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2900 minuti giocati, 22 reti segnate = 1 ogni 132 minuti.

715 minuti giocati, 3 reti segnate = 1 ogni 238 minuti.

La differenza di rendimento sotto porta di Icardi è netta.

Certo, nei primi due mesi di questa stagione la punta argentina ha messo assieme una quantità di presenze ovviamente limitata rispetto all’interezza di quella passata, ma il trend negativo è netto. Un trend peraltro migliorato proprio dall’apparizione di ieri sera, in cui il talento di scuola Barcellona è riuscito a ritrovare un goal che gli mancava da 348 minuti.

E’ evidente che uno scadimento di questo genere – oggi Icardi ha bisogno di giocare circa cento minuti in più dell’anno scorso per trovare il goal – non può essere riconducibile ad un solo aspetto, ma deve essere un mix di ingredienti che portano a questo “piatto indigesto”.

Personalmente ho un’idea abbastanza chiara di quello che è il Mauro Icardi calciatore, del suo profilo tecnico-tattico.

Ho sentito fare molti paragoni in passato, sul suo conto, e tanti di questi li ho trovati davvero molto poco azzeccati.

Pur partendo dal presupposto che ogni giocatore è unico ed irripetibile, e che quindi è logico non si possa trovare una totale congruità tra due diversi calciatori, trovo comunque utile la pratica del paragone, quando sensato.

Esempio pratico: paragonare Icardi a Vieri mi sembra profondamente sbagliato. L’ex ariete Azzurro era un giocatore che sfruttava molto di più la sua grandissima potenza, che aveva un bagaglio tecnico a mio avviso maggiore soprattutto per quanto concerneva un sinistro potente e preciso che gli dava possibilità di colpire anche da oltre il limite, ecc.

Insomma, non paragonerei Icardi a Vieri perché stile, bagaglio tecnico e approccio tattico dei due sono profondamente differenti. Il fatto che, banalizzando, si stia parlando di due prime punte non rende il paragone strettamente vero/sensato.

Se penso ad Icardi mi viene quindi più da paragonarlo ad un altro giocatore d’origine argentina, pur in quel caso più legato al calcio europeo da un punto di vista internazionale: David Trezeguet.

Entrambi sono infatti due bomber di razza, due giocatori di stazza che amano battere l’area di rigore per farsi trovare pronti a colpire, due calciatori bravi nel gioco aereo e strettamente portati alla finalizzazione.

Ovviamente anche in questo caso ci sono peculiarità differenti, ma credo sia indubbio dire che entrambi siano due “bomber d’area”, più che due centravanti completi e di manovra.

Proprio partendo da questo presupposto viene logico pensare che il problema principale di questa involuzione icardiana sia da ritrovare nel supporto che la squadra dà alla punta nativa di Rosario.

Ho sempre trovato l’idea di provare a trasformare Mauro Icardi in un centravanti completo abbastanza balzana. Le sue caratteristiche di gioco mi sembrano evidenti e per quelle deve essere sfruttato.

Icardi ha bisogno di essere il terminale ultimo di una squadra che giochi supportandolo. Che non significa giocare strettamente per lui, ma che significa non chiedergli di fare l’Ibrahimovic della situazione o cose simili.

Icardi deve giocare principalmente in area di rigore o a ridosso di essa. Deve essere sfruttato con traversoni che possano sfruttarne le capacità aeree ed in generale per la sua capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto.

Ripensate ai goal segnati da Trezeguet ed al suo intero trascorso juventino: non credo nessuno si possa sentire di dire che quella squadra fosse costruita SU di lui, ma di certo non era chiesto a lui di costruire gioco per altri.

Trezeguet era il classico giocatore che poteva toccare tre palloni a partita, ma che generalmente uno di questi riusciva a recapitarlo alle spalle del portiere.

Ecco il perché di questo paragone: se parliamo di macro aree Icardi non somiglia a Pelè, Vieri o Inzaghi. Rientra nella macro area di cui il francoalgerino è uno degli alfieri.

Se è vero che il calcio è in evoluzione e che quel tipo di giocatori, oggi, hanno sempre meno spazio, è altrettanto vero che non si può pensare di snaturare un giocatore solo per seguire l’evoluzione del calcio.

Le eccezioni esistono ed esisteranno sempre. C’è da capire se si vuole accettare di puntare su un’eccezione o se si preferisce monetizzare l’eccezione per prendere un giocatore più conforme alle caratteristiche “tipo” del centravanti moderno.

Tutto questo per dire cosa?

Che non credo molto in un’involuzione di Icardi in quanto tale, per quanto anche i periodi di forma possano ovviamente incidere sul rendimento di un giocatore.
Credo piuttosto che Mancini una volta arrivato all’Inter abbia deciso di provare a plasmare il giocatore, senza però riuscire a trarne risultati apprezzabili.

Al tempo stesso l’Inter di oggi non ha un’idea di gioco, ed il primo a risentirne non può che essere quel giocatore che, per costituzione, dovrebbe stare là in mezzo all’area ad aspettare la palla giusta da sbattere dentro.

I giocatori di questo tipo non devono essere per forza messi al centro del proprio gioco, ma di certo non possono nemmeno essere abbandonati a loro stessi, o falliranno senza possibilità d’appello.

