomeno a giudizio dei massimi dirigenti della federcalcio mondiale. Che più che a questioni prettamente di campo hanno evidentemente pensato ad espandere ulteriormente la presenza calcistica nel mondo, ponendo la propria bandierina anche sul Medio Oriente.

Anche quella qatarese, comunque, era una candidatura molto solida, in particolar modo sotto il punto di vista economico. Perché se in Russia saranno i grandi oligarchi a garantire certi investimenti in Qatar questo ruolo sarà svolto dai ricchissimi sceicchi, arricchitesi nel corso degli ultimi decenni grazie al petrolio.

E chissà che in una congiunzione astrale economicamente complessa come quella attuale non siano state proprio le presenze di oligarchi e sceicchi a risultare decisivi nell’assegnazione del Mondiale.

Qatar che, a differenza della Russia, non ha comunque avuto vita facile ed ha dovuto combattere sino al ballottaggio finale per avere la meglio sugli avversari che, in questo caso, erano l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti.

Nel corso del primo turno di votazioni, infatti, il piccolo emirato raccolse sì ben undici voti, sbriciolando la concorrenza di Corea (quattro), Giappone (tre), Stati Uniti (tre) ed Australia (uno), ma non riuscì a convincere appieno l’altra metà dell’esecutivo,che si convinse solo all’ultimo.

Nel secondo turno, infatti, il Qatar riuscì anche a perdere un voto, passando a dieci, contro i cinque di Stati Uniti e Corea ed i due del Giappone, eliminato. Nel terzo, quindi, tornarono ad essere undici i voti in favore degli sciecchi, contro i sei attribuiti agli americani ed i cinque spesi ancora per sostenere la candidatura coreana.
Rimasti solo Qatar e States, infine, furono proprio gli emirati a raccogliere la maggioranza assoluta, convogliando anche tre dei voti precedentemente andati ai coreani ed aggiudicandosi l’assegnazione del Mondiale battendo gli statunitensi 14 a 8.

Qatar che il prossimo anno potrà in qualche modo allenarsi, dovendo organizzare la Coppa delle Nazioni Asiatiche dal 7 al 29 gennaio prossimo, ma che dovrà poi affrontare numerosi investimenti per farsi trovare pronto nel 2022, quando l’evento in gioco sarà di ben altre dimensioni.

Dei cinque stadi che ospiteranno la Coppa d’Asia, per altro, solo tre saranno riutilizzati anche nel corso del Mondiale: si tratta del Khalifa International Stadium e dell’Al-Gharafa Stadium di Doha oltre che dell’Ahmed Bin Ali Stadium di Al Rayyan. Stadi, questi, che dopo la rassegna continentale verranno però modificati ed espansi: la loro capacità passerà infatti dai 50mila ai 70mila posti per il Khalifa International e dai 25mila posti attuali ai 45mila previsti per gli altri due stadi, di modo così da accogliere il pubblico che accorrerà in Medio Oriente nel 2022.
Tagliati fuori, quindi, il Qatar Sports Club Stadium ed il Jassim Bin Hamad Stadium di Doha, la capitale.

Che, comunque, avrà modo di rifarsi ampiamente.
Sei dei dodici stadi in cui si disputerà il Mondiale saranno infatti situati proprio qui. Oltre ai due già citati in precedenza saranno altresì costruiti lo Sports City Stadium, con 47500 posti, il Qatar University Stadium, con 43500 posti ed il Doha Port Stadium e l’Education City Stadium, che potranno entrambi accogliere 45mila spettatori.

Oltre alla capitale, poi, saranno anche coinvolte nell’organizzazione la già citata Al Rayyan oltre che le città di Lusail, Al Khor, Ash Shamal, Al Wakrah ed Umm Salal.
Qui, infatti, verranno costruiti tre stadi (il Luisail National Stadium, con capacità di ben 86mila posti, l’Al-Shamal Stadium, 45330, e l’Umm Salal Stadium, 45mila) e verranno ingranditi i rimanenti due (l’Al-Kohr Stadium, che passerà a 45330, e l’Al-Wakrah Stadium, che potrà contenere 45120 spettatori).

Costruzioni che promettono di essere tutte molto avvenieristiche, queste, ma che di certo non hanno evitato di far storcere il naso a molti, in quei paesi considerabili un po’ come l’elite del calcio mondiale.

Perché, è indubbio, a fronte di punti positivi come appunto quello appena citato, quello inerente al fuso orario – che quantomeno per il pubblico europeo non comporterà levatacce notturne – e quello inerente agli spostamenti – che saranno minimi, essendo il Qatar così piccolo – presenta anche dei lati negativi che non possono essere ignorati.

Uno di questi, quello relativo alle temperature medie del periodo in cui si giocherà, pare sarà risolto proprio dagli stadi stessi.
Posto che si correrà il rischio di giocare ad una temperatura vicino ai cinquanta gradi celsius, infatti, pare che gli stadi saranno tutti climatizzati, di modo da garantire, sul campo, una temperatura che possa portare i vari ragazzi impegnati sul rettangolo di gioco a rendere molto più che se fossero soffocati dal caldo incredibile che si avrà al di fuori.

Stadi che saranno per altro vere e proprie costruzioni avvenieristiche e che probabilmente sono stati la carta in più della candidatura di questo piccolo emirato mediorentale.
Guardando la presentazione degli stadi che saranno, infatti, non si può che rimanere a bocca aperta…

Un altro è invece relativo ad un aspetto puramente calcistico. Perché nella storia siamo stati abituati ad avere quasi sempre le squadre padrone di casa capaci di lottare per il titolo, o quantomeno presentabili.
Il nuovo millennio, però, ci ha da subito fatto capire come tutto ciò sarebbe rimasto un ricordo del passato mostrandoci un Giappone discreto e nulla più ed una Corea capace di arrivare in semifinale solo grazie ai tanti aiuti arbitrali ricevuti contro l’Italia e, in particolar modo, contro la Spagna.

E se il Sudafrica è stata la prima padrona di casa a non passare il turno cosa ne sarà del povero Qatar?

La risposta verrebbe facile, oggi: potrebbe essere, con ogni probabilità, la prima squadra organizzatrice a non raccogliere nemmeno un punto nel classico girone all’italiana iniziale. A perdere tutti i match disputati, insomma.
Perché, è bene ricordarlo, il Qatar è quella squadra che proprio recentemente ci ha regalato un momento di grande calcio come questo: https://sciabolatamorbida.wordpress.com/2010/11/17/immagini-dal-mondo-mai-dire-goal-rinverdisce-i-suoi-fasti-agli-asian-games-2010/

Da qui al 2012, però, le cose potrebbero cambiare.
Intendiamoci, non mi aspetto certo una repentina crescita di un movimento calcistico, quello qatarese, che basandosi su di una base cosi ristretta (come detto parliamo di meno di due milioni di persone in tutto) non avrebbe nemmeno i mezzi per poter diventare competitiva in così poco tempo, a meno di miracoli più che improbabili.

