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Posts Tagged ‘Sciabolata Morbida’

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Dopo avervi illustrato il regolamento del Fantacalcio di Sciabolata Morbida, ecco a voi la rosa da me scelta per parteciparvi (assieme ad altri 94 FantAllenatori che hanno raccolto la mia sfida sui social).

Partiamo dalla porta.

Sinceramente ci ho messo abbastanza a decidere.

Con l’addio di Antonio Conte la Juventus temo infatti possa non essere più il fortino quasi imperforabile degli ultimi tre anni, così che le prestazioni dei loro estremi difensori potrebbero risentirne.

Al tempo stesso qualche dubbio nasce sulla Roma, che oltre a non avere un super interprete del ruolo ha anche una difesa rivisitata rispetto alla scorsa stagione, che per altro sarà impegnata anche in Champions.

Il Napoli dietro non mi convince. In più, Rafael non è Reina.

E via così.

Dovessi scegliere semplicemente un portiere prenderei sicuramente Handanovic. Ma contando molto anche la squadra, trattandosi di non subire goal e quindi in primis azioni pericolose, alla fine la scelta è caduta su Gianluigi Buffon, con Storari e Rubinho come secondo e terzo.

Vedremo se pagherà.

La difesa vede invece un grande apporto di terzini, per lo più giovani. Con un “grande vecchio” a far da chioccia e guidare il gruppo: Nemanja Vidic.

Assieme a lui ho quindi puntato sull’interista Dodò. Giocatore di classe e qualità, da terzino puro mette in mostra diverse lacune difensive. Da fluidificante potrebbe però sfruttare meglio le sue capacità in fase offensiva. E chissà, regalarmi qualche soddisfazione.

Come giovani terzini ho puntato anche sulla freschezza e le qualità di De Sciglio (non mi convince fino in fondo, sia perché il Milan è un punto interrogativo che per la sua fragilità fisica), Vrsaljko (sperando strappi un posto da titolare, dato che pare non debba giocare la prossima) e Zappacosta (il titolarissimo dell’under 21, chiamato a confermarsi anche in Serie A), con Sorensen che può disimpegnarsi bene sia al centro che sulla fascia.

A completare la rosa c’è quindi la scommessa Bianchetti (capitano e colonna dell’under 21, con cui si laureò già vicecampione europeo l’anno scorso, non può fare la riserva ad Empoli) ed il buon Darmian, chiamato a confermare l’ottima stagione dell’anno scorso.

A centrocampo ecco quindi un mix di affidabilità, freschezza e cuore.

Innanzitutto niente Vidal. Che vuol dire molto, dato che amo l’attuale corso cileno (di cui ho parlato anche qui). Però la paura per le sue condizioni fisiche (il ginocchio preoccupa e ha fatto desistere le pretendenti di mercato, in più dovrà stare fermo i prossimi venti giorni per un problema muscolare) mi hanno fatto desistere dall’acquisto. Potrebbe sempre rientrare in squadra durante il mercato di riparazione, quando si sarà testato sul campo.

Due cileni, comunque, li ho acquistati: il pitbull Medel, giocatore che amo profondamente vista la garra che trasmette in campo, ed il redivivo Pizarro, geometrie e piedino fatato in un corpo sempre più segnato dal tempo.

Se ho scartato Vidal ho invece deciso di acquistare il suo compagno di merende, Paul Pogba. Rinnovo vicino e la necessità di confermare – e implementare – quanto fatto vedere nei primi due anni di Juve. Dovrebbe essere una delle sicurezze della mia squadra.

Con lui, a centrocampo, anche quel Borja Valero che amo follemente dai tempi del Villareal. Un giocatore che dissi lungamente andasse acquistato e che arrivò solo con la retrocessione del Sottomarino Giallo in Liga Adelante.
Oggi è una certezza.

Tra le sicurezze della mediana anche un altro spagnolo, Callejon. Partito col freno a mano un po’ tirato in questa stagione, dovrebbe garantire una decina di goal, che per un centrocampista – pur spiccatamente offensivo – non sono un brutto bottino.

Ci sono poi due giovani italiani: quel Soriano che sponsorizzo dai tempi in cui lasciò il Bayern per tornare in Italia (ci ha messo un po’, ma adesso si parla addirittura di nazionale maggiore per lui) e quel Crisetig che si mise in bella mostra con l’under 17 del 2009, squadra che mi è rimasta nel cuore (peccato Fossati e Carraro non siano “arrivati”).

A completare il reparto ci pensa quindi l’unico giocatore che non ho comprato per questioni di “affetto” ma per semplice utilità: Josip Ilicic.
Visto l’infortunio di Giuseppe Rossi…

Il punto focale di ogni FantaSquadra, però, è sempre l’attacco. Ed il mio posso dire essere bello robusto, visti i tanti soldi a disposizione (è il primo anno di FantaSM, i fondi andranno sicuramente ricalibrati l’anno prossimo).

Così ho potuto dare alla mia fase offensiva forti tinte albicelesti. Le due star del gruppo sono infatti bomber Higuain, sfortunato protagonista dell’ultima finale Mondiale, e l’Apache Tevez, due giocatori che possono dominare, con la loro qualità, un campionato sempre più povero come il nostro. Indubbio dire che da una coppia così non posso che aspettarmi 35-40 goal.
Che Dio me la mandi buona.

La banda argentina si completa quindi col golden boy nerazzurro Mauro Icardi, altro giocatore che seguo fin da tenera età.
Un ragazzo che per me arriverà a segnare almeno 20 goal in un singolo campionato di Serie A, perché ne ha le qualità. Avendolo comprato, spero lo faccia già quest’anno.