Questo non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di Mancini, né tantomeno una difesa d’ufficio della punta argentina.
Le cose, però, credo stiano così…


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Il possibile doppio acquisto dell’Inter, che sulla metà campo sembra stia per chiudere per la coppia francese Imbula-Kondogbia, mi stimola a provare a buttare l’occhio in avanti, per capire verso quale tipo di conformazione si sta cercando di portare l’Inter in vista della prossima stagione calcistica.

Prima di provare ad addentrarmi in qualche ipotesi, però, faccio un paio di doverose premesse: innanzitutto nel momento in cui scrivo nessuno dei due giocatori ha ancora firmato per l’Inter, quindi le mie saranno semplici speculazioni “fantacalcistiche”.
In secondo luogo è evidente che se anche i due firmeranno a breve il mercato dell’Inter continuerà e la squadra non verrà quindi schierata come da me ipotizzato. Ma del resto questo è un gioco fatto solo per provare a tracciare una direzione, non ho la minima intenzione di provare ad indovinare l’undici base del prossimo anno (cosa che credo oggi sarebbe impossibile per lo stesso Mancini, per altro).

Nel provare a tracciare il futuro dell’Inter darò quindi tre diverse opzioni tattiche – inteso come modulo base, posto che ovviamente il gioco lo determinano poi i compiti dei singoli e che il modulo è semplicemente una rappresentazione “stilizzata” di qualcosa di molto più complesso di come appare – utilizzando come base i giocatori attualmente in rosa, con due varianti: le coppie Murillo-Miranda ed Imbula-Kondogbia, che fa da stimolo a questo pezzo, e l’assenza di Kovacic, che con l’arrivo dei due francesi credo proprio sarebbe destinato a partire.

Veniamo quindi alla prima soluzione, quella che ad oggi mi sembrerebbe la più probabile: 4-3-3.

Detto che la difesa non la toccherò mai e quindi non ne parlerò oltre, credo potrebbe essere schierata a quattro con la coppia D’Ambrosio-Santon sugli esterni e Miranda-Murillo (altri due giocatori sul punto di arrivare a Milano) in mezzo. Con in porta, confermatissimo, Handanovic, fresco di rinnovo.

Bene. A centrocampo a questo punto si potrebbe utilizzare Kondogbia mezz’ala sinistra con uno tra Medel e Brozovic a destra, anche a seconda del tipo di avversario da affrontare. Logico che Medel porta meno qualità alla manovra, ma in compenso garantisce un livello altissimo di quantità. Brozovic è invece una mezz’ala più di palleggio, ma per quanto discreta anche in transizione negativa sicuramente non garantirebbe la corsa che può assicurare il cileno.
Tra i due, poi, si installerebbe l’ormai ex centrocampista dell’Olympique Marsiglia, che già in Francia ha messo in mostra doti interessanti come fautore di gioco. Certo non è un regista classico alla Pirlo, ma il suo gioco è sempre molto orientato a prendere per mano la squadra e provare a dettare i ritmi. Per di più pur non avando il talento puro dell’Azzurro è comunque giocatore più completo, essendo dotato di una fisicità di altissimo livello che gli permette di essere più incisivo in fase di non possesso.

In attacco a questo punto potrebbe schierarsi Shaqiri largo sulla destra, con licenza di rientrare e “uccidere”, Palacio sull’out opposto, ovviamente con licenza di tagliare, ed Icardi come punta centrale.

Cosa manca a questa formazione? Sicuramente un terzino andrebbe comprato per elevare il livello della linea – ma questo vale a prescindere dalla soluzione tattica -, poi anche un’ala sinistra che possa svolgere il compito meglio dell’improvvisato Palacio.

Già così, comunque, sarebbe un upgrade rispetto alla squadra di oggi.

La seconda opzione prevede invece il 4-3-1-2.

Una soluzione che di fatto cambia poco rispetto a quella precedente. Anche nulla in termini di uomini, qualora il trequartista fosse Shaqiri (con però Hernanes valida alternativa).

Una soluzione che garantirebbe così a Palacio la possibilità di giocare in un ruolo a lui più consono (quello di seconda punta). Ma che potrebbe limitare Shaqiri, che preferisce partire largo.

Per il resto la linea a tre di centrocampo potrebbe rimanere inalterata, con il solito ballottaggio Medel/Brozovic ad affiancare il duo francese.

Al netto di Shaqiri e del problema terzino, quindi, sarebbe forse questa la soluzione ad oggi migliore, sulla base della rosa a disposizione. La squadra sarebbe di per sé già pronta a giocare senza aver bisogno di adattare Palacio sulla fascia.

Una soluzione prevista anche dalla terza ipotesi che avanzo, il 4-2-3-1.

In questo caso la mediana passerebbe a due, con l’esclusione di Brozovic e Medel. Palacio andrebbe quindi nuovamente adattato a sinistra, come detto, mentre Hernanes potrebbe agire sulla trequarti (a meno di non voler avanzare il croato, avendo lui già ricoperto quel ruolo in passato) con Shaqiri largo a destra ed Icardi sulla sinistra.

In definitiva ad oggi si può dire che l’Inter acquistando i due francesi farebbe un passo avanti a prescindere dal modulo tattico che sceglierebbe, che per me ad oggi sarebbe il 4-3-3.

In realtà, come abbiamo visto, la soluzione probabilmente migliore sarebbe il 4-3-1-2, con licenza di allargarsi concessa al buon Shaqiri.

