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E’ ormai una tradizione.

Oltre ad eleggere quello che è il “miglior giocatore al mondo” assieme alla rivista France Football la FIFA assegna anche un premio speciale al giocatore che ha segnato la rete più bella dell’anno.

Protagonisti dell’assegnazione potete essere proprio voi, andando sul sito della Federazione calcistica internazionale per esprimere la vostra preferenza.

Cosa che vi chiedo di fare anche qui. Perché oltre a proporvi le realizzazioni migliori selezionate da un team di esperti FIFA vi chiederò di esprimere anche il vostro voto, per eleggere il “nostro” Puskas Award 2012!

Iniziamo quindi col video riepilogativo di tutti i goal…

Poi guardiamone uno per uno…

Partendo da una conoscenza del nostro calcio, Emmanuel Agyemang-Badu, centrocampista dell’Udinese che in una partita di Coppa d’Africa realizza una perla balistica di bellezza rara.
Si alza la palla, la colpisce d’esterno destro e la infila all’incrocio dei pali. Imparabile.

Genio e sregolatezza (ovvero sia le sue parole d’ordine preferite) descrivono invece al meglio il goal realizzato da Hatem Ben Arfa, ragazzo che se trovasse continuità di rendimento si guadagnerebbe un top club senza alcuna difficoltà.
Certo nel suo goal non c’è la bellezza mozzafiato del capolavoro maradoniano dell’86, ma l’azione con cui il fantasista francese semina avversari su avversari sino a trovare la rete è comunque degnissima di nota.

Giusto oggi si sta discutendo molto del bel goal realizzato ieri sera in rovesciata da Ibrahimovic contro l’Inghilterra.
E’ però un altro “bycicle kick” a finire nelle nomination del Puskas Award. A realizzarlo è Falcao contro l’America de Cali. Un gesto tecnico-atletico che ricorda molto quello realizzato solo sabato da Quagliarella contro il Pescara. La potenza e la precisione che il puntero colombiano imprime al pallone, però, sono stupefacenti.

In nomination ci finisce anche Eric Hassli, che nel derby canadese tra i suoi Vancouver Whitecaps ed i Toronto FC sfodera un tiro al volo che dire perfetto è dire poco.
Una curiosità: Hassli non è nuovo a goal particolarmente belli. Solo l’anno scorso, infatti, segnò quello che venne definito “il goal più bello della storia della MLS” andando a bucare Kasey Keller dei Seattle Sounders con una prodezza balistica di rara bellezza.

La quinta nomination va invece ad una ragazza, Olivia Jimenez. Che in un incontro degli ultimi Mondiali under 20 femminili spara un siluro da quarantacinque metri di distanza dritto all’incrocio dei pali, là dove l’estremo difensore elvetico non può arrivare nemmeno avesse i retrorazzi.
Chapeau.

Arriva invece dalla Bolivia il gesto tecnico reso famoso da Roberto Carlos: lo scorpione. In Real Potosì – The Strongest, infatti, Gaston Mealla riceve un cross al limite dell’area che, essendo più arretrato rispetto al suo corpo, lo costringe a tuffarsi in avanti alzando il tacco.
Palla colpita, portiere affondato. Nomination d’ufficio.

In queste nomination non poteva certo mancare quello che è dai più definito come il miglior giocatore al mondo, Lionel Messi. Che entra d’obbligo in questa lista per estrae una perla in una partita molto particolare: quella che vede l’Albiceleste opposta al Brasile.
Prende palla a centrocampo, salta un uomo, converge al centro in velocità e calcia a giro dal limite, trovando l’incrocio.

Arriva invece dalla Libertadores l’azione travolgente di Neymar che semina avversari su avversari in velocità – e con un controllo di palla pazzesco – per poi andare a superare con uno scavetto il portiere avversario.
Se vi piacciono le azioni personali, questa è la vostra scelta quasi obbligata.

Tornando a parlare di rovesciate, dato che oggi non se ne può fare a meno, notevole anche quella realizzata da Moussa Sow contro gli acerrimi rivali di sempre del suo Fenerbache: il Galatasaray. L’ex punta del Lille, da qualcuno erroneamente definito “nuovo Weah” estrae dal cilindro un colpo tecnicamente non perfetto ma certo ben efficace.

L’ultima nomination va ad un altro giocatore del Fenerbache, Miroslav Stoch.  Che contro il Genclebirligi spara un tiro al volo da fuori area giusto all’incrocio. E scusate se è poco.

Dopo questa bella scorpacciata di goal non ci resta che votare.

Io, sinceramente, sono veramente indeciso!

 

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Sono solo in cinque, ma hanno vinto tutto il vincibile. Almeno col proprio club.

Parliamo di Stefano Tacconi, Gaetano Scirea, Sergio Brio, Antonio Cabrini e Danny Blind, ovvero sia gli unici capaci di trionfare in tutte le competizioni organizzate dalla FIFA e dalla UEFA.

Nel palmares di questi cinque, infatti, possiamo trovare Coppa delle Coppe, Coppa UEFA, Champions League, Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale.
Ovvero sia tutto ciò che c’è stato di vincibile al di fuori dei patri confini.

Oggi non sarebbe nemmeno più possibile ripetere un’impresa di questo tipo: la Coppa delle Coppe non esiste più, ed anche volendo il proprio palmares non potrebbe andare oltre i quattro allori internazionali.

Ma parliamone un pochino più a fondo di questi cinque eroi. Giocatori in realtà molto conosciuti, ma che è sempre bene ricordare.

Partiamo quindi da un difensore dei pali coi fiocchi, definito da Giampiero Mughini come “uno dei tre o quattro portieri più forti del mondo” all’epoca di quel decennio che Stefano Tacconi passò in maglia Bianconera.

Tacconi che, nato a Perugia nel 1975, passò la sua gioventù tra Spoleto e Milano, sponda Nerazzurra.
Proprio qui vinse il suo primo alloro piuttosto importante: una Coppa Italia Primavera.

Tornato a Spoleto in prestito all’età di diciannove anni disputò la sua prima stagione da titolare per poi concedersi qualche anno di vagabondaggio prima di stabilirsi ad Avellino.

Dopo i prestiti a Pro Patria e Livorno ed il trasferimento alla Sambenedettese ecco infatti le tre stagioni in Campania, dove metterà assieme un centinaio di presenze.
Convincendo niente popò di meno che la Juventus a puntare su di lui.

E proprio il trasferimento a Torino sarà decisivo per il suo inserimento in questa sorta di classifica virtuale: nel decennio successivo metterà assieme circa trecento presenze in Bianconero, vincendo appunto tutto ciò che c’era da vincere.

All’età di trentacinque anni lascia la Juve, sbarcando a Genova.
Le cose col Grifone però non lo soddisfano, così decide di porre fine alla propria carriera nel 1995.

Il tutto almeno fino al 2008, quando shoccherà un po’ tutti decidendo di tornare a giocare in Prima Categoria, nella marchigiana Arquata. Solo per una brevissima parentesi, ovviamente.

Tacconi che, forse i lettori più assidui lo ricorderanno, incontrai lo scorso anno nel corso di Yahoo Penalty, manifestazione organizzata dal famoso portale internet nel periodo del pre-Mondiale.

Simile, per certi versi, la carriera di Sergio Brio, solido stopper con più di 250 presenze in Bianconero alle spalle.

Nato nel 1956 a Lecce iniziò la propria carriera giovanile proprio nei Giallorossi salentini, esordendo anche in prima squadra appena maggiorenne.

Nel 74, quindi, il passaggio alla Juventus, che però decise di non lanciarlo da subito. Ecco quindi, un po’ come Tacconi, un periodo di crescita lontano dalle pressioni della grande piazza, con tre stagioni, ed un centinaio di presenze, passate in prestito alla Pistoiese.

Nel 78, poi, il suo ritorno a Torino, dove resterà sino al 1990, quando deciderà di porre fine alla propria carriera.
Una carriera in cui, appunto, ha saputo vincere tutto col proprio club.

Brio che nei suoi tanti anni in Piemonte ha giocato spessissimo al fianco di Antonio Cabrini, tra i migliori terzini sinistri nella storia del calcio italiano.

Nato nel 1957 a Cremona iniziò a giocare ed esordì tra i professionisti, proprio come il buon Sergio, nella squadra della sua città.

Dopo un anno passato a Bergamo ecco, nel 1976, lo sbarco a Torino, dove resterà, vincendo tutto, sino al 1989.
In quell’anno arrivò infatti il passaggio al Bologna, dove pose fine alla propria attività agonistica due anni più tardi.

Il capitano di quella squadra formidabile era invece il libero per eccellenza, quel Gaetano Scirea ancora oggi vero e proprio simbolo per tutti i tifosi juventini.

Nato a Cernusco sul Naviglio nel 1953 crescerà nel settore giovanile atalantino, dove esordirà in prima squadra diciannove anni più tardi.

Nel 1974, quindi, il passaggio in Bianconero, dove resterà quasi quindici anni collezionando più di 550 presenze totali.

Vincendo, assieme ai suoi compagni, tutto quanto potesse vincere.

Esattamente come l’olandese Danny Blind, nato nel 1961 ad Oost-Souburg e storico capitano dell’Ajax targato anni 90.

Nato terzino destro, Dirk Franciscus Blind, questo il suo nome completo, seppe trasformarsi negli anni in un ottimo difensore centrale. Tanto da formare una delle coppie più solide d’Europa assieme a Frank de Boer, oggi allenatore dei Lanceri.

Restringendo un po’ il campo, e limitandoci solo alle tre maggiori competizioni del Vecchio Continente, ecco che il discorso si potrebbe invece allargare anche a Marco Tardelli, Gianluca Vialli, Vítor Baía ed Arnold Mühren. Anche loro quattro, infatti, sono stati capaci di vincere nella propria carriera Coppa delle Coppe, Coppa UEFA e Champions League.

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CRONACA

Sono i brasiliani a partire meglio: Tinga serve Sobis in area che riceve dopo un velo di Alecsandro, controlla di petto e calcia di destro, senza però trovare lo specchio di porta.
Al quindi è invece l’ex riverplatense D’Alessandro a provarci. Non riuscendo a coordinarsi al meglio, però, il fantasista albiceleste non riesce nemmeno a centrare la porta difesa dal solito, pittoresco, Kidiaba.

E’ comunque sempre e solo l’Internacional a fare il match: all’ottavo ci prova ancora una volta Sobis, questa volta direttamente su calcio di punizione. Anche in questo caso, però, è l’imprecisione balistica a farla da padrone.
Sul fronte opposto è quindi Kaluyituka a farsi notare, non riuscendo però a guadagnare nulla oltre che un misero calcio d’angolo.

Al decimo è quindi Kidiaba ad ergersi a salvatore della patria: azione sulla sinistra dei brasiliani, cross basso e Sobis effettua un tocco sotto misura su cui il 34enne portiere congolese deve intervenire come può per negare un goal che sembrava già fatto.
Ribaltamento di fronte tempestivo con Kabangu che si libera sui trenta metri per sparare un destro che mette in difficoltà Renan, comunque bravo a parare in qualche modo la palla velenosamente calciata dall’ala destra africana.

Al diciottesimo, però, Kidiaba dimostra tutti i suoi limiti tecnici in uscita. Il portiere congolese sbaglia infatti il posizionamento e combina un pasticcio su di una punizione battuta dalla sinistra; Kidiaba che riesce però a salvarsi in qualche modo sul colpo di testa di Indio, che va ad infilarsi alle sue spalle sul secondo palo per battere a rete di testa. Sulla conclusione del centrale brasiliano, infatti, l’estremo difensore africano riesce a spizzare la palla con una mano, deviandone la traiettoria quel tanto che basta per evitare che la stessa termini in rete.

La partita continua quindi sui soliti binari: Internacional padrona del gioco con un possesso di palla maggiore e più fluido, Mazembe chiuso più sulla difensiva per cercare poi di ripartire in velocità, sfruttando le grandi qualità atletiche dei propri uomini.
Inter che comunque, nel complesso, inizia, col passare del tempo, a scontare una certa difficoltà nel trovare spazi. Dopo i primi minuti in cui la difesa congolese si era dimostrata un po’ ballerina, infatti, la retroguardia africana si registra e inizia a rendere la vita molto difficile agli avanti verdeoro.