Attacco molto giovane, il mio.

Al classe 93 Icardi affianco infatti il classe 92 El Shaarawy, chiamato alla definitiva consacrazione. Le qualità le ha tutte. Ora deve solo trovare continuità. Speriamo non si rompa.

Ma non solo. C’è infatti anche un altro classe 93, il bomber dell’under 21 Belotti.

In realtà tra i giovani attaccanti avrei voluto Zaza, che probabilmente al posto del Faraone poteva anche starci. Ma lo conosco e seguo da troppo tempo per non dargli un incoraggiamento così, puntando su di lui.

Infine a chiudere il conto è il più giovane dell’intera rosa, Federico Bernardeschi. Un giocatore che sui social vi avevo segnalato già un anno fa e che dopo la bella stagione di Crotone ha stregato sia Prandelli, che Montella, che Di Biagio.

Anche lui, purtroppo infortunatosi giusto ieri con l’under 21, potrebbe beneficiare della lunga assenza del povero Pepito…

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Dopo la bella esperienza del FantaMondiale su Magic (vinto dalla Worms FC, per chi non lo sapesse) eccoci alla prima edizione del FantaSM di Serie A!

Questa volta, essendo quello di Magic a pagamento, cambio di piattaforma: sarà Fantagazzetta ad ospitarci.

Chiunque fosse interessato a partecipare non deve far altro che lasciarmi il proprio indirizzo mail (qui, su Facebook o su Twitter) così ch’io possa invitarlo.

A seguire, un breve regolamento di quello che sarà la nostra Lega.

1. Rose

Il numero dei giocatori è predefinito: 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti e 6 attaccanti.
Ovviamente, essendo un fantacalcio a cui parteciperanno diverse decine di persone, un singolo giocatore potrà essere acquistato da più team.

2. Mercato

350 crediti a disposizione di ogni fantamanager. Le quotazioni sono quelle ufficiali rilasciate da Fantagazzetta (le trovate qui).
Il mercato è stato aperto alle 17 del 26 agosto e chiuderà alle 12 del 12 settembre, prima dell’inizio della seconda giornata di Serie A (prima giornata ufficiale del FantaSM).
2.1 Mercato di riparazione
A gennaio sarà previsto un mercato di riparazione. Indicativamente coinciderà con quello di Serie A, anche se finirà qualche giorno più tardi. Ulteriori comunicazioni saranno fornite ai fantamanager durante lo sviluppo del gioco.

3. Formazioni

Le formazioni vanno inserite entro e non oltre i quindici minuti prima dell’inizio del primo match di giornata. Il sistema non accetterà ritardi oltre questo limite temporale.
I moduli utilizzabili sono: 4-4-2, 4-3-3, 4-5-1, 5-4-1, 5-3-2, 3-4-3, 3-5-2, 3-6-1, 6-3-1.
Qualora un fantamanager dimenticasse di fare la formazione il sistema provvederebbe a schierare in automatico la squadra della settimana precedente.
3.1 La panchina
I panchinari selezionabili sono massimo 12, 3 per ruolo.

4. Impostazioni di calcolo

4.1 Bonus/malus
Goal segnato +3
Goal subito -1
Rigore sbagliato -3
Rigore parato +3
Ammonizione -0.5
Espulsione -1
Assist +1
Autogoal -2
Goal decisivo pareggio +0.5
Goal decisivo vittoria +1
Portiere imbattuto (deve aver giocato almeno 25 minuti) +1

4.2 Fonte voti e cartellini
La fonte è la redazione di Napoli di Fantagazzetta.
I voti saranno espressi con due decimali.

4.3 Sostituzioni
Numero massimo di 3 sostituzioni.
Il sistema seguirà l’ordine dei giocatori schierati in panchina ed avrà la possibilità, se necessario, di cambiare il modulo in corsa (ovviamente restando dentro la rosa di moduli illustrati al punto 3 di questo regolamento).

4.4 Punteggio
Ogni squadra segnerà il suo primo goal al raggiungimento dei 66 punti. Il secondo verrà segnato totalizzando 4 punti in più (70). Il terzo con altri cinque punti in più (75). Il quarto con altri sei (81) e il quinto con altri sette (88). Dal sesto in poi serviranno otto punti per realizzare un goal.

4.5 Modificatori
Non è previsto l’uso dei modificatori.

5. Competizioni

Royal Rumble, il classico tutti contro tutti: chi fa più punti vince!

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SpazioMilanDopo i miei pezzi sul Milan, in particolare quello sulla campagna acquisti del 1997, Francesco Barbati di  SpazioMilan mi ha interpellato per chiedermi la mia sull’attuale situazione Rossonera.
Ne è uscita una chiacchierata interessante che è stata pubblicata oggi sul sito. E che riporto anche qui per chi non avesse avuto modo di leggerla.
(Disclaimer: se volete la versione essenziale andate a quella pubblicata su SpazioMilan. Se invece avete qualche minuto in più da perdere leggete qui quella estesa..)

Francesco, il tuo blog, Sciabolata Morbida, è sempre attento alle notizie del calcio italico ed internazionale, e fra i tuoi ultimi pezzi ce n’è uno in particolare in cui analizzi la situazione generale del Milan: ci spieghi in breve cosa pensi del momento dei rossoneri e a cosa può ambire, in questa stagione, la squadra che sembra allo sbando (soprattutto in campionato)?