Come la si vuol mettere un passo avanti importante rispetto alla scorsa stagione. Sempre che oltre all’ormai probabilissima partenza di Kovacic non se ne aggiunga un’altra dello stesso livello.

In questo senso: io non credo alla partenza di Icardi. Ma se penso che Kondogbia + Imbula facciano fare un salto di qualità ad un reparto che pure perderebbe Kovacic (nell’immediato, perché a livello di potenziale quella di Kovacic potrebbe rivelarsi cessione sanguinosissima), credo anche che se la campagna di quest’anno portasse anche alla cessione di Icardi le possibilità di fare un passo indietro rispetto allo scorso anno diventerebbe a quel punto molte.


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Impostosi all’attenzione di tutti grazie ad ottime prestazioni ai tempi dei suoi esordi, Davide Santon non seppe tenere lo stesso livello di rendimento avuto nelle sue prime brillantissime uscite.

Così nell’arco di qualche mese passò dall’essere giocatore nel giro della Nazionale a mediocre terzino nel Cesena, con conseguente esilio inglese.

Indubbiamente l’esperienza Oltremanica lo ha reso più forte, in primis da un punto di vista caratteriale. Così una volta vistosi chiuso e messo alle porte in quel di Newcastle upon Tyne il 24enne laterale difensivo di Portomaggiore ha accettato di tornare nella squadra che lo aveva cresciuto e lanciato nel grande calcio: l’Inter.

L’impatto con la sua nuova vecchia realtà è stato sicuramente positivo. Ad ora il ragazzo ha disputato solo sei match con la maglia Nerazzurra, ma il bilancio è sicuramente positivo.
Non un gran match contro la Fiorentina, ma in generale il suo apporto è stato tutt’altro che disprezzabile.

C’è però un grosso limite che proprio Santon pare non riuscire a superare. E che dopo averlo limitato nella sua prima esperienza Nerazzurra ed in tutto ciò che ne è seguito, evidentemente sembra essere ancora lì, non scalfito, oggi: la scarsa capacità, da terzino sinistro, di andare fino sul fondo e giocare la sfera proprio con il mancino.

La situazione classica è questa: Santon prende palla sulla sinistra, avanza riuscendo anche a saltare uno o due avversari, ma giunto all’altezza dell’area di rigore si porta la palla sul destro e rientra, per scaricarla o crossarla. Sempre.

Un canovaccio che non lo rende prevedibile. Di più. Un modus operandi classico che è facilmente studiabile, e di conseguenza poi contrastabile, dai difensori avversari.

Non puoi permetterti, più che mai nel calcio del 2015 quando le partite sono preparate fin nei minimi dettagli, di non variare mai il tuo gioco.

Non è possibile che il tuo buon potenziale – certo non da fenomeno, ma comunque nemmeno così disprezzabile sotto molti aspetti a mio avviso – venga dilapidato da questa incapacità nel variare il tuo gioco.

Sarà stato il fato, ma guarda caso quando contro la Fiorentina Santon ha deciso di affondare portandosi la palla sul sinistro per cercare il fondo ha preso controtempo il diretto avversario, che ha affondato il tackle per non farselo scappare falciandolo, con relativo calcio di punizione – corner corto guadagnato dal terzino Nerazzurro.

In tutto questo, non me la sento nemmeno di dare tutte le colpe al ragazzo. Perché gli allenatori – e non parlo tanto di Mancini, che lo sta allenando da poco – servono anche a questo: correggere gli errori ed aiutare i giocatori a superare i propri limiti.
Possibile che nessuno, in questi anni, sia ancora riuscito a portare Davide Santon ad avere un gioco più vario, quando affonda sulla sinistra?

Perché poi parliamoci chiaro: il valore medio dei terzini italiani è bassissimo. Si salva giusto Darmian, più la speranza Zappacosta. Ed in Serie A non va molto meglio, con giusto Lichtsteiner e pochi altri ad elevare un po’ la qualità nel ruolo.
Ma la realtà dei fatti è che se anche noi allarghiamo il discorso a livello mondiale non troviamo carrettate di grandi terzini.

Proprio in funzione di ciò un giocatore con la falcata e l’efficacia in dribbling e nell’affondo di Santon andrebbe sfruttato meglio. Non dico certo abbia il potenziale per diventare un “top player”. Ma per fare bene ed avere una carriera dignitosa anche a livello internazionale sono convinto di sì.

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Come giocherà la nuova Inter di Roberto Mancini?

La risposta sembra scontata: 4-2-3-1, con Podolski e Shaqiri larghi ed il trio Medel-Brozovic-Kovacic (al netto di altri arrivi, ovviamente) a gestirsi le altre tre posizioni.

Eppure la rosa dell’Inter lascia pensare che Mancini potrebbe anche schierare una formazione differente. Ad esempio un 4-3-3, con i due giovani croati ad agire come mezz’ali, o un 4-3-1-2, con Shaqiri trequartista ed uno tra Podolski e Palacio a sostegno del solo Icardi, i cui limiti in fase di manovra sono ben noti da tempo (anche da qui il mio paragone con Trezeguet, di cui chi mi segue su Twitter e Facebook avrà già letto).

Proprio questo è l’argomento al centro del mio ultimo video, pubblicato sul canale Youtube del blog. Date un’occhiata e fatemi sapere come, secondo voi, dovrebbe schierare l’Inter il buon Roberto Mancini…

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E’ l’Inter la squadra capace di imporsi nel ventitreesimo Torneo Internazionale di Abano Terme.