Al trentaseiesimo splendida verticalizzazione di Tinga in direzione di Alecsandro che effettuerà uno stop a seguire per poi calciare di sinistro dal limite, venendo però murato dalla scivolata di Kimwaki.
Cinque minuti più tardi è invece il solito Kaluyituka a farsi vedere: ricevuta palla largo a sinistra convergerà verso il centro dell’area correndo proprio lungo la linea di fondo, calciando poi una volta vistosi chiuso quasi al limite dell’area del portiere trovando però la pronta risposta proprio di Renan, attento a chiudere in corner.

Bello il tentativo, arrivato in chiusura, di Wilson Matias: Nei spinge sulla destra e crossa sul primo palo dove piomba proprio il centrocampista carioca che si coordina colpendo in una sorta di rovesciata, non inquadrando però lo specchio di porta.

La ripresa inizia sulla stessa falsariga del primo tempo, con l’Inter a spingere alla ricerca del goal del vantaggio. Al cinquantatreesimo, però, Kabangu porta in vantaggio i suoi: dopo aver ricevuto palla da un ponte aereo di un compagno, infatti, l’ala africana ha tutto lo spazio, lasciatogli da un Bolivar certo non impeccabile in quest’occasione, per controllare e calciare a giro sul secondo palo, bucando irrimediabilmente Renan.

La risposta brasiliana non si fa però attendere: al cinquantanovesimo, infatti, Sobis è lanciato alle spalle della retroguardia del Mazembe e vi si infila, per poi calciare di sinistro una volta varcata la linea dell’area di rigore. Nulla da fare, però, per l’ex punta dell’Al-Jazira, che si vede respingere il tiro dal sempre attento, pur non pulitissimo tecnicamente, Kidiaba.
Kidiaba che però si supera al sessantanovesimo quando Giuliano, entrato poco prima al posto di Alecsandro, penetrerà centralmente per poi provare a batterlo con un diagonale mancino su cui però il portiere congolese si distende per impedire che lo stesso possa varcare la linea di porta.

Ad un quarto d’ora dal termine è ancora Kabangu a provarci: il suo calcio di punizione morbido, però, mette sì un po’ di apprensione ad un certo mai sicurissimo Renan ma non al punto da potere batterlo.

E’ comunque sempre l’Inter a fare la partita. Il tutto, però, senza riuscire con continuità a sfondare la resistenza della retroguardia congolese, con la difesa africana capace di resistere agli assalti verdeoro.

A cinque dal triplice fischio, quindi, la beffa: Kaluyituka, piuttosto veneziano come al solito, scende sulla sinistra, si accentra quel tanto che basta per aprirsi un minimo di specchio di porta e poi, sfruttando una pressione non certo asfissiante di Guinazu andrà a freddare Renan con un destro calciato dal limite ad infilarsi sul primo palo.

Negli ultimissimi minuti, quindi, l’Inter continuerà, anche se credendoci meno di prima, a cercare una rete che non arriverà mai.

2 a 0, Mazembe in finale.

COMMENTO

Il rito prepartita dei congolesi ha colpito ancora.
Così come accaduto nel match contro i messicani del Pachuca, infatti, prima del fischio d’inizio della partita gli undici titolari del Mazembe, con al centro il portiere Kidiaba, si sono schierati ancora una volta in fila in ginocchio sulla linea di porta, uno al fianco dell’altro. Raccogliendosi poi, parebbe almeno, in preghiera.

Certo, bisogna crederci. E a rendere speciale questo rito forse è proprio il fatto che sia fatto con così tanta convinzione da quegli undici ragazzi dell’Africa Nera pronti a sfidare il mondo contro tutto e tutti.

Perché parliamoci chiaro: questa partita, quantomeno a posteriori, non è una partita qualunque.
Rappresenta un po’ un punto di svolta.
Esattamente come qualche mese fa avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta vedere il Ghana raggiungere, per la prima volta nella storia del Continente Nero, una semifinale Mondiale.

Inutile nascondersi dietro ad un dito. Diciamo le cose come stanno.

La maggior parte del pubblico europeo, in special modo di quelle zone del Vecchio Continente le cui squadre di club rappresentano la massima espressione del calcio continentale, solo una settimana fa pensava ancora, esattamente come lo pensava la prima volta in cui un Mondiale per Club venne giocato, che questo torneo non avesse senso di esistere. Che sarebbe stato meglio tornare alla vecchia Coppa Intercontinentale, perché troppo ampio era, ancora oggi, il divario tra il calcio d’Europa e del Sud America rispetto a quello del resto del mondo.

Bene, il Mazembe con la sua carica agonistica, i suoi riti, i suoi colori, la sua allegria e la sua voglia di vincere e stupire ha smentito tutto questo popolo di tifosi supponenti, battendo l’Internacional di Porto Alegre contro ogni pronostico e raggiungendo una finale che, obiettivamente, in pochi avrebbero anche solo potuto immaginare sarebbero stati in grado di arrivare a giocare.

Questa vittoria, insomma, è un segnale importante di una globalizzazione del pallone che in molti continuano a negare, rifiutandosi di volerla vedere.

Ma le cose stanno così, volenti o nolenti.

Intendiamoci: se questa partita, giocata più dall’Inter che dal Mazembe (ma del resto un’altra Inter, quella mourinhana, ha dimostrato giusto pochi mesi fa come sia possibile vincere tutto anche scendendo in campo lasciando fare la partita agli avversari), venisse ripetuta dieci volte nella maggior parte dei casi sarebbe vinta dai brasiliani, indubbiamente superiori sotto tantissimi aspetti agli avversari. In primis per quanto concerne la capacità tecnica dei propri interpreti.

Questo, però, poco conta.

Il dato di fatto è che oggi il Mazembe ha battuto il molto più quotato Internacional imponendosi in una seminfinale di un Mondiale per Club e che quindi sarà proprio una squadra congolese, e non brasiliana, a disputare la finalissima, sabato prossimo.

Che altro aggiungere?
Onore a questi ragazzi, capaci di scrivere una pagina, pur forse dall’importanza marginale, della storia di questo bellissimo sport.

MVP

La rete di Kabangu, ancor più di quella della tranquillità firmata a cinque dal termine da Kaluyituka, resterà nella storia del calcio, quantomeno africano. Perché è proprio lui, col suo bel destro a giro, a firmare la rete che, fondamentalmente, decide la vittoria del Mazembe, con tanto di accesso alla finale.
Una partita, quella giocata dall’ala congolese, di alto livello. E’ infatti lui, proprio assieme al compagno appena citato, a creare le cose migliori là davanti.

Una honorable mention, comunque, va immancabilmente spesa anche per Kidiaba: felino, per quanto non perfetto nello stile e nella tecnica, tra i pali, pecca sicuramente nelle uscite. Ma anche oggi le sue manone nere hanno contribuito fattivamente alla vittoria.
E poi il colore che porta a questa manifestazione, con quei saltelli da seduto fatti per esultare ad ogni goal o vittoria, sono qualcosa di speciale, che solo il calcio africano sa dare.

TABELLINO

Mazembe vs. Internacional 2 – 0
Marcatori: 53′ Kabunga, 85′ Kaluyituka.
Mazembe: Kidiaba; Kasusula, Kimwaki, Nkulukuta, Mihayo; Ekanga, Kasongo, Bedi, Kabangu (85′ Kanda); Kaluyituka, Singuluma. A disposizione: Bakula, Ngome, Tshani, Mwepu, Ndonga, Mabele, Mvete, Kanyimbu, Kayembe. Allenatore: Lamine N’Diaye.
Internacional: Renan; Bolivar, Indio, Nei, Kleber; Tinga (63′ Leandro Damiao), Guinazu, Wilson Matias; D’Alessandro; Sobis (76′ Oscar), Alecsandro (63′ Giuliano). A disposizione: Abbondanzieri, Lauro, Derley, Ronaldo Alves, Sasha, Juan, Andrezinho, Daniel. Allenatore: Celso Roth.
Ammoniti: Kasusula, Nkulukuta, Indio.

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Lo scorso anno la FIFA decise la creazione di un nuovo premio da assegnare contestualmente al Pallone d’Oro, il Puskas Award, chiamato così in onore del grande calciatore ungherese che fece la storia del calcio magiaro e non solo.

Premio, questo, che deve andare ad individuare il più bel goal realizzato nel corso dell’anno.

Lo scorso anno a vincere fu Cristiano Ronaldo che realizzò un grandissimo goal in una partita di Champions contro il Porto andando a calciare un missile terra-aria da una quarantina di metri, perforando inesorabilmente il portiere avversario e mettendo la propria firma in calce ad una prodezza balistica rara.

In seconda posizione si piazzò invece l’attuale favorito al prossimo Pallone d’Oro, Andres Iniesta, mentre la terza piazza fu appannaggio del brasiliano del Wolsfburg Grafite.

Tre giocatori che non trovano posto nelle dieci candidature odierne. Come potete vedere sotto, infatti, sono Altintop, Burrows (della cui rete vi parlai lo scorso ottobre), Hallenius, Messi, Nasri, Neymar, Robben, Tshabalala, van Bronckhorst e la giovanissima Yokoyama, autorice di una rete d’autore al Mondiale under 17 femmile.

Tutti goal di splendida fattura, non c’è che dire.

Personalmente mi trovo indeciso tra un paio di queste reti, ma non dirò nulla per evitare di influenzarvi.
A questo punto non posso quindi che lasciarvi a video e sondaggio: guardatevi le immagini e votate il goal che vi piace di più, così che definiremo il nostro Puskas award 2010!

P.S.
Ovviamente l’ordine delle risposte è lo stesso del video.

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Russia e Qatar.

Ecco quali saranno le nazioni che dovranno ospitare il Mondiale dopo l’edizione che si svolgerà nella terra del calcio per eccellenza, il Brasile, tra quattro anni.

Fa sicuramente un po’ strano pensarci, dato che mancano ancora così tanti anni, ma da ieri sappiamo quali paesi faranno da sede all’edizione 2018 e 2022 della massima rassegna calcistica del globo.

Un’assegnazione, quella decisa dal comitato preposto in seno all’organizzazione mondiale presieduta dallo svizzero Blatter, che sta facendo discutere moltissimo anche nel nostro paese in queste ore ma che è molto discussa già da mesi.
Qualche tempo fa, infatti, scoppiò uno scandalo internazionale che coinvolse due dei ventiquattro membri dell’esecutivo, il nigeriano Amos Adamu (Presidente dell’Unione Calcistica dell’Africa Occidentale) e Reynald Temarii (Presidente della Confederazione dell’Oceania) i quali caddero in una sorta di trappola tesa loro da alcuni giornalisti del Sunday Times che fingendosi parte del comitato organizzatore statunitense offrirono loro dei soldi per strappare un sostegno alla candidatura del paese a stelle e strisce.

Avendo entrambi accettato l’offerta, di fatto vendendo il proprio voto, sono stati quindi sospesi dalla commissione etica della federcalcio mondiale, che gli ha inflitto rispettivamente 36 e 12 mesi di sospensione, estromettendoli dalla votazione in questione.

La cosa ha ovviamente minato la credibilità della Fifa tutta, coinvolgendo anche altri quattro ufficiali della federazione (Slim Alolou, membro della commissione calciatori, Ahongalo Fusimalohi, segretario generale della federazione di Tonga, Amadou Diakitè, membro della commissione arbitri, ed Ismael Bhamjee, membro onorario della confederazione africana) e creando un clima non proprio idilliaco che si è protratto anche oltre la votazione stessa.
Con delle premesse del genere, infatti, era ovvio che ci sarebbero state delle recriminazioni che si sarebbero potute tramutare in accuse più o meno velate a brogli e compravendite illegali di voti.

Il fatto che a vincere siano state due delle nazioni economicamente meglio fornite, poi, ha ovviamente insospettito ancora di più.

Non essendoci prove, ad oggi, che la votazione sia stata pilotata e che i membri dell’esecutivo si siano fatti corrompere, però, non possiamo che prendere per buone le assegnazioni a Russia e Qatar, che presentavano comunque due candidature di tutto rispetto.

