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Posts Tagged ‘Manchester United’

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La maglia numero 7 ha sempre avuto un sapore particolare. Paragonabile solo a quella della numero 10.

Maglia del “fantasista” questa, vessillo dell’ala di qualità l’altra.

Una maglia, la numero 7, che nel corso della storia è stata vestita da tantissimi grandi campioni. Troppi, per ricordarli tutti.

Una maglia, la numero 7, che assume un significato particolare soprattutto sulla sponda marchiata Red Devils di Manchester, avendo vestito nel corso della storia alcuni dei più grandi campioni del club.

Ad iniziare la leggenda di questo numero fu l’indimenticato ed indimenticabile George Best (nonostante abbia forse indossato più spesso la 11), un concentrato di qualità, talento e follia con pochi paragoni nella storia di questo splendido sport.

Nato a Belfast nel 1946 esordì allo United a 17 anni iniziando praticamente da subito a far parlare di sé come di un fenomeno.

Pallone d’Oro nel 1968, è stato inserito all’ottavo posto nella lista dei migliori calciatori del secolo scorso compilata dalla rivista World Soccer, nella “Fifa 100” (i 125 migliori calciatori viventi all’atto della pubblicazione, nel 2004) e nelle leggende del calcio del Golden Foot.

Un calciatore geniale che ha inciso a fondo la storia di questo sport, con giocate da fuoriclasse assoluto e comportamenti spesso sopra le righe.

Ancora oggi il suo nome è scritto nel libro dei record del Manchester United. George Best è stato infatti – in coabitazione con Harold Halse – il giocatore capace di segnare più reti in un solo match: ben sei, in una gara disputata il 7 febbraio del 1970 contro il Northampton Town.
Non solo: con 179 segnature all’attivo è quinto, in coabitazione con Dennis Viollet, nella classifica all-time dei migliori marcatori del club.

Su di lui se ne sono dette e scritte tante. Ma la frase che descrive meglio il personaggio la disse lui stesso:

If I’d been born ugly, you’d never have heard of Pele.
Se fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé.

Quella più evocativa, invece, è uno slogan diventato famosissimo ed in voga ancora oggi, soprattutto tra Manchester e l’Irlanda del Nord:

Maradona — good. Pelé — better. George — Best”.

La leggenda della numero 7 dei Red Devils, però, non poteva finire là dove era iniziata, con George Best.

Dopo di lui fu la volta di un altro grande del calcio inglese: Bryan Robson.

Sbarcato a Manchester nel 1981, quando venne acquistato per un milione e mezzo di sterline dal WBA, Robson arriverà a scrivere importantissime pagine di storia con la maglia dei Red Devils, con cui giocherà ininterrottamente per tredici stagioni, totalizzando 345 presenze condite da 74 goal solo in campionato ed arrivando a vincere nel complesso ben 11 trofei, tra cui una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Europea.

Fu capitano della squadra dal 1982 al 1994 (negli ultimi due anni divise la fascia con Steve Bruce), diventando così il giocatore capace di capitanare più a lungo la squadra nella storia del club.

Eletto “Ufficiale” dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 1990, è stato iscritto nella Football League 100 Legends otto anni più tardi e nella English Football Hall of Fame nel 2002. E’ stato anche inserito nella lista dei 16 migliori giocatori della storia del West Bromwich Albion in occasione del 125esimo anniversario di fondazione del club.

Insomma, se George Best è un’icona per molti appassionati di calcio sparsi un po’ in ogni luogo, Bryan Robson lo è nondimeno per i supporter dei Red Devils, che vedono in lui, letteralmente, il capitano di mille battaglie.

La leggenda della gloriosa numero 7 continuò dunque poco più tardi, quando passò sulle spalle di Eric Cantona.

Il fenomeno francese, che in quanto a bizze caratteriali dimostrò di non essere secondo nemmeno al grande Best, giocò quattro stagioni e mezza allo United, arrivando ad indossare il glorioso 7 come eredità diretta di Bryan Robson. Da cui, dopo un paio di stagioni legata al braccio di Steve Bruce, ereditò anche la fascia da capitano, diventando il primo giocatore nato fuori dal Regno Unito e dalla Repubblica d’Irlanda ad indossarla.

Di Cantona si è detto tutto ed il contrario di tutto. E di lui in molti si ricordano soprattutto quell’aggressione ad un tifoso che lo sbattè sulle prime pagine di molti giornali non per una giocata, ma per un atto di follia.

Eppure il ragazzo di Marsiglia era in primo luogo un calciatore superbo, efficace sottoporta quanto geniale con la palla al piede.

Un calciatore che nella sua non eccessivamente lunga permanenza in maglia Red Devils aiutò a vincere ben 4 Premier League, 3 Charity Shield e 2 FA Cup, portando a 14 il conto totale dei suoi trofei.

