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C’è una squadra, in Inghilterra, che sta indirettamente provando a spiegare a molti dirigenti italiani cosa significhi una parola che sembra sempre più svuotarsi di significato, qui da noi: “programmazione”.

L’Everton gioca infatti nel campionato in assoluto più competitivo al mondo, dove un posto per andare in Europa League te lo giochi con squadre come Tottenham e Manchester United, che ad altre latitudini si giocherebbero la prima posizione.

Nonostante questo negli ultimi anni i Toffees hanno dato dimostrazione di serietà e puntualità, andando a costruire la propria squadra mattone su mattone sino a consolidarsi sempre più tra le realtà più interessanti del campionato.

Il club si è infatti ormai attestato su questo ottimo livello, a ridosso delle grandi. Così dopo l’ottimo quinto posto del 2008/2009 sono arrivati un ottavo, due settimi ed un sesto posto. Posizione che, ad ora, il club di Liverpool sta bissando. Il tutto nonostante abbia ben due gare (e due punti) meno del Tottenham, che potrebbe quindi sopravanzare recuperando questi match persi.

Non solo ottimi risultati, per i Blues. Ma anche una rosa composta in buona parte di giovani interessantissimi, sintomo di come – e questo davvero tanti in Italia dovrebbero capirlo – si possa vincere un match ad alto livello anche a vent’anni.

Proprio della situazione dei Toffees ho voluto parlare con i ragazzi di Everton Italia, gruppo di affezionatissimi tifosi del club di Liverpool.

A rispondere, a nome di tutti, Paolo Mombelli, il Presidente.

L’Everton sta compiendo un ottimo cammino in campionato. La squadra si trova in sesta posizione, davanti ad un colosso come il Manchester United. Qual è il bilancio parziale di questa stagione?

Direi positivo. Dopo la partenza di Moyes, l’Everton aveva bisogno di trovare un manager capace di gestire al meglio le risorse economiche non certo illimitate del Club. Martinez ha centrato in pieno questo obiettivo, riuscendo inoltre a far esprimere un bel gioco alla squadra.

La squadra ha fatto tendenzialmente bene contro le prime della classe, perdendo in maniera rotonda solo contro il Liverpool. Cosa ha permesso di raccogliere questi buoni risultati contro equipe sicuramente meglio attrezzate?

A dire il vero questa è una costante dell’ Everton degli ultimi anni, basti vedere il saldo positivo che abbiamo con il Manchester City da quando quest’ultimi sono passati in mani arabe. 
Ritengo che il fattore ambientale abbia svolto un ruolo importante: venire a giocare a Goodison Park, uno stadio che trasuda storia e passione, non è facile per nessuno.

In coppa le cose sono invece andate meno bene. Usciti nel terzo turno di Coppa di Lega contro il Fulham, è recentemente arrivata l’eliminazione contro l’Arsenal in FA Cup, con un 4 a 1 piuttosto pesante. E’ una squadra più da campionato o è solo un caso?

Bisogna scindere i discorsi sulle due coppe nazionali: la Coppa di Lega non è mai stata la nostra coppa. Non l’abbiamo mai vinta, nemmeno negli anni d’oro in cui l’Everton dominava l’Inghilterra. Più in generale è una competizione oggettivamente poco importante e poco sentita da tutti i teams.
Per quanto riguarda la gloriosa FA Cup, invece, c’è delusione per l’eliminazione, soprattutto per il modo in cui è giunta. Detto questo non direi che i Toffees siano una squadra più da campionato che da coppa. Nell’ultimo lustro siamo andati due volte a Wembley a giocarci la Coppa d’Inghilterra senza, ahi noi, portarla a casa. Mancò la fortuna non il valore.

Venendo ai singoli, uno dei miei giocatori preferiti in assoluto del roster Toffees è Seamus Coleman. Quali sono le sue caratteristiche, per chi non lo conoscesse? Dove può arrivare, in carriera?

Ah, personalmente ho un debole per Seamus Coleman. Un giocatore meraviglioso come la sua terra d’origine, il Donegal, la parte dell’ Ulster appartenete alla Repubblica d’Irlanda.
Dal punto di vista tecnico è un giocatore dotato di ottima spinta. Generalmente gioca come terzino destro, ma all’occorrenza può essere impiegato anche all’ala. In più sta impreziosendo le sue prestazioni realizzando gol davvero belli e decisivi. 
Complimenti a Moyes che lo ha scovato dallo Sligo Rovers e a Holloway che qualche anno fa lo lanciò definitivamente nel football Inglese inserendolo nel suo Blackpool dei miracoli.

Molto bene sta facendo anche Romelu Lukaku, giocatore che probabilmente avrebbe fatto comodo allo stesso Chelsea. E’ già pronto per un top team europeo?

Assolutamente sì. E un giocatore giovane dotato di grande talento e di una impressionante forza fisica. Non a caso alcuni top-team europei si sono già fatti vivi per averlo.

Nel mio primo libro, La carica dei 201, ho inserito alcuni giovani che oggi giocano nell’Everton: oltre allo stesso Lukaku, anche talenti come Barkley e Deulofeu. Che giudizio date a questi ragazzi? Ci sono altri under 20 di valore, anche nell’Academy, da tenere d’occhio in ottica futura?