La squadra allenata da Paolo Migliavacca, infatti, si impone al termine di una gara molto tirata contro il Benfica campione in carica, e spunta questa prestigiosissima vittoria.

Ma andiamo con ordine.

I piccoli campioncini Nerazzurri (ricordo che il Torneo era riservato alla classe 2001, con alcuni innesti sottoetà del 2002 in varie formazioni) partono proprio là dove finiranno, ovvero sia contro il Benfica. Inserite entrambe nel gruppo B, le due formazioni si fronteggiano a viso aperto.

A fare la differenza è quindi il numero 8 della formazione milanese, Aboubacar Sakho (un 2002), capace di mettere a segno ben tre reti, che rendono vana la realizzazione del portoghese Rodrigo Silva.

Nel corso della seconda giornata sono quindi i padroni di casa dell’Abano Terme a doversi opporre all’Inter. Tutto facile però per i lombardi, che sbrigano la pratica con un secco 3 a 0.

Tre numero perfetto, nonché il preferito dai Nerazzurri. Che ne rifilano altri tre, appunto, anche al Brugge, subendo il secondo goal del proprio Torneo e passando come prima, anzi come dominatrice, del Gruppo B.

I quarti di finale prevedono però uno degli scontri più duri che possano esserci, quello con l’ottimo Bayer Leverkusen, giunto in Veneto per provare a spuntare la vittoria finale.

Ad iniziare meglio sono proprio i tedeschi, che si portano in vantaggio con l’ottimo Tierno Ballo, anch’esso del 2002.
L’Inter però reagisce alla grande e prima dell’intervallo ribalta il risultato, prima con un goal del solito Sakho, poi con un tiro cross di Guedegbe, terzino destro, che finisce direttamente in rete.

In apertura di ripresa arriva quindi il solito terzo goal Nerazzurro (questa volta con Opuku), e la partita sembra chiusa. A riaprirla ci pensa ancora una volta Ballo, con Van der Donk che pochi minuti più tardi segna il goal del pareggio. Le emozioni però non si fermano qui: Opuku riporta avanti l’Inter, ma la difesa Nerazzurra non è attenta e Johansson trova l’immediato pareggio, che spedisce le squadre ai calci di rigore.

La serie sembra non voler finire mai, ma alla fine sono i milanesi ad imporsi, strappando un pass per le semifinali dove dovranno scontrarsi con l’Atletico Madrid, la squadra sulla carta migliore del Torneo proprio assieme a loro. Una sorta di possibile finale anticipata, insomma.

Nello scontro diretto, però, i Colchoneros cedono di schianto. La qualità del palleggio mostrata nelle prime quattro partite del girone sembra solo un lontano ricordo, ed i madrileni vengono spazzati via da una doppietta di Opuku e dalle reti di Sakho e Zullo (di Sergio Carmello Perez, su rigore, il goal della bandiera spagnolo).

Nella seconda semifinale, invece, il Milan vende cara la pelle contro il Benfica, che però riuscirà ad avere la meglio ai calci di rigore. Niente derby di finale, quindi, ma la riproposizione di quel match che aveva aperto l’Abano Football Trophy interista in maniera tanto dolce.

Giunti all’atto finale, alla sesta partita in quattro giorni, la stanchezza inizia però a farsi sentire, e l’Inter non è brillante come al solito. Chi si aspetta l’ennesimo dominio della coppia Sakho-Opuku, con relativa vittoria sciolta Nerazzurra, resta quindi deluso. Il Benfica si dimostra solido e compatto.

Così l’universo sembra ribaltarsi: i Nerazzurri giocano la sfera coi propri palleggiatori, i portoghesi cercano in primis il contenimento per non venire spazzati via.

Alla fine dopo un primo tempo assolutamente scialbo nella ripresa i giochi si animano un po’. Il Benfica passa in vantaggio, ma Opuku sfrutta una respinta del portiere per trovare il goal del pareggio che manda la gara ai supplementari. Dove verrà segnato un goal per parte, fino quindi all’epilogo dei calci di rigore, che vedrà proprio l’Inter imporsi sugli avversari e poter sollevare l’ambito trofeo.

Il tutto mentre un’oretta prima, nella finale del terzo e quarto posto, il Milan aveva immeritatamente perso contro l’Atletico Madrid. Squadra sì formata da tanti buoni palleggiatori, ma anche ragazzini già molto maliziosi, provocatori e simulatori come non mi era mai capitato di vederne.

E così nonostante i Rossoneri guidino per 1 a 0 grazie alla rete di Navoni, una ennesima simulazione seguita da reazione madridista fa indispettire Culotta, che viene erroneamente espulso dall’arbitro della gara. Nel parapiglia che ne segue il direttore di gara dimostra tutta la sua incapacità nel gestire questo tipo di situazioni decidendo, senza un perché apparentemente valido, di allontanare un altro giocatore del Milan. Che, rimasto in 9, subirà il goal del pareggio. La sconfitta ai rigori sarà quindi il semplice strascico psicologico di quanto visto in chiusura di match.

Alla fine, quindi, le quattro medaglie saranno così distribuite: oro all’Inter, argento ai campioni uscenti del Benfica, bronzo immeritato (per quanto fatto vedere nella finalina) all’Atletico Madrid e legno per il Milan.