Cui, a livello individuale, ha saputo aggiungere anche una sfilza di riconoscimenti di prestigio. Tra questi il terzo posto al Pallone d’Oro del 1993 (dietro a Roberto Baggio e Dennis Bergkamp), l’inserimento nella Hall of Fame del calcio inglese, nella “Fifa 100” ed il 42esimo posto nell’UEFA Golden Jubilee Poll.

Eric Cantona che decise di ritirarsi giovanissimo, al termine della stagione chiusasi nella primavera del 1997 (a soli 31 anni). Lasciando così in eredità la sempre più gloriosa numero 7 ad un ragazzo giunto giovanissimo a Manchester, ancor prima che ci sbarcasse il funambolo francese: David Beckham.

Un giocatore che fu tra i punti di forza dello United dei famosissimi Fergie Boys, capace, negli anni, di vincere un po’ di tutto e un po’ ovunque.

Tocco morbidissimo, calcio fatato, traiettorie taglienti: se non avesse avuto un destro baciato da Dio Beckham sarebbe probabilmente stato un giocatore piuttosto normale, con chance di fare bene. Ma mai sarebbe diventato l’icona mondiale che – anche grazie ad una bellezza che lo ha fatto diventare l’idolo di molte ragazzine – è diventato.

Spice Boy che nell’arco delle sue otto stagioni passate da protagonista allo United ha saputo collezionare qualcosa come 6 Premier League, 4 Community Shield, 2 FA Cup, 1 Champions League ed 1 Coppa Intercontinentale, arricchendo in maniera molto significativa la propria bacheca (che andrà a ritoccare ancora tra Madrid, Los Angeles e Parigi).

Tanti anche i riconoscimenti individuali. Tra questi i più significativi restano il suo inserimento nella Hall of Fame inglese e nella “Fifa 100”.

In tempi più recenti, poi, è stata la volta del fenomeno lusitano Cristiano Ronaldo. Il quale ha voluto un po’ ricalcare le orme lasciate dallo stesso Beckham incantando Old Trafford per poi andare a stuzzicare la fantasia dei tifosi del Real Madrid.

Sbarcato allo United nel 2003, totalizzerà 292 presenze in maglia Red Devils, condendole con ben 118 reti (42 nella sola stagione 2007-2008). Contribuendo così alla vittoria di 3 Premier League, 2 Football League Cup, 1 FA Cup, 1 Community Shield, 1 Champions League ed 1 Mondiale per Club.

Un fenomeno assoluto, che contende a Messi la palma di “miglior giocatore al mondo”, ma che forse in quel di Manchester non si sono potuti godere – per molto – al top delle proprie capacità, avendo raggiunto la piena maturazione proprio sul finire della sua esperienza inglese (per quanto qualcuno dice che un giorno potrebbe tornare a vestire la maglia dello United).

A lui, per altro, appartengono ancora dei record di club importante: è stato il giocatore capace di segnare il maggior numero di goal da quando il campionato viene giocato su 38 match. Cosa che gli ha anche permesso di vincere, unico nella storia, la Scarpa d’Oro Europea. Inoltre è ad oggi il giocatore per cui lo United ha incassato la cifra più alta: ben 80 milioni di sterline.

Insomma, cinque giocatori di grande classe. Cinque leggende in salsa Red Devils che hanno contribuito a rendere la maglia numero 7 del Manchester United un vero e proprio oggetto di culto, un traguardo per qualsiasi calciatore di talento.

Negli ultimi anni, tra l’altro, è stata vestita anche da un ex Pallone d’Oro come Micheal Owen. Mentre la scorsa stagione fu affidata al buon Luis Antonio Valencia, giocatore di buon livello ma certo nemmeno minimamente paragonabile agli illustri predecessori di cui abbiamo parlato qui sopra.

Una consapevolezza che evidentemente deve aver sfiorato anche lo stesso esterno ecuadoriano, che prima dell’inizio di questa stagione ha optato per un cambio di numero, passando al 25. Lasciando così la mitica e gloriosa “numero 7” senza un padrone per la prima volta da quando esiste la Premier League (1992).

E per il futuro?

Impensabile che il Manchester United non arriverà mai più ad avere in squadra un giocatore degno di vestire questa maglia (e soprattutto di portarne il peso).

Altrettanto impensabile, secondo chi scrive, ritirare questo numero. Sarebbe un delitto.

Quindi?

Quindi la soluzione allo United potrebbero averla già in casa, e potrebbe rispondere al nome di Adnan Januzaj. Un ragazzo ancora giovanissimo ma che sta mettendo in mostra ottime doti. E che, esattamente come i suoi possibili illustri predecessori, ha tutto per scrivere grandi pagine di calcio in Red Devils.

Sarà lui a proseguire la dinastia dei numero 7?

Non lo so. Quel che è certo è che, come tributo, avrei pensato bene di tesserare per un anno il buon Alex Ferguson (regole permettendo, ovviamente). E gli avrei assegnato ufficialmente quel numero.
Per omaggiare un allenatore straordinario da una parte, e continuare la leggenda della maglia dei fenomeni dall’altra.