Un’assegnazione, questa, che deve per altro far riflettere un po’ anche in relazione alla bocciatura che il nostro paese subì nel presentare la propria candidatura per l’organizzazione dell’Europeo del 2012, poi finito a Polonia ed Ucraina.
Quest’assegnazione è infatti il chiaro segno dei tempi. Ci sono popoli, come quello mediorientale e, appunto, quello dell’est Europa, che hanno fortemente voglia di grande calcio. Un sentimento, questo, che i massimi vertici del calcio mondiale ed europeo non vogliono certo ignorare.

2018 – Russia

Inghilterra, Olanda-Belgio e Spagna-Portogallo.
Queste le candidature che si opponevano a quella russa in merito all’assegnazione dei Mondiali del 2018.

Quattro candidature europee per assicurare, dopo l’edizione tedesca del 2006, un altro Mondiale al Vecchio Continente, il secondo nel giro di quattro edizioni.

A spuntarla, però, è stata la più asiatica tra le contendenti, segno anche di come alle grandi – quanto classiche – potenze del calcio europeo sia stata preferita l’opzione più nuova, fresca e alternativa.

Perché ormai è da un po’ di tempo che lo si è capito: il calcio è sempre più un affare capace di muovere montagne di denaro, non è più solo un gioco in grado di far vibrare qualche milione di tifosi sparsi in determinate zone del mondo.
Negli ultimi vent’anni, infatti, questo sport è cresciuto moltissimo in termini di interesse globale. Blatter, ma la Fifa tutta, l’ha capito e ha pensato bene di cavalcare l’onda, per mettere il calcio in una posizione sempre più egemone rispetto agli altri sport.

Proprio in questo senso potè essere letta l’assegnazione del Mondiale del 1994, ormai così lontano e sbiadito nella memoria, agli Stati Uniti.
Patria di football, basket, hockey e baseball, infatti, gli States rappresentavano un paese in cui il movimento calcistico era notevolmente regredito dopo il crack della NASL e che necessitava di una forte spinta propulsoria per poter tornare a presentare una lega professionistica di buon livello, capace di far innamorare gli americani anche del calcio.
Perché, del resto, gli Stati Uniti rappresentavano anche un mercato ampissimo che andava conquistato.

Detto-fatto. Il Mondiale andò bene nonostante fuso orario, stadi non specifici e condizioni climatiche spesso non certamente ideali. E il calcio americano riprese vita, con MLS e nazionale che pur non rivestendo ancora l’importanza che nella vita di ciascun americano può avere il Superbowl o il Dream Team hanno visto accrescere il proprio appeal nei confronti del pubblico americano, sempre più attento anche alle vicende del pallone a spicchi.

Nel 2002, quindi, fu la volta di Giappone e Sud Corea, che fecero da traino un po’ per l’Asia tutta. Nel 2010, poi, ecco il primo Mondiale africano, importantissimo soprattutto a livello simbolico. Nel 2018, quindi, l’abbattimento di un altro muro: per la prima volta nella sua quasi centennale storia, infatti, la massima competizione calcistica del globo sarà giocata in Russia, laddove un tempo, quando un altro muro spaccava a metà il Vecchio Continente, sarebbe stato impensabile organizzare un Mondiale.

Una candidatura, quella russa, molto forte.
Rispetto all’epoca del regime comunista e della Guerra Fredda, infatti, molte cose sono cambiate sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico.

A fare da propulsore a questa candidatura sono stati i vari oligarchi che, nel contempo, avranno sicuramente anche rappresentato, agli occhi dell’esecutivo Fifa, una garanzia rispetto agli investimenti promessi in vista del Mondiale.

Perché organizzare una manifestazione del genere, è ovvio, comporta esborsi notevoli.

Ci sono stadi da costruire, infrastrutture da adeguare ad un evento di tale portata, sicurezza da garantire, ecc.
Tutte cose rispetto le quali, appunto, va compiuto uno sforzo economico.

Proprio in questo senso, quindi, la candidatura di due paesi come Portogallo e Spagna sembrava essere sconfitta in partenza.

In realtà le cose non sono andate propriamente così. Nel primo turno di votazioni, infatti, la candidatura congiunta dei due paesi iberici, che versando in gravissima crisi economica non davano certo la stessa apparenza di solidità che poteva dare una Russia o un’Inghilterra, ha ricevuto ben 7 voti, contro i 9 della Russia, i 4 dell’accoppiata Olanda-Belgio ed i 2 dell’Inghilterra. Che da grande favorita al pari dei russi stessi risulterà quindi essere la prima esclusa dalla corsa al Mondiale 2018.

E qui va aperta una parentesi: la candidatura inglese era indubbiamente la più affascinante, da un punto di vista prettamente calcistico.
Perché se è vero che la Russia poteva appunto giocarsela grazie alle garanzie derivate dalle proprie oligarchie ed all’esoticità, in fondo, della propria proposta gli inglesi andavano ad opporre la propria storia di inventori e maestri del calcio, come sono soliti autodefinirsi.
Non solo: in assoluto è proprio l’Inghilterra, assieme alla Germania, a godere della miglior fama per quanto concerne lo stato dei propri stadi. Wembley, Old Trafford, Anfield… stadi belli e famosi come pochi altri al mondo.

Questo, però, non ha impedito all’esecutivo Fifa di snobbare brutalmente la candidatura inglese, che oltre al danno di non vedersi assegnato il Mondiale 2018 subisce quindi pure la beffa di aver ricevuto due sole preferenze, venendo subito eliminata dalla corsa.

Perché, è bene ricordarlo, per ottenere l’assegnazione del Mondiale era necessario che almeno 12 dei 22 membri del comitato esecutivo votassero a favore di un dato paese e che nel momento in cui una votazione non avesse ottenuto un esito di questo tipo si sarebbe provveduto ad eliminare la candidatura che avesse ricevuto meno voti effettuando poi una nuova votazione.

La cosa è avvenuta anche nel caso del Mondiale 2018. Dopo l’eliminazione inglese, quindi, si è provveduto ad una seconda votazione, subito decisiva. Qui, infatti, raccogliendo 13 voti (contro i soli 7 degli iberici ed i 2 della coppia Olanda-Belgio) i russi hanno sbaragliato la concorrenza, vedendosi assegnare l’organizzazione della competizione mondiale che seguirà quella che si svolgerà tra quattro anni in Brasile.

Grandissima gioia in tutto il paese ed altrettanta soddisfazione all’interno del comitato organizzatore russo presieduto da Vitaly Mutko, Ministro dello Sport, del Turismo e delle Politiche Giovanili della Federazione Russa che con tutto il suo staff (il CEO Alexey Sorokin, il Direttore delle Operazioni Alexander Djordjadze, la Direttrice delle Relazioni Internazionali Ekaterina Fedyshina, la Communication Manager Julia Cooper, il direttore dell’Area Sport Alexey Smertin ed il Direttore del libro illustrante la candidatura Dmitry Mosin) ha approntato il progetto risultato vincente.

Tredici saranno quindi le città interessate, sedici gli stadi.
Mosca, infatti, parteciperà allo svolgimento del Mondiale mettendo a disposizione ben quattro arene ove giocare: il Luzhniki Stadium, la cui capienza sarà aumentata sino a poter ospitare più di 89mila spettatori, lo Spartak Stadium, il Dynamo Stadium ed il Moscow Region Stadium. E qui vanno subito aperte un paio di parentesi: innanzitutto lo Spartak Stadium, che avrà una capacità di quasi 47mila posti, attualmente non esiste. La sua costruzione, infatti, doveva teoricamente partire nel 2007 ma ad oggi non è ancora iniziata. L’assegnazione del Mondiale alla Russia, quindi, darà l’impulso definitivo all’avvio dei lavori. Allo stesso modo anche il Moscow Region non esiste. Esso, però, non verrà costruito in città, quanto subito al di fuori di essa.

Oltre alla capitale, come detto, altre dodici città – ed altrettanti stadi – ospiteranno quest’attesissimo evento: San Pietroburgo metterà a disposizione la sua Gazprom Arena, a Kazan si giocherà invece nel Rubin Stadium mentre dovranno essere costruiti da zero gli stadi di Kaliningrad, Nizhny Novgorod, Yaroslavl, Samara, Volgograd, Saransk, Krasnodar, Rostov, e Yekaterinburg.
A Sochi, infine, si giocherà all’interno del Sochi Olympic Stadium, stadio che sarà terminato entro un paio d’anni e che farà da sede per i Giochi Olimpici del 2014, anch’essi assegnati alla Russia che nel giro di pochi anni sarà quindi impegnata nell’organizzazione di due dei massimi eventi sportivi mondiali.

Tanti stadi nuovi, quindi, che daranno un volto sicuramente molto moderno al Mondiale del 2018. E se la forza della candidatura inglese, come detto, stava proprio negli stadi ecco che la delegazione russa si è opposta ad essi con quest’ambizioso progetto.

A far storcere il naso a molti, comunque, non è solo una questione di blasone calcistico della nazione ospitante, che nel caso della Russia non è certo al livello di paesi come Inghilterra, Spagna o Olanda, quanto più il fatto che le città scelte si trovano anche molto lontane tra loro e che gli spostamenti potranno quindi causare dei problemi agli atleti che saranno impegnati nel corso del Mondiale.
Un problema, questo, sicuramente esistente, ma che nel corso dei prossimi otto anni verrà affrontato dalla delegazione russa e cui avranno indubbiamente pensato anche i famosi oligarchi di cui sopra. Che oltre ad investire soldi nella costruzione di stadi, quindi, ne dovranno sicuramente anche investire per migliorare i trasporti aerei del proprio paese.

2022 – Qatar

Ancor più esotica, probabilmente la più esotica in assoluto, la scelta effettuata nell’assegnazione del Mondiale successivo, quello che si disputerà nel 2022.
Il piccolo emirato mediorientale, infatti, ha una superficie totale di circa 11mila km quadrati ed una popolazione complessiva che non raggiunge i due milioni. Inoltre era, calcisticamente parlando, la nazione con la peggiore tradizione in assoluto, non avendo nemmeno mai partecipato ad un Mondiale.

Il calcio però, come detto in precedenza, è ormai innanzitutto un business, quantomeno a giudizio dei massimi dirigenti della federcalcio mondiale. Che più che a questioni prettamente di campo hanno evidentemente pensato ad espandere ulteriormente la presenza calcistica nel mondo, ponendo la propria bandierina anche sul Medio Oriente.

Anche quella qatarese, comunque, era una candidatura molto solida, in particolar modo sotto il punto di vista economico. Perché se in Russia saranno i grandi oligarchi a garantire certi investimenti in Qatar questo ruolo sarà svolto dai ricchissimi sceicchi, arricchitesi nel corso degli ultimi decenni grazie al petrolio.

E chissà che in una congiunzione astrale economicamente complessa come quella attuale non siano state proprio le presenze di oligarchi e sceicchi a risultare decisivi nell’assegnazione del Mondiale.

Qatar che, a differenza della Russia, non ha comunque avuto vita facile ed ha dovuto combattere sino al ballottaggio finale per avere la meglio sugli avversari che, in questo caso, erano l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti.

Nel corso del primo turno di votazioni, infatti, il piccolo emirato raccolse sì ben undici voti, sbriciolando la concorrenza di Corea (quattro), Giappone (tre), Stati Uniti (tre) ed Australia (uno), ma non riuscì a convincere appieno l’altra metà dell’esecutivo,che si convinse solo all’ultimo.

Nel secondo turno, infatti, il Qatar riuscì anche a perdere un voto, passando a dieci, contro i cinque di Stati Uniti e Corea ed i due del Giappone, eliminato. Nel terzo, quindi, tornarono ad essere undici i voti in favore degli sciecchi, contro i sei attribuiti agli americani ed i cinque spesi ancora per sostenere la candidatura coreana.
Rimasti solo Qatar e States, infine, furono proprio gli emirati a raccogliere la maggioranza assoluta, convogliando anche tre dei voti precedentemente andati ai coreani ed aggiudicandosi l’assegnazione del Mondiale battendo gli statunitensi 14 a 8.