Al quinto posto si piazza invece l’Atalanta, capace di superare l’Ajax in un match che ha messo contro due dei settori giovanili tradizionalmente più attenti ed interessanti d’Europa.
Settima invece la Juventus, che dopo aver ceduto di schianto contro il Milan ai quarti di finale riesce a vincere la finalina che assegna questo piazzamento contro il Bayer Leverkusen.
Il nono posto è appannaggio della Fiorentina, che si impone sul Padova, mentre l’undicesimo dei danesi del Midtjylland ed il dodicesimo del Brugge. Chiudono la classifica, dal tredicesimo posto in poi, gli americani del Chicago Fire, i russi del CSKA Mosca e le due squadre di casa, Abano Calcio e Thermal.

Inter che vince quindi per la quinta volta nella propria storia l’Abano Football Trophy (1999, 2005, 2006 e 2011 le precedenti imposizioni), diventando sempre più la dominatrice solitaria dell’albo d’oro. Seguita dalla Roma (3 vittorie), da Atalanta, Vicenza e Lazio (2 trofei ciasciuna) e, infine, da Padova, Parma, Empoli, Torino, Villareal, Bayer Leverkusen e Benfica, tutte capaci di imporsi una sola volta (con i lusitani però capaci di raggiungere la finale tre volte nelle tre partecipazioni effettuate).

Venendo ai singoli, non si può non partire dal già citato Aboubacar Sakho. Capocannoniere con 9 reti in 6 match il giovanissimo guineano non gioca, solitamente, con i 2001, bensì con la formazione Esordienti 2002 di Marco Sala.
Struttura fisica già molto più matura della sua età (in questo senso potrebbe giocare tranquillamente anche con i 99 se non con i 98), grande atletismo ed un buon bagaglio tecnico. Ha fiuto del goal e capacità di dialogare con i compagni. Nonostante le tante reti messe a segno non è infatti un giocatore che predilige puntare sempre e comunque la porta. Buon portatore di palla, ha dialogato spesso e volentieri con il proprio compagno di reparto, il ghanese Ishmael Opuku, mandandolo in goal in più di una occasione.

Opuku che dal canto suo non è certo una novità. Fratello di Justice – attualmente punta degli Allievi Nazionali allenati da Benoit Cauet – è sovente aggregato sottoetà ai Giovanissimi Regionali del 2000 e già nel corso dell’anno, esattamente come Sakho, aveva messo in mostra grandi doti realizzative.
Giocatore dal raggio d’azione più limitato rispetto al guineano, predilige giocare negli ultimi venti metri per essere sempre pronto ed efficace in zona goal. Fisico già molto più formato della media anche per lui, ha messo in mostra meno capacità di liberarsi nell’uno contro uno (caratteristica in cui invece eccelle Sakho), ma comunque un ottimo fiuto del goal.

Inter che comunque ha messo in mostra in primis un ottimo collettivo, trascinato appunto dalle proprie punte di diamante.

Tra gli altri hanno poi dato bella mostra di sé il playmaker Selomon Mangiarotti (nativo di Korem, Etiopia), il portiere Nicolò Redaelli, l’esterno bresciano Andrea Zullo, il fantasista campano Pasquale Carlino ed i terzini Riccardo Burgio e Lorenzo Colombini.

Tutti giocatori – a parte Pasquale Carlino, minuto ma agile e scattante – già molto formati fisicamente. E questo sicuramente, tra i 12 ed i 13 anni, aiuta ad avere il predominio sugli avversari.

Nonostante le loro ottime prove ed il trofeo conseguito non è però nessuno degli interisti a ritirare il premio come miglior giocatore del Torneo (che io avrei assegnato a mani basse a Sakho).

La giuria decide infatti di premiare il comunque ottimo Tierno Ballo, punta del Bayer Leverkusen che pur giocando sottoetà non dimostra affatto di pagare l’anno di differenza rispetto agli avversari.
Forte fisicamente, piuttosto rapido, bravo nella difesa e nella gestione del pallone. Giocatore capace di fare reparto da solo, amministra la sfera quando c’è da far salire i compagni e colpisce nel momento in cui trova il varco giusto. Trascinatore tecnico della propria squadra, lotta su ogni pallone anche da solo contro l’intera difesa avversaria e si dimostra in più di un’occasione cannoniere implacabile negli ultimi quindici metri. Sicuramente un prospetto da tenere d’occhio, che scommetto avrà ingolosito i tanti osservatori che – immagino – saranno stati presenti sulle tribune dei campi in cui si è svolta questa edizione dell’Abano Football Trophy.

Se per quanto riguarda il Benfica più che i singoli sono risaltate le doti di squadra, tornando alle italiane, e più precisamente al Milan, hanno dato bella mostra di sé l’ala sinistra Mequanint Navoni (Bahirdar, Etiopia) ed il centrale difensivo Daniel Culotta (Asasa, Etiopia). Senza comunque dimenticare il terzo etiope del gruppo, l’ala destra Naser De Palo (nativo di Awash).

Il primo è stato probabilmente il più positivo dei Rossoneri. Giocatore rapido e ficcante, si è proposto con grande continuità sulla propria fascia per provare ad infastidire le difese avversarie. E, nel complesso, ha anche racimolato qualche goal.
Il suo “opposto” è invece un giocatore molto ben dotato tecnicamente, ma che è parso un pochino più evanescente nelle sue giocate.