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Da sportivo non posso che essere piuttosto triste, dopo questa serata di Champions che speravo di vivere diversamente.

Per due motivi.Cristiano Ronaldo

Il primo è facilmente intuibile a chiunque abbia guardato la partita: un’espulsione ingiusta ha cambiato il corso di un match fino a quel momento condotto – sia nel punteggio che in campo – dallo United, che non è poi stato capace di tenere botta in dieci contro undici ed ha dovuto abbandonare anzitempo la competizione.

Il secondo è invece un po’ più strettamente inerente al gioco e si rifà al fatto che anche in situazione di parità numerica la partita era tutt’altro che bella, con due squadre scese in campo certo non alla ricerca dello spettacolo che, globalmente, restava ben al di sotto delle attese che un “United – Real” dovrebbe dare.

A tenere di più il possesso del pallone sono gli ospiti, che però risultano inefficaci negli ultimi venti metri.

Molto meglio le ripartenze dei Red Devils, che trovano in Welbeck l’uomo dalle accelerazioni brucianti ed il solo palo a negare a capitan Vidic la via del goal.

Da quel volpone di Ferguson e dallo stratega Mourinho, però, non ci si poteva onestamente aspettare più di una partita piuttosto bloccata, con ritmi sì discreti ma non certo spettacolare.

A sbloccare il risultato ci pensa quindi Sergio Ramos, che però sbaglia porta e manda lo United in vantaggio.

Vantaggio meritato ai punti perché nonostante possesso e gioco non certo spettacolare sono proprio i padroni di casa, come detto, a combinare qualcosa in più.

Poi l’espulsione di cui parlavo in apertura a girare le sorti di un match che magari il Real avrebbe vinto lo stesso. Ma non è coi se e coi ma che si fa la storia.

Arrivato il rosso a Nani Mourinho si scuote un po’ dal torpore in cui sembra essere piombato e tira fuori immediatamente dal cilindro una carta importante per tentare di ribaltare il match: Luka Modric.

Che non a caso segnerà il pareggio con un bolide da fuori area, splendido goal che vedrà la sfera colpire il palo interno prima di spegnersi in rete.

I grandi giocatori in campo sono tanti e qualche numero spettacolare è quindi scontato. Se molto bello risulta il goal realizzato dal centrocampista croato, almeno altrettanto apprezzabile è l’azione che porta al raddoppio che consegna il passaggio del turno in mani madridiste: Higuain triangola in area con Ozil, che gli rende palla di tacco. Il fendente basso della punta argentina taglia tutta l’area di rigore fin sul secondo palo, dove il solito Ronaldo gira la sfera in porta, rifiutandosi poi di esultare davanti ai suoi ex tifosi.

Le premesse, insomma, sono state bene o male rispettate. Gara piuttosto bloccata, poco spettacolare, emozionante solo a strappi ma dagli altissimi contenuti tecnici.

Unica nota stonata una decisione arbitrale che va a macchiare il passaggio del turno del Real Madrid, sancendo di fatto la disfatta di uno United che cede dal punto di vista nervoso, prima che fisico, alla vista di quel rosso.

Permettetemi, a margine di questo match, di incensare il grandissimo Ryan Giggs, autore oggi della sua millesima gara in carriera.Ryan Giggs

Un giocatore che fin da piccolo amai moltissimo (uno dei miei preferiti in assoluto, all’epoca in cui iniziò ad imporsi nel calcio mondiale) e che ha interpretato come pochissimi altri al mondo, almeno negli ultimi vent’anni, il ruolo di ala.

Quanto avrei voluto vederlo in Italia…

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E’ un Liverpool in crisi profonda quello che ospita lo United in occasione della quinta giornata di campionato.

Reduci dalla rocambolesca vittoria di Berna, infatti, i Reds si trovano in terz’ultima posizione con due soli punti guadagnati in ben quattro match disputati.

Con questi presupposti ci si aspetterebbe di vedere una squadra chiusa all’angolo per novanta minuti, come un pugile suonato. Invece è un Liverpool dominante, che non si risparmia e cerca di non dare respiro agli avversari.

Però il calcio è uno sport veramente strano, che non ha nulla di scontato.

E così come il Liverpool è bravissimo e generosissimo a non accettare un verdetto che parrebbe scontato lo United è altrettanto spietato nell’attendere, attendere, attendere… e colpire nel momento migliore.

La partita, inutile dirlo, prende una piega decisa quando Jonjo Shelvey, protagonista assoluto con la doppietta di Berna in Europa League, si fa espellere per un fallaccio sulla trequarti avversaria (in tutta sincerità non so se ci potesse stare il rosso, almeno un arancione sì).

Siamo alla fine del primo tempo, ed il Liverpool si trova così a dover disputare cinquanta minuti in inferiorità numerica.

La cosa, a dire il vero, non scuote Gerrard e compagni, che continuano a caricare la porta avversaria col cuore grondante di generosità.