Credo che il Milan sia in una fase di profondo cambiamento. Societario, ovviamente, ma anche tecnico.
Concentriamoci per un attimo su questo aspetto. L’andazzo è chiaro: il sistema paese ed il sistema calcio italiano sono in forte crisi. Va da sé che non possono più essere le nostre compagini a collezionare fuoriclasse. Quindi, bisogna pian piano ridimensionare. E questo non vale solo per il Milan.

Il 2007 è stato, secondo molti, il canto del cigno di un gruppo di fuoriclasse, che dopo la Champions persa in maniera incredibile due anni prima seppe, con grande orgoglio, tornare sul tetto d’Europa (prima, e del mondo poi). Era logico però che – ed allora c’era tutto il tempo per programmare la cosa – si sarebbe dovuto rifondare la squadra, con l’ingresso di forze fresche da plasmare grazie all’aiuto di quei senatori. Questo, invece, non sembra essere stato fatto. Negli ultimi anni il processo di ricambio è stato molto accelerato e ben poco ragionato. Lo svincolo di Pirlo grida ancora vendetta.
Ma soprattutto si è lasciato lo spogliatoio “nudo”, posto che la leadership non può essere lasciata in mano ad Abbiati, Bonera e Montolivo.

Non solo. Nelle ultime stagioni la proprietà ha iniziato a tirare i remi in barca. Sono stati fatti partire Ibrahimovic e Thiago Silva senza che venissero cercati dei rimpiazzi anche solo minimamente adeguati e si è investito sempre meno (e soprattutto sempre peggio). La situazione di oggi è figlia di una cattiva gestione che si è perpetrata negli ultimi anni. In cui la dirigenza ha provato a fare le nozze coi fichi secchi (tipo le acquisizioni dei già citati Silva ed Ibrahimovic) non riuscendo però ad avere una vision che permettesse al Milan di crearsi delle prospettive. Che oggi, possiamo dire, non ci sono. Se il processo di rifondazione poteva già essere al termine, infatti, va detto che ci si trova nella situazione esattamente contraria: si è solo all’inizio.Ibrahimovic e Thiago Silva al Milan

A cosa può ambire questa squadra è difficile dirlo. Io credo che il gruppo sia comunque di buon livello, se paragonato alla media della nostra attuale massima divisione. Penso infatti che con i giocatori a disposizione (tra cui moltissimi nazionali, anche vicecampioni continentali) la squadra non possa non puntare ad un posto in Europa.
Però i problemi sono tanti, in primis una guida tecnica obsoleta. Come dicevo sul mio blog un Diavolo non si dà mai per morto. Però non mi stupirei se il Milan, a meno di interventi societari “abbastanza pesanti” restasse fuori dall’Europa, la prossima stagione.

Galliani va via, Galliani rimane: ultimi giorni di tensione in società. Alla fine forse ci sarà la convivenza con Barbara.

Partiamo da un presupposto: Adriano Galliani è stato un grandissimo dirigente. Che ha fatto delle “magate” come degli acquisti incommentabili (la campagna estiva del 1997 di cui parlo nel mio blog è uno scempio unico). Ultimamente però la deriva era sempre peggiore. Alla mancanza di denaro si sopperisce con le idee. E non ritengo il massimo affidarsi alla sola immagine: ribadire ogni volta che il Milan fosse la squadra più titolata al mondo è doveroso da un punto di vista dell’orgoglio, ma non può coprire le magagne di un club. Acquistare ex Palloni d’Oro bolliti o quasi non aiuta a vincere altre Champions League. Puntare su nomi da copertina (di rotocalco rosa, però) come il Matri di turno per alzare un po’ di hype mediatico non trascinerà la squadra in campionato.

Nel complesso ritengo quindi che potesse essere arrivato il momento di un cambio, ma si è sbagliato assolutamente il modo.

Un ultimo appunto: molte idee portate da Barbara sono interessantissime. Vedremo come verranno messe in pratica però.

Oltre ad essere blogger, sei anche giornalista ed hai pubblicato un interessante ebook sulle giovani (e giovanissime) promesse del football. Come hai voluto sviluppare questo lavoro?

L’idea mi è venuta un normalissimo pomeriggio d’autunno, quando andai a bere un caffè con un amico. Chiacchierando e googleando ci imbattemmo in una lista delle presunte 101 giovani promesse migliori del mondo.
Dopo averci dormito su decisi di sviluppare quest’idea e creare una raccolta di schede in cui raccontare i miei giovani da tenere d’occhio. Non per forza per valore assoluto o potenzialità in prospettiva, ma anche per particolarità delle proprie storie o esoticità dei loro paesi di provenienza.La carica dei 201

Iniziando a lavorarci sopra ho finito col raccogliere 201 schede di ragazzi under 20 che ho pubblicato come “La carica dei 201” (il libro è in vendita in molte librerie online alla modica cifra di 99 centesimi).

La politica dei giovani attuata dal Milan (a partire dalla prima squadra) non ha entusiasmato i tifosi, almeno sul rettangolo verde; perché un Muntari continua ad esser preferito ad un Saponara?

Il Milan non sta attuando una politica “verde”. Un conto è ciò che viene detto, un altro ciò che viene fatto.

Perseguire una politica verde, per quanto mi riguarda, significa investire tanto sul proprio settore giovanile quanto sui migliori giovani che si riescono a trovare da inserire direttamente in prima squadra. E poi puntare su di loro.