Se l’Everton sta recitando un ruolo da protagonista nel campionato Inglese lo deve anche a giovani come Lukaku, Barkley e Deulofeu. Teenager o poco più dotati di eccezionale talento.
Per quanto riguarda giovani interessanti, meritano certamente una menzione ragazzi come John Stones, Luke Garbutt, Conor McAnely e Hallam Hope. 
La Academy dell’Everton è sempre stata generosa in merito a talenti da allevare. Non a caso è proprio qui che Wayne Rooney mosse i primi passi.

Fellaini ha lasciato la società in estate, trasferendosi a Manchester assieme a Moyes. Come giudicate la nuova esperienza dei due ex?

Circa l’arrivo di Moyes a Manchester, tra i tifosi dell’Everton circolava una battuta: “The Damned United II”. L’ironia prendeva spunto dal bellissimo romanzo scritto da David Peace, “The Damned United”, che raccontava l’incredibile vicenda del celeberrimo manager Inglese Brian Clough sulla panchina dell’odiato Leeds United, durata solo 44 giorni. Ecco, sostituite il nome Leeds con il nome Manchester, aumentate un po’ il numero dei giorni e avrete lo stesso copione.
Scherzi a parte, sostituire Sir Alex Ferguson a Old Trafford non è propriamente la cosa più semplice del mondo. I Red Devils devono aprire un nuovo ciclo e a Moyes va dato tempo.
Insomma, una realtà interessantissima per gioco, talento e gioventù questo Everton. Se ancora non vi è capitato, guardatevelo. Sicuramente un bello spettacolo per chi ama il gioco del calcio.

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Nasceva il 7 febbraio del 1992 con il calcio nel sangue questo ragazzino prodigio prodotto della florida accademia dell’Everton, la stessa che crebbe e poi lanciò nel calcio professionistico un certo Wayne Rooney.

Il calcio nel sangue, si diceva. Perché a Bootle, cittadina sita una manciata di chilometri a nord dal centro di Liverpool, il calcio è una tradizione: qui, infatti, nacquero anche Roy Evans (prima giocatore poi allenatore del Liverpool), Steve McManaman (anche lui affermatosi in maglia Reds prima di passare al Real Madrid), Jamie Carragher (tutt’ora una delle colonne della formazione del Liverpool) ed Alvin Martin (colonna del West Ham per ben 20 anni, dal 1977 al 1996, è a tutt’oggi quinto nella classifica dei giocatori con più presenze in maglia Hammers).

Punta che si disimpegna con profitto anche nel ruolo di centrocampista offensivo Baxter è, esattamente come il proprio capitano nell’under 17 inglese Bostock, un talento precocissimo: entrato nell’Academy a soli 6 anni brucia tutte le tappe, sino ad arrivare all’esordio in prima squadra in un match di Premier contro il Blackburn Rovers. A soli 16 anni e 191 giorni diventa quindi il più giovane debuttante della storia dei Toffees, battendo il record di un suo compagno di squadra, James Vaughan, che era stato capace di esordire a 16 anni e 360 giorni (giusto sette giorni prima di quanto non era riuscito a fare Wayne Rooney, che fino a quel momento era il detentore di questo record).

Aggregato alla prima squadra proprio a partire da quest’anno ha già effettuato 4 presenze sinora: 3 in campionato (di cui una da titolare) ed 1 in Carling Cup.

E proprio grazie a quella partita iniziata da titolare, al The Hawtorns contro il West Bromwich Albion, Baxter ha fatto segnare un nuovo record: è lui, infatti, il più giovane giocatore riuscito a partire titolare in un match ufficiale in tutta la storia di questa società.

Di lui Ray Hall, responsabile dell’Academy, dice che è un giocatore ancora più completo di Wayne Rooney, prendendo a paragone la situazione in cui si trovava l’attuale punta dello United alla stessa età. E se le premesse sono queste c’è da aspettarsi che José scali in fretta posizioni su posizioni, ritagliandosi un ruolo importante nel calcio inglese.

Il marzo scorso la dirigenza Toffees si è voluta tutelare, giusto per evitare di finire come il Crystal Palace nell’affaire Bostock, facendogli firmare un contratto di due anni e mezzo che vedrà quindi la sua scadenza a giugno 2011.

Per intanto quindi questo ragazzino (175 centimetri per 74 chili) continuerà a giocare indossando la maglia Blues, maglia con la quale ha fatto sfracelli nel suo recentissimo passato con le varie rappresentative giovanili, dove segnando goal a valanga ha infranto diversi record.

Se a livello di club è già aggregato ai “grandi”, a livello di nazionale continua invece la sua trafila tra le varie under: dopo aver segnato 3 reti in 8 presenze con l’under 16 è ora un punto fisso dell’under 17, squadra con cui ha disputato il recente Europeo di categoria (nel quale è sceso in campo nel corso delle prime due partite, per poi saltare la terza a causa di una squalifica).

Il suo palmares può già vantare 2 Victory Shield (torneo annuale, che Sky Sports sponsorizza e trasmette, cui partecipano le rappresentative under 16 di Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord) ed 1 Tournoi de Montaigu, ma è facile immaginare potrà andare a rimpinguarsi negli anni a venire.

Baxter in una delle sue apparizioni con le rappresentative giovanili inglesi (fansfc.com)

Baxter in una delle sue apparizioni con le rappresentative giovanili inglesi (fansfc.com)

Perché se José Baxter, che è stato inserito al trentunesimo posto nella speciale classifica redatta dal Times riguardante i 50 migliori talenti under 23 al mondo, manterrà le promesse c’è da credere possa davvero diventare una delle stelle del calcio mondiale.

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