Mi riferisco, più che altro, ad una pratica di naturalizzazione che potrebbe essere messa in atto nel prossimo futuro onde accrescere artificialmente il livello medio della nazionale del piccolo emirato mediorientale.
Pratica, questa, che è già per altro in atto oggi, pur se in modo limitato.

Vantano infatti recenti convocazioni in nazionale i brasiliani Fabio Cesar Montezine, passato per altro da Napoli tra il 2001 ed il 2004,  e Marcone Amaral, passato invece da Venezia nel 2002, l’uruguaiano Sebastian Soria, ex Liverpool Montevideo, ed il guineano Daniel Gouma, ex Falcon College.

E proprio una massiccia naturalizzazione sembra possa essere l’unica speranza di costruire una squadra all’altezza di un Mondiale. Ed in questo senso le possibilità potrebbero essere due: iniziare oggi a rastrellare giovani talentini da tutto il mondo, di modo da naturalizzarli subito per ritrovarsi poi tra dodici anni con qualche campioncino nato altrove ma consacratosi in Qatar, oppure arrivare a ridosso del Mondiale per poi naturalizzare qualche giocatore già “fatto” e che sia disposto a prendersi la nazionalità qatarese pur di giocare una competizione così importante.

Intendiamoci, però: i petroldollari degli sceicchi non possono comprare ogni cosa, ed entrambe queste opzioni presentano un problema.

Nel primo caso, infatti, parliamo di un lavoro di scouting massiccio, ed è tutto da vedere se una Federazione come quella qatarese sia in grado di imbastire un qualcosa del genere.
E al di là di questo bisogna poi anche capire che giovane virgulto potrebbe essere disposto ad una cosa del genere.

Immaginatevi per un attimo un emissario della Federazione del Qatar che segue una competizione sudamericana under 17 per nazionali ed al termine della stessa avvicina un paio di giocatori brasiliani ed argentini, i migliori, per proporre loro la naturalizzazione.
La reazione di Brasile ed Argentina non si farebbe certo attendere, e sarebbe una guerra di ricorsi. Ma anche al di là di questo… un giovanissimo Messi o un giovanissimo Ronaldo che vantaggio avrebbe a diventare oggi qatarese? Giocherebbe un Mondiale in casa – anche se con una maglia che non sentirebbe propria -, ok, ma resterebbe comunque ben lontano dal calcio internazionale che conta posto che o pescano undici fenomeni assieme tutti disposti a trasferirsi là oppure non potranno certo pensare di imporsi a livello mondiale…

Simile, pur con tutte le diversità specifiche del caso, il discorso relativo ai trentenni che arrivati a ridosso del Mondiale potrebbero sicuramente essere prede più facili per la Federazione qatarese.
A mettere i bastoni tra le ruote agli sceicchi, in questo caso, sarà però quella regola che dice che un giocatore avente doppio passaporto può comunque giocare in una sola nazionale.

Questo comporta che se il Mondiale del 2022 si giocasse oggi la stragrande parte di giocatori già formati e di buon livello non potrebbe vestire la maglia del Qatar per niente al mondo.
Esemplificando: un Barzagli, che è uscito dal giro della nazionale da tempo, non potrebbe accettare una chiamata qatarese, una volta naturalizzato, in quanto ha già vestito la maglia Azzurra. E con lui moltissima altra gente che oggi in nazionale non c’è più, come Nesta, Totti o Del Piero, per restare al Belpaese.

La strada per costruire una nazionale presentabile, quindi, sarà lunga ed impervia.

Legato a questo discorso sorge poi un altro problema, quello relativo al fatto che la nazione che ospita il Mondiale è qualificata di diritto come testa di serie. E se già il Sudafrica stonava, in questo senso, una nazionale come quella attuale del Qatar sarebbe in effetti la peggior testa di serie della storia dei Mondiali…

Altra obiezione che si è levata in queste ore da parte di un pubblico, quello europeo, così conservatore da non riuscire a digerire scelte esotiche come questa è relativa all’atmosfera in cui verranno disputati i match.

Ed anche in questo caso tutti i torti non hanno, i critici. Perché il pubblico locale è ancora piuttosto lontano dal calcio e, comunque, difficilmente potrà costituire la cornice ideale ad un evento come il Mondiale.

Detto questo, però, va altresì detto che il Qatar si trova nella penisola araba, non lontanissimo proprio dall’Europa.
Facile, quindi, che in vista di quel Mondiale sarà fatto di tutto per facilitare l’arrivo di tifosi dall’estero, in special modo proprio dal Vecchio Continente. La vicinanza unita a prezzi particolarmente favorevoli che potrebbero essere applicati dalle compagnie aeree (come l’Emirates, per dire) e dagli alberghi che verranno costruiti in loco potrebbero rendere quello qatarese un Mondiale non poi così costoso per italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi.

Nel complesso, quindi, entrambe le candidature presentavano lati positivi e lati negativi, com’è normale che sia.

Personalmente credo comunque che in un mondo sempre più globalizzato la volontà di portare il grande calcio anche laddove non è mai arrivato prima (Russia e Qatar ospiteranno infatti il primo Mondiale giocato nell’Europa dell’Est ed in Medio Oriente) sia meritoria.
Nel contempo, certo, essendo cresciuto in un mondo del calcio in cui l’esotismo era qualcosa di raro fa un po’ strano anche a me pensare ad un Mondiale in Qatar piuttosto che in Italia, Inghilterra o Argentina. Ma del resto, appunto, negli ultimi vent’anni le cose sono cambiate rapidissimamente e sarebbe oggi impensabile quanto ingiusto limitare l’organizzazione del Mondiale a nazioni classiche come quelle europee e sud americane.

E così dopo il Mondiale italiano del 1990 cinque degli otto Mondiali successivi sono stati o saranno giocati in paesi senza grandissime tradizioni calcistiche consolidate: Stati Uniti (1994), Corea e Giappone (2002), Sudafrica (2010), Russia (2018) e Qatar (2022).

