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Posts Tagged ‘Atletico Madrid’

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Entusiasmo o allarmismo?

L’esordio in Champions League della Juventus targata Massimiliano Allegri mostra due facce in contrasto abbastanza netto tra di loro.

Da una parte, di certo, la grande capacità della squadra Bianconera di controllare il match.

I dati sono chiarissimi in tale senso: 70% di possesso palla juventino, con ben 21 tiri totali (di cui 7, un terzo, nello specchio) contro i soli 4 (di cui uno nello specchio) del Malmo.

Non solo. Tante occasioni create, dominio della sfera assoluto (col 90% dei passaggi compiuti correttamente) e supremazia aerea certificata dal 61% di successo nei duelli di testa.

Dati però forse normali, se letti in questo senso: la squadra più forte d’Italia negli ultimi tre anni ha messo alle corde una compagine svedese con molte meno capacità tecnico tattiche.

Una vittoria casalinga insomma scontata, anche al di là del numero delle occasioni costruite.

Che, anzi, diventano motivo di allarme: può una Juventus capace di creare così tanto vincere solo 2 a 0 (con la seconda rete segnata per altro su calcio piazzato) contro un avversario nettamente inferiore, per altro di fronte al proprio pubblico?

Beh, in questo senso mister Allegri avrà sicuramente da lavorare.

Del resto, paradossalmente, il risultato arrivato da Atene finisce col complicare le cose: l’Olympiakos si impone infatti, in maniera piuttosto inopinata, sull’Atletico Madrid, e balza in prima posizione a braccetto con la Juve a quota 3 punti.

Questo, però, vorrà sicuramente dire che mercoledì primo ottobre il Vicente Calderon sarà un vero e proprio catino ribollente, con i Colchoneros che saranno praticamente costretti a vincere onde evitare che la classifica si possa complicare ancora di più.

Lo scenario potrà infatti essere questo: dopo la vittoria del Pireo ottenuta proprio ai danni della squadra di Simeone l’Olympiakos sa di avere tra le mani un’occasione unica e si presenterà quindi in Svezia con un solo risultato possibile: la vittoria.

Tre punti esterni che saranno tutt’altro che impossibili.

Così, i greci si porterebbero a sei punti. Il che vorrebbe dire che qualora la Juventus vincesse in quel di Madrid, l’Atletico si troverebbe a ben sei lunghezze dalla coppia di testa.

Con quattro partite ancora da giocare nulla sarebbe perduto, intendiamoci. Ma certo la situazione sarebbe ai limiti della drammaticità, con l’Atletico a quel punto praticamente costretto a vincere tutti i restanti match per provare a strappare il passaggio del turno.

Ecco perché Atletico – Juventus è un match già imperdibile, crocevia di buona parte delle chance Colchoneros ma anche possibile ipoteca al passaggio del turno per gli juventini.

Un match imperdibile che, ammetto, sarebbe bello poter vedere live allo stadio. Con l’atmosfera elettrizzante che si respirerà, a maggior ragione in un momento in cui i vicecampioni europei si giocheranno già buona parte delle chance di passaggio del turno.

A chi volesse vedere questo o altri match live mi permetto quindi di dare un piccolo consiglio: è possibile trovare tutte le partite della  Juventus e della Champions qui!

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Il match andato in scena ieri sera al Vicente Calderon di Madrid ha sortito reazioni quasi unanimi dal pubblico calciofilo italiano: noia, noia, noia. Profondissima noia.

Eppure strano che proprio dalla patria del Catenaccio per eccellenza possano levarsi critiche così sperticate nei confronti di questo sistema di gioco (che meriterebbe un discorso tutto per sé). Ma evidentemente un po’ l’odio latente nei confronti di Mourinho ed un po’ la nuova rivoluzione catalana, con tanto di tiki-taka e possesso palla estremo, stanno portando a modificare un po’ la visione delle cose anche nel Belpaese.

Mourinho che imposta la partita con il chiaro intento di non prenderle, per nessun motivo al mondo. Abbandonando Fernando Torres a sé stesso e schierando 9 giocatori fissi dietro al pallone. Più il portiere, ovviamente.

Ed è proprio la questione portiere a marcare ulteriormente l’intento del tecnico lusitano. A metà del primo tempo, infatti, Cech si fa male ad un braccio, ed è rimpiazzato da nonno Schwarzer. Un motivo in più per pensare solo alla difesa strenua.

Così Mourinho decide di rimettere in scena l’epica battaglia di Fort Alamo.