Il tutto fino a far capitolare Lindegaard, che a cinquanta secondi dall’inizio della ripresa non può nulla sulla girata di Gerrard, che riceve palla in area, la mette giù di petto e buca l’estremo difensore avversario come il più esperto dei bomber.

Ecco, in situazione di undici contro undici il match sarebbe forse segnato.

Ma il Liverpool è in dieci, e nonostante questo non resta ad aspettare nella propria metà campo gli avversari, piuttosto deludenti a dirla tutta. Continua a provarci.

Così dopo nemmeno cinque minuti è già pareggio. Con Rafael che spinge sulla destra, scarica, si porta in area e ritrova lì il pallone, che riesce a spedire d’interno sinistro a filo del palo lungo, assolutamente inarrivabile per il malcapitato Reina.

E’ un pareggio amaro per il Liverpool, nel complesso immeritato da parte Red Devils.

Il Dio del calcio è però veramente spietato. E a dieci dal termine Valencia si invola in contropiede, entra in area e finisce a terra sull’intervento in recupero di Johnson. Che, saltato a centrocampo, è poi un po’ troppo irruento nel tentare di stoppare l’esterno ecuadoriano. Ma che, altresì, nel complesso non sono nemmeno così sicuro commetta fallo.

Sul dischetto si presenta comunque Robin Van Persie, che si prende la testa della classifica marcatori in solitaria firmando la quinta rete della sua stagione di Premier (per onor di cronaca, Reina arriva sulla palla ma riesce a toccarla e basta, senza deviarla in maniera decisiva).

Punizione oltremodo dura per un Liverpool assolutamente meritevole di ben altro risultato.

Giocassero sempre così, i Reds, non avrebbero e non avranno comunque problemi a salvarsi e anzi, con ogni probabilità tornerebbero a lottare per il traguardo che più gli compete: l’Europa.

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La giornata di ieri è stata a tratti assurda.
Basta scorrere la timeline della nostra pagina Facebook per capirlo.

Dapprima la Fiorentina chiude il trasferimento di Berbatov e gli paga un volo per Firenze, con scalo a Monaco.

Proprio giunto in Baviera, però, le cose cambiano. Nella trattativa, praticamente definita ma non ancora formalizzata, si inserisce la Juventus, che fa saltare il banco. Trovato l’accordo con lo United la società di Corso Galileo Ferraris non ci mette molto a convincere anche lo stesso giocatore, che così non prende la coincidenza per Firenze ma decide di trasferirsi a Torino.

I colpi di scena, però, non sono finiti. A pochissime ore dalla definizione verbale del suo passaggio alla Juve si inserisce il Fulham, e le cose iniziano a scricchiolare.

Certo, nessuno si aspetta che un qualsivoglia giocatore possa preferire la squadra nona classificata in Inghilterra alla Campionessa in carica italiana, soprattutto perché sbarcando a Torino il bulgaro potrebbe giocare la Champions League, vero traguardo di ogni calciatore professionista.

Eppure… gli sfottò lanciati per tutto il pomeriggio dai tifosi Bianconeri agli odiati Viola vengono riflessi e tornano alla base. Perché subito dopo cena Dimitar prende la sua decisione, si suppone definitiva: niente Firenze e niente Torino. Quindi niente Italia e niente Serie A. Il suo futuro sarà ancora in Premier: questa volta al Fulham.

Ora… da questa situazione ne escono malino un po’ tutti.

Perché la Fiorentina si sente defraudata ma certo poteva gestire meglio l’acquisizione del ragazzo, sia in quanto a tempi che in quanto a modi. Non parliamo poi di alcuni supporter, che appena saputo del rifiuto – legittimo – del giocatore, che preferiva la possibilità di giocare in Champions a quella di giocarsi il futuro terzo posto in Viola hanno iniziato a subissare di insulti (al solito è stato “zingaro” quello più usato) il ragazzo.

Allo stesso modo una figuraccia, probabilmente ancor più grande, l’ha fatta la Juve, che prima si inserisce “in malo modo” (per quanto legittimamente, anche qui) in una trattativa praticamente già definita per poi, allo stesso modo, non riuscire a concluderla prima che una terza società faccia altrettanto.
E stesso dicasi per i tifosi, subito pronti a sfottere gli omologhi toscani e incensare un nuovo arrivo che, a conti fatti, pare non ci sarà.

E che dire del giocatore? Legittimo anche in questo caso il suo comportamento: nessuna firma sul contratto significa libertà assoluta di cambiare idea anche più di due volte nel corso di una giornata. Ma certo questo sposare una causa da cui divorziare nell’arco di un paio d’ore, riuscendo a reiterare la cosa più volte, non ne fa un giocatore affidabilissimo, fuori dal campo. Cosa su cui, forse, i tifosi Toffees potrebbero trovarsi a ragionare.