Ma è un po’ lo stesso discorso fatto in riferimento alla Coppa Intercontinentale: il Mondiale per Club oggi rappresenta una competizione in cui le squadre di tutti i continenti si sfidano per il terzo posto, perché i primi due sono virtualmente assegnati già prima di scendere in campo.
Nel contempo, però, è giusto che tutti i continenti abbiano una propria vetrina mondiale, il proprio momento di gloria. E prima o poi accadrà anche che una squadra nord americana, africana o asiatica s’imponga su di un club brasiliano, argentino, inglese, italiano o spagnolo…

A quel punto, forse, le persone che riusciranno ad accettare il fatto che nel nuovo millennio il calcio non è più solo un affare Europa – Sud America inizieranno ad aumentare…

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Il 16 luglio scorso è ricorso il sessantesimo anniversario di ciò che è passato alla storia come Maracanaço, per dirlo in portoghese, o Maracanazo, per dirlo alla spagnola.

Un po’ tutti gli appassionati sanno certamente di cosa si tratta: correva l’anno 1950 e allo stadio Mário Filho, meglio conosciuto col nome di Maracanã, si giocava l’ultimo match della quarta edizione dei Campionati Mondiali di calcio.

La finale, direte voi. Ebbene no.
Perché quell’anno la formula del Mondiale fu molto particolare: le qualificate vennero dapprima divise in quattro gironi da quattro squadre. Le vincitirici di ciascun gruppo, poi, confluirono in un ulteriore girone. Vincerlo avrebbe significato aggiudicarsi la vittoria Mondiale.

Le più grandi aspettative erano ovviamente tutte nei confronti del Brasile padrone di casa, dato vincente ben prima dell’inizio della competizione iridata. Le cose, però, non andarono come tutti si aspettarono…

Iniziamo, comunque, col parlare del percorso compiuto dalle due squadre che quel 16 luglio si trovarono a giocarsi il Mondiale: i Verdeoro, appunto, e la Celeste, già Campione del Mondo vent’anni prima.

I brasiliani vennero inseriti nel Gruppo 1, che superarono senza grandi problemi.
Maiuscolo l’esordio assoluto: un 4 a 0 al Messico firmato dalla doppietta di Ademir e dalle reti di Jair e Baltazar.

I primi scricchiolii della corazzata carioca arrivarono quattro giorni più tardi quando i brasiliani si trovarono ad affrontare gli elvetici al Pacaembù: qui, infatti, la nazionale svizzera riuscì in qualche modo a portare a casa un insperato pareggio, costringendo i padroni di casa a non andare oltre ad un amaro 2 a 2.

Brasile che comunque si rifece poco dopo: ritornati al Maracanã, stadio in cui erano già scesi in campo all’esordio, i brasiliani si liberarono della Jugoslavia, sino a quel momento prima nel girone con due vittorie in due match, grazie alle reti di Ademir e Zizinho.
E girone finale fu.

L’Uruguay, invece, venne inserito nel Gruppo 4 con Bolivia, Scozia e Turchia. Le due compagini europee, però, si ritirarono prima dell’inizio della competizione, così che la Celeste dovette affrontare un solo match, quello coi boliviani. Tutto facile per Miguez (autore di una tripletta) e compagni: un 8 a 0 liscio come l’olio marcato anche dalla doppietta di Schiaffino e dalle reti di Vidal, Perez e Ghiggia.
E girone finale fu.

Il 9 luglio, quindi, Brasile, Uruguay, Spagna e Svezia diedero vita alla prima giornata del girone che avrebbe decretato la squadra Campione del Mondo.

Inizio stentato, quello della Celeste. Opposti agli spagnoli, infatti, gli uruguagi non andarono oltre ad un 2 a 2 che sembrò decretare già la fine dei giochi. Dopo l’iniziale vantaggio di Ghiggia arrivò la doppietta con cui Basora ribaltò il risultato, giusto prima che Varela chiudesse i conti.

Inizio col botto, invece, per il Brasile: 7 a 1 alla Svezia con quattro goal di Ademir, due di Chico ed uno di Maneca. Di Andersson, su rigore, la rete svedese.

Brasiliani che per poco non bissarono il tutto anche quattro giorni più tardi, contro la Spagna. Chico (autore di un’altra doppietta) e compagni regolarono infatti delle meste Furie Rosse con un roboante 6 a 1 completato dalle reti di Jair, Ademir, Zizinho e dall’autogoal di Parra. Di Igoa, invece, il goal della bandiera spagnola.

Nel contempo l’Uruguay, guidato da un Miguez sempre molto prolifico, riuscì in rimonta ad imporsi sulla Svezia.
Svedesi in vantaggio dopo quattro soli minuti di gioco grazie alla rete di Palmer, che venne però pareggiata al trentanovesimo da Ghiggia. Nemmeno il tempo di esultare ed ecco che Sundqvist ristabilisce le distanze, riportando davanti la nazionale nordica.

Proprio quando sembrerebbe essere ormai tutto finito ecco che la Celeste tira fuori il suo proverbiale carattere e nel giro di pochi minuti ribalta il risultato: una doppietta di Miguez, infatti, porta due importantissimi punti alla nazionale sudamericana, che resta quindi virtualmente in corsa per aggiudicarsi la vittoria iridata.

Il giorno prima dell’ultima giornata, quindi, i giochi sembravano fatti. Il destino del Mondiale era infatti tutto nelle mani del Brasile, cui sarebbe bastato un pareggio per aggiudicarsi la vittoria finale.

La stampa internazionale, ed in particolar modo quella carioca, era però convinta che non ci sarebbe stato pareggio quel giorno al Maracanã. Che la fortissima nazionale Verdeoro si sarebbe sbarazzata della Celeste in un sol boccone, infilando un’ennesima goleada.

In Brasile si respirava infatti già aria di festa. La vigilia scorse tranquilla tra caroselli di tifosi già festanti, mentre nelle ore immediatamente precedenti alla partita ci fu l’assalto ai botteghini: nessuno voleva perdersi la partita che avrebbe decretato la vittoria Mondiale del Brasile.
Non per nulla alcune fonti parlano di ben 200mila tifosi presenti quel giorno sugli spalti di un Maracanã effettivamente gremito, trepidante, festante.

L’atmosfera nello spogliatoio Celeste, non a casa, era cupa.
Il tutto venne aggravato dalle parole del dottor Jacobo, capo della delegazione proveniente da Montevideo, che nel suo discorso alla squadra chiese ai giocatori di non perdere per più di quattro goal. Lasciando implicito, quindi, che nessuno credeva in una loro possibile vittoria.