La squadra è virtualmente schierata col 4-3-3, con Ramires e Willian ali a teorico supporto dell’unica punta Torres. Ed un centrocampo fatto da due incontristi puri più il buon Lampard, sempre ben disposto a sacrificarsi per la squadra.

Nel concreto, quindi, il Chelsea si trova a giocare con una sorta di 6-3-1: la difesa si stringe, con i due centrali praticamente appaiati e, subito al loro fianco, i terzini. Una specie di muraglia a difesa centrale dell’area piccola.

La cosa ovviamente lascerebbe molto spazio ai giocatori di fascia Colchoneros, che sono quindi contrati proprio dalle due ali. Che così si trasformano in fluidificanti, praticamente. E spesso si trovano, col possesso saldamente in mano agli avversari, a giocare da terzini effettivi, con Azpilicueta e Cole che si trasformano in centrali aggiunti a supporto di Terry e Cahill.

Non solo. A questa linea di sei uomini Mourinho ne pone un’altra di tre (i centrocampisti, appunto), a schermo tra la trequarti e la linea dell’area. Una duplice linea Maginot, una Fort Alamo in chiave lusitanolondinese.

Che regge fino alla fine, anche nonostante gli infortuni del già citato Cech e soprattutto di John Terry, che costringe Mourinho a rivedere un po’ le cose: dentro Schurrle, Ramires scalato mezz’ala, David Luiz scalato centrale di difesa. Con buona pace di Kalas ed Aké, evidentemente troppo giovani ed inesperti per reggere in un contesto di questo tipo.

Così come in una proprietà commutativa riletta in chiave calcistica pur cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Che ci sia Terry o Schurrle poco cambia. Il piano di Mourinho è ben studiato e soprattutto interpretato alla perfezione, come una poesia studiata a memoria, dai giocatori in Blues.

Questa è una riflessione semplice. Il tipo di gioco espresso ieri dal Chelsea – e molte altre volte da Mourinho – ha sempre avuto un nome chiaro, preciso, circostanziato. Almeno nella nostra lingua (diventando però poi molto usato anche all’estero): Catenaccio.

Ecco, perfetto. Usiamo questo nome sempre, anche quando ad applicare questo approccio al match è Mourinho. Che capisco abbia un alone di mito attorno a sé, ma non c’è nulla di male nell’utilizzare il Catenaccio. Tantomeno nel chiamarlo così. Col suo nome.

Ieri, a prescindere dalle dichiarazioni post match, è stato chiaro come Mou fosse sceso in campo per non prenderle. Per difendere lo 0 a 0. E poi, fosse capitata l’occasione, per provare a graffiare con qualche sortita sparuta.

Gli infortuni hanno ovviamente complicato ulteriormente i piani dell’allenatore lusitano, che immagino non abbia mai dato l’ordine di mollare, anche per un solo secondo, le posizioni difensive prestabilite.

Ora però in vista del ritorno dovrà studiare qualcosa di diverso: se è vero che l’Atletico Madrid ha difficoltà ad attaccare un Catenaccio strenuo come quello di ieri (ma del resto, chi non ne ha?) e si trova comunque meglio dovendo gestire meno di quanto fatto ieri il possesso, è altrettanto vero che il Chelsea con uno 0 a 0 porterebbe la partita ai supplementari e poi ai rigori, rischiando di uscire di fronte al proprio pubblico.

Nel contempo, però, Mourinho sa bene di non poter nemmeno caricare a testa bassa: un pareggio con goal prevedrebbe l’eliminazione diretta del Chelsea.

Quindi?

Quindi immagino che il Chelsea non partirà forte. Cercherà di lasciare ancora spazio all’Atletico, chiudendolo nella propria rete difensiva. Per poi, un po’ come nel ritorno contro il PSG, crescere di intensità lungo l’arco dei novanta minuti. Fino all’eventuale assalto finale.

Ci sono stati alcuni giocatori che, in un match certo non spettacolare, si sono comunque elevati rispetto alla massa.

Ad esempio i due terzini spagnoli, in particolare Juanfran. Autori di una prova e di una pressione offensiva molto costante. O ancora Diego, che in più di un’occasione ha provato a sparigliare le carte sul tavolo puntando frontalmente l’area avversaria e cercando la conclusione da fuori. O ancora Terry, attento fino al momento della sua uscita dal campo. O Willian, impiegato in un ruolo fondamentalmente non suo, ma impeccabile lungo tutto il corso dei novanta minuti.