Ma in assoluto, a mio avviso, la figura peggiore la fa il nostro calcio tutto.

Perché è inutile nasconderci dietro un dito: solo dieci anni fa nessuno, nemmeno il tifoso più accanito del Fulham, avrebbe preferito la nona della Premier League alla squadra Campione in carica italiana. Ma, probabilmente, il paragone non si sarebbe posto nemmeno nei confronti della Fiorentina, a maggior ragione in un momento in cui i Viola si stanno trovando ad investire in maniera importante sul mercato per provare a ritrovare un posto al sole in Italia in primis, ma magari anche fuori dai patri confini (Aquilani, Pizarro, Valero, Jovetic sono tutti giocatori capaci di incidere quantomeno anche in Europa League… e presto potrebbe aggiugnersi anche il neo-Azzurro Ogbonna, che pare essere il rinforzo scelto per puntellare la difesa dopo l’addio di Nastasic).

Per non parlare di qualche anno più addietro, all’epoca delle sette sorelle. Quando un Mijatovic lasciava Madrid, sponda Real, proprio per Firenze. O quando all’ombra della Torre di Giotto tiravano calci ad un pallone due fuoriclasse come Rui Costa e Batistuta, e a guardia della porta posta sotto la Fiesole c’era un certo Francesco Toldo, tra i migliori estremi difensori della sua epoca.

Insomma, questo discorso non vuol essere il solito discorso distruttivo e depressivo, esterofilo e quant’altro.

Nel momento in cui Dimitar Berbatov preferisce un Fulham qualsiasi ad una Fiorentina e, ancor più, ad una Juventus significa veramente che l’appeal del nostro calcio si sta riducendo (o si è già ridotto) ai minimi storici.

C’è solo da sperare che questa cosa, unita al fatto che Portogallo e Francia potrebbero superarci già quest’anno nel ranking UEFA, risvegli un po’ le coscienze di chi gestisce il calcio nel Belpaese, a livello federale e non.

Altrimenti nel giro di poco finiremo davvero con l’essere un calcio provinciale. Salvato forse solo da una nazionale capace, di tanto in tanto, di compattarsi e tirare fuori prestazioni da urlo.

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Nome: Paul Pogba
Data di nascita: 15 marzo 1993
Luogo di nascita: Lagny-sur-Marne (Francia)
Nazionalità: francese, guineana
Altezza: 186 centimetri
Peso: 80 chilogrammi
Ruolo: centrocampista centrale
Club: Manchester United
Scadenza contratto: 30 giugno 2012
Valutazione: 5.000.000 euro

CARRIERA

Nato il 15 marzo di diciannove anni fa a Lagny-sur-Mer, cittadina che sorge a ventisei chilometri ad est del centro di Parigi, Paul Pogba è però ragazzo di origine guineana.

Terzo di tre fratelli, ha il calcio nel sangue.

Non è infatti un caso se da casa Pogba sono usciti tre calciatori su tre: Florentin, che gioca nel Sedan, Mathias, attualmente al Wrexham, e Paul, gioiellino dell’Academy dei Red Devils.

Oggi è a Manchester. Ma i primi passi da calciatore il più piccolo dei tre Pogba li mosse all’US Roissy-en-Brie, società con casa a pochi chilometri da Lagny.

Nel 2006, quindi, il passaggio al più importante Torcy, dove capitanò la squadra under 13, per poi spiccare il volo verso il Le Havre, una tra le società più importanti del settentrione d’Oltralpe.

Un altro paio di stagioni e l’ennesimo trasferimento. Questa volta, però, fuori dal territorio francese.

Su di lui hanno messo infatti gli occhi gli osservatori che Sir Alex Ferguson sguinzaglia in tutto il mondo.

Il ragazzino, ormai sedicenne, è il capitano delle selezioni under 16 di Le Havre e della nazionale francese, e viene ritenuto un potenziale fuoriclasse. Così lo United, applicando pratiche piuttosto antipatiche, lo ruba al Le Havre (che farà partire una sorta di guerra legale durata poi qualche mese) per rinforzare la propria Academy.

Scelta azzeccata, non c’è che dire.

A Manchester Paul viene subito aggregato alla formazione under 18, dove esordisce il 10 ottobre (quattro soli giorni dopo l’ufficializzazione del suo passaggio ai Red Devils) contro il Crewe Alexandra.

Nel complesso, quell’anno, Pogba metterà a referto 19 presenze e 7 reti. Un bottino niente male per un centrocampista.

Le vittorie di squadra, però, stentano ad arrivare. Almeno nei club.

Perché dopo aver sollevato i trofei dell’Aegean Cup e del Tournoi Val de Marne Paul si era dovuto accontentare solo della seconda piazza nel campionato nazionale francese under 16, dove il suo Le Havre si era dovuto inchinare al Lens (che come ho già avuto modo di dire in altre situazioni è indubbiamente un punto di riferimento per il calcio giovanile francese).