Quando in estate dissi che Birsa – un giocatore che secondo molti arrivava a Milano per non vedere mai il campo – avrebbe rubato ulteriore spazio a Saponara in molti mi risero dietro. All’alba di dicembre sembra avessi ragione io.

Attuare una politica verde significa dare spazio nell’11 titolare, in maniera continua, ai giovani a propria disposizione. E significherebbe anche iniziare a valorizzare ragazzi come Petagna e Cristante, per dire un paio di prodotti delle giovanili.

Hai un occhio di riguardo per qualche ragazzo? Della Primavera e non?

Nel mio libro ho inserito le schede di alcuni giovani milanisti: Niang, Cristante e Mastour.

Il primo mi sembra un giocatore molto acerbo e non sono convintissimo abbia le carte in regola per arrivare ad aspirare ad un posto al Milan. Forse avrebbe bisogno di un prestito per maturare altrove.

Il secondo ha dei mezzi interessanti, ma fare il salto dalla Primavera al professionismo è sempre difficile: ritmi differenti. Un esempio è Barberis, ragazzo che fu protagonista di una stagione di assoluto valore quando giocò nella Primavera del Varese guidata da Devis Mangia (vicecampione nazionale) e che oggi stenta un sacco in Serie B. Però finché non ti viene dato spazio non hai modo di misurarti con certi palcoscenici. Se mancano i soldi per investire come un tempo servono idee. E soprattutto tanto coraggio.Hachim Mastour

Infine Mastour. Che da un punto di vista tecnico ha un bagaglio da vero funambolo. Troppo spesso, però, siamo rimasti scottati da funamboli incapaci di incidere ad alto livello.
Chi non si ricorda di Denilson, ad esempio? Il ragazzo deve essere seguito e “costruito”. Le potenzialità per far parlare di sé a lungo le ha. Deve però imparare che il calcio non è un gioco individuale. Che senza la squadra non si va da nessuna parte. E che meno il suo gioco sarà essenziale e più saranno alte le possibilità di vederlo incidere poco sul risultato.

La Primavera di Filippo Inzaghi è forse una delle poche note positive del mondo Milan, in questo scorcio di stagione. Il suo cammino nella Uefa Youth League ne è testimone. Credi che la squadra possa andare avanti nella competizione? E pensi che sia una buona vetrina, in generale, per i giovani e per la loro crescita?

Credo che i settori giovanili italiani siano gestiti, in generale, in maniera obsoleta.

Il sistema calcio italiano dovrebbe ripartire dai propri vivai, attuando una riforma completa degli stessi.
Pensare che un allenatore possa essere esonerato dalla guida di una squadra Allievi è assurdo. Ad una certa età si deve puntare alla crescita dell’uomo, dell’atleta e del calciatore, NON ai risultati.

Che la Primavera del Milan possa andare in fondo alla competizione mi interessa poco. I conti si faranno tra qualche anno, quando questi ragazzi saranno tra i professionisti.
Quanti giocheranno ad alto livello?

La Juventus tra il 2003 ed il 2012 ha vinto sei volte il Torneo di Viareggio. Quanti di quei ragazzi sono oggi titolari nell’11 di Antonio Conte? Con l’esplosione di Pogba, nessuno.

Personalmente mi interessano questi risultati. Non quelli sul campo.

Spesso invece i nostri club puntano a cercare ragazzi già più maturi proprio per vincere i trofei giovanili. Non ad assicurarsi e crescere i talenti. Tutto ciò è molto sbagliato.

Cosa consiglio? Una riforma, appunto. Che passi da un cambio di cultura sicuramente. E dalla creazione di qualche Centro Federale, un po’ come l’Institut National du Football de Clairfontaine in Francia. Luoghi in cui ci siano allenatori preparati, stipendiati dalla Federazione e che pensino esclusivamente allo sviluppo dei propri ragazzi, non a vincere coppette che possono dare un minimo di felicità sul momento, ma di cui resta poco nel lungo termine.INF Clairfontaine

In questo senso, ovviamente, le nazionali giovanili non contano: sono utili per far accumulare esperienza internazionale ai nostri ragazzi, che così possono confrontarsi con scuole di calcio molto diverse dalle nostre. Ma in un ritiro di quel tipo non si ha il giusto tempo per lavorare e crescere un ragazzo. In un Centro Federale invece sì. Solo per la cronaca (da giornalista, mi tocca): da Clairfontaine sono passati e a Clairfontaine sono cresciuti – tra gli altri – giocatori come Benatia, Anelka, Ben Arfa, Briand, Gallas, Matuidi ed un certo Thierry Henry…

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Tra i libri calcistici che preferisco ci sono senza dubbio le autobiografie.

L’ultima in ordine temporale che mi è capitato di leggere è stata quella di Zlatan Ibrahimovic, pubblicata in Italia nel novembre del 2011. Ovvero quando ancora lo svedese giocava in Italia, giusto pochi mesi dopo aver firmato l’ennesimo trionfo della sua carriera trascinando il Milan allo Scudetto.

Partiamo subito da un presupposto: non mi aspettavo moltissimo da questo libro. Tanto che lo comprai solo in forte saldo (pagato circa sei euro) nelle svendite di fine attività del Blockbuster di Varese.

Non mi aspettavo molto più che altro perché temevo che, in linea col personaggio, in questo libro Ibrahimovic facesse la corsa a sparare a zero su tutto e tutti giusto per fomentare discussioni e ritorno d’immagine più che raccontare davvero quella che è stata la sua vita, sportiva innanzitutto.