Il mio MVP però è nettamente Cahill, un difensore che nel corso dei mesi sta guadagnando sicurezza ed è ormai una certezza al centro della difesa Blues. Sicuramente uno dei migliori centrali al mondo oggi, per rendimento. Un giocatore con cui dovrà fare i conti la nostra Nazionale, che proprio l’Inghilterra si troverà ad affrontare in terra di Brasile…

Come dicevo, Mourinho ha costruito una doppia diga di fronte al proprio portiere. Rendendo praticamente inaccessibili gli ultimi trenta metri.

Ovvio, il pallone in area è stato buttato più volte, ma le torri inglesi hanno praticamente sempre avuto buon gioco. Non solo. Diverse conclusioni sono state portate verso la porta Blues. Ma o da distanza proibitiva, o con una pressione tale per cui fosse difficile indirizzare il pallone imparabilmente.

Praticamente con il Catenaccio fondamentalmente perfetto messo in campo dal Chelsea ieri sera i londinesi hanno tolto 25-30 metri di campo ai Colchoneros. I più importanti. Che si sono trovati monchi, incapaci di concretizzare il tanto lavoro fatto da terzini, centrocampisti e ali.

Diego Costa è rimasto impantanato nelle sabbie mobili dell’area di rigore, Raul Garcia ha provato inutilmente a spalleggiarlo, Diego ha cercato qualche inoffensiva sortita solitaria, Koke non è riuscito a bucare, Arda Turan è entrato nella ripresa dando una scarica elettrica, risoltasi però in un nulla di fatto.

E il capolavoro di Mourinho – perché il Catenaccio può non piacere, ma se fatto bene e ti aiuta ad ottenere ciò che vuoi resta un capolavoro – si è compiuto.

Critiche particolari all’Atletico e a Simeone non ne farei. Anche il Barcellona di Guardiola – per molti, lo ricordo, miglior squadra di sempre – andò in crisi contro il Catenaccio dell’Inter di Mourinho. E quel Barcellona era NOTEVOLMENTE più forte di questo Atletico.

I Colchoneros hanno fatto quello che potevano: giocando contro un avversario assolutamente remissivo non potevano che provare a fare il match. Si sono però trovati contro una fase difensiva praticamente inespugnabile. E nonostante i tantissimi tentativi (leggevo ieri, se non erro 29 tiri totali verso la porta avversaria) hanno dovuto alzare bandiera bianca.

Qualcuno mi ha detto anche di Villa. Beh, non credo sia stato un problema di uomini. Ieri anche Messi e Ronaldo avrebbero faticato.

Simeone e i suoi hanno fatto quanto era nelle loro possibilità.

Di fronte al proprio pubblico, ovviamente, la squadra favorita sarà il Chelsea. Però occhio. Tra assenze e duplice risultato favorevole all’Atletico i Colchoneros sono tutt’altro che spacciati…

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Ieri molti di voi avranno sicuramente assistito alla disfatta madridista del Milan, nobile decaduta del nostro calcio (nobile decaduto anch’esso, potremmo dire).

Sia per chi il match l’ha potuto seguire che per chi ha avuto altro da fare, queste alcune mie considerazioni sul match che ha sancito la prematura eliminazione del nostro ultimo portacolori nel trofeo – per club – più ambito al mondo.

Ovviamente, un tweet da prendere con le pinze. Perché letto così qualcuno potrebbe assumere il fatto ch’io creda che la differenza tra Atletico e Milan stia tutta nel portiere.
Invece, non sono così sprovveduto.

Credo però, anche se non avremo mai la controprova e quindi restano ipotesi campate per aria (ma del resto, è il bello dello scrivere e discutere di calcio), che questo doppio confronto sia l’esempio classico in cui si rimpiange l’assenza di un portiere che, in gergo, si dice capace di “portare punti alla squadra”.

Se andiamo a vedere nel doppio confronto, infatti, sono almeno tre i goal su cui Abbiati avrebbe potuto fare di più. Di contro, nel corso dell’andata l’Atletico fu palesemente salvato da Courtois.

Ora non è certo scontato che ad invertire i portieri anche il risultato sarebbe cambiato, ma sono abbastanza convinto che con qualche “miracolo” del portierino belga pro Milan e qualche goal rivedibile preso da un Abbiati in Colchoneros avrebbero davvero potuto cambiare le sorti del match.

Un dato: ieri il Milan ha subito 6 tiri nello specchio. E 4 goal.