Allo stesso modo Paul deve chinare la testa anche al suo primo anno inglese. Quando lo United viene sconfitto – ai rigori – dai pari età dell’Arsenal nella semifinale playoff del campionato under 18 di quell’anno.

Le vittorie, così, continuano ad arrivare solo in maglia Bleus.
Proprio quell’estate, infatti, l’under 18 francese è chiamata a confermarsi nel torneo Memorial Carlo Sassi. E Paul fa, ovviamente, parte di quella squadra che riuscirà a riportare la vittoria finale.

La stagione successiva arriverà invece il suo esordio tra le riserve. Che avverrà, più precisamente, il 2 novembre 2010, in un 3 a 1 con il Bolton.

Sfiorerà solo, invece, l’esordio in prima squadra. Con Ferguson che lo convocherà, il febbraio seguente, in vista del match di FA Cup contro il Crawley Town (oltre che in quello di campionato con i Wolves) senza però dargli modo di scendere in campo.

La mancata gioia dell’esordio in prima squadra sarà comunque compensata dalla prima vittoria di club.

Quell’anno, infatti, le Riserve dello United riusciranno ad imporsi nella FA Youth Cup, battendo 6 a 3, nel doppio confronto finale, lo Sheffield United.

Questa stagione, quindi, il debutto ufficiale in prima squadra. Che arriverà il 19 settembre in Coppa di Lega contro il Leeds.
Il 31 gennaio scorso, invece, sarà la volta dell’esordio (nonché unico cap, finora) in Premier. Quando, in un match contro lo Stoke City, rileverà il Chicharito Hernandez al settantaduesimo minuto.

Pogba che, nel contempo, continua la sua brillante carriera come alfiere delle nazionali giovanili francesi.

Così dopo aver vestito le maglie dell’under 16, dell’under 17 e dell’under 18 è oggi uno dei punti fermi dell’under 19 guidata da Pierre Makowski.

Basta scorrere la lista dei convocati per l’amichevole del 29 con la Spagna, infatti, per trovare il suo nome in mezzo a quello di Areola, Digne, Kondogbia e Bahebeck.

Il suo futuro prossimo, comunque, potrebbe non essere più colorato a tinte Red Devils.

Il suo contratto, come è possibile leggere nella scheda riassuntiva ad inizio di questo articolo, scade infatti a fine stagione. E su di lui sarebbero piombate diverse squadre.

Tra cui anche Milan e Juventus. Con quest’ultima che, secondo quando si vocifera tra Francia ed Inghilterra, sarebbe oggi in pole position per assicurarsi le prestazioni di questa giovane stellina francese (cui Marotta e Paratici starebbero di far firmare un quadriennale).

Il tutto nonostante Ferguson abbia ribadito più volte di puntare sul ragazzo. E nonostante lo United gli abbia offerto – pare – un rinnovo da 15mila sterline a settimana.

Ovvero sia poco meno di un milione di euro l’anno.

CARATTERISTICHE

Come facilmente intuibile dal titolo c’è chi paragona Paul Pogba a Patrick Vieira.

E nel guardare questo colosso d’ebano viene facile capire perché: fisico importante, potenza muscolare, ruolo simile.

La verità, però, è che troppo spesso questi paragoni vengono fatti in maniera superficiale.

Esattamente come in questo caso.

Perché Vieira era giocatore piuttosto completo che sapeva alternare bene le due fasi. Ma che, nel complesso, era, potremmo dire, un mediano molto tecnico con capacità d’inserimento.

In questo senso, invece, Pogba è ben altro tipo di giocatore.

E quindi se entrambi, per semplificare, possono essere definiti “centrocampisti centrali” è altrettanto vero che ci sono due differenziazioni importanti da sottolineare, che fanno saltare il banco a chi azzarda paragoni superficiali: posizione e propensione.

Perché se il collocamento, appunto, è da centrocampista centrale la posizione è più avanzata rispetto a quella occupata da Vieira.

Per non parlare poi della propensione: perché Pogba è giocatore con una gran bella tecnica di base che non disdegna qualche buon dribbling e che soprattutto ama supportare con continuità la fase offensiva della propria squadra.

In più, nonostante l’altezza, si tratta di un giocatore che ha qualche numero interessante palla al piede nella propria faretra ed un calcio che sembra essere più potente e preciso di quello dell’ex Milan, Arsenal, Juventus ed Inter.

Insomma tecnica, rapidità nel gioco di gambe inusuale in un giocatore col suo fisico, forza, potenza, discreta visione di gioco, propensione ad offendere.

Tutte caratteristiche che ne fanno un centrocampista temibile e, soprattutto, un giovane dal potenziale più che interessante.

IMPRESSIONI E PROSPETTIVE

Per sapere dove potrà arrivare Paul Pogba dovremmo essere degli indovini.

Perché è già capitato in passato di vedere giocatori di 18/19 anni con un potenziale adatto ad imporsi a livello mondiale perdersi poi in un bicchier d’acqua, compiendo una carriera molto al di sotto delle proprie possibilità.