A cambiare le cose si dice fu il grande Obdulio Varela, capitano di quella formazione e uomo carismatico per eccellenza. Dopo aver indossato la propria maglia ed essersi messo la fascia al braccio, infatti, Varela distribuì le camisete a tutti i compagni prima di pronunciare una frase che entrerà nella storia: “Muchachos, los de afuera son de palo“, “Quelli di fuori non contano”. Riferendosi, ovviamente, ai 200mila spettatori presenti. Ma anche al dottor Jacobo e a tutta la delegazione uruguagia, che non credeva in loro.
Ci piace pensare che a cambiare la storia furono proprio le parole di un giocatore di altri tempi, di un leader capace di spronare i propri uomini a rendere anche oltre le proprie capacità. Di un grande uomo, prima che grande giocatore.

Poco dopo, alle tre di pomeriggio di quel 16 luglio storico, l’arbitro inglese Reader decretò l’inizio di un match già scritto.

Il primo tempo fu di marca spiccatamente brasiliana. Nonostante i vari tentativi di bucare la rete di un mai domo Roque Maspoli, però, la nazionale allenata da Flavio Costa non riuscì a trovare la via del goal per tutti i primi quarantacinque minuti di gioco.

Le cose cambiarono dopo due soli minuti dall’inizio della ripresa, e sembrò la fine di un incubo: fu Friaça a sbloccare il risultato, con la complicità di un non certo attentissimo Maspoli.
E quel goal squarciò la cortina di trepidazione che era calata su tutto lo stadio, il pubblico esplose e tornò a credere nella sicurezza di un titolo che non poteva che essere vinto dal Brasile. Ogni singolo spettatore si sentì già in mano la coppa Rimet.

Tecnico, giocatori e pubblico Carioca non avevano però fatto i conti con l’orgoglio di un popolo pronto a non mollare mai, nemmeno quando tutto sembra perduto.

Perché se giochi davanti a più di 200mila persone che ti tifano apertamente contro e finisci sotto vieni ucciso moralmente. Pensare di riprendersi e reagire è utopico.

Eppure quella squadra, che oltre a grande carattere poteva anche contare su due campioni come Schiaffino e Ghiggia, non si inchinò di fronte ad una nazione intera e diede dimostrazione di cosa volesse dire essere uruguaiani.

Venti minuti dopo il vantaggio Carioca, quindi, Ghiggia prese palla sulla destra e dopo una bella progressione sulla fascia saltò Bigode per servire a Schiaffino la palla dell’1 a 1, che raggelò ogni singolo tifoso presente in tutto il Brasile quel giorno.

A quel punto, quindi, l’inerzia della partita passò tutta in favore della Celeste. Perché il pubblico era sì ancora dalla parte della propria nazionale, quella brasiliana. Ma trovarsi in una situazione come quella, dove un solo goal avrebbe portato alla perdita di un Mondiale già dato per scontato, fece tremare le gambe a molti dei ragazzi allenati da Flavio Costa.

A dieci dal termine, quindi, il tutto si concretizzò nel goal della vittoria uruguagia: Perez servì Ghiggia che dopo aver offerto a Schiaffino l’assist per il goal del pareggio decise di firmare da sè la rete che valse il 2 a 1 per l’Uruguay.

Gli ultimi dieci minuti, quindi, si giocarono in un’atmosfera irreale: il pubblicò sugli spalti rimase infatti praticamente ammutolito di lì in avanti, aspettando col fiato sospeso un fischio finale che si sperava non arrivasse mai. I giocatori brasiliani, intanto, si riversarono in massa nella metà campo avversa, cercando un goal del pareggio che, quello sì, non arrivò mai.

Il triplice fischio finale, quindi, non sigillò solo una clamorosa quanto inaspettata sconfitta ma anche un dramma collettivo.

Sugli spalti, infatti, ci furono decine di persone che vennero colte da infarto, alcune delle quali morirono lì.

Anche la cerimonia di premiazione avvenne in sordina. Anzi, quasi non avvenne. Perché tutto era stato preparato per incoronare il Brasile padrone di casa, non l’Uruguay di Varela e soci.
Ecco quindi che sul palco d’onore rimase il solo Rimet, che per altro si dice si fosse preparato un discorso da tenere in portoghese proprio per omaggiare la nazionale Verdeoro e che quindi si limitò solo a consegnare la colpa al capitano Celeste.

Ma non solo: per evitare problemi di ordine pubblico e mantenere intatta l’incolumità dei giocatori uruguaiani gli stessi vennero immediatamente allontanati dal Brasile e fecero subito ritorno a Montevideo. Nonostante il tutto venne effettuato piuttosto rapidamente a rimetterci la salute fu l’eroe di quella partita, Ghiggia, che venne aggredito immediatamente dopo la partita e che fu costretto all’uso delle stampelle per buona parte del periodo successivo.

Il dramma collettivo brasiliano, comunque, non si consumò solo nei minuti immediatamente successivi alla sconfitta.
Nei giorni seguenti, infatti, a fare da contraltare alle scene di tripudio che si potevano vedere per le vie di una Montevideo festante come non mai ci furono decine di suicidi in tutto il Brasile: tra chi non resse alla delusione e chi si era giocato tutti gli averi sulla vittoria finale della nazionale Verdeoro, infatti, in tanti non riuscirono a sopravvivere a quella sconfitta.

E pensare che in seguito a quella inusitata sconfitta vennero proclamati tre giorni di lutto nazionale fa ben capire la portata di quell’evento vissuto così drammaticamente da tutta la popolazione brasiliana.

Lo shock per la sconfitta fu tale che i dirigenti della Federazione calcistica brasiliana decisero addirittura di cambiare il coloro alla maglia: se fino a quel momento la nazionale Verdeoro vestiva di bianco, infatti, di lì in poi sarebbe passata dapprima ad una divisa blu per terminare, poi, con l’attuale colorazione.

Qualche tempo più tardi l’eroe di quel match, Ghiggia, commentò così la sua prestazione: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io“.
E proprio a Ghiggia, giusto l’inverno scorso, è stato poi permesso di lasciare l’impronta dei propri piedi nella “Calçada da Fama“, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di partite memorabili disputatesi all’Estadio Mario Filho. Quasi sessant’anni per perdonare chi aveva fatto piangere un popolo intero solo con un goal.

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Iniesta, decisivo nella finalissima Mondiale

Il Mondiale 2010 è ormai finito da un paio di giorni e tutti sicuramente saprete com’è andata ed avrete visto la Spagna spuntarla in finale contro l’Olanda grazie ad una rete di Andres Iniesta.