Qatar che il prossimo anno potrà in qualche modo allenarsi, dovendo organizzare la Coppa delle Nazioni Asiatiche dal 7 al 29 gennaio prossimo, ma che dovrà poi affrontare numerosi investimenti per farsi trovare pronto nel 2022, quando l’evento in gioco sarà di ben altre dimensioni.

Dei cinque stadi che ospiteranno la Coppa d’Asia, per altro, solo tre saranno riutilizzati anche nel corso del Mondiale: si tratta del Khalifa International Stadium e dell’Al-Gharafa Stadium di Doha oltre che dell’Ahmed Bin Ali Stadium di Al Rayyan. Stadi, questi, che dopo la rassegna continentale verranno però modificati ed espansi: la loro capacità passerà infatti dai 50mila ai 70mila posti per il Khalifa International e dai 25mila posti attuali ai 45mila previsti per gli altri due stadi, di modo così da accogliere il pubblico che accorrerà in Medio Oriente nel 2022.
Tagliati fuori, quindi, il Qatar Sports Club Stadium ed il Jassim Bin Hamad Stadium di Doha, la capitale.

Che, comunque, avrà modo di rifarsi ampiamente.
Sei dei dodici stadi in cui si disputerà il Mondiale saranno infatti situati proprio qui. Oltre ai due già citati in precedenza saranno altresì costruiti lo Sports City Stadium, con 47500 posti, il Qatar University Stadium, con 43500 posti ed il Doha Port Stadium e l’Education City Stadium, che potranno entrambi accogliere 45mila spettatori.

Oltre alla capitale, poi, saranno anche coinvolte nell’organizzazione la già citata Al Rayyan oltre che le città di Lusail, Al Khor, Ash Shamal, Al Wakrah ed Umm Salal.
Qui, infatti, verranno costruiti tre stadi (il Luisail National Stadium, con capacità di ben 86mila posti, l’Al-Shamal Stadium, 45330, e l’Umm Salal Stadium, 45mila) e verranno ingranditi i rimanenti due (l’Al-Kohr Stadium, che passerà a 45330, e l’Al-Wakrah Stadium, che potrà contenere 45120 spettatori).

Costruzioni che promettono di essere tutte molto avvenieristiche, queste, ma che di certo non hanno evitato di far storcere il naso a molti, in quei paesi considerabili un po’ come l’elite del calcio mondiale.

Perché, è indubbio, a fronte di punti positivi come appunto quello appena citato, quello inerente al fuso orario – che quantomeno per il pubblico europeo non comporterà levatacce notturne – e quello inerente agli spostamenti – che saranno minimi, essendo il Qatar così piccolo – presenta anche dei lati negativi che non possono essere ignorati.

Uno di questi, quello relativo alle temperature medie del periodo in cui si giocherà, pare sarà risolto proprio dagli stadi stessi.
Posto che si correrà il rischio di giocare ad una temperatura vicino ai cinquanta gradi celsius, infatti, pare che gli stadi saranno tutti climatizzati, di modo da garantire, sul campo, una temperatura che possa portare i vari ragazzi impegnati sul rettangolo di gioco a rendere molto più che se fossero soffocati dal caldo incredibile che si avrà al di fuori.

Stadi che saranno per altro vere e proprie costruzioni avvenieristiche e che probabilmente sono stati la carta in più della candidatura di questo piccolo emirato mediorentale.
Guardando la presentazione degli stadi che saranno, infatti, non si può che rimanere a bocca aperta…

Un altro è invece relativo ad un aspetto puramente calcistico. Perché nella storia siamo stati abituati ad avere quasi sempre le squadre padrone di casa capaci di lottare per il titolo, o quantomeno presentabili.
Il nuovo millennio, però, ci ha da subito fatto capire come tutto ciò sarebbe rimasto un ricordo del passato mostrandoci un Giappone discreto e nulla più ed una Corea capace di arrivare in semifinale solo grazie ai tanti aiuti arbitrali ricevuti contro l’Italia e, in particolar modo, contro la Spagna.

E se il Sudafrica è stata la prima padrona di casa a non passare il turno cosa ne sarà del povero Qatar?

La risposta verrebbe facile, oggi: potrebbe essere, con ogni probabilità, la prima squadra organizzatrice a non raccogliere nemmeno un punto nel classico girone all’italiana iniziale. A perdere tutti i match disputati, insomma.
Perché, è bene ricordarlo, il Qatar è quella squadra che proprio recentemente ci ha regalato un momento di grande calcio come questo: https://sciabolatamorbida.wordpress.com/2010/11/17/immagini-dal-mondo-mai-dire-goal-rinverdisce-i-suoi-fasti-agli-asian-games-2010/

Da qui al 2012, però, le cose potrebbero cambiare.
Intendiamoci, non mi aspetto certo una repentina crescita di un movimento calcistico, quello qatarese, che basandosi su di una base cosi ristretta (come detto parliamo di meno di due milioni di persone in tutto) non avrebbe nemmeno i mezzi per poter diventare competitiva in così poco tempo, a meno di miracoli più che improbabili.

Mi riferisco, più che altro, ad una pratica di naturalizzazione che potrebbe essere messa in atto nel prossimo futuro onde accrescere artificialmente il livello medio della nazionale del piccolo emirato mediorientale.
Pratica, questa, che è già per altro in atto oggi, pur se in modo limitato.

Vantano infatti recenti convocazioni in nazionale i brasiliani Fabio Cesar Montezine, passato per altro da Napoli tra il 2001 ed il 2004,  e Marcone Amaral, passato invece da Venezia nel 2002, l’uruguaiano Sebastian Soria, ex Liverpool Montevideo, ed il guineano Daniel Gouma, ex Falcon College.

E proprio una massiccia naturalizzazione sembra possa essere l’unica speranza di costruire una squadra all’altezza di un Mondiale. Ed in questo senso le possibilità potrebbero essere due: iniziare oggi a rastrellare giovani talentini da tutto il mondo, di modo da naturalizzarli subito per ritrovarsi poi tra dodici anni con qualche campioncino nato altrove ma consacratosi in Qatar, oppure arrivare a ridosso del Mondiale per poi naturalizzare qualche giocatore già “fatto” e che sia disposto a prendersi la nazionalità qatarese pur di giocare una competizione così importante.

Intendiamoci, però: i petroldollari degli sceicchi non possono comprare ogni cosa, ed entrambe queste opzioni presentano un problema.

Nel primo caso, infatti, parliamo di un lavoro di scouting massiccio, ed è tutto da vedere se una Federazione come quella qatarese sia in grado di imbastire un qualcosa del genere.
E al di là di questo bisogna poi anche capire che giovane virgulto potrebbe essere disposto ad una cosa del genere.

Immaginatevi per un attimo un emissario della Federazione del Qatar che segue una competizione sudamericana under 17 per nazionali ed al termine della stessa avvicina un paio di giocatori brasiliani ed argentini, i migliori, per proporre loro la naturalizzazione.
La reazione di Brasile ed Argentina non si farebbe certo attendere, e sarebbe una guerra di ricorsi. Ma anche al di là di questo… un giovanissimo Messi o un giovanissimo Ronaldo che vantaggio avrebbe a diventare oggi qatarese? Giocherebbe un Mondiale in casa – anche se con una maglia che non sentirebbe propria -, ok, ma resterebbe comunque ben lontano dal calcio internazionale che conta posto che o pescano undici fenomeni assieme tutti disposti a trasferirsi là oppure non potranno certo pensare di imporsi a livello mondiale…

Simile, pur con tutte le diversità specifiche del caso, il discorso relativo ai trentenni che arrivati a ridosso del Mondiale potrebbero sicuramente essere prede più facili per la Federazione qatarese.
A mettere i bastoni tra le ruote agli sceicchi, in questo caso, sarà però quella regola che dice che un giocatore avente doppio passaporto può comunque giocare in una sola nazionale.

Questo comporta che se il Mondiale del 2022 si giocasse oggi la stragrande parte di giocatori già formati e di buon livello non potrebbe vestire la maglia del Qatar per niente al mondo.
Esemplificando: un Barzagli, che è uscito dal giro della nazionale da tempo, non potrebbe accettare una chiamata qatarese, una volta naturalizzato, in quanto ha già vestito la maglia Azzurra. E con lui moltissima altra gente che oggi in nazionale non c’è più, come Nesta, Totti o Del Piero, per restare al Belpaese.

La strada per costruire una nazionale presentabile, quindi, sarà lunga ed impervia.

Legato a questo discorso sorge poi un altro problema, quello relativo al fatto che la nazione che ospita il Mondiale è qualificata di diritto come testa di serie. E se già il Sudafrica stonava, in questo senso, una nazionale come quella attuale del Qatar sarebbe in effetti la peggior testa di serie della storia dei Mondiali…

Altra obiezione che si è levata in queste ore da parte di un pubblico, quello europeo, così conservatore da non riuscire a digerire scelte esotiche come questa è relativa all’atmosfera in cui verranno disputati i match.

Ed anche in questo caso tutti i torti non hanno, i critici. Perché il pubblico locale è ancora piuttosto lontano dal calcio e, comunque, difficilmente potrà costituire la cornice ideale ad un evento come il Mondiale.

Detto questo, però, va altresì detto che il Qatar si trova nella penisola araba, non lontanissimo proprio dall’Europa.
Facile, quindi, che in vista di quel Mondiale sarà fatto di tutto per facilitare l’arrivo di tifosi dall’estero, in special modo proprio dal Vecchio Continente. La vicinanza unita a prezzi particolarmente favorevoli che potrebbero essere applicati dalle compagnie aeree (come l’Emirates, per dire) e dagli alberghi che verranno costruiti in loco potrebbero rendere quello qatarese un Mondiale non poi così costoso per italiani, spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi.

Nel complesso, quindi, entrambe le candidature presentavano lati positivi e lati negativi, com’è normale che sia.

Personalmente credo comunque che in un mondo sempre più globalizzato la volontà di portare il grande calcio anche laddove non è mai arrivato prima (Russia e Qatar ospiteranno infatti il primo Mondiale giocato nell’Europa dell’Est ed in Medio Oriente) sia meritoria.
Nel contempo, certo, essendo cresciuto in un mondo del calcio in cui l’esotismo era qualcosa di raro fa un po’ strano anche a me pensare ad un Mondiale in Qatar piuttosto che in Italia, Inghilterra o Argentina. Ma del resto, appunto, negli ultimi vent’anni le cose sono cambiate rapidissimamente e sarebbe oggi impensabile quanto ingiusto limitare l’organizzazione del Mondiale a nazioni classiche come quelle europee e sud americane.

E così dopo il Mondiale italiano del 1990 cinque degli otto Mondiali successivi sono stati o saranno giocati in paesi senza grandissime tradizioni calcistiche consolidate: Stati Uniti (1994), Corea e Giappone (2002), Sudafrica (2010), Russia (2018) e Qatar (2022).

Ma è un po’ lo stesso discorso fatto in riferimento alla Coppa Intercontinentale: il Mondiale per Club oggi rappresenta una competizione in cui le squadre di tutti i continenti si sfidano per il terzo posto, perché i primi due sono virtualmente assegnati già prima di scendere in campo.
Nel contempo, però, è giusto che tutti i continenti abbiano una propria vetrina mondiale, il proprio momento di gloria. E prima o poi accadrà anche che una squadra nord americana, africana o asiatica s’imponga su di un club brasiliano, argentino, inglese, italiano o spagnolo…

A quel punto, forse, le persone che riusciranno ad accettare il fatto che nel nuovo millennio il calcio non è più solo un affare Europa – Sud America inizieranno ad aumentare…

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France Football ha diramato la lista dei 23 candidati al prossimo Pallone d’Oro FIFA e, com’era logico aspettarsi, ci sono sorprese da una parte ed esclusi eccellenti dall’altra.

Partiamo però, prima di presentare i nominati (e lanciare poi un sondaggio), a dire quando si saprà il responso ufficiale della votazione che designerà il prossimo Pallone d’Oro: la premiazione verrà effettuata il prossimo 10 gennaio in quel di Zurigo. Ancora due mesi e mezzo, quindi, e l’attesa si concretizzerà nel nome di colui che succederà a Lionel Messi nell’albo d’oro di questo riconoscimento personale.