Nel calcio come nella vita, però, chi non risica non rosica.

E se Ferguson se ne è innamorato tanto da portare lo United a presentargli un’offerta faraonica (a maggior ragione se pensiamo al fatto che non ha ancora nemmeno esordito dal primo minuto in prima squadra) e Paratici è disposto a dichiarare guerra allo United è perché questo giocatore ha effettivamente potenzialità importanti.

Avendo la possibilità di acquistarlo a zero, quindi, è un colpo che qualsiasi società al mondo dovrebbe provare a fare.

Perché sì, l’impressione è di essere di fronte ad un giocatore con le potenzialità per essere uno dei migliori centrocampisti della sua generazione.

Assomigliando, in questo sì, a Patrick Vieira.

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Sono passati quasi due anni da quel pomeriggio in cui Federico Macheda esordì in Premier League con la gloriosa maglia del Manchester United, segnando una rete che regalerà i tre punti alla squadra guidata dal mitico Sir Alex Ferguson.

Che da subito dimostrerà di tenere in buona considerazione l’ex talento laziale, il cui mix di fisicità e tecnica lo rende una perla di raro valore.

Peccato solo che in questo anno e mezzo Kiko, come lo chiamano nello spogliatoio dei Red Devils, non manterrà le promesse.

Da giovane star di una delle squadre più forti del mondo ad essere ignorato dalla nazionale under 21.

Da potenziale salvatore della patria Blucerchiata a giocatore da piazzare con qualche difficoltà.

Ora però, Kiko, è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche.

L’esperienza in quel di Genova è stata assolutamente negativa. Certo anche per colpe che vanno ben al di là della sua volontà.

Allo United stenta a trovare spazio. Perché se Rooney è un fenomeno e il Chicharito ha stupito tanti alla sua prima stagione in Inghilterra anche Welbeck ha guadagnato più credito di lui.

In under 21, come detto, da star assoluta è diventato un surplus quasi fastidioso.

Personalmente, in maglia Azzurra, mi è capitato di vederlo la scorsa estate qui all’Ossola di Varese, e debbo dire che la svogliatezza con cui pareva giocare non gli faceva certo onore. Non è così, e Balotelli qualcosa dovrebbe aver insegnato ai nostri giovani, che si può pensare di sbocciare nel calcio che conta.

Oggi, comunque, Kiko ha un’ennesima possibilità. Di far ricredere tanti che gli han dato del montato, di mettere in difficoltà Ferrara e, chissà, di provare a tornare da protagonista all’Old Trafford.

Perché è notizia di oggi che Macheda passerà in prestito sino a fine stagione ai Queen’s Park Rangers, squadra attualmente diciassettesima in classifica e solo due punti sopra il fatidico terz’ultimo posto.

Macheda che sarà chiamato a rivitalizzare uno degli attacchi peggiori della Premier.
Con i loro 18 goal realizzati nelle prime 19 partite, infatti, gli Hoops hanno notevoli problemi sotto porta.

Riuscirà Kiko a far innamorare il Loftus Road, riuscendo finalmente a sbocciare?

Come si dice: chi vivrà, vedrà!

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CRONACA

Il derby di Manchester che fa da finale all’edizione 2011 della Community Shield inizia subito su ritmi elevati.
Dopo tre soli minuti di gioco Rooney pesca Young che riesce a guadagnare solo un calcio d’angolo sui cui sviluppi arriva la conclusione di Smalling, intercettata però da Joe Hart.

Sulla sponda opposta Tourè cerca Dzeko con un lob morbido che è però intercettato e chiuso in corner da Ferdinand.
La lotta sembra comunque quasi solo limitarsi a metà campo, dove le due squadre si fronteggiano senza risparmiarsi colpi. Il tutto un po’ a discapito dello spettacolo, che stenta a decollare.

Nel complesso, comunque, è il gioco dello United ad essere un tantino superiore. La squadra di Ferguson mette infatti più qualità nel giro palla, cosa che i ragazzi di Mancini non riescono a fare nonostante le buone qualità tecniche dei singoli interpreti.
Per provare a sbloccare il risultato si prova quindi ad affidarsi ai calci piazzati. Al ventitreesimo allora Rooney si presenta sul punto di battuta di un calcio di punizione che l’ex stellina dell’Everton prova ad indirizzare sotto il secondo incrocio, non riuscendo però a centrare lo specchio di porta.

Splendida, due minuti più tardi, l’azione in velocità imbastita da Nani e Welbeck, che scambiano rapidamente più volte il pallone nello stretto venendo però contrati in corner dall’attenta difesa Citizens.
City che prova a farsi vedere poco prima della mezz’ora quando Silva filtra un pallone per Milner che prova a cercare il secondo palo, senza fortuna.