Rispetto all’ultima competizione iridata tv, radio, giornali, siti, blog e quant’altro hanno detto davvero di tutto, analizzato e sviscerato ogni aspetto tecnico e tattico della competizione. Ora, quindi, andiamo a dare un po’ di numeri…

Innanzitutto le partite giocate: 64, dall’esordio tra Sudafrica e Messico alla finalissima tra le Furie Rosse e gli Oranje. 145 sono invece stati i goal realizzati, con una media di 2,27 realizzazioni per match (media rimasta più o meno allo stesso livello di quattro anni fa, quando si attestò sui 2,3 goal a partita). 7 è stato invece il maggior numero di reti realizzati in un match e di goal realizzati da una sola squadra nel corso di novanta minuti: il pensiero, ovviamente, corre subito al roboante 7 a 0 del Portogallo sulla modestissima Corea del Nord.

3178856 è stata la presenza di pubblico totale, per una media di poco inferiore alle 50mila unità a partita (49670 a partita, per la precisione). Per quanto riguarda le squadre presenti parliamo di, ovviamente, 32 nazioni rappresentate. In principio erano in 204 a cercare un posto al sole.

Quattro, per 5 goal a testa, i capocannonieri di questa edizione: da Thomas Muller, Scarpa d’Oro e miglior giovane della competizione, a Diego Forlan, Pallone d’Oro della competizione, passando per David Villa, Scarpa d’Argento e Pallone di Bronzo, ed arrivando a Wesley Sneijder, Scarpa di Bronzo e Pallone d’Argento. Tre, invece, i giocatori arrivati a quota 4 goal (Klose, fermatosi ad un solo goal dal record di segnature totali ai Mondiali, Higuain e Vittek), quattro quelli arrivati a quota 3 segnature (Luis Fabiano, Suarez, Gyan e Donovan), quattordici quelli che hanno terminato il loro Mondiale a quota 2 e ben settantadue quelli capaci di segnare 1 rete.
Due, invece, i giocatori autori di una autorete: Park Chu-Young e Daniel Agger.

Parliamo di soldi, ora: 420 milioni di dollari è stato il fondo messo a disposizione dalla FIFA da suddividere in premi per le varie squadre.
40 di questi sono stati quindi consegnati alla squadra di casa, mentre 1 è stato ripartito ad ogni nazione per sostenere i costi di preparazione. Una volta al Mondiale, quindi, la Fifa ha stanziato 8 milioni di dollari come premio alle squadre che non passarono il primo turno, 9 a quelle uscite agli ottavi, 14 a quelle uscite ai quarti. La quarta classificata, invece, ne ha portati a casa 18, la terza 20, la seconda 24 e la prima 30.

Il numero totale di cartellini gialli estratti è stato di 260, con una media partita di 4.07. 17 sono stati invece i cartellini rossi, 0.26 per match. Il cartellino giallo più rapido è stato estratto ai danni di Humberto Suazo, precisamente dopo 1 minuto e 20 secondi del match disputato contro la Svizzera mentre quello più rapido mostrato ad un subentrante lo guadagnò Abdelkader Ghezzal, ammonito dopo 1 solo minuto. Il giallo mostrato più tardi nel corso di una partita se lo aggiudicò Hassan Yebda, ammonito al 95′ di Algeria-Slovenia. I due gialli mostrati più rapidamente ad uno stesso giocatori se lo guadagnò Kakà, due volte ammonito nel corso di 3 minuti contro la Costa d’Avorio.

Kewell si è guadagnato l'espulsione più rapida del Mondiale

Parlando di espulsioni quella più rapida se la guadagnò Kewell, espulso dopo 24 minuti dall’inizio di Australia-Ghana, quella più rapida per un subentrante Ghezzal, espulso a 15 minuti dal suo ingresso in campo. L’espulsione più tardiva in assoluto se l’è ovviamente presa Suarez contro il Ghana, esattamente a 121 minuti dall’inizio del match, mentre quella arrivata più in là considerando solo i tempi regolamentari venne comminata ad Antar Yahia, esattamente a 93 minuti dal calcio d’inizio.

La squadra con più cartellini gialli è l’Olanda, 25, mentre il match con più cartellini mostrati la finalissima, con 14 gialli ed 1 rosso. Per quello che riguarda gli arbitri, invece, quello ad aver arbitrato più partite è stato l’uzbeko Ravshan Irmatov, con 5 direzioni, mentre quello ad aver mostrato più gialli è Howard Webb, 31.

Girando in rete, poi, ho trovato alcune statistiche sul sito TheBestEleven che vale la pena citare.

Sette sono stati i giocatori ad aver effettuato più di dieci tiri nello specchio: David Villa con 17, Asamoah Gyan, Diego Forlan, Lionel Messi e Luis Suarez con 15, Wesley Sneijder e Gonzalo Higuain con 11.
In media, quindi, tra i giocatori con più di duecentocinquanta minuti all’attivo Messi ha calciato nello specchio ogni 30 minuti, Higuain ogni 31, Birsa ogni 32,63, Gyan ogni 33,40, Suarez ogni 36,86, Villa ogni 37,35, Mphela ogni 38,57, Ronaldo ogni 40, Forlan ogni 43,60, Klose ogni 44,63 e Lampard e Tae-Se ogni 45 minuti.

Dieci, invece, i giocatori ad aver fatto più di venti tiri totali: Gyan con 33, Villa e Forlan con 32, Messi 30, Sneijder 27, Suarez 25, Podolski e Ronaldo 21, Park e Dempsey 20.

Cinque quelli con almeno il 25% di percentuale nel rapporto tra tiri totali e reti realizzati (prendendo in considerazione solo i giocatori con almeno dieci tiri all’attivo): Muller al 38%, Vittek al 36%, Klose al 33%, Higuain e Luis Fabiano al 27%.

Per quanto riguarda il colpire pali o traverse, poi, il primatista è Gyan, con 3 legni all’attivo, seguito da Mphela, Messi e Ronaldo a quota 2.

Parlando di marcatori e dei rispettivi campionati di appartenenza scopriamo come sia stata la Liga a dare più goal a questo Mondiale, ben 29. Al secondo posto la Bundesliga con 21, al terzo la Premier con 19. Solo quarta la nostra Serie A, fermatasi a quota 16. Poca roba, poi, per il resto: l’Eredivisie si è fermata a 9, la Ligue 1 a 7, il campionato turco a 6, quello messicano a 5, portoghese e giapponese a 4, russo e statunitense a 3, greco e brasiliano a 2, argentino, australiano, cileno, danese, equadoregno e slovacco ad 1.

Veniamo, infine, a velocità e distanze, anche se queste statistiche si riferiscono a prima della finalissima.