Oltre a questo debbo dire che non apprezzo affatto, in linea di massima, le biografie che escono quando il giocatore – un po’ come successo con Cassano, altro libro che lessi con non poca prevenzione – è ancora in piena attività.

Gli spunti interessanti, però, si trovano eccome.

A partire dal rapporto problematico con Pep Guardiola.

Certo, ascoltare una campana sola è sempre sbagliato e, al riguardo, sarebbe interessante sapere ciò che ha da dire l’allenatore catalano. Però è altresì vero che la ricostruzione delle cose che emerge dalle pagine di “Io, Ibra” sembra tutto sommato poter essere attendibile, almeno a grandi linee.

Oltre a questo è comunque interessante ripercorrere la carriera di uno dei giocatori più discussi – e determinanti, almeno in campionato – dell’ultima decade.Io, Ibra

A partire dalla fatica di emergere al Malmo in un contesto che lo ghettizzava per il suo essere “diverso”, passando per tutti i trasferimenti che hanno caratterizzato la sua carriera, fino ad arrivare, appunto, allo Scudetto Rossonero.

Retroscena, sensazioni e focus che possono aiutare a capire meglio il personaggio Ibrahimovic, oltre che, perché no, il mondo del calcio attuale.

Scorrendo le pagine di questo libro, per altro, emerge chiaro il suo amore per il nostro calcio. Cosa che sembrerà strana in un’epoca in cui lo stesso ha perso centralità e credibilità. Eppure Zlatan parla del nostro come di un riferimento assoluto in primis per la passione e la centralità con cui viene vissuto questo sport qui in Italia.

Proprio in questo senso, ed anche in riferimento alle sue parole sull’addio alla Juve (che, in breve, giustifica come necessario per non perdere gli anni più importanti della sua carriera), può risultare un minimo più credibile quella voce di mercato, di cui parlai venerdì, che lo vorrebbe sempre più lontano da Parigi (il rapporto con la piazza è sempre stato freddino, e proprio leggendo il suo libro si evince come centrale per lui sia l’amore del pubblico e la sua necessità di sentirsi centro del progetto). Magari proprio con un “ritorno al futuro” in quel di Torino.
Possibilità che trovo molto remota, anche in relazione al futuro – e già ufficializzato – acquisto di Llorente. Ma se Ibrahimovic volesse arricchire di un ulteriore ed interessantissimo capitolo la sua già ricca biografia…

Certo, non tutto è oro ciò che luccica.

In questo senso sembra un po’ forzato il suo tentativo di continuare ad accostare la sua figura a quella del classico “bad boy” di periferia. Il tutto sia raccontando l’infanzia di ragazzo sfortunato che lotta per emergere (cliché piuttosto classico), sia, poi, quando parla di questa etichetta scomoda che i media gli terranno incollata per tutta la carriera. E che lui commenta con un certo fastidio. Per quanto, in realtà, sembra che in fondo ne sia orgoglioso…

Nel complesso, comunque, un libro che personalmente ho trovato interessante. Se vi capita sottomano leggetelo. Potreste finire col darmi ragione!

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Il tempo per seguire il blog è sempre meno, ma la passione… beh, quella non viene mai a mancare.

Era da un po’ di tempo in realtà che pensavo a qualcosa come questa. Già anni fa, ben prima che ne esplodesse la moda, volevo aprire una sorta di servizio podcasting. Ma poi serve il tempo, l’ingegno, le persone con cui collaborare, ecc.

Alla fine però chi non risica non rosica, e allora eccomi qui. In realtà l’idea iniziale era quella di registrare la conversazione video su Skype e postare quella. Ma poi alcuni problemi tecnici mi hanno permesso di salvare solo l’audio.

In questa prima puntata di “Pedate d’Autore” l’ospite è un grande della nostra blogosfera, il mitico Andrea Bracco.

Con lui ho voluto parlare di Sudamericano under 20, con un accenno finale al suo Toro.

Per il futuro non c’è niente di pronto. Verrà quel che verrà.

E sono ovviamente apertissimo a proposte e collaborazioni. Se pensate di avere una cultura calcistica particolare fatevi avanti. Alla fine parlare di calcio è bello… facciamolo!

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I mass media ormai lo danno per fatto.

L’accordo ci sarebbe già, per una cifra che si aggira tra i 10 ed i 13 milioni, come da valutazione del Presidente Sebastiani.

Quello col giocatore, logicamente, è praticamente una formalità, perché quando sposti tutti quei milioni ed hai una facilità di spesa disarmante non ci metti molto a convincere un ventenne la cui esperienza massima di carriera è stato un secondo posto in Serie B a venire a farsi strapagare per giocare la Champions League.

Insomma, a leggere in giro si sarebbe passato il punto di non ritorno: Marco Verratti diventerà a tutti gli effetti un giocatore del Paris St. Germain e la prossima stagione sarà a disposizione di mister Ancelotti.

E questo nonostante il ragazzo qualche settimana fa giurasse, pur ancora da pescarese, eterno amore alla “sua” Juventus, la squadra per cui tifa sin da bambino.

Occasioni del genere però, oggettivamente, capitano poche volte nella vita.

Ma siamo proprio sicuri che questo trasferimento – io dico ancora eventuale, del resto anche Thiago Silva sembrava ormai avviato alla conclusione positiva – sarebbe positivo per tutte le parti?

Andiamo a valutare un po’ di pro e contro.