A margine: Abbiati è un ottimo professionista, ma per quanto mi riguarda è sempre stato portiere non più che discreto, che ha costruito una carriera “sopra le sue possibilità” per una parata. Quella di Perugia.

Quando si dice sliding doors…

Logico che perdere palla come ha fatto Essien in occasione dell’1 a 0 può sempre portare a situazioni pericolose per la difesa. Che però, nel caso specifico, era posizionata piuttosto bene.

L’errore a mio avviso macroscopico è quindi venuto dopo.

A marcare Diego Costa è Rami. Che poco prima del cross sembra però distrarsi, lasciandosi sfilare la punta avversaria alle proprie spalle. Un errore marchiano, sicuramente non accettabile a questi livelli. Che pesa tantissimo.

Poi certo, arriva anche la commistione di un Abbiati sempre lentissimo a muoversi. Un portiere reattivo e temerario potrebbe anche provare l’uscita (del resto, si tratta di area piccola). Un portiere un po’ più svelto di lui, quantomeno chiuderebbe sul palo con più prontezza, aumentando di molto le proprie chance di arrivare sul pallone.

Ma nulla di questo accade. E così dopo un paio di minuti arriva il primo triplice errore milanista (Essien perde palla, Rami perde l’avversario, Abbiati si muove lentamente) che porta all’immediato vantaggio della squadra di casa.

Sul secondo goal che prende il Milan, quello che in un certo senso mette forse la parola fine (o quasi) alle speranze Rossonere, c’è, ancora una volta, un errore a mio avviso marchiano di Rami.

Arda Turan arriva infatti in una situazione di agio totale: sul lancio in avanti arriva la sponda di un compagno (credo Raul Garcia), che stoppa la palla di petto verso lo stesso turco. Proprio lì, in quel momento, i due centrali difensivi dovrebbero aggredire. E sull’ala Colchoneros dovrebbe fiondarsi proprio l’ex Valencia. Che, invece, resta piantato sul posto.

Così la conclusione di Turan può essere solo deviata – qui sì, con sfortuna – alle spalle di Abbiati.

Ma se solo Rami avesse fatto un passo in avanti subito, nel momento della “smorzata” di petto, il pallone non avrebbe trovato la porta, finendo la sua corsa proprio contro al roccioso difensore francese.

Ovviamente anche in questo caso ci può essere una commistione di responsabilità con i mediani, i quali non rientrano prontamente. Uno dei due, infatti, avrebbe potuto portarsi sull’avversario per tamponare.

Ma l’errore, lampante, è tutto di Rami, che di fatto regala i primi due goal agli avversari.

Certo è che in occasione del goal del momentaneo pareggio anche la difesa Colchoneros sbanda un pochino. Balotelli fa l’unica cosa interessante del suo match, aprendo bene di prima su Poli. Che, con piedino educato, pennella sul secondo palo, il tutto dopo essersi infilato nel buco lasciato da Luis Filipe.

Per Kakà, bravo a lanciarsi nello spazio, è quindi un gioco da ragazzi infilare la rete di testa.

Insomma, giustissimo elogiare un comunque ottimo Atletico Madrid.

Ma, come si dice, non tutto è oro ciò che luccica!

Quel del Milan sta diventando un “deserto” tecnico. E’ questa la sensazione che si ha nel vedere una squadra che nel corso dell’ultimo decennio sta andando letteralmente a catafascio.

Proprio in questo deserto, nelle ultime settimane, stava provando ad imporsi uno dei nuovi arrivi, Rami. Che però ieri sera, come ho potuto dire poc’anzi, è stato uno dei peggiori in campo, con due errori gravissimi ed ingiustificabili.

E se quello che viene da più parti – se non unanimemente, nella pochezza della rosa Rossonera – ritenuto essere il miglior difensore della rosa se ne esce con una prestazione così, ecco che si capisce come la rifondazione debba partire subito, a maggior ragione oggi che affidarsi a qualche “nome” non basta più. E debba essere davvero epocale.

Poi, intendiamoci. Se Rami avesse giocato nel Milan di qualche anno fa, magari al fianco di un Sandro Nesta, avrebbe sicuramente fatto una figura migliore di quella che gli è capitata ieri.

Ma questa non può essere una giustificazione. Il Milan, per ritrovare la propria dimensione, ha bisogno di giocatori affidabili sempre.

Su questo tweet poco da aggiungere.

Ragazzi, Essien venne preso apposta e specificatamente per l’ottavo di finale contro l’Atletico.