E' stato Vela il giocatore con lo scatto più lento del Mondiale

Il giocatore con la minor velocità massima nel corso dei novanta minuti di gioco è stato Carlos Vela, spintosi a non più di 19,36 km/h mentre quello con la punta massima è stato un altro messicano, Javier Hernandez, arrivato a toccare i 32,15 in Messico vs. Uruguay. Anche se, in relazione a quest’ultimo dato, sarebbe interessante sapere la velocità toccata da Robben in finale quando recuperò una manciata di metri a Puyol per poi piazzarglisi davanti dimostrando una rapidità pazzesca.

Il giocatore capace di coprire la maggior distanza in novanta minuti è stato invece Sebastien Squillaci con 9,80 km, mentre se parliamo di match quello con più chilometri corsi è stato Usa vs. Ghana, arrivato a quota 288,55.
Quello con meno spazio coperto, per finire, è stato Grecia vs. Nigeria, con solo 182,59 km percorsi.

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Tra poche ore sapremo chi succederà all’Italia nel palmares dei Campionati Mondiali di calcio. Chi, tra Olanda e Spagna, riporterà per la prima volta in patria un alloro iridato. Sapremo quindi quale sarà la prima nazionale europea capace di imporsi al di fuori del Vecchio Continente.

Sono passati ormai quattro anni dalla magica nottata di Berlino che laureò l'Italia Campionessa del Mondo per la quarta volta nella propria storia

Per ammazzare il tempo che ci separa dall’inizio del match, quindi, facciamo il classico giochino con cui confrontiamo le due squadre ruolo per ruolo, per definire quale, sulla carta, dovrebbe essere superiore.

Casillas vs. Stekeleburg

Stekelenburg avrebbe potuto consacrarsi a questo Mondiale, dato che i mezzi per fare bene non gli mancano. Casillas, invece, è da anni uno dei migliori portieri al Mondo. Intendiamoci, nessuno dei due ha giocato ai livelli del Buffon versione 2006, ma nel contempo nessuno dei due ha giocato malaccio. Anche se il portiere Orange ha un po’ sprecato tutte le buone prestazioni di inizio Mondiale con la serataccia della semifinale, dove ha per altro regalato una rete a Diego Forlan.
Dare un giudizio sul Mondiale giocato dai due portieri, comunque, è complicato. Lo Jabulani pare infatti aver inciso molto sulle prestazioni di un po’ tutti gli estremi difensori.
In linea di massima, quindi, il prescelto è Casillas, portiere di più sicuro affidamento rispetto al collega olandese.

Sergio Ramos vs. Van der Wiel

Il terzino destro olandese, dato vicinissimo al Bayern Monaco vicecampione d’Europa, è uno dei prospetti europei – e forse mondiali – più interessanti del ruolo ma non ha ancora raggiunto la maturità dell’esterno difensivo spagnolo che quando riesce a non cadere vittima delle sue amnesie risulta essere giocatore davvero difficilmente superabile. Vera e propria forza della natura, infatti, Ramos sa essere molto più efficace in fase difensiva rispetto al collega Orange, cui non concede nulla nemmeno nel fondamentale migliore del terzino in forza all’Ajax: la propulsione offensiva. Terzino completo, Sergio è oggi una spanna superiore a Gregory, ragazzo che comunque col tempo potrebbe sicuramente raggiungere vette importanti: le potenzialità sono notevoli.

Puyol vs. Heitinga

Il capitano Blaugrana ha pochi eguali al mondo e tra questi, di certo, non vi è il modesto centrale olandese attualmente in forza all’Everton. Trascinatore vero Carles Puyol ha portato la Spagna in finale grazie ad una sua rete contro la Germania: gladiatore.

Puyol è il vero leader, trascinatore e gladiatore della nazionale spagnola

Piquè vs. Mathijsen

Non sono, personalmente, un grandissimo estimatore del centrale di scuola Barça, per il semplice motivo che pur riconoscendogli una grandissima maestria nel controllare il pallone ed impostare l’azione trovo che un difensore come lui dovrebbe essere notevolmente più efficace in marcatura mentre in questo aspetto del gioco il ragazzo dovrebbe crescere parecchio. Nonostante questo, comunque, il suo overall trovo sia già superiore a quello di Joris. Non per nulla il punto debole di quest’Olanda parrebbe essere proprio la difesa.

Capdevila vs. Van Bronckhorst

Il punto debole della difesa iberica potrebbe essere proprio la fascia mancina dove Capdevila non assicura prestazione da fuoriclasse, pur potendo garantire un certo equilirio tattico favorito dalla sua grande esperienza. Di contro, invece, è proprio Giovanni Van Bronckhorst il difensore più abile e capace tra gli Orange e sarà proprio lui a dover guidare la sua retroguardia. Terzino di qualità il capitano olandese ha incantato tutti con il suo goal all’Uruguay, indubbiamente uno dei più belli dell’attuale rassegna iridata.

Busquets vs. De Jong

Il giovane canterano Blaugrana cresce di partita in partita e pur non essendosi ancora attestato nell’elite dei fuoriclasse risulta già comunque un giocatore solido su cui poter puntare. Il mediano olandese, invece, è da sempre stato poco sponsorizzato, ma è uno dei giocatori più affidabili d’Europa, nel ruolo. Ad oggi, dovessi scegliere, punterei ancora su De Jong. Nel futuro prossimo chissà, le gerarchie potrebbero essere presto riscritte.

Xabi Alonso vs. Van Bommel

Non fosse per la sinistra tendenza a commettere falli cattivi in determinate situazioni di gioco Van Bommel sarebbe un giocatore degnissimo: fa infatti bene entrambe le fasi di gioco e non disdegna nemmeno la conclusione a rete. Certo, non è un regista raffinato come il basco, ma potrebbe comunque farsi valere. Stante così le cose, comunque, la mia scelta ricade su Xabi Alonso, giocatore che se portato a Torino un paio d’anni fa resto convinto avrebbe potuto far fare un salto di qualità notevole al gioco di una squadra che ha invece finito con l’involversi fortemente.

Xabi Alonso è uno dei migliori registi al mondo

Pedro vs. Robben

Qui non c’è proprio gara. E’ probabilmente il confronto vinto più nettamente da uno dei due contendenti. Intendimoci, Pedrito non è affatto un brutto giocatore, e l’ha dimostrato inanellando ottime prestazioni in quel di Barcellona. Robben, però, è attualmente l’ala più devastante al mondo ed il dubbio al riguardo non si pone nemmeno.

Xavi vs. Sneijder

Pur non giocando esattamente nello stesso ruolo sono i due giocatori che più si somiglieranno come approccio al match, probabilmente. E tra i due un anno fa si sarebbe scelto Xavi ad occhi chiusi, oggi, per lo strepitoso periodo di forma che sta attraversando, non si può che andare sul trequartista scuola Ajax. Come overall, probabilmente, lo spagnolo resta ancora di qualcosa superiore. Ma in questo momento, davvero, non si può non premiare il trascinatore di un’Olanda che potrebbe riscrivere la propria storia calcistica compiendo un’impresa che nemmeno la covata guidata da Cruijff riuscì a compiere.