Ma vediamoli uno per uno, allora, i ventitrè nominati, in rigoroso ordine alfabetico:

Iker Casillas

Partiamo da un assunto: nell’anno di un Mondiale la competizione iridata stessa e l’assegnazione di questo premio è praticamente sempre stata legata a doppio filo. Fare bene ed aggiudicarsi la vittoria finale ha infatti più o meno sempre posto serie ipoteche sull’assegnazione di questo riconoscimento e va quindi da sé che tutti i calciatori spagnoli inseriti in questa lista avranno delle chance di vittoria.
Tra questi Casillas non dovrebbe comunque concorrere realmente all’assegnazione del premio: la sua annata scorsa è stata segnata dal Mondiale vinto in Sudafrica, sì, ma anche da situazioni non esaltanti con il suo Real, regolato dal Barcellona in campionato e mai davvero in corsa per la vittoria in Champions.
A livello personale resta uno dei migliori portieri al mondo ma se non lo vinse Buffon quattro anni fa – che pur ci andò vicino – difficile pensare possa spuntarla lui oggi.

Dani Alves

E’ uno dei migliori terzini destri del mondo, giusto un gradino sotto all’irraggiungibile Maicon.
Ok.
Però vederlo in questa lista fa storcere un po’ il naso, posto che le sue possibilità di vittoria sono nulle.
Al Mondiale non impressionò laddove non partì nemmeno titolare nell’intelaiatura costruita da Dunga, col suo Barça ben si comportò in Spagna ma dovette cedere di fronte all’Inter di Mourinho in Champions.
Insomma, non ha proprio le carte in regola per poter vincere questo riconoscimento. E, per altro, giusto facendo un’annata di molto sopra le sue possibilità e vincendo tutto potrebbe pensare di farcela.

Didier Drogba

Anche lo scorso vincitore del Pallone d’Oro africano non ha reali chance di imposizione ma fa già un altro effetto vederlo in questa lista: tra le migliori punte al mondo, di sicuro una delle più complete, il capitano della Costa d’Avorio ha vissuto un’ottima stagione l’anno scorso, vincendo campionato e coppa con la sua squadra di club e laureandosi capocannoniere della Premier con 29 realizzazioni.
Peccato per l’infortunio che ne ha di molto limitato le sue performance al Mondiale: anche non vincendolo, infatti, avrebbe potuto lanciarsi proprio lì per la conquista di questo titolo.
Niente da fare per lui, quindi, che se la giocherà ancora una volta, molto probabilmente, con Eto’o per il Pallone d’Oro del suo continente.

Samuel Eto’o

Samuel è un giocatore che adoro da sempre e da subito sostenni il suo arrivo a Milano, parlando di un giocatore dal fiuto del goal raro e, soprattutto, capace di “non squagliarsi a certe temperature”.
Detto questo, però, fa un certo effetto vederlo inserito in questa lista, a maggior ragione vista l’assenza di Diego Milito. Tra i due, infatti, fu proprio l’argentino ad essere più incisivo nella corsa al Triplete.
Posto poi che ai Mondiali Eto’o fece si qualcosa di meglio del compagno di club – che non fu nemmeno titolare – ma senza comunque mettere assieme prestazioni esaltanti ecco come ci sia qualcosa che non torni, qui.
Al di là di tutto, comunque, difficile, nonostante gli allori collezionati in maglia Nerazzurra, che possa anche solo concorrere per la vittoria di questo premio. Sacrificato da Mourinho in un ruolo non suo per buona parte della stagione, infatti, Samuel giocò molto al di sotto dei suoi standard, soprattutto realizzativi. Peccato.

Cesc Fabregas

Tra tutti gli spagnoli in lista Fabregas è quello che ha probabilmente meno possibilità di imporsi nella corsa al Pallone d’Oro, questo semplicemente perché non è stato nemmeno titolare nella campagna mondiale della sua Spagna. Inoltre, poi, con il club, dov’è leader indiscusso, non ha raccolto nessuna vittoria. Indubbiamente, comunque, non è difficile immaginare possa superare la posizione raggiunta lo scorso anno, allor quando giunse dodicesimo nella graduatoria finale.

Diego Forlan

Di Pallone d’Oro, quello come miglior giocatore del Mondiale, ne ha già vinto uno quest’anno Forlan. Difficile possa fare il bis. Indubbiamente, però, potrebbe ricevere un buon numero di voti, in particolar modo provenienti dall’America Latina. Dare la propria preferenza a lui, comunque, non sarebbe certo qualcosa di scandaloso: vincitore dell’Europa League e della Supercoppa Europea coi Colchoneros Forlan è stato poi grande protagonista – diventando capocannoniere della competizione assieme a Muller, Villa e Sneijder – nella cavalcata uruguaiana che si è fermata in semifinale, riportando un paese bicampione del mondo là dove mancava da troppo tempo.
Migliorare il diciannovesimo posto dello scorso anno? E’ cosa fatta.

Gyan Asamoah

Questo è un nome inserito più per colore che per una vera e propria logica sportiva.
Perché sì, Asamoah ha disputato un grandissimo Mondiale, macchiato solo dall’errore su quel calcio di rigore che avrebbe portato il Ghana là dove nessuna nazione africana era mai stata in grado di arrivare. Ma ci sono comunque stati molti giocatori più decisivi di lui – come l’appena citato Forlan – che, tra l’altro, hanno compiuto anche imprese ben più importanti della sua con il club.
Per altro è praticamente impossibile che a vincere questo trofeo possa essere un giocatore che lo scorso anno giocò nel Rennes, dove non vinse niente, per poi passare in estate al Sunderland, dove difficilmente vincerà qualcosa.
E anche qui si stenta a capire, razionalmente parlando, come possa esserci lui a discapito di un Milito grande trascinatore dell’Inter del Triplete.

Andrés Iniesta

E’ uno dei grandi favoriti alla vittoria finale.
Importante il suo contributo nella stagione tutto sommato positiva del Barcellona, decisivo quello per la vittoria spagnola al Mondiale: come ricorderete tutti, infatti, fu suo il goal che permise alle Furie Rosse di imporsi sugli Oranje in finale.
Peccato solo che quel Mondiale Andrés lo disputò sottotono a causa di alcuni problemi fisici altrimenti, forse, non staremmo nemmeno qui a parlarne.

Julio Cesar

In sé e per sé ci può stare il suo nome, intendiamoci. Per quanto nel Triplete interista c’è chi – come il solito Milito, che torna spesso in questo discorso – a mio modo di vedere fu più decisivo di lui.
Non ha comunque molte chance – eufemisticamente – di poter competere alla vittoria finale. Tutt’al più potrà migliorare il ventunesimo posto – su trenta, però – ottenuto lo scorso anno e potrà cercare di battagliare con Casillas per vedere chi tra i due riceverà più voti.

Miroslav Klose

Lo scorso anno non era nemmeno in lista. Giustamente, aggiungerei.
Poi arrivano i Mondiali e Klose si esalta, tornando a mettere in mostra un ottimo fiuto del goal.
Visti i buoni risultati ottenuti tra nazionale e club – dove però non è certo titolare – il suo nome ci potrebbe anche stare in questa lista. Per quanto siamo sempre lì: non l’avrebbe meritato di più Milito di esserci?
Altro giocatore che, comunque, ha ben poche possibilità di farcela.

Philipp Lahm

L’ottimo Mondiale della Germania ha portato all’inserimento in questa lista anche di Lahm, anch’egli assente lo scorso anno. A differenza di Miro, comunque, lui dell’ottima stagione bavarese è stato un protagonista. Merita quindi di essere inserito in questa lista anche più di un Dani Alves, per quanto poi le sue possibilità di vittoria siano le stesse del brasiliano: nessuna.

Maicon

Immaginatevi Dunga ed il Brasile tutto festante, nel corso dell’ultima estate, al posto di Puyol e compagni. Maicon non avrebbe potuto assicurarsi la vittoria del Pallone d’Oro? Dal mio punto di vista sì, sarebbe stato uno dei massimi pretendenti alla vittoria finale.
Visto il Mondiale giocato da lui e dal suo Brasile, però, difficile possa essere preso in considerazione, nonostante le ottime cose mostrate con l’Inter nel corso della stagione.

Lionel Messi

Se è vero che il Mondiale è spesso decisivo per l’assegnazione del Pallone d’Oro Messi potrebbe già ufficializzare la sua abdicazione al trono. Le cose, però, stanno così: al Mondiale naufragò, seguito da Maradona e l’Argentina tutta. Ma nel corso della stagione si dimostrò ancora una volta come uno dei migliori giocatori al Mondo, trascinando il suo Barça nella Liga e laureandosi tanto capocannoniere in Campionato (con 34 goal) quanto in Champions (con 8 realizzazioni).
Alla fine, quindi, facile che non vada poi tanto lontano dalla prima posizione.

Thomas Muller

Difficile ce la faccia quest’anno, ma chissà che non lo possa vincere in futuro. Di certo la stagione di Muller è stata a tratti allucinante, ben al di sopra di come ce la si poteva aspettare. E con il Mondiale stratosferico giocato… le sue carte buone in mano le ha, Thomas.
Difficile, comunque, possa farcela, per quanto le sue preferenze sicuramente le otterrà.

Mesut Ozil

Al tempo stesso difficile possa fare altrettanto Ozil, autore di un ottimo Mondiale ma che potè fare ben poco col suo Werder. E’ praticamente tagliato fuori in partenza il trequartista attualmente in forza al Real, che avrà comunque modo di rifarsi nei prossimi anni.

Carles Puyol

E se fosse proprio il capitano nonché centrale difensivo spagnolo a vincere il Pallone d’Oro?
Un po’ come Cannavaro quattro anni fa, del resto.
Certo, c’è da dire che il nostro Fabio giocò quel Mondiale su di un livello realmente stratosferico, indubbiamente più alto di quello raggiunto da Carles in Sudafrica. Nel compenso, però, il difensore del Barça è stato decisivo con una rete in semifinale.
Non lo vedo vincitore, ma non mi scandalizzerei nemmeno.

Arjen Robben

Non poteva non esserci in questa lista, Arjen, vero e proprio trascinatore del Bayern finalista di Champions.
Peccato solo per la sua finale Mondiale: fosse riuscito a trovare la rete ora avrebbe tutti i favori del pronostico. Oggi come oggi, invece, difficile pensare possa spuntarla lui.

Cristiano Ronaldo

Nel corso della scorsa stagione non ha vinto nulla.
Il talento non si discute, ma andare al Real Madrid è una scelta che non ha pagato, nell’immediato.
Dopo il secondo posto della scorsa stagione è indubbiamente tagliato fuori dalla corsa quest’anno. Certo che però anche qui un Milito, visto il rendimento avuto l’anno scorso, ci sarebbe stato meglio di un Ronaldo.
Anche se nel dire questo qualcuno probabilmente mi accuserà di lesa maestà…

Bastian Schweinsteiger

Lo scorso anno è avvenuta la detonazione: da promessa mantenuta a metà a solida realtà del calcio Mondiale.
Protagonista di una stagione disputata su livelli altissimi dall’inizio alla fine Bastian non poteva essere ignorato, a differenza di quanto avvenuto lo scorso anno, dai giurati di questo premio. Indiscutibile, quindi, la sua presenza in questa lista. Così come indiscutibile è anche il fatto che, nonostante tutto, difficilmente potrà aggiudicarsi la vittoria finale.

Wesley Sneijder

Eccolo il grande favorito: Wes.
Trascinatore dell’Inter del Triplete con le sue giocate e dell’Olanda di Van Marwijk con i suoi goal. Se avesse vinto anche il Mondiale non ci sarebbe dubbio alcuno.

David Villa

La Spagna in semifinale ci è arrivata soprattutto grazie a lui. Peccato poi che lì si sia un po’ spento, altrimenti la mia preferenza andrebbe dritta su di lui, nonostante tutto.
Difficile davvero possa vincere, impossibile non possa migliorare il ventiseiesimo posto dello scorso anno (anche se qui sarebbe interessante capire perché l’anno scorso furono 30 i candidati e quest’anno 23… un posto in più per Milito proprio non potevano trovarlo?).

Xabi Alonso

E’ uno dei miei registi preferiti, ma non ha chance reali di imposizione finale. Tra tutti gli spagnoli nominati è infatti quello che ha meno possibilità tra tutti di arrivare in fondo.