Ora, al netto dei tifosi che a prescindere difendono sempre l’operato della società, salvo poi – alla lunga – ricredersi quando il campo emette giudizi amari, credo che nessuno si aspettasse che questa potesse essere una mossa vincente, per il Milan.

Un giocatore che sembra essere arrivato ad un precoce declino. E che comunque, visti gli ultimi mesi di carriera, difficilmente avrebbe potuto incidere positivamente ieri.

Vero fantasma che ha vagato per il campo senza una meta, capace di lanciare l’azione dell’1 a 0 perdendo male una palla sulla propria trequarti.

L’emblema, per quanto mi riguarda, della disgrazia di questo Milan: la non programmazione, che porta a cercare giocatori sul finire di carriera ma con un passato glorioso, anziché provare a darsi una progettualità per il futuro (come ha invece fatto l’Atletico).

E se il giochino per un po’ ha funzionato, ora sembra essersi rotto del tutto. Fuori ancora una volta agli ottavi, non ci sarà la Champions l’anno prossimo.

Ora non si può più aspettare. La proprietà DEVE rifondare.

Un discorso a mio avviso simile lo si può fare con Kakà, altro colpo sbagliato di una società che cerca simboli più che giocatori, progetto e futuribilità.

All’ex campione brasiliano, però, va riconosciuto il grande cuore e l’estrema professionalità. Là dove non arrivano più le gambe lui prova ad arrivarci con il cuore.

I risultati non sono gli stessi, ma chapeau comunque.

I due migliori, nell’Atletico, sono sicuramente stati i due davanti. Diego Costa si è confermato in formissima. Punta di ottima tecnica, molto mobile e duttile, energia infinita.

Un po’ il contrario di Balotelli. Che magari potrebbe avere anche alcuni colpi più importanti dell’omologo brasiliano (ah no, spagnolo…). Ma che si perde nel suo nulla cosmico ad – più o meno – ogni azione.

Partita sontuosa, poi, anche per Garcia. Giocatore tecnicamente raffinato, testa che sembra fatta per il calcio, lotta ed illumina il campo del Calderon.

Certo, va pure detto che ieri questi due hanno giocato contro una non-difesa. Anzi, contro una non-fase difensiva…

Infine, questa ultima considerazione.

Chi, come al solito (e scioccamente), si appella ad un problema economico del nostro calcio dice una cosa solo in parte vera.

Perché se sicuramente in questo momento le nostre compagini non possono – per incapacità loro e del sistema tutto – competere con i top club europei, è altrettanto vero che dovrebbero fare di un sol boccone una squadra come l’Atletico Madrid.

Invece, nella sostanza, le cose si rivelano essere molto diverse.

Delle tre grandi solo la Juventus sembra avere una progettualità. Inter e Milan sono invece alle prese con una sorta di rifondazione mai davvero compiuta (anche se credo Thohir ora stia provando a dare un’accelerata in questo senso) che le sta lasciando in un limbo in cui una squadra che fattura la metà, come appunto l’Atleti, può costruirsi negli anni, con un progetto solido alla base, una squadra indubbiamente più forte.

Perché ragazzi, molti tifosi milanisti gioirono quando dall’urna uscirono i Colchoneros. Ma che questa squadra nonostante abbia risorse economiche inferiori fosse superiore al Milan era chiaro, come dissi ancor prima che i sorteggi venissero effettuati.

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Senza voler fare un trattato sociologico penso di poter dire senza timor di smentita che l’Italia è la patria dell’approssimazione.

Ci sono, fortunatamente, le classiche eccezioni che confermano la regola. Ma in generale le cose stanno così, ed è forse questo – assieme ad una crisi culturale sempre più marcata – a sancire la nostra “crisi”.Bandiera italiana

Tornando su di un campo a noi più congeniale, quello calcistico, le cose non cambiano.

I club sembrano incapaci di progettare a medio-lungo periodo (esempi tanti, fortuna ce n’è anche qualcuno che invece ci prova), ad esempio.
E i cosiddetti appassionati spesso parlano senza cognizione di causa.

Del resto sulle piazze virtuali che sono i social network è ormai sempre più facile incontrare gente di tutti i tipi. E venire a contatto con approcci differenti. Ma anche e soprattutto con bestialità inenarrabili.

In questo senso, negli ultimi giorni, ho letto e sentito da più parti che, in vista dell’odierno sorteggio di Champions League, la squadra più abbordabile per il Milan (che, tra l’altro, proprio oggi compie 114 anni!) sarebbe l’Atletico Madrid.