Culotta, infine, ha un fisico già piuttosto ben strutturato, ed ha messo in mostra senso della posizione ed ottima capacità di tackle.

Mi sarei invece aspettato qualcosa in più dal ghanese Ishmael Owusu, che dotato di una stazza fisica assoluta non ha però brillato particolarmente nelle giocate né in fase di realizzazione.

Venendo all’Atletico Madrid, e tralasciando le questioni sugli atteggiamenti tendenzialmente antisportivi che hanno messo in mostra in più di un’occasione (e non solo, purtroppo, contro il Milan), c’è da segnalare senza l’ombra di dubbio il buon Victor Mollejo Carpintero, prima punta fisicamente normodotata ma estremamente combattiva. Vero lottatore, battaglia con giocatori di stazza notevolmente più importante della sua senza colpo ferire. Tecnicamente tutt’altro che disprezzabile, è uomo in grado, oggi, di fare reparto da solo.

Proprio nei Colchoneros gioca anche quello che è stato, a parer mio, il miglior portiere del torneo: l’ex Getafe Cristian Flores Jiménez.
Estremo difensore che mi ha ricordato molto il nostro Mattia Perin, sia esteticamente, con i capelli lunghi a coprirgli quasi gli occhi, che tecnicamente.

Tecnicamente dotatissimi, anche se di stazza ancora piuttosto minuta, Ignacio Quintana Navarro e Sergio Camello Perez. I palleggiatori che ogni allenatore che punta al possesso vorrebbe in squadra.

Infine hanno destato una certa impressione anche tre colored della squadra, ovviamente più per una maturità fisicoatletica eccezionale che non per altro: l’ex Alcobendas Alejandro Martin Masogo (nato a Madrid), il sudanese cresciuto nell’Escuela Atletico de Madrid Anas Alsamual (nato a Karthum), nonché l’ex Elche Cheikh Diamanka (nativo di Dakar, Senegal).

Tra le altre, che ho potuto vedere meno, segnalo infine il giovane americano Lincoln Lilliwitz, nativo di Aurora ed attualmente aggregato all’Academy dei Chicago Fire. Autore, per altro, di un gran bel goal contro l’Atalanta, che per un po’ aveva fatto tremare i giovani Nerazzurri. Tra cui sicuramente, per costituzione e fiuto del goal, va segnalata la punta Roberto Piccoli (sorta di Luca Toni in scala), oltre al guizzante compagno di reparto Alessandro Cortinovis.

Insomma, è stato un Torneo molto interessante, almeno per quanto riguarda le gare che ho potuto vedere.

Due sono le considerazioni che ho potuto trarre da questo Torneo: da una parte l’ormai sempre maggiore multietnicità dei nostri settori giovanili, con tanti giocatori stranieri aggregati fin da questa tenerissima età, e tanti altri ragazzini di colore ma a tutti gli effetti italiani.

Dall’altra l’effettivo stato di salute dei nostri settori giovanili, che almeno a questo livello (ma ultimamente ne ho seguiti un po’, a spizzichi e bocconi, di questi tornei, anche ad età diverse) dimostrano di sapersela giocare alla pari con i settori giovanili di paesi avanzati come Germania, Spagna, Olanda e Portogallo.

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L’esposizione mediatica di Mauro Icardi è stata sicuramente eccessiva, nell’ultimo periodo. La cosa realmente triste, che fa capire quanto sia arretrata la cultura sportiva del nostro paese, è che di lui si è parlato quasi esclusivamente per le ben note vicende extra campo. Come se il calcio, ormai, sia diventato un surplus nella vita di un giocatore.

Eppure Mauro Icardi è tutto fuorché un brutto giocatore, almeno secondo chi scrive.

A dirlo sono anche i numeri: nell’intera storia dell’Inter solo il grande Meazza e l’ottimo Angellilo ebbero una media goal migliore, a 21 anni. Pareggiata, invece, quella del mitico Sandro Mazzola.

Insomma, notevole.

Di Icardi ho parlato lo scorso anno anche nel mio libro, La carica dei 201.

Questo ciò che pensavo e scrissi di lui:

icardi

Insomma, una pietra abbastanza solida su cui poter provare a costruire il futuro della squadra, che con l’arrivo di Thohir ha iniziato una rifondazione a tutto tondo che, ovviamente, deve necessariamente passare anche dal campo.

Se da un punto di vista tecnico non discuto il giocatore, però, ci sono altri aspetti che mi lasciano perplesso.

Solitamente si dice che un campione non può essere tale se non accompagna talento e prestazioni a comportamenti adeguati. Cosa che ad oggi, è inutile nascondersi dietro ad un dito, Mauro Icardi non fa.

L’eccessiva esposizione mediatica di cui parlavo, del resto, è proprio lui a cercarsela. Con un uso smodato, e piuttosto bambinesco, dei social network.

Attenzione, io non sono tra chi crede che i giocatori di calcio non dovrebbero usare i social network. E che i loro eventuali profili dovrebbero essere dati in gestione ad agenzie di comunicazione, così che nulla di evitabile possa essere pubblicato.

Credo sia anzi bello che i calciatori, oggi, possano creare canali di comunicazione diretti coi propri tifosi.