Partendo dal Paris. Che in realtà di contro non ne ha molti: inserirebbe in organico un giocatore potenzialmente tra i top al mondo nel proprio ruolo, lo darebbe in mano ad un allenatore che sicuramente ha le possibilità di farlo sbocciare definitivamente e, vista la capacità di spesa succitata, farebbe tutto sommato un acquisto più che accettabile, con possibilità di resa per altro esponenziali.

Ok.

Ma Marco e il Pescara?

Partiamo proprio dagli abruzzesi.
Premettendo che logicamente la volontà del Presidente sia quella di costruire una squadra capace quantomeno di salvarsi e non tanto di speculare sulla cessione di un singolo giocatore come se non ci fosse un domani ecco che non per forza la via che prevede un’offerta esclusivamente economica dovrebbe essere quella prediletta. Questo perché se ti privi di una delle tue stelle per soldi devi poi essere sicuro di reinvestirli bene, questi denari. Cosa tutt’altro che scontata.

Certo, con una decina di milioni il Pescara potrebbe andarsi a comprare la comproprietà di due o tre giovani di belle speranze sperando esplodano per poi capitalizzare ulteriormente le loro cessioni e creare un ciclo virtuoso stile Udinese, anche se magari più in piccolo, con cui mantenersi e rilanciarsi di anno in anno nel lungo periodo.

Contemporaneamente, però, la cessione del ragazzo a fronte di contropartite interessanti e già predefinite assicurerebbe un po’ al Pescara questo meccanismo.

Leggendo qua e là le dichiarazioni di Sebastiani vedevo come lo stesso Presidente abruzzese citassi il romanista Viviani. Giocatore forse meno talentuoso in senso stretto ma sicuramente interessantissimo a maggior ragione per una “piccola” come il Pescara.

Ecco quindi che un’eventuale cessione in Italia potrebbe dare la sicurezza al Pescara di andare ad accaparrarsi almeno un paio di giovani interessanti che accettando i contanti del PSG non è così scontato riuscirebbe poi a reperire altrimenti.

Perché credo sia logico che qualora Napoli, Roma o Juventus dovessero privarsi delle comproprietà di qualche gioiellino lo farebbero più volentieri a fronte dell’arrivo alla casa madre di un Verratti, piuttosto che di quell’uno o due milioni che fondamentalmente non fanno la differenza quando si parla di squadre che fatturano tra i cento ed i duecento milioni di euro l’anno.

Pescara che insomma dovrebbe farsi i conti in tasca. Perché cedere il cartellino del ragazzo in Italia farebbe sì guadagnare meno cash ma darebbe qualche certezza tecnica in più: da una parte si potrebbe ottenere più facilmente la permanenza del ragazzo per un altro anno in Abruzzo (cosa di cui nessuno parla in relazione all’eventuale trasferimento Oltralpe), dall’altra si potrebbe appunto mettere le mani con certezza su qualche giocatore che farà sicuramente comodo ad una squadra che per altro, bene sottolinearlo, ha già perso tre dei principali interpreti della scorsa stagione (Zeman, Insigne, Immobile) e che già così è quindi praticamente da rifondare.

Detto dei dubbi relativi alla società che si trova a dover cedere il ragazzo veniamo allo stesso Marco.

Che certo andrebbe a guadagnare meglio di quanto non guadagnerebbe in Italia (suppongo, almeno).
Ma c’è sempre il risvolto della medaglia.

Iniziando dalla Nazionale: oggi, pur non essendo ancora riuscito ad essere un punto fermo dell’under 21, Verratti è già in predicato di passare alla nazionale maggiore.

I giornali, dopo la preconvocazione Europea, lo danno già per scontato ed è indubbio che un suo eventuale imporsi in Serie A, foss’anche solo con la maglia attuale, potrebbe essere il sigillo del suo ingresso a tutti gli effetti nel giro “grosso”.

E storicamente, Campioni affermati a parte, abbiamo sempre visto come in Italia si tenda un po’ a snobbare il giocatore che gioca all’estero. A maggior ragione appunto quando non ha già una statura affermata (come potevano essere Zambrotta e Cannavaro qualche anno fa, o lo stesso Thiago Motta oggi, pur con profili diversi).

Ma anche ponendo il fatto che questo nuovo corso prandelliano possa rappresentare un punto di rottura anche in questo senso è inutile negare che oggi, nonostante tutti i tanti problemi intrinseci del nostro calcio, la Serie A ha ancora un profilo superiore alla Ligue 1.

E questo nell’evoluzione di un giocatore conta.

Altrimenti non si spiegherebbe perché in linea di massima, con qualche rara eccezione emersa solo col nuovo corso “arabo” del Paris, siano sempre i talenti francesi ad emigrare per consacrarsi, e mai il contrario.

Questo è un aspetto cui il ragazzo dovrebbe pensare.

Esattamente come dovrebbe pensare al fatto che un cambiamento così drastico, che lo porterebbe a cambiare addirittura nazione, influirebbe comunque pesantemente sulla sua vita di tutti i giorni e sul suo stile di vita stesso.

Inoltre un suo eventuale trasferimento a Torino, dove gli consigliai di andare già mesi fa, lo vedrebbe inserito in un contesto idilliaco per la sua crescita, con il regista per eccellenza a fargli da chioccia ed una serie di compagni che si ritroverebbe poi in Nazionale.

Insomma, posto che per ogni calciatore la massima aspirazione dovrebbe essere l’Azzurro ecco che andare a Parigi sarebbe controproducente. Meglio restare in Italia, con il top rappresentato, oggi, da Torino.