Nel farlo, mi convinco sempre di più che la netta maggioranza dei presunti appassionati, il calcio lo viva solo al bar (prima, soprattutto) e sui social network (col loro boom degli ultimi anni).

Come si possono dare giudizi senza guardare le partite (o, per bene che vada, guardando solo quelle della propria “squadra del cuore”)?

Non lo so, ma è sempre più evidente che le cose funzioni così.

Tornando a bomba sulla questione Milan – Atletico Madrid, solo qualche piccola considerazione.

I Colchoneros sono una squadra tra le più ostiche da affrontare, in questo momento.

Ad inizio stagione affrontarono il Barcellona nel doppio confronto valevole la Supercoppa di Spagna, costringendo i Blaugrana (che, ricorderei, hanno invece pareggiato in casa e perso in trasferta contro Messi e compagnia) a due pareggi.

Di poco conto, certo, il 4 a 0 rifilato al Sant Andreu in Coppa del Re.Atletico Madrid

Infinitamente più significativo, invece, il cammino tenuto in campionato. Dove l’Atletico Madrid sta tenendo un ritmo infernale, pari proprio a quello del Barça: 14 vittorie (tra cui quella nel derby), 1 pareggio (Villareal) e 1 sconfitta (subita contro l’Espanyol per colpa di un autogoal di Courtois). Frutto della miglior difesa spagnola (9 reti incassate) e del terzo attacco (43 goal realizzati, tre meno dei cugini del Real ed uno meno del Barcellona).

Per non parlare, poi, della Champions League. Dove i Colchoneros erano inseriti in un gruppo certo non complicato, con Zenit, Porto ed Austria Vienna.
Gruppo però dominato in lungo e in largo, con 5 vittorie e un pareggio (in Russia, autogoal di Alderweireld a pareggiare il vantaggio madridista firmato da Adrian). Ovvero 16 punti. Ovvero il miglior risultato dell’intera Champions League (in coabitazione con l’altra squadra di Madrid), condita dalla miglior difesa (3 reti subite, come lo United) e da uno dei migliori attacchi (15 goal realizzati).

Se contasse poi lo stato di forma attuale, le cose non andrebbero molto meglio.

Dopo il pareggio rimediato in terra russa contro lo Zenit, l’Atletico ha inanellato quattro vittorie su altrettante partite, realizzando 11 reti senza subirne alcuna.

Per non parlare dei singoli.

Courtois è uno dei migliori portieri della nuova generazione (e ha subito solo 13 goal in 22 match). La difesa non è imperforabile ma certo quest’anno, anche in Italia, si sta vedendo di peggio. A centrocampo agiscono giocatori come Koke (che fa gola a molte big del calcio europeo) e Raul Garcia (già 10 centri quest’anno). Davanti, poi, c’è un certo David Villa. E, soprattutto, Diego Costa, capace di realizzare ben 21 reti in questo scampolo di stagione (17 in campionato, come un certo Cristiano Ronaldo).

Ora, non voglio dipingere i Colchoneros come un’armata inarrestabile. Ma non posso nemmeno accettare di vedere dipinto l’Atletico Madrid come se fosse un’armata brancaleone.

Il valore tecnico è altissimo e, visti oggi, anche compattezza di squadra e stato di forma non possono far propendere ad individuare loro come avversario più morbido per gli ottavi di finale del Milan.Diego Costa

Vero, da qui a febbraio molte cose possono cambiare. Ma resta inaccettabile un giudizio che non si basi sull’effettivo valore di una squadra, quanto sul “blasone” della stessa.

In definitiva: oggi il Milan partirebbe svantaggiato con chiunque. Ma per favore, non sottovalutate così l’Atletico Madrid solo perché tradizionalmente non è una delle grandi d’Europa (né perché negli ultimi anni non ha centrato finali a ripetizione).

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Colmenar Viejo, Stadio Alberto Ruiz.

E’ qui, nella Comunità Autonoma di Madrid, che si è svolta la finale di quello che gli organizzatori hanno chiamato, forse un po’ presuntuosamente e pretenziosamente, Mondiale per Club under 17.

Ad affrontarsi, comunque, due delle migliori cantere spagnole: da una parte l’Atletico Madrid, dall’altra l’ormai leggendaria cantera blaugrana del Barcellona.

Ma bando alle ciance, veniamo subito alle formazioni.