Iniesta vs. Kuyt

Se Iniesta è tra i candidati al Pallone d’Oro del Mondiale un motivo dovrà pur esserci. Gli elogi per questo giocatore si sono davvero sprecati nel corso degli ultimi anni, quindi mi limiterò solo a dire che ha pochi eguali al mondo. Kuyt da parte sua resta comunque un buon giocatore, tanto movimento e un’instancabilità rara che ne fanno un’arma tattica di rara efficacia. Il paragone, però, non si può porre nemmeno. Iniesta tutta la vita.

Villa vs. Van Persie

Avrei scelto Villa comunque, credo, ma il Mondiale disputato dai due ragazzi mi ha tolto ogni dubbio: da una parte un Villa trascinatore capace di realizzare ben cinque reti prima della finale, dall’altra un Van Persie deludentissimo, che oltre ad avere problemi di feeling col goal non dà nemmeno il meglio di sè in fase di costruzione o rifinitura della manovra, risultando piuttosto abulico.

Villa è stato il trascinatore spagnolo in questo Mondiale

Sette a quattro per la Spagna, insomma. Ma immagino non ci fossero dubbi: la nazionale iberica è difatti, sulla carta, ben superiore a quella olandese. Il gruppo creato da Van Marwijk, però, ricorda, per compattezza, quello creato da Lippi quattro anni or sono. Ed allora come oggi tra le fila Orange, per altro, vi erano alcuni campioni a far fare il salto di qualità alla squadra. Certo, all’epoca il numero dei campioni era probabilmente maggiore e, soprattutto, gli stessi erano distribuiti in tutti i reparti della squadra. Oggi, nell’Olanda, le cose sono invece diverse. Solo un paio di campioni veri, entrambi posti sulla trequarti e con caratteristiche prettamente offensive.

Questo, però, non significa molto. Anche perché per quanto banale la palla è rotonda e mai come in una finale Mondiale il risultato è incerto. Per informazioni chiedere al Brasile targato 1950, e relativo Maracanaço.

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Delle tante assenze di spessore avevo già parlato qualche giorno fa, commentando le pre-convocazioni che avevano già mietuto numerose vittime illustri.
Agli esclusi per scelta tecnica, quindi, è facile che andranno via via ad aggiungersi anche quelli che si infortuneranno da qui alla fine del mese, quando saranno diramate le convocazioni ufficiali in vista del Sudafrica.

Ed una prima vittima illustre è già caduta sul campo di battaglia: si tratta di niente popò di meno che del capitano della nazionale teutonica Michael Ballack, infortunatosi ad una caviglia nel corso della finale di FA Cup.
In quella partita, infatti, l’ex centrocampista di Bayer Leverkusen e Bayern Monaco aveva ricevuto un brutto colpo alla caviglia quando era entrato in collisione con Kevin-Prince Boateng. Anzi, per meglio dire, quando il trequartista nativo di Berlino – ma aggregato, per via delle sue origini, alla nazionale ghanese – era entrato in contatto con lui: in netto ritardo, infatti, Boateng provò comunque ad allungare la gamba per evitare che Ballack si liberasse del pallone con un passaggio. Proprio per via del ritardo di cui sopra, però, non fece altro che entrare dritto sulla caviglia dell’avversario, causandogli un problema non risolvibile nel giro di qualche giorno: lo strappo dei legamenti.

Non potendosi allenare – né tantomeno potendo giocare – per le prossime otto settimane Micheal sarà quindi costretto a limitarsi guardare i propri compagni correre e lottare per provare a centrare quel traguardo che lui riuscì solo a sfiorare otto anni fa in Giappone e Corea, quando la sua Germania venne sconfitta in finale dal Brasile del capocannoniere Ronaldo.

“E’ molto deludente, ma devo accetterlo” ha commentato Ballack ai microfoni della tv tedesca “E’ il calcio e bisogna conviverci. Anche se sono arrabbiato, chiaramente”.

La nazionale tedesca resta quindi senza il suo faro, senza il suo trascinatore, senza l’uomo d’esperienza deputato a guidare la squadra in campo. Tutto questo, certo, non porterà alla rassegnazione i teutonici, da sempre emblema di impegno e capacità di superare anche i propri stessi limiti. Di contro, però, non si può nemmeno dire che l’assenza di un giocatore importante come Michael non si farà sentire.
Lo sa bene Joachim Low, C.T. della nazionale tedesca, che ha così commentato l’accaduto: “Siamo scioccati, non c’è dubbio, e siamo tutti molto molto tristi. Michael è un giocatore importante per noi, un giocatore di classe mondiale che è stato spesso decisivo per noi. Non possiamo però rassegnarci, dobbiamo restare convinti che potremo effettuare un buon Mondiale anche senza di lui”.
Consapevolezza di quanto si è perso, quindi, ma nel contempo nessuna rassegnazione nei confronti di un Mondiale che vede la Germania come una delle principali e più accreditate outsider.

Ballack esce in stampelle dallo studio del dottor Hans-Wilhelm Mueller-Wohlfahrt

Di certo c’è che la lista dei giocatori di una certa caratura che non saranno presenti al prossimo Mondiale va allungandosi, e questo è un vero peccato. Speriamo quindi che non ci debbano essere altri infortuni di questo genere da qui all’inizio della manifestazione.

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Il quattro dicembre scorso Adidas presentò Jabulani, il pallone ufficiale del prossimo Mondiale e che campeggia attualmente nell’header di questo blog. Non contenti di aver creato il pallone esclusivo della rassegna iridata, però, quelli della casa fondata nel 1949 da Adolf Dassler hanno compiuto uno sforzo ulteriore creando il pallone che verrà usato solo e soltanto il giorno della finale: Jo’bulani.

Jo'bulani, ultimo nato in casa Adidas

Nome molto simile a quello del proprio genitore, quindi, per il pallone dell’ultimo atto di Sudafrica 2010. Ma è un nome che, comunque, non è stato dato a caso: lo stesso richiama infatti Johannesburg, città in cui avrà luogo la finale il prossimo 11 luglio.
Johannesburg, dicevamo, conosciuta anche come Jo’burg: la Città dell’Oro.

Perché sebbene mantenga il design iconico d’ispirazione sudafricana di Jabulani il colore dominante dello Jo’bulani è proprio l’oro.