Xavi Hernandez

Probabilmente non vincerà, ma il suo piazzamento sarà comunque ottimo. Per assurdo, però, non è nemmeno detto faccia meglio dell’anno scorso, quando si piazzò terzo alle spalle degli inarrivabili Messi e Ronaldo.

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Il quattro dicembre scorso Adidas presentò Jabulani, il pallone ufficiale del prossimo Mondiale e che campeggia attualmente nell’header di questo blog. Non contenti di aver creato il pallone esclusivo della rassegna iridata, però, quelli della casa fondata nel 1949 da Adolf Dassler hanno compiuto uno sforzo ulteriore creando il pallone che verrà usato solo e soltanto il giorno della finale: Jo’bulani.

Jo'bulani, ultimo nato in casa Adidas

Nome molto simile a quello del proprio genitore, quindi, per il pallone dell’ultimo atto di Sudafrica 2010. Ma è un nome che, comunque, non è stato dato a caso: lo stesso richiama infatti Johannesburg, città in cui avrà luogo la finale il prossimo 11 luglio.
Johannesburg, dicevamo, conosciuta anche come Jo’burg: la Città dell’Oro.

Perché sebbene mantenga il design iconico d’ispirazione sudafricana di Jabulani il colore dominante dello Jo’bulani è proprio l’oro.

Dopo aver progettato quattro anni fa il Teamgeist Berlin, pallone ufficiale esclusivo per la finale vinta dagli Azzurri, arriva quindi il secondo pallone della storia di Adidas creato apposta per l’ultimo atto di un Mondiale.

Se esteticamente il design resta lo stesso pur con l’inserimento dell’oro come colore principale anche a livello tecnico non ci sono grandi cambiamenti rispetto allo Jabulani, progenitore di questo nuovo nato in casa Adidas.

La caratteristica principale dello Jo’bulani è infatti il profilo Grip’n’Grooves, letteralmente “attrito e scanalature”.

Herbert Hainer (CEO Adidas), Franz Beckenbauer e Carlos Alberto Parreira (con i suoi ragazzi della nazionale sudafricana) presentano Jo'bulani, il pallone della finale di Sudafrica 2010

I tecnici dell’Adidas Innovation Team, infatti, hanno puntato tutto su due aspetti fondamentali: l’attrito che la superficie del pallone avrebbe dovuto avere in particolar modo rispetto ai piedi dei calciatori, che sarebbero dovuti essere facilatati al massimo nel controllo di palla, e la capacità di fendere l’aria al meglio.

Per il primo aspetto, quindi, si è rivisto il caratteristico aspetto a “pelle d’oca” già applicato sul pallone degli scorsi Europei: il rimodellamento notevole della microstruttura del rivestimento esterno garantirà quindi un ottimo grip ed offrirà ai giocatori un controllo del pallone ottimale con qualsiasi condizione atmosferica.

Per il secondo aspetto, invece, sono state create le aero grooves, scanalature chiaramente visibili sulla superficie del pallone stesso che lo circondano in modo ottimale conferendo allo stesso proprietà pare ineguagliabili di stabilità in volo e rendendolo, assieme al suo progenitore, il più preciso tra quelli mai realizzati dalla casa tedesca.

Continua, insomma, il grande lavoro portato avanti da Adidas per migliorare sempre più il materiale tecnico da mettere a disposizione degli atleti.

Uno dei tanti test svolti su Jo'bulani all'interno dei laboratori dell'Adidas Innovation Team

Secondo le indiscrezioni che filtrano proprio da Herzogenaurach, per altro, pare che Adidas abbia inoltre in progetto di presentare innovazioni rivoluzionarie nella produzione di palloni. Innovazioni che dovrebbe rivelare in occasione delle prossime competizioni UEFA, CAF e FIFA.

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Il ranking FIFA, come si sa, ha un certo peso in determinati contesti, come possono essere i sorteggi mondiali. Peso sì, ma a livello di valenza questa classifica è sempre ampiamente bistrattata. Il metodo di elaborazione dei punteggi è infatti molto complicato e spesso porta ad avere situazioni un po’ paradossali, con nazioni dal valore calcistico relativo che si vengono a trovare in posizioni migliori rispetto a squadre che gli sono indubbiamente superiori.

Se il valore del ranking è, da questo punto di vista, sicuramente opinabile diverso è il discorso se ci facciamo su un lavoro di questo tipo: prendiamo le sei diverse confederazioni affiliate alla FIFA e andiamo ad individuare le dieci nazionali per – ogni confederazione – che sono piazzate meglio nel ranking FIFA. Facciamone poi la media e vediamo come si piazzano tra di loro le confederazioni. Quello che ne esce è un risultato interessante, perché rispecchia bene quelli che sono i valori attuali delle confederazioni stesse.

Il Presidente della FIFA, Joseph Blatter, e Jabulani, il pallone ufficiale del prossimo Mondiale

Insomma, una confederazione non vale l’altra. Un conto è parlare di UEFA, altro di OFC. Questo è evidente.

Le squadre affiliate alla UEFA sono infatti tra le più forti al mondo. Anzi, sono le più forti, escluse Brasile ed Argentina. Quelle affiliate all’OFC, invece, le più deboli.

E facendo un analisi come quella suggerita qui sopra, e che verrà sviluppata qui sotto, si delineano proprio al meglio questi rapporti di forza. Ristabilendo, almeno parzialmente, una veridicità del tanto bistrattato ranking FIFA.

Per effettuare questa analisi, quindi, basiamoci sul ranking marzolino, appena riportato anche su questo blog. E andiamo un po’ a vedere cosa ne esce…

La confederazione a guidare questa speciale classifica è, ovviamente, quella cui siamo affiliati noi: la UEFA. Ecco, infatti, come sono posizionate nel ranking le prime dieci nazioni europee:

P. Nazione
1 Spagna
3 Olanda
4 Italia
5 Germania
6 Portogallo
7 Francia
8 Inghilterra
10 Grecia
11 Croazia
12 Russia

Due nazioni sul podio, quattro delle prime cinque, otto delle prime dieci, dieci delle prime dodici. Il tutto per una media di 6.7, risultato straordinario che brucia completamente quelli raggiunti dalle altre confederazioni.
Insomma, un vero e proprio dominio quello del Vecchio continente che piazza la Spagna, vincitrice poco meno di due anni fa dell’Europeo, in prima posizione e l’Olanda, squadra che da anni gioca gironi qualificatori praticamente perfetti, al terzo. L’Italia, Campione del Mondo in carica, è invece ai piedi del podio.

Oltre a Germania, Portogallo, Franci ed Inghilterra, che compongono la nobiltà del calcio europeo assieme alle tre nazioni succitate, c’è anche la Grecia, campionessa europea nel 2002, nella top ten. Grecia che si piazza quindi dietro a due sole squadre non appartenenti al Vecchio Continente: Brasile ed Argentina.
Lo stesso discorso è anche fattibile per le ultime due squadre che chiudono il discorso sulla nostra confederazione: Croazia e Russia si piazzano rispettivamente all’undicesimo ed al dodicesimo posto, anch’esse battute solo – per quanto riguarda le nazioni extraconfederate – dai due colossi sudamericani. Con l’Argentina che, per altro, non è poi così distante da Grecia, Croazia e Russia. Che in un prossimo futuro l’Albiceleste possa perdere ulteriore terreno?

Otto Rehhagel, allenatore della nazionale greca che si trova oggi a tredici soli punti da quella argentina nel ranking FIFA

Tutto questo discorso per dimostrare una cosa semplicissima: la zona UEFA è quella più competitiva, con un grosso numero di squadre ostiche. E’ proprio per questo motivo che spesso si dice che vincere un Europeo sia più complicato che vincere un Mondiale: con un po’ di fortuna, infatti, al Mondiale si può riuscire ad arrivare anche in semifinale senza incontrare avversari particolarmente forti. Un po’ come capitò all’Italia nel corso del Mondiale 2006, quando prima della semifinale incontrò USA, Ghana, Repubblica Ceca, Australia ed Ucraina, ovvero sia avversarie non certo irresistibili.

Cosa che in un Europeo è invece molto più difficile avvenga, posto che le squadre di valore sono molte e molto più concentrate rispetto che al Mondiale. Ecco quindi che possono uscire gironi assolutamente proibitivi come quello capitato proprio all’Italia nel 2008 quando venne inserita in un gruppo con Olanda, Francia e Romania, per poi incontrare niente popò di meno che la Spagna in semifinale.

La nostra confederazione, insomma, domina sulle altre. E questa statistica lo dimostra.

Al secondo posto, altrettanto ovviamente, troviamo la CONMEBOL, ovvero sia la confederazione sudamericana. Ecco infatti la loro tabella riassuntiva:

P. Nazione
2 Brasile
9 Argentina
14 Cile
19 Uruguay
29 Paraguay
37 Ecuador
38 Colombia
49 Venezuela
58 Bolivia
61 Peru

Il secondo posto assoluto e due nazionali in top ten. Altre due nelle prime venti posizioni, un lento digradare sino alla sessantunesima posizione del Perù, attualmente la squadra meno competitiva del Sudamerica sia secondo il ranking FIFA che secondo la classifica finale delle qualificazioni al prossimo mondiale, terminate infatti all’ultimo posto dalla Blanquirroja. Il tutto per una media di 31.6, che piazza la CONMEBOL a parecchia distanza dalla UEFA.

Il perché è presto detto: giusto Brasile ed Argentina, attualmente in difficoltà ma nazione che fa a pieno titolo parte della nobiltà del calcio mondiale, possono reggere il confronto con le migliori nazioni d’Europa. Cile, Uruguay e Paraguay sono sicuramente buone squadre, ma sulla carta non possono certo reggere il confronto con Spagna, Germania o Italia.

Quello sudamericano, come dice questa statistica, è comunque un calcio ai vertici mondiali, che, escluso quello europeo, non ha oggi pari al mondo.

Leo Messi, simbolo di un'Argentina un po' allo sbando che proverà a ritrovare sè stessa in Sudafrica

Proprio per questo motivo la Copa America resta comunque un trofeo molto importante e sentito: a differenza della Coppa delle Nazioni Oceaniche, per dire, la Copa America è disputata da molte squadre di ottimo valore e questo conferisce un grande blasone alla competizione stessa.

E’ comunque bene sottolineare che quello spaccamento che si può notare nel ranking tra le due squadre inserite nella top ten e le altre non è assolutamente una casualità: sono proprio Argentina e Brasile, infatti, a guidare il medagliere della Copa America. Il tutto con il solo Uruguay in mezzo, Celeste che deve però ringraziare le tante vittorie ottenute nell’anteguerra, quando il calcio era ben diverso da oggi e l’Uruguay era un vero e proprio colosso del calcio mondiale.

Nel breve periodo, comunque, le cose non sembrano destinate a migliorare sensibilmente. Difficilmente, infatti, la CONMEBOL potrà colmare il gap con la UEFA.

Molto più probabile, piuttosto, che sia la CAF, la confederazione africana, a colmare il gap con la CONMEBOL. Già oggi, infatti, le due confederazioni sono molto vicine. Ecco lo specchietto riassuntivo della confederazione del Continente Nero:

P. Nazione
17 Egitto
20 Camerun
21 Nigeria
22 Costa d’Avorio
28 Ghana
32 Algeria
43 Gabon
51 Burkina Faso
54 Mali
55 Tunisia

Gli africani non piazzano squadre nella top ten, posto che le prime dieci posizioni sono tutte divise tra nazioni UEFA e CONMEBOL. In compenso, però, ne piazzano ben cinque nelle prime trenta posizioni. E tutte e dieci nelle prime cinquantacinque, cosa che invece la confederazione sudamericana riesce a fare solo con le prime otto squadre. Il tutto per una media di 34.4 che porta la CAF in corsia di sorpasso rispetto alla CONMEBOL: qualora le nazionali africane sfruttassero il fattore campo al prossimo Mondiale, il primo giocato nel Continente Nero, potrebbe quindi materializzarsi presto un incredibile sorpasso ai danni della confederazione sudamericana, distante solo meno di tre punti di media.