Atletico che Armando de la Morena schiera con un 4-2-3-1 che vede Fran a difesa dei pali, Chele ad agire come terzino destro con Sergi sull’out opposto (e la memoria corre subito, guardando la maglia degli avversari, ad un altro laterale difensivo mancino… Sergi Barjuan…) e la coppia Alberto – Canete in mezzo.
Ad agire come mediani sono invece Juanjo e Borja, con Nacho trequartista centrale affiancato da Ivan sulla destra e Arona sulla mancina. Unica punta Carlos.

Classico 4-3-3, invece, per il Barcellona che schiera José in porta e una difesa composta, da destra a sinistra, da Godswill, Riera, Tarin, Xavier Quintillà.
Iu e Pau le mezz’ali, con Jordi centromediano. Maxi ed Ebwelle le ali offensive, Munir la prima punta, Xavi Garcia Pimienta l’allenatore.

Entrambe le squadre partono da subito a viso aperto. Qui non si fanno calcoli: c’è l’entusiasmo dei ragazzini coniugato a due scuole calcistiche che fanno capo al movimento spagnolo, ovvero possesso e fase offensiva.

La prima azione realmente degna di nota la costruiscono i Rojiblancos: Juanjo, numero 10 della squadra, parte centralmente palla al piede seminando terrore tra le fila Blaugrana e portando la sfera sino al limite dell’area, per il tocco filtrante in direzione di un Nacho che s’infila bene tra le maglie della difesa avversaria arrivando a calciare. A salvare la situazione ci pensa però capitan Riera, che stringe bene la diagonale difensiva deviando in spaccata la conclusione del trequartista madridista.

La rete che sblocca il risultato è però nell’aria e arriva proprio sugli sviluppi della rimessa laterale che segue l’azione appena raccontata.
Rimessa che Chele batte lunghissima in area, altezza primo palo, a mo’ di corner. A ricevere palla è un liberissimo Carlos, che sfruttando il buco di Tarin mette giù il pallone di petto per affrettare poi una conclusione sbilenca. La traiettoria di tiro è infatti chiusa troppo e sarebbe destinata forse addirittura alla rimessa laterale se solo Arona non sbucasse alle spalle di Godswill per depositare in rete l’1 a 0 comodo comodo.

Difesa Blaugrana che scricchiola a ripetizione e che è tenuta a galla solo da capitan Riera.
Due o tre minuti dopo il goal, infatti, l’Atletico scende sulla destra con Chele che si sovrappone a Ivan per poi centrare una bella palla in direzione di Carlos, anticipato dalla solita diagonale di Riera, cui tocca mettere pezze un po’ ovunque.

Al ventisettesimo ancora Rojiblancos avanti, con una grandissima azione targata Nacho-Carlos.
E’ il trequartista a portare palla ed avanzare, arrivando quasi al limite dell’area dopo un triangolo chiuso proprio con la sua punta. Che, restituitogli il pallone, si infilerà alle spalle dei difensori per ricevere il lob con cui Nacho lo metterà da solo a tu per tu col portiere.

Il tentativo di pallonetto del numero 9 madridista, però, non sarà minimamente all’altezza. Carlos, infatti, toccherà male il pallone, consegnandolo direttamente tra le braccia di José e chiudendo nel peggiore dei modi uno splendido scambio con Nacho.

La prima occasione costruita dal Barça arriva quindi solo alla mezz’ora, e solo grazie ad una punizione battuta nell’arco di pochi centesimi dalla sua assegnazione.
Quando l’arbitro fischia un presunto fallo di Canete ai danni di Munir, infatti, la punta Blaugrana ferma il pallone e lo lancia subito in direzione di Ebwelle, cogliendo assolutamente impreparati tutti i giocatori dell’atletico e permettendo al compagno camerunense di presentarsi a tu per tu con Fran. Quando, però, viene meno il sangue freddo. Così che il tiro si stampa giusto contro all’estremo difensore Rojiblancos.

Atletico che è comunque in pieno controllo del match, con Nacho che prova a dispensare assist.
Il trequarti madridista prova infatti a mandare in porta anche Ivan, chiudendo un triangolo di tacco, con l’ala Rojiblancos che però si trova costretto a calciare di sinistro, per un tiro molle con cui riesce comunque a guadagnare un calcio d’angolo.

La prima frazione si chiude quindi con un Atletico in completo controllo e dominio del match, ed un Barcellona che prova affannosamente a restare in partita.