Però, questo senz’altro, bisogna anche usare un minimo di intelligenza, tale per cui non si creino problemi come quelli che invece Icardi ha, a mio avviso, creato.

Un esempio, sicuramente più estremo del suo, è quello di Balotelli. Che oltre ad averne combinate di ogni in carriera, ora fa spesso discutere di sé per tweet poco consoni.

Al tempo stesso, senza voler giudicare la vicenda Maxi-Wanda-Icardi, è palese come l’uso smodato (e fanciullesco, appunto) che Mauro fa dei suoi profili social sia incontrollato e dannoso.

Ovviamente la risposta a queste osservazioni, immancabile, arriva puntuale: “E’ un ragazzo, maturerà”.

Certo. Il problema, che evidentemente molti non capiscono (in primis i giocatori), è che quando sei un calciatore professionista e guadagni quel che guadagni non ti puoi permettere di non essere maturo. Non puoi permetterti di non tenere regole di comportamento standard che non nuociano a te, alla tua società e all’ambiente in generale.

Insomma, penso che Icardi sia un ottimo giovane, dal futuro sicuramente roseo. Ecco, forse dire che è già oggi un mix di Vieri e Batistuta richiederebbe un test dei livelli di alcool nel sangue immediato, ma è altrettanto vero che le prospettive sono quelle di avere un bomber di sicuro rendimento per il futuro.

Nel contempo, però, è anche ora di crescere. O il rischio di rimanere l’eterno adolescente troppo impegnato nel dilettarsi coi selfie o a urlare ai quattro venti l’amore per la propria donna potrebbe presto diventare una triste realtà…

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Conobbi Fabrizio Scoglio anni fa, quando fummo entrambi coinvolti in un progetto molto ambizioso, Pianeta Sport, che purtroppo non decollò mai davvero.

Fondatore di PassioneInter.com, è un vero esperto dell’universo Nerazzurro.

Così l’ho voluto interpellare per parlare un po’ delle ultime vicende, tanto di campo quanto societarie, che riguardano la Beneamata. Ne è uscita una bella chiacchierata…

Andiamo a ritroso nel tempo. Partendo dagli ultimi match: come li giudichi?

Nel calcio contano i risultati ed essi parlano chiaro, pertanto il giudizio non può che essere negativo. La bella vittoria di Firenze è stato un sorriso ma vanificato dal poco convincente pareggio casalingo contro il Cagliari la partita successiva.
C’è stato sicuramente un miglioramento dal punto di vista fisico, quello è innegabile, ma la squadra non ha quella tenuta mentale che ti permette di vincere le partite.

Risalendo, un mesetto fa si era invece chiuso il mercato di riparazione, con l’arrivo del Profeta Hernanes. Quali considerazioni fare riguardo agli acquisti e alle cessioni (in alcuni casi mancate)?

L’acquisto di Hernanes è stata un’operazione importante sia dal punto di vista economico che da quello tecnico. Il gioco dei nerazzurri fino a poche settimane fa si sviluppava esclusivamente sulle fasce e non presentava alcuna soluzione centrale (salvo qualche soluzione dettata dai discontinui Alvarez e Guarin), cosa questa che ha reso la squadra lenta e prevedibile. Un uomo in mezzo al campo con le caratteristiche di Hernanes e che consentisse nuove trame offensive era una necessità evidente e la società ha individuato nel brasiliano l’uomo giusto.
Nella conferenza stampa post Inter-Catania, noi di passioneinter.com avevamo chiesto a Mazzarri come mai una squadra capace di ottenere ben 14 calci d’angolo non fosse riuscita a creare situazioni pericolose e lui ci rispose che gli mancava un uomo capace di calciare adeguatamente le palle inattive (facendo l’esempio tra l’altro dei corner di Baggio per Paramatti ai tempi in cui era secondo di Ulivieri a Bologna). Hernanes può anche essere una soluzione sulle palle inattive e il gol di Samuel contro il Sassuolo nato da un calcio d’angolo calciato proprio dal brasiliano ne è stato subito un esempio.
Diverso il discorso per D’Ambrosio, giocatore che poteva arrivare tra pochi mesi a titolo gratuito, nonostante questo pagato e anche non poco, salvo poi tenerlo in panchina e non farlo giocare. E’ un mistero che tutti noi vorremmo capire.
Per quanto riguarda le operazioni mancate l’Inter sta vivendo un periodo di transizione sia societaria che tecnica (non dimentichiamo che molti senatori a giugno andranno via causa scadenza di contratto e che l’allenatore attuale non è detto che ci sia l’anno prossimo), sinceramente non avrebbe avuto molto senso investire a gennaio. Penso che un giocatore con le caratteristiche di Hernanes e un uomo di fascia fossero le priorità più immediate, con i rientri dei difensori e degli attaccanti dai rispettivi infortuni si può tenere botta per gli ultimi mesi senza avere le coppe.

A novembre era invece sbarcato sulla sponda Nerazzurra di Milano Thohir. Cosa ti aspetti da lui e come giudichi questi suoi primi mesi da proprietario dell’Inter?