Poi certo, aspetto economico a parte c’è una questione tecnica che potrebbe comunque invogliarlo a scegliere Parigi: Carlo Ancelotti.

Inutile nasconderci. Stiamo parlando dell’allenatore che non inventò Pirlo regista, ma di certo che aiutò uno dei talenti più cristallini della storia del calcio italiano (e forse non solo) ad imporsi come il Fenomeno assoluto che oggi tutti noi conosciamo e che se solo una settimana fa avesse vinto l’Europeo sarebbe uno dei maggiori candidati al Pallone d’Oro.

Chiaro, non è detto che “l’operazione” riuscirebbe anche con Verratti, ma è indubbio che questo aspetto potrebbe portare il ragazzo e il suo entourage a propendere per Parigi.

In tutto questo chi sicuramente ci perderebbe è il calcio italiano: che si vedrebbe scippato di un ennesimo talento (dopo che l’anno scorso, tanto per dirne due, ha perso Sanchez e Pastore) e che soprattutto dimostrerebbe ancora una volta, dopo il caso Giuseppe Rossi, l’incapacità di trattenere in Italia uno dei nostri giovani talenti più puri.

Al riguardo so di ripetermi in continuazione, ma purtroppo le cose non cambiano: c’è bisogno di una rivoluzione culturale nel mondo del calcio italiano (e forse nel paese tutto) che porti i nostri dirigenti a credere e puntare sui giovani talenti che abbiamo.

Perché una volta anche i Cannavaro, Buffon, Pirlo e Gattuso erano solo dei giovani di belle speranze che avevano tutte le possibilità, come i Baronio di turno, di tradire le attese.

Ma se nessuno ci avesse mai puntato oggi noi saremmo solo tre volte Campioni del Mondo.

Beh, è ora di tornare a puntare sul nostro calcio, che come hanno dimostrato gli Europei appena conclusi resta, nonostante tutte le contraddizioni ed i problemi che ha al suo interno, ancora un movimento che se vuole può davvero rappresentare un’eccellenza a livello mondiale.

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La finale di ieri, nel bene e nel male, passerà alla storia.

Un po’ perché un 4 a 0 non si verifica certo spesso in partite di questa importanza. Un po’ perché non era mai successo che una nazionale riuscisse a vincere due Europei di fila, tantomeno con un Mondiale in mezzo. Un po’ perché la nostra nazionale non era accreditata della finale. E, infine, perché l’Italia è alla terza finale persa, su quattro disputate, negli ultimi 18 anni (Usa 94 ed Euro 2000 le altre).

Questa, però, era assolutamente segnata in partenza. Ancor prima che dalla condizione precaria degli Azzurri dalla strapotenza iberica, che pur non essendosi notata nel derby contro la Spagna era palese sarebbe uscita contro di noi.

Perché diciamolo chiaro: l’Italia contro la Germania ha compiuto un mezzo miracolo e strameritato di vincere. Ma i demeriti tedeschi sono stati altrettanto palesi.

E’ stata proprio la squadra di Low, forse schiava di un complesso d’inferiorità ormai atavico, a metterci in condizioni di vincere, attuando un gioco (verticalizzazioni per una punta statica e traversoni dalla trequarti che difficilmente potevano impensierire difensori come i nostri) assolutamente alla nostra portata.

Il tiki-taka spagnolo, invece, non poteva che far collassare l’ambaradam.

In questo le colpe sono anche – e soprattutto – di Prandelli.

Intendiamoci: onore a lui, che ha saputo comunque guidare alla grande questo gruppo là dove nessuno si aspettava potesse arrivare.

Detto ciò, però, come ha ammesso proprio oggi gli è mancato il coraggio di rivoluzionare la squadra sul più bello, cercando di ovviare a stanchezza ed acciacchi.

Con un risultato chiaro: asfalto spagnolo sulle rovine della squadra che aveva ridicolizzato gli inglesi per poi imporsi alla grande sui favoritissimi tedeschi.

La Spagna era comunque palesemente più forte, certo. Onore a loro.
Peccato solo per quei sospetti di doping che qualcuno continua a muovere all’indirizzo dell’intero movimento sportivo spagnolo. Speriamo solo tra qualche anno non si finisca con lo scoprire l’irreparabile…

Onore alla Spagna, dicevo, ma è giusto sottolineare i demeriti dei nostri, in particolar modo di Prandelli.

Chiellini era palesemente fuori condizione. Infortunatosi prima di iniziare l’Europeo, ha dovuto combattere per un mese contro sé stesso prima ancora che contro gli avversari.
Peggiore in campo dell’11 titolare contro la Germania, sarebbe dovuto rimanere in panca ieri. Per dare spazio a quel Balzaretti che è stato una delle rivelazioni assolute di questo torneo.

Non è certo un caso se l’1 a 0, quello che inizierà ad aprire le prime vere falle nella comunque fragile impalcatura Azzurra, arriverà proprio dalla sua parte.
La pesantezza in quello scatto con cui proverà a chiudere Fabregas è l’istantanea perfetta dell’errore commesso da Prandelli. Che poi sarà costretto a toglierlo dal campo a metà del primo tempo, infortunato.

Altro errore, fondamentalmente quello su cui gli spagnoli hanno potuto costruire la loro vittoria, è l’aver inserito la coppia Balotelli-Cassano.

Difficile lasciarli in panchina dopo quanto fatto vedere in semifinale, siamo d’accordo. Ma regalare due giocatori agli avversari in fase di non possesso è stata la vera sconfitta Azzurra.