Ripresa che si apre subito con un cambio. Armando de la Morena, infatti, decide di togliere uno dei più brillanti in campo, Nacho, per sostituirlo con Sainz.

La musica comunque non cambia. In apertura di ripresa è sempre l’Atletico a spingere con Arona che torna a farsi vedere dopo la realizzazione dell’1 a 0 saltando secco Godswill e mettendo in difficoltà anche Riera prima di servire Carlos, il cui tiro, un po’ problematico e non certo coordinatissimo, è parato da José.

Estremo difensore Blaugrana che mette però in mostra tutti i suoi limiti proprio il nuovo entrato Sainz calcia non irresistibilmente poco oltre la trequarti e lui, con tecnica molto più che rivedibile, si lascia scappare dalle mani un pallone praticamente già parato, con una papera che costa il 2 a 0 ai danni del Barça.

Barcellona che prova comunque a scuotersi subito, con Maxi che penetra bene in area per appoggiare poi al limite a Munir, il cui calcio è però leggermente impreciso e porta il pallone a spegnersi di poco oltre la traversa.

Con il Barça che prova a risvegliarsi de la Morena effettua un altro cambio, con Arona, autore dell’1 a 0, sostituito da Maya.

Il Barcellona è però finalmente entrato in partita e appena prima della metà del secondo tempo accorcia le distanze con Munir, che riceve in area un cross proveniente dalla sinistra incornandolo di testa per il 2 a 1.

Da lì in avanti, comunque, i giovani Blaugrana non riusciranno più a raddrizzare il match, consegnando all’Atletico Madrid quello che il commentatore della tv spagnola, un po’ pretestuosamente, definirà il titolo di “miglior cantera del mondo”.

Tornando all’aspetto tattico interessante il 4-2-3-1 madridista, con il trequartista centrale molto mobile e portato sia a duettare con la prima punta che a proiettarsi anche oltre ad essa, infilandosi alle spalle dei difensori.
Bene anche la fase offensiva della catena di destra, e nel complesso squadra molto ordinata e ben messa in campo.

Classico 4-3-3, invece, per i catalani, dove più che lacune strettamente tattiche si sono registrate approssimazioni tecniche un po’ preoccupanti, almeno se viste con gli occhi da tifoso.

Venendo ai singoli bene Alejandro Gómez Martín, detto Chele, terzino destro Rojiblancos. Buona propensione e propulsione offensiva, duetta con continuità con Ivan, ala destra con facilità di corsa disarmante e tanta voglia di pungere.

Bene anche Nacho, trequartista mobile capace di duettare nello stretto con tutti i suoi compagni.

Si vede solo a sprazzi, invece, Arona Sane, autore dell’un po’ fortunosa realizzazione che sblocca il match e di una prestazione altalenante.

Nel complesso, comunque, non si sono visti potenziali veri fenomeni, almeno non in questa partita. Per quanto tra l’Atletico di Madrid nessuno demeriti.

Piuttosto male, invece, un po’ tutti i giocatori del Barça.

Dove Alain Richard Ebwelle mette in mostra grandi doti di velocista e la capacità di essere ficcante, senza però riuscire a pungere davvero.

Interessante, comunque, l’ecletticità di Xavier Quintillà Guasch, di cui parlai già più di un anno fa.

Dopo averlo visto giocare tanto mediano quanto difensore centrale, infatti, mi è capitato di vederlo anche terzino sinistro. E con discreti risultati. Del resto il compito più complicato era il suo, alle prese con Chele e Ivan, e le cose non sono andate poi così male.

Il ragazzo, per altro, è un classe 96. Ovvero uno tra i più giovani in campo.

Bene, indubbiamente, anche il capitano della formazione, Roger Riera Canadell. Difensore centrale carismatico e sa già ben leggere i tempi delle azioni.
Penalizzato, ahilui, dal giocare stretto nella morsa di Godswill Elohor Ekpolo, terzino destro con pesanti lacune, e Rodrigo Tarin Higon, centrale che inanella una sbavatura dietro l’altra.

Piuttosto male anche i centrocampisti, in blocco, col reparto nevralgico del campo che soffre in continuazione lasciando il possesso della palla nelle mani dei madrileni, facendo così crollare come un castello di carte il “sistema Barça”.

Sempre interessante, comunque, vedere come si muovono le cantere spagnole. Peccato solo che il calcio giovanile, in Italia, non abbia lo stesso spazio.

Ma, del resto, sono i giovani stessi a non avere spazio in questo paese quanto nel mondo del nostro calcio.

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