Per sbloccare una partita ingolfata ci si affida sempre ai calci piazzati. A dieci dal termine è Nani a provarci da circa venticinque metri. Il suo destro, deviato da Dzeko, fa correre qualche brivido ai supporter del City, con la palla che si spegne comunque a lato.
Detto-fatto. Silva batte una punizione da destra che scodella bene in mezzo all’area dove si fionda Lescott, bravo ad anticipare tutti e girare a rete. Nell’occasione, comunque, quantomeno rivedibile De Gea, che accenna all’uscita per poi fare un passo indietro e venire bucato senza appello dal centrale inglese.

Lo United prova a reagire. Al quarantaduesimo Young riceve decentrato sulla destra ed esplode un mancino con cui non riesce però ad inquadrare la porta.
In chiusura, però, il City raddoppia. Dzeko prende il pallone sulla trequarti e avanza, con Vidic che gli lascia troppo spazio. La punta bosniaca, così, calcia di destro. Tiro non irresistibile, ma De Gea, forse troppo emozionato per l’esordio, commette un errore grossolano e gli spiana la strada per la rete.

In apertura di ripresa lo United prova a far intravvedere timidi segnali di reazione. Smalling manovra sulla destra e serve centralmente per Cleverley che la gira in area, di prima intenzione, in direzione di Welbeck. La punta cresciuta proprio nel settore giovanile dei Red Devils prova quindi a girare immediatamente di testa verso la porta, senza però inquadrare lo specchio.
Segnali di reazione che si concretizzano al cinquantaduesimo quando – guarda caso – sugli sviluppi di un calcio di punizione Young pennella una palla al centro che viene raggiunta da Smalling, bravo a sgusciare tra Dzeko e Lescott. Giunto sulla sfera il difensore dello United non ha quindi alcuna difficoltà a deviare in rete, accorciando le distanze.

Il pareggio è nell’aria ed arriva cinque minuti giusti più tardi. Rooney-Cleverly-Nani imbastiscono un’azione splendida con l’ala portoghese che a quel punto si trova a tu per tu con Hart, battuto con un pallonetto delizioso.
Qualità del gioco dello United cresciuta nel secondo tempo, ma la squadra di Ferguson, nel complesso, non riesce a bucare con continuità la buona difesa costituita da Roberto Mancini.

Ad un quarto d’ora dalla fine si vede quindi finalmente De Gea. Il tiro che gli arriva, in realtà, non è che sia particolarmente ostico, ma riuscire a respingerlo può comunque aiutarlo a riacquisire fiducia in sè stesso.
Cinque minuti più tardi, sul fronte opposto, è Cleverley a provarci. Il destro del giovane centrocampista in maglia rossa, però, è sballato, e si risolve in un nulla di fatto.

Partita che è sempre bloccata. In chiusura una palla vagante in area è girata a rete senza troppa convinzione da Dzeko, con De Gea che non ha però problemi a parare.
In chiusura, però, erroraccio di Kompany che da ultimo uomo punta Nani facendosi rubare palla con l’ala portoghese che s’invola da solo, salta Hart e segna la rete della vittoria.

COMMENTO

Di fronte a 77169 spettatori è lo United a partire meglio, senza però riuscire a mordere. Sarà che i giocatori dotati di maggior talento non sembrano particolarmente ispirati, ma Hart non corre grossi pericoli.

La prima frazione scorre quindi senza particolari sussulti per più di mezz’ora, con i Citizens quasi solo spettatori non paganti di una partita giocata su livelli atletici interessanti ma con contenuti tecnici non all’altezza delle aspettative.

Negli ultimi sette-otto minuti, però, le cose cambiano. Due fiammate firmate City (o, meglio, due errori di De Gea) regalano infatti alla squadra di Mancini un doppio vantaggio certo non meritato ma sicuramente ben accetto dai tifosi accorsi a Wembley per questo importantissimo derby, che vale il primo trofeo inglese della stagione.

Nella ripresa il copione non cambia. E’ sempre lo United a fare la partita, con il City che continua a non avere gioco.

I ragazzi di Ferguson, così, riescono a trovare due reti nel giro di cinque minuti (la seconda, di Nani, molto bella), riequilibrando il risultato.

La rete-partita, poi, è una cappella allucinante di Kompany, che sbaglia grossolanamente regalando la vittoria agli avversari.

Risultato a parte fa molta tristezza il non-gioco del City. Accolita di grandi campioni gestiti piuttosto male da un allenatore, Mancini, che personalmente non capisco come possa essere ancora al suo posto.

Questa squadra, del resto, ha già dimostrato più volte di non avere gioco. Cambiare allenatore sarebbe quindi “il minimo”.

Eppure l’ex coach dell’Inter è ancora lì.

I tifosi credo non saranno contentissimi della cosa.

MVP

Nani firma una doppietta storica, che vale la vittoria del derby di Community Shield.

TABELLINO

Manchester United vs. Manchester City 3 – 2
Marcatori: 38′ Lescott, 45′ Dzeko, 52′ Smalling, 57′, 90′ Nani.

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