Dopo aver progettato quattro anni fa il Teamgeist Berlin, pallone ufficiale esclusivo per la finale vinta dagli Azzurri, arriva quindi il secondo pallone della storia di Adidas creato apposta per l’ultimo atto di un Mondiale.

Se esteticamente il design resta lo stesso pur con l’inserimento dell’oro come colore principale anche a livello tecnico non ci sono grandi cambiamenti rispetto allo Jabulani, progenitore di questo nuovo nato in casa Adidas.

La caratteristica principale dello Jo’bulani è infatti il profilo Grip’n’Grooves, letteralmente “attrito e scanalature”.

Herbert Hainer (CEO Adidas), Franz Beckenbauer e Carlos Alberto Parreira (con i suoi ragazzi della nazionale sudafricana) presentano Jo'bulani, il pallone della finale di Sudafrica 2010

I tecnici dell’Adidas Innovation Team, infatti, hanno puntato tutto su due aspetti fondamentali: l’attrito che la superficie del pallone avrebbe dovuto avere in particolar modo rispetto ai piedi dei calciatori, che sarebbero dovuti essere facilatati al massimo nel controllo di palla, e la capacità di fendere l’aria al meglio.

Per il primo aspetto, quindi, si è rivisto il caratteristico aspetto a “pelle d’oca” già applicato sul pallone degli scorsi Europei: il rimodellamento notevole della microstruttura del rivestimento esterno garantirà quindi un ottimo grip ed offrirà ai giocatori un controllo del pallone ottimale con qualsiasi condizione atmosferica.

Per il secondo aspetto, invece, sono state create le aero grooves, scanalature chiaramente visibili sulla superficie del pallone stesso che lo circondano in modo ottimale conferendo allo stesso proprietà pare ineguagliabili di stabilità in volo e rendendolo, assieme al suo progenitore, il più preciso tra quelli mai realizzati dalla casa tedesca.

Continua, insomma, il grande lavoro portato avanti da Adidas per migliorare sempre più il materiale tecnico da mettere a disposizione degli atleti.

Uno dei tanti test svolti su Jo'bulani all'interno dei laboratori dell'Adidas Innovation Team

Secondo le indiscrezioni che filtrano proprio da Herzogenaurach, per altro, pare che Adidas abbia inoltre in progetto di presentare innovazioni rivoluzionarie nella produzione di palloni. Innovazioni che dovrebbe rivelare in occasione delle prossime competizioni UEFA, CAF e FIFA.

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E’ stato presentato nel pomeriggio di ieri, poche ore prima dell’effettuazione del sorteggio dei gironi, Jabulani, il pallone ufficiale dei Mondiali che si svolgeranno in Sudafrica dall’11 giugno all’11 luglio prossimo.

Nome, superficie e design particolare per l’undicesimo pallone creato dall’azienda fondata nel 1949 da Adolf Dassler.

Jabulani è il pallone ufficiale di Sudafrica 2010

Jabulani, infatti, è una parola isiZulu – una delle undici lingue ufficiali parlate nella Repubblica Sudafricana – il cui significato è “festeggiare” ed è stato scelto proprio perché il nome di questo nuovo pallone vuole simboleggiare la grande festa calcistica che si celebrerà nel continente africano tra pochi mesi.

L’undici, per altro, è un numero che ritorna spesso nel parlare di questo pallone.
Come detto, infatti, Jabulani è l’undicesimo pallone creato dall’Adidas per un Mondiale ed è chiamato in una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Inoltre undici sono anche i diversi colori utilizzati nella sua creazione, undici come i giocatori di ogni squadra di calcio, come le tribù sudafricane (questo paese, infatti, è uno dei più etnicamente variegati dell’intero continente africano) e, appunto, come le lingue ufficiali.

Il design, creato appositamente con l’utilizzo di colori vivaci, vuol quindi richiamare all’unità pur nelle molte differenze di un paese così variegato ed è stato pensato ispirandosi al motto “Unity in diversity”, motto ufficiale anche dell’Unione Europea.

Il pallone è invece composto da otto elementi tridimensionali di forma sferica realizzati in EVA (Etilene Vinil Acetato, una plastica copolimerica utilizzata in prodotti particolarmente flessibili ed elastici) e TPU (Elastomeri Termoplastici Poliuretanici, materiale le cui principali peculiarità sono l’alta resistenza ad usura, abrasione, strappo e lacerazione oltre ad una grande capacità di ammortizzazione ed una flessibilità ottimale alle basse temperature) saldati termicamente tra loro attorno alla carcassa interna in modo da creare una sfericità perfetta.

Per il profilo di Jabulani, invece, i tecnici Adidas si sono affidati alla tecnologia Grip’n’Grooves.
Essa si basa su due concetti fondamentali: da una parte sono state create le aero grooves, scanalature chiaramente visibili sulla superficie del pallone stesso che lo circondano in modo ottimale conferendo allo stesso proprietà pare ineguagliabili di stabilità in volo e rendendolo il più preciso tra quelli mai realizzati dalla casa tedesca, il tutto confermato dai test comparativi svolti dalla Loughborough University del Leicestershire e dal laboratorio Adidas di Scheinfeld, con il pallone provato anche nella galleria del vento.
Dall’altra, invece, è stato rivisto l’effetto a “pelle d’oca” caratteristico del pallone usato agli scorsi Europei: Jabulani, infatti, ha subito rispetto ai suoi predecessori un rimodellamento notevole della microstruttura del proprio rivestimento esterno garantendo quindi un ottimo grip che offrirà ai giocatori un ottimo controllo del pallone con qualsiasi condizione atmosferica.

Jabulani, inoltre, non è stato testato solo in laboratorio: in questi ultimi mesi, infatti, è stato reso disponibile a diverse squadre partner della casa tedesca (Bayern Monaco, Milan, Orlando Pirates ed Ajax di Cape Town) con i giocatori in primis a rendersi partecipi dei test fatti sul pallone; a quanto pare, quindi, sono stati proprio i loro appunti a spingere i tecnici a modificare struttura e composizione dei materiali.

Jabulani, quindi, sarà in vendita a partire da oggi: il futuro viene adesso.

La composizione di Jabulani: si possono notare le aero grooves e la particolare microstruttura della superficie

L’AIT (Adidas Innovation Team) ha reso inoltre noto di essere già al lavoro sul pallone che verrà realizzato appositamente per i Mondiali di calcio che si svolgeranno in Brasile nel 2014.
Dopo la struttura innovativa di Jabulani, quindi, chissà cosa ci attenderà per la prossima rassegna iridata.

Jabulani, intanto, diventerà il pallone che farà anche da banner per questo blog.

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