Il tutto si tramuta, per altro, in una questione molto semplice: la CAN, la Coppa delle Nazioni Africane, non ha ancora il blasone della Copa America ma sta diventando sempre di più una competizione di livello assoluto.

Tutto questo è il segno di una grandissima evoluzione del calcio africano, che negli ultimi anni cresce di anno in anno a vista d’occhio ed è ormai una delle realtà più belle del calcio mondiale.

Essam El-Hadary festeggia la recente vittoria del suo Egitto in Coppa d'Africa: i Faroni si sono infatti laureati campioni continentali per la terza volta consecutiva

Non avendo la sfera di cristallo non posso certo dire se il sorpasso avverrà davvero o meno e, nel caso, se è prossimo e se dovremo aspettare ancora qualche anno prima che ciò avvenga.

Non serve comunque il sorpasso per sottolineare con forza il fatto che, come detto, l’evoluzione del calcio africano sia sotto gli occhi di tutti né il fatto che con quel potenziale atletico il calcio del Continente Nero non possa arrivare nei prossimi anni ad affermarsi anche a livello mondiale.

Certo, oggi l’affermazione mondiale di una squadra africana sembra essere quasi impossibile. Vent’anni fa, però, era praticamente fantascienza. Tra altri vent’anni, forse, potrebbe essere addirittura preventivabile.

Diverso è invece il discorso per le rimanenti tre confederazioni, ancora molto lontane, nella loro generalità, dalle precedenti tre.

Molto particolare è la situazione della zona CONCACAF:

P. Nazione
15 Messico
18 USA
35 Honduras
44 Costa Rica
62 Canada
72 El Salvador
77 Giamaica
78 Panama
85 Trinidad
90 Haiti

Se prendiamo in considerazione esclusivamente le prime due posizioni, ovvero sia quelle riguardanti Messico e Stati Uniti, porterebbero i centro-nord americani addirittura davanti agli africani. A penalizzare il tutto è però il fatto che sono proprio quelle due, fondamentalmente, le nazionali di un certo livello. Perché nei primi cinquantacinque posti la zona CONCACAF piazza solo quattro squadre contro le dieci che ci piazza l’Africa. Il tutto per una media di molto superiore a quella della CAF: 57.6.

Del resto, è inutile dirlo, il livello medio di questa confederazione è piuttosto bassino. Oggi come oggi, infatti, Messico e States hanno la quasi totale certezza di qualificarsi per ogni appuntamento mondiale, posto che i posti riservati a questa zona sono tre (più uno che manda allo spareggio).
Honduras, Costa Rica, Canada, El Salvador… nessuna di queste nazionali può essere considerata come un avversario temibile per le due potenze centro-nord americane.

Alberto Garcia Aspe, ex stella della nazionale messicana (con cui totalizzò 109 presenze), posa con la Coppa del Mondo

Da ciò ne risulta anche che a differenza dei tornei continentali citati sino ad ora la Gold Cup non è esattamente una competizione di altissimo livello, tanto è vero che sono proprio Messico e Stati Uniti a guidare il medagliere di questo trofeo che dal 1963 ad oggi è stato vinto solo da altre cinque nazionali (curiosità: per tre volte tra questi i vincitori giocarono in casa, per due volte non vi era sede fissa).

Praticamente impossibile, insomma, pronosticare che questa confederazione possa rinvenire su CAF e CONMEBOL. Il tutto perché per quanto bene possano fare Messico e Stati Uniti – ed occasionalmente una Costa Rica o un’outsider di turno – se prendiamo in considerazione le prime dieci squadre troviamo comunque nazionali che difficilmente potranno avere crescite importanti nei prossimi anni.

Anche qui, quindi, vale un po’ il discorso già fatto per la confederazione sudamericana: più che un loro sorpasso è pronosticabile possano essere sorpassati. In questo caso, però, parliamo della federazione asiatica, che ha già messo nel mirino la CONCACAF. Eccone lo specchietto riassuntivo:

P. Nazione
23 Australia
46 Giappone
53 Corea del Sud
57 Arabia Saudita
63 Bahrain
67 Iran
75 Uzbekistan
83 Cina
87 Iraq
88 Kuwait

Nessuna squadra nei primi venti posti, una sola nei primi quarantacinque, due nei primi cinquanta. Insomma, nessun picco di eccellenza. E’ però dal cinquantesimo posto in giù che le cose iniziano a diventare un pochino più equilibrate, cosa che avvicina questo continente, la cui media è oggi fissata al 64.2.

A far fare un notevole salto di qualità, comunque, è l’Australia, squadra che si è recentemente spostata dall’OFC all’AFC, andando ad incrementare notevolmente, col suo ventitreesimo posto, la media asiatica.

Che nei prossimi anni potrebbe comunque andare a migliorare ulteriormente per cause “endogene”: nazioni come Iran, Corea e Giappone possono valere più dei posti che occupano attualmente. Tutto dipenderà da quanto saranno in grado di far crescere il loro movimento calcistico.

La nazionale giapponese posa prima della gara di qualificazione all'AFC Cup 2011 contro il Bahrein. Secondo il ranking FIFA quella del Sol Levante è la seconda forza nel continente asiatico

Una nazione come la Cina, poi, può essere potenzialmente devastante: anche qui tutto sta a capire quanto possano decidere di investire nel coltivare i propri giovani.

Insomma, se un sorpasso della CAF sulla CONMEBOL è preventivabile, meno certo può essere il sorpasso dell’AFC sulla CONCACAF.

Tutto, ripeto, dipende da come le varie nazioni asiatiche decideranno di giocarsi le proprie carte.

L’unica confederazione ad essere totalmente fuori dai giochi, quindi, è la modesta OFC, la confederazione oceanica. Eccone il triste specchietto riassuntivo:

P. Nazione
80 Nuova Zelanda
130 Figi
145 Nuova Caledonia
155 Vanuatu
171 Isole Salomone
181 Samoa
182 Isole Cook
189 Tonga
195 Tahiti
203 Samoa Americane
Papua Nuova Guinea

Con la dipartita verso altri lidi dell’Australia l’Oceania ha perso l’unica nazionale un minimo competitiva dell’intero continente. Oggi, infatti, resta una sola squadra in top 100, la Nuova Zelanda. Le altre nazionali si piazzano infatti tutte dal centotrentesimo posto (Isole Figi) in su, fino ad arrivare addirittura all’ultimo posto assoluto che è occupato in coabitazione da Samoa Americane e Papua Nuova Guinea. Il tutto per una media assolutamente pessima di 163.1.

Gli All Whites festeggiano la qualificazione al Mondiale sudafricano: i neozelandesi torneranno quindi al Mondiale ventotto anni dopo la loro prima e sinora unica apparizione

Qui poi i discorsi da fare sono realmente pochi: se è vero che la Nuova Zelanda potrebbe avere qualche miglioramento nei prossimi anni è altrettanto vero che anche nazioni come Figi, Nuova Caledonia o Vanuatu, che si piazzano alle spalle della Nuova Zelanda nella classifica di questa confederazione, non mostrano potenzialità che lascino intravvedere notevoli miglioramenti.

Più di tanto, quindi, questa confederazione non può puntare a fare. L’OFC, insomma, è destinata ad essere il fanalino di coda di questa particolare classifica per tanti, tanti anni ancora…

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Juan Sebastian Veron arriva a questa finale con un solo imperativo: vincere. Il tutto per provare a ripetere l’impresa compiuta 41 anni prima dal proprio padre, capace di portare l’Estudiantes sul tetto del mondo al termine della doppia finale dell’Intercontinentale disputata contro lo United (dopo l’1 a 0 dell’andata firmato Conigliaro fu proprio la rete di Juan Ramon Veron a risultare decisiva per la vittoria della coppa nell’1 a 1 dell’Old Trafford).

Messi si mostra pensieroso nel pre-partita. Che la caviglia malandata lo facesse preoccupare?

Estudiantes, però, che parte nettamente sfavorito, almeno per quanto dicono carta e pronostici, nei confronti di un Barcellona che si presenta come la squadra più forte del mondo guidata dal Pallone d’Oro in carica, Leo Messi.
Messi che, tra l’altro, si trova proprio nel corso della finale ad affrontare, per la prima volta nella sua carriera professionistica, un club argentino in una competizione ufficiale. E pur di farlo è disposto a stringere i denti per non sentire il dolore alla caviglia, destinato però a condizionare il suo rendimento in campo.

LA CRONACA
Ci si aspetterebbe grande spettacolo in campo nel corso dell’ultimo match del Mondiale per Club 2009 ma le due squadre deludono nettamente sotto questo punto di vista, in special modo nella prima frazione di gioco.

Il primo tempo, infatti, scorre senza grandissimi sussulti e giusto il vantaggio a sorpresa siglato da Boselli ad una decina di minuti dal termine del match mette un po’ di pepe ad un match quasi soporifero disputato sottotono da entrambe le squadre.

Eppure il tutto era iniziato bene: dopo tre soli minuti di gioco, infatti, Veron era riuscito a servire magistralmente Perez, bravo ad infilarsi nella retroguardia Blaugrana, partita con sufficienza esattamente come in semifinale, per venire però contrato dalla tempestiva uscita di Valdes.

Poco più tardi era stato invece Xavi, ben imbeccato da un ottimo assist di Ibrahimovic, a centrare palla cercando lo stesso svedese o l’arrembante Henry, senza però trovare nessuno dei due.

A quel punto, quindi, la partita inizia a languire sino alla mezz’ora quando è lo stesso Xavi a rendersi pericoloso: penetrato in area, infatti, prova a superare Albil che esce però scompostamente impattando – sembra – con il centrocampista spagnolo. Per l’arbitro, però, quell’intervento non è considerabile calcio di rigore.

Pochi minuti e Boselli porta quindi avanti i suoi: ben imbeccato da un cross dalla destra parte in leggero fuorigioco e sfugge ai suoi marcatori, andando a siglare di testa il vantaggio per i suoi.

Sabella cerca di guidare i suoi alla vittoria

A quel punto ci si attende una pronta reazione della squadra guidata da Guardiola, reazione che però non arriva almeno fino allo scadere.

Nella ripresa, infatti, scende in campo ben altro Barcellona: i Blaugrana prendono in pieno il dominio del campo, non lasciando praticamente più spazio per tutti i successivi quarantacinque minuti agli avversari. E riuscendo anche, in chiusura, a trovare il pareggio.

Ma andiamo con ordine: Ibrahimovic continua a dimostrare quanto non sia capace di influire sui match che contano e spreca un mucchio di opportunità.
Al quarantasettesimo si libera di Desabato ma calcia a lato. Al settantottesimo imbeccato da un cross di Alves mette a lato di testa. A tre dal termine non arriva su di un cross del neoentrato Jeffren.

Meglio fa invece Pedrito: al cinquantanovesimo buca un ottimo cross di Henry che sarebbe stato solo da spingere in rete ma otto minuti più tardi salta due avversari trovandosi a tu per tu con Albil, che chiude però in angolo il suo tiro. A due dal termine, infine, riceve una spizzata di testa di Pique e, lasciato colpevolmente libero dalla retroguardia dei Pincharratas buca Albil per il goal che vale il pareggio e che manda le squadre ai supplementari.

Extra-time che proseguono sulla stessa falsariga del secondo tempo: con una sola squadra in campo, il Barcellona.

Qui, infatti, i Blaugrana continuano il loro forcing, sospinti da un redivivo Messi e da un pimpantissimo Jeffren.

Dopo quattro minuti Messi batte una punizione dalla distanza col pallone che finendo sulla parte alta della rete dà l’impressione del goal. Subito dopo sfonda centralmente e perde palla, il rimpallo finisce però ad Alves che centra per Ibrahimovic, ancora una volta in ritardo all’appuntamento col pallone. Un altro minuto ed è ancora la Pulce a farsi vedere: palla dentro per Ibrahimovic che dopo averla portata fino al limite esterno dell’area la ridà a Messi che calcia però a lato.

Pedrito festeggia il goal del pareggio

Al novantottesimo, quindi, Jeffren subisce fallo a mezzo passo dall’area: Zlatan ci prova con una punizione di potenza, palla sulla barriera. Al centesimo minuto tondo è ancora l’ala ispano-venezuelana a rendersi pericolosa ma la sua fuga sulla destra termina in un cross allonato da Cellay. L’ultima occasione dei primi quindi minuti dell’extra-time la costruisce ancora Jeffren: palla dentro ad Ibra che invece di farla scorrere la stoppa per poi non coordinarsi al meglio entrato in area e calciare a lato.