Perché logico che così poi i centrocampisti si trovano sempre da soli in mezzo a tre avversari ed il giropalla spagnolo diventa più che elementare.

Fondamentalmente hai due opzioni per attaccare il possesso spagnolo: pressare come fanno loro, che raddoppiano pure le foglie anche oltre la metàcampo, oppure creare grandissima densità quantomeno all’interno della tua trequarti. Impedire quindi si crei anche solo il più piccolo spiraglio. Cosa che fece benissimo l’Inter del Triplete, giocando con undici uomini dietro la linea del pallone. Cosa che non ha saputo fare minimamente ieri l’Italia, pur essendo, dicono, la maestra del catenaccio.

Niente catenaccio, dunque, ma nemmeno la propositività delle ultime partite. Un mix letale che ha portato i nostri, per di più acciaccati e palesemente fuori partita a livello mentale, a subire una batosta che ha preso le forme della goleada quando Prandelli ha compiuto l’ultimo errore di una sua personalissima serata ultra negativa: l’inserimento di Motta al posto di Montolivo.

Inserimento sbagliato per diversi motivi: sul 2 a 0 non ha senso mettere un mediano per un trequartista. Contro gli spagnoli non ha senso mettere in campo il giocatore più statico della squadra. E, ultimo ma non meno importante, non puoi sprecare la terza sostituzione per inserire il più fragile tra i tuoi giocatori.

Detto-fatto Motta dopo pochi minuti abbandona il campo in barella. Stiramento, strappo. Chissà. Fattostà che lì non solo finisce la partita degli Azzurri, ma inizia il dilagamento spagnolo, che resterà negli annali per sempre.

Serata storta, insomma, per Prandelli e per i suoi. Cui va però riconosciuto il merito di esserci arrivati fino alla finale di Kiev. Risultato impensabile solo ventiquattro mesi fa, dopo il tracollo sudafricano.

Ora vedremo in che direzioni andrà questa nazionale.

Perché il secondo posto odierno dovrebbe essere un punto di partenza e non di arrivo, certo. Ma è altresì vero che il faro di questa squadra, Andrea Pirlo, ha ormai 33 anni. E che se non si troveranno alternative valide i prossimi tempi potrebbero non essere così solari.

Prima di chiudere questa parentesi europeo per tornare poi nei prossimi giorni a parlare di squadre di club mi permetto un paio di considerazioni.

Innanzitutto quel benedetto carro. Su cui non c’era quasi nessuno ad inizio Europeo, su cui è salita quasi tutta Italia durante la partita con la Germania, da cui sono scesi praticamente tutti ieri sera.

Un carro su cui io ho messo radici da vent’anni. E da cui non scenderò certo oggi.

Perché si può vincere e si può perdere. Si può meritare o demeritare. Si possono sparare bolidi all’incrocio o sbagliare formazioni. Ma l’Italia resta l’Italia e l’Azzurro il colore in cui mi specchio da quando sono nato.

Nella buona e nella cattiva sorte su quel carro ci resterò. Criticando quando sarà il caso di farlo, come è giusto, incensando quando i ragazzi mi faranno rimanere a bocca aperta, come dopo la partita giocata contro la Germania. Ma sempre e comunque col mio posto ben saldo sotto al sedere.

E spero che come me ce ne siano tanti. I tifosi occasionali si occupino d’altro.

Ma non solo.

Basta moralismi banali e basta sorrisini sciocchi.

Da una parte mi sono dovuto sorbire per un mese una campagna anti-competizione da parte di chi aveva preso molto male – anche giustamente – il massacro dei cani avvenuto in Ucraina. Roba come “voi esultate loro no”, con tanto di foto cruente sicuramente di poco gusto.

Il fatto è semplice: bisogna saper scindere i due discorsi.

L’Europeo è una cosa. Il gioco del calcio è una cosa. La mia nazionale è una cosa.
Gli errori di un governo, come in questo caso quello ucraino, TUTT’ALTRA.

Sono due mondi che per quanto si siano sfiorati in questo caso non devono entrare in contatto.

Inutile dirmi che non devo esultare se la mia nazionale vince, in rispetto di quei poveri cani. Perché io rispetto ne porto. Ma so scindere le questioni veramente importanti dallo sport. Cosa che tutti questi falsi moralisti non riescono a fare.

Il tutto poi, ovviamente, è solo un “dagli all’italiano”. Non un solo link su Facebook ho visto ieri che dicesse agli spagnoli di non festeggiare. Come se i cani ucraini si sentissero offesi solo dalle nostre esultanze, eventualmente.

Per quanto riguarda i sorrisini, invece… capisco il fatto che ci sia chi non concepisca che una persona come me o tanti altri vedano il calcio, pur sapendolo distinguere bene dalle cose realmente importanti, la propria vita.

Però Dio o chi per esso ha voluto che effettivamente ci sia chi brucia di passione. Che sia per il calcio, un qualsiasi altro sport, una forma d’arte o altro poco importa. Il dato di fatto resta uno: il calcio è la mia vita. Se la mia nazionale perde ci resto male. Non per questo non riesco a capire cosa voglia dire la crisi economica e soprattutto culturale che stiamo attraversando, la morte di una persona, o altro. Anzi.

Però… beh, però se dovete venire a consolare chi brucia di passione con quei sorrisetti alla “ti prendi male per una partita, sei un povero ignorante” lasciate perdere.

Perché non siete voi a dover compatire noi. Ma noi a compatire chi come voi è tanto arido da non saper cosa voglia dire vivere di qualcosa.

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