Li giudico estremamente positivi, ha iniziato facendo ciò che è giusto fare: iniziare un’opera di risanamento del bilancio, acquistare un giocatore di livello internazionale, riorganizzare l’assetto societario mandando via alcune persone.
Il vento è cambiato e lo si vede da tante cose e tanti progetti che sono in rampa di lancio per lanciare il marchio Inter nel mondo, soprattutto dal punto di vista della comunicazione la società ha fatto passi da gigante ma su questo non c’erano dubbi dal momento che è il main business di Erick Thohir.
L’indonesiano sa perfettamente che oltre alla comunicazione è importante che ci sia una squadra vincente sul campo, mi aspetto pertanto uno sviluppo graduale ma positivo della squadra, le aspettative non possono che essere buone.

Risalendo ancora a ritroso nel tempo arriviamo all’estate, momento in cui a sbarcare ad Appiano fu Mazzarri. Stante il fatto che è praticamente impossibile salti da qui a giugno, pensi possa essere lui l’uomo giusto al posto giusto? In alternativa, chi vedresti bene a guidare questa squadra?

Mazzarri era probabilmente il nome migliore disponibile sulla piazza in quel periodo per una squadra che comunque sarebbe stata lontana dal palcoscenico europeo, la scelta dell’allenatore toscano è stata pertanto accolta bene dalla piazza. Dopo un buon inizio tante cose non hanno però funzionato e la mia impressione è che Mazzarri finirà regolarmente la stagione per poi avviare da giugno un nuovo ciclo con un nuovo allenatore affamato alla prima esperienza in un big, un po’ come fece la Juventus tre anni fa nel passaggio di testimone tra Del Neri e Conte.

Di nomi ce ne sono molti, i tifosi nerazzurri sognano Simeone ma realisticamente parlando un nome che potrebbe mettere d’accordo tutti è quello di Sinisa Mihajlovic. E’ un allenatore giovane, attento alla fase difensiva ma che prova a far dettare il proprio gioco in tutti i campi. Sta dimostrando di essere pronto per una grande, è un personaggio di carisma e conosce bene l’ambiente nerazzurro, potrebbe essere una scommessa su cui puntare.

Guardiamo ora al futuro. 18 maggio, ore 19. Si è da poco chiusa l’ultima giornata di campionato. Scrutando all’interno della sfera di cristallo cosa vedi? In che posizione finirà l’Inter e che spirito pensi possa accompagnarti in quelle ore?

Vedo un’Inter qualificata in Europa League, un Mazzarri con le valigie e diversi giocatori con la testa già in Brasile.
Per quanto riguarda lo spirito onestamente sono sempre stato un tifoso molto moderato, per me vedere una partita non è altro che come assistere a un film al cinema, pertanto finita la stagione grazie di tutto e pensiamo ai Mondiali.

Cosa ti aspetti, invece, dal prossimo mercato? Con quali prospettive pensi potrà presentarsi, a scatola chiusa, l’Inter all’inizio del prossimo campionato?

Se questa di fatto è ancora l’ultima stagione di Moratti piuttosto che la prima di Thohir, da giugno invece inizierà tutto. Vedo gli ultimi eroi del Triplete salutare l’Inter (Cambiasso escluso, il quale potrebbe restare a patto di ridursi ai minimi termini l’ingaggio) e un Vidic in arrivo.
L’acquisto del capitano del Manchester United, la squadra più seguita in Asia non dimentichiamolo, rappresenta un ottimo colpo dal punto di vista dell’immagine e nonostante sia a fine carriera può nell’immediato garantire buone prestazioni; a parametro zero è un buon acquisto.
Vedo una questione Handanovic da risolvere tra offerte estere e un Bardi pronto a tornare alla base, un Icardi pronto a raccogliere le responsabilità offensive della squadra e almeno un 4-5 innesti giovani e di esperienza a completare la squadra. Checché se ne dica Thohir ha un impero finanziario, se occorre il presidente ha le disponibilità economiche per piazzare un colpo che riaccenda la piazza come fatto con Hernanes.

Domanda obbligatoria, per chi come me ha pure scritto un libro sui giovani talenti sparsi un po’ ovunque nel mondo, sul settore giovanile Nerazzurro. Negli ultimi anni sono stati tanti i risultati positivi raccolti in questo senso, ma pochi i giocatori che si sono imposti in prima squadra. Qual è il tuo punto di vista?

Lo diceva Stramaccioni: il salto di competitività che ci sta tra il calcio giovanile e il calcio professionista è così ampio che in pochi dimostrano di saper da subito saltare la staccionata. La carriera di un calciatore è fatta di tanti step ascendenti e l’evoluzione di ogni atleta è prettamente soggettiva, ci sono infatti giovani che si affermano da subito e giocatori che esplodono a 30 anni.
L’avere una squadra giovanile vincente non necessariamente significa traslare il tutto morbidamente in prima squadra, l’ha dimostrato la stessa Italia Under 21 dominatrice negli anni ’90 per tre edizioni di fila ma vincitrice di una grande competizione solo dieci anni dopo.

Sempre parlando di settore giovanile, chi sono ad oggi i migliori talenti che fanno bella mostra di sé al centro sportivo Giacinto Facchetti? C’è qualcuno che pensi possa imporsi anche ad alto livello?

Dopo i grandi risultati ottenuti dall’Inter giovanile di Stramaccioni, adesso la squadra vive un periodo non altrettanto dorato ma i giocatori non mancano. Capello, Tassi, Puscas e Bonazzoli hanno le basi per fare un’ottima carriera, così come Knudsen in mezzo al campo. Da poche settimane è arrivato Andy Polo e ne parlano un gran bene, al campo come sempre l’ardua sentenza.

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