Già al termine del primo tempo supplementare pareva chiaro come le forze iniziassero a venir meno anche tra i Blaugrana. E l’inizio del secondo tempo lo conferma.

A dieci dal termine, però, la doccia ghiacciata per gli argentini: Dani Alves crossa bene da destra, Messi si infila dietro a tutti e sbuca alle spalle di Cellay andando a tuffarsi come per prenderla di testa ma finendo con l’impattare il pallone di petto, mettendolo alle spalle di Albil e segnando il 2 a 1.

L’Estudiantes, però, nonostante il poco tempo a disposizione prevederebbe una veemente reazione di cuore non ha la forza per riversarsi nell’area avversaria e deve quindi inchinarsi alla squadra più forte del mondo nonostante al centosedicesimo minuto Boselli avrebbe sulla testa la palla del pari con Valdes che compie però un miracolo (vano, dato che il guardalinee aveva comunque sbandierato un fuorigioco inesistente) e a tempo scaduto una punizione calciata da Veron sarà spizzata a lato da Desabato.

Barcellona Campione del Mondo.

IL COMMENTO
Primo tempo piuttosto noioso, secondo tempo a senso unico, supplementari nel segno di Messi.

Così si può riassumere, in breve, la finale del Mondiale per Club 2009.

Il Barcellona ha giocato sicuramente meglio degli argentini: dopo un primo tempo guardingo in cui hanno trovato un po’ per caso la rete del vantaggio, infatti, Sabella ha arretrato notevolmente il baricentro della sua squadra, fino a farla sparire praticamente dal campo.

Messi festeggia il goal vittoria

E’ piuttosto incredibile, infatti, quanto successo: come potete rendervi conto nel leggere la cronaca la squadra di Sabella non ha più costruito nulla da dopo il goal che li aveva portati in vantaggio e nemmeno classe e carisma di Veron, che fallisce il grande obiettivo che si era prefessato, possono nulla.

Barcellona meritatamente Campione del Mondo. Meritatamente proprio per quanto appena detto. In realtà, comunque, da una squadra come quella guidata da Guardiola ci si aspetta molto di più: tante azioni costruite, sì, ma anche un possesso di palla che oltre a non essere fluido come al solito risulta anche ancor più sterile. E davanti ad una squadra remissiva come quella argentina si sarebbe dovuto fare davvero ben altra partita.

Certo, avere come centravanti un giocatore che, come Ibrahimovic, sparisce letteralmente negli scontri diretti che contano non aiuta.

MVP
Difficile definire un migliore in campo. Dovendolo fare, comunque, la mia preferenza va a Pedrito: molto mobile e ficcante nella ripresa è stato un fattore molto importante del match. Suo, per altro, il goal che manda ai supplementari le due squadre, risultando quindi a suo modo decisivo per le sorti di un match che fino a due minuti dalla fine sembrava ormai segnato.

IL TABELLINO
Estudiantes vs. Barcellona 1 – 2 (d.t.s.)
Marcatori: 37′ Boselli, 89′ Pedrito, 110′ Messi.
Estudiantes La Plata: Albil; Desabato, Cellay, Diaz, Rodriguez; Perez (79′ Nunez), Veron, Re (90’+1 Rojo), Brana, Benitez (76′ Sanchez); Boselli. A disposizione: Fernandez, Taborda, Alayes, Salgueiro, Carrusca, F. Fernandez, Gonzalez, Huerta. Allenatore: Alejandro Sabella.
Barcellona: Valdes; Alves, Pique, Puyol, Abidal; Busquets (79′ Tourè), Keita (45′ Pedrito), Xavi; Messi, Henry (83′ Jeffren), Ibrahimovic. A disposizione: Mino, Pinto, Marquez, Bojan, Milito, Maxwell, Jonathan, Chigrynskyi. Allenatore: Josep Guardiola.
Arbitro: Benito Archundia (Messico).
Ammoniti: 23′ Messi, 45’+2 Diaz, 58′ Rodriguez, 65′ Perez, 82′ Henry, 94′ Sanchez, 112′ Rojo, 118′ Valdes, 119′ Brana, 119′ Desabato.

I giocatori del Barça festeggiano la vittoria del Mondiale per Club

I PREMI
Pallone d’Oro: Lionel Messi (Barcellona)
Pallone d’Argento: Juan Sebastian Veron (Estudiantes la Plata)
Pallone di Bronzo: Xavier “Xavi” Hernandez Creus (Barcellona)
Scarpa d’Oro: Denilson Martins Nascimento (Pohan Steelers)

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Farias deve fare a meno di Hwa Yong, Jae Sung e Jae Won, tutti espulsi da Rosetti nella semifinale contro l’Estudiantes. Cruz ha invece a disposizione tutti i convocati e decide di affidarsi alla sua formazione tipo per guadagnarsi la medaglia di bronzo.

Un fan aspetta l'inizio della finalina tra Pohang ed Atlante

LA CRONACA
La prima metà del match scorre con un equilibrio sostanziale più o meno perfetto.

Dopo trenta soli secondi di gioco Bjung Yun è lanciato da Denilson verso la porta avversaria ma si trova chiuso dalla tempestiva uscita di Vilar. Sul ribaltamento di fronte i messicani si trovano a battere una punizione grazie alla quale liberano Marquez al limite dell’area piccola, con la punta che mette però a lato.

Al nono una punizione battuta da un coreano da metà campo mette in difficoltà Vilar, che è costretto ad alzare in corner. Poco più tardi ci prova invece Hyung Min dal limite, ma il solito Vilar è attento e para.
Sul ribaltamento di fronte, quindi, Bermudez fugge in contropiede trovandosi a tu per tu con Dong Jin, che prova a saltare in pallonetto con il portiere coreano bravo però a smanacciare in corner. Sugli sviluppi dello stesso Pereyra svetta colpendo però la traversa.

Al diciannovesimo Denilson decide quindi di partire in solitaria prendendo palla nella propria metà campo, saltando tre avversari ed andando a concludere dal limite dell’area, trovando però la pronta risposta del solito Vilar.

Una decina di minuti più tardi torna quindi a farsi vedere l’Atlante: Navarro scambia al limite con Marquez e, penetrato in area, calcia contro il portiere avversario, guadagnando un angolo. Sugli sviluppi dello stesso Dong Jin esce male sfiorando il pallone, Velasquez riceve quindi sul secondo palo mettendo però a lato a porta vuota.
Poco più tardi Pereyra colpisce quindi un altro legno: questa volta, però, è un palo.

Li ultimi dieci minuti saranno quindi tutti appannaggio dei coreani: prima Byung Jun svetta in area colpendo centrale, poi Denilson segna l’1 a 0 servito da un colpo di testa di Hyung Min susseguente ad un cross portato da Jung Kyum e deviato da un difensore messicano, poi Hyo Jin prova a chiudere la partita con una grande progressione sulla destra grazie alla quale semina due avversari per arrivare a centrare un pallone che è però messo in angolo dal ritorno di un difensore, bravo ad anticipare il solito Denilson.

I giocatori del Pohang Steelers festeggiano Denilson dopo la rete dell'1 a 0

La seconda metà di gioco risulta invece notevolmente più noiosa e scarna della prima. A salvarla un minimo solo il primo quarto d’ora giocato da un arrembante Atlante, poi il nulla o quasi.

L’inizio della ripresa è infatti choccante: dopo soli ventisette secondi Marquez, servito da un filtrante di Pereyra, buca Dong Jin con un bel diagonale che s’infila sul secondo palo.
Poco dopo il solito Pereyra libera di tacco Bermudez che fugge sulla destra ed arrivato in area scarica a Silva che calcia però contro ad un difensore guadagnando solo un angolo.
Qualche minuto ed è ancora Pereyra a rendersi protagonista con una punizione che sfiora il palo.

Da lì in poi, almeno fino agli ultimissimi minuti, una serie di minuti vissuti con le squadre che sembrano più trascinarsi stancamente per il calcio che combattere per la vittoria.
Fino alle porte del recupero, quindi, si vedranno solo tre conclusioni piuttosto velleitarie portate da Silva, uno scivolone di Bjung Jun che vanifica un’occasione potenzialmente buona e un Pereyra che dopo aver saltato Dong Jin s’allarga troppo e conclude poi non trovando lo specchio di porta.

A tempo ormai scaduto e con i rigori alle porte (il regolamento, infatti, vuole che si vada direttamente ai rigori senza giocare i tempi supplementari) la partita s’infiamma tutt’a un tratto. Prima il solito Pereyra colpisce, di testa sugli sviluppi di una punizione, il terzo legno della sua partita, poi Denilson riceve in area e salta un avversario calciando però contro a Vilar.

Ai rigori, quindi, è la maggior freddezza dei coreani ad avere la meglio nonostante Cruz avesse inserito appena prima della lotteria finale Solari e Peralta apposta per battere i rigori.

Sul dischetto si presenta per primo Solari che spiazza Dong Jin con un sinistro potente e preciso. E’ quindi la volta di Byung Jun, che fa altrettanto con Vilar.
Il secondo rigore lo va a battere Marquez, che calcia però male e si fa parare la conclusione dal portiere coreano. Tocca quindi al sempre ottimo Denilson portare in vantaggio i suoi spiazzando ancora una volta Vilar.
E’ quindi la volta di Peralta che, entrato apposta per battere il rigore, non tiene certo fede alla sua fama di rigorista, colpendo il palo. Hyung Min firma quindi il doppio vantaggio per gli asiatici spiazzando il portiere argentino.
Silva si presenta quindi sul dischetto conscio che un suo errore potrebbe chiudere i giochi ma, non senza fortuna, riesce a segnare nonostante Dong Jin arrivi a toccare la palla. Hee Chul, quindi, sente forse troppo la pressione – segnando il suo rigore avrebbe posto fine al match – e calcia a lato.
A quel punto Vilar, che aveva già ampiemente dimostrato di non trovarsi a proprio agio nel parare i rigori, mostra a tutti che dal dischetto è più implacabile che tra i pali, freddando il collega avversario. Hyung Il, votato a suo tempo come miglior giocatore dell’ultima Champions Asiatica, mette però in mostra tutto il suo sangue freddo andanto a bucare lo stesso Vilar con l’ultimo rigore della serie e regalando così una grande vittoria ai suoi: i Pohang Steelers si guadagnano quindi la medaglia di bronzo.

Navarro e Meung Chung lottano per il possesso del pallone

MVP
Il titolo di miglior giocatore del match mi sento di assegnarlo a Pereyra: il fantasista dell’Atlante, infatti, oltre ad offrire l’assist a Marquez per la rete del pareggio risulta essere in prima persona il giocatore più pericoloso della sua squadra come dimostrano anche i tre legni colpiti nel corso della partita.
Un grandissimo match per che ha affrontato questa finalina con una carica ed una grinta che non aveva messo in campo in precedenza.

IL TABELLINO
Pohang Steelers vs. Atlante 1 – 1 (5 – 4 d.c.r.)
Marcatori: 42′ Denilson, 45′ Marquez.
Pohang Steelers: Dong Jin; Hyo Jin, Taesu, Okayama, Hyung Il; Meung Chung (65′ Seul Ki), Chang Ho (60′ Chang Hyun), Hyung Kyum (54′ Hee Chul), Hyung Min; Byung Jul, Denilson. A disposizione: Hong Kyoo, Ji Dong, Jin Sung, Do, Dae Ho.
Atlante: Vilar; Velasquez, Arreola (45′ Silva), Negro, Chicharo; Chepe, Rojas, Bermudez, Navarro (90’+3 Solari), Pereyra (90’+3 Peralta); Marquez. A disposizione: Kampa, Munoz, Karevic, Castillo, Ovalle, Carillo, Garcia, Ruiz, Perez. Allenatore: Jose Cruz.
Arbitro: Matthew Breeze (Australia).
Ammoniti: 38′ Jung Kyum, 54′ Velasquez, 77′ Chang Hyun, 80′ Hee Chul, 84′ Denilson.

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