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Il nuovo aggiornamento del ranking UEFA vede una situazione generale sostanzialmente immutata, con però l’interessante lotta per il sesto posto tra Francia e Russia. Rispetto allo scorso turno, infatti, si registra il controsorpasso francese, con un misero 0,034 punti di margine. Una situazione destinata quindi ad evolversi ulteriormente di settimana in settimana, a seconda di quello che sarà il rendimento delle rispettive compagini in ambito europeo.

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Certo è che l’assegnazione finale del sesto posto non è roba da poco: il sesto posto vale la qualificazione di due squadre alla Champions League, più una al turno preliminare e tre all’Europa League.
Il settimo vale invece una squadra in meno in Europa: una direttamente in Champions, una ai preliminari e le stesse tre in Europa League.

Capite che la lotta tra Francia e Russia, su questo punto, non può che essere serrata. C’è in ballo un accesso diretto alla Champions, con la vagonata di milioni e di visibilità che si porta appresso.

Non solo: nella battaglia che riguarda il sesto posto può finirci coinvolto anche il Portogallo, che oggi ha circa mezzo punto di vantaggio sugli inseguitori. La lotta così potrebbe riguardare ben tre nazioni, con i lusitani che, in caso di crollo fragoroso, potrebbero trovarsi in un amen dall’aver minacciato il quarto posto dell’Italia a finire addirittura settimi, perdendo così, come detto, una partecipante alla Champions League.

Restando alla sola stagione in corso, ecco che si può registrare un duplice salto italiano, che dal sesto posto provvisorio con 6.5 punti passa al quarto, con 2 punti netti di incremento (che valgono quindi un totale di 8.5).

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Il divario italiano con Germania, Russia e soprattutto Spagna resta, ma se con i tedeschi resta pressoché invariato va a diminuire nei confronti dei russi e ad ampliarsi rispetto agli spagnoli.

Interessante, in questo contesto, anche notare come Francia ed Inghilterra abbiano totalizzato ad oggi gli stessi punti, 8.25. Un quarto di punto meno dell’Italia ed un quarto più rispetto al Portogallo.

Ottava nazione in stagione, grazie in particolare alle prestazioni di Molde e Rosenborg, la Norvegia, che pure in classifica generale risulta oggi addirittura ventitreesima.

Buttando lo sguardo avanti, oltre giugno, ecco che è possibile vedere come il sorpasso virtuale sull’Inghilterra sta andando a concretizzarsi sempre di più. Ad oggi partiremmo infatti con 1,048 punti più dei Figli d’Albione; un margine che dovremmo però poi comunque difendere ed incrementare nel corso della stagione, posto che è il ranking di fine e non d’inizio stagione a determinare il numero di squadre qualificate alle competizioni europee.

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Nulla vieta comunque all’Italia di consumare l’eventuale sorpasso già prima di giugno, se è vero che – come potete vedere dalla prima immagine di questo articolo – il divario attuale è di meno di tre punti. Se pensate che l’anno scorso l’Italia ne ha guadagnati – pur disputando la propria miglior stagione di sempre, a livello di ranking – ben sei sugli inglesi, ecco che il sorpasso resta un’ipotesi da considerare, per quanto credo ancora di difficile realizzazione.

Venendo alle altre posizioni devo anche qui ricollegarmi al discorso precedente. Se la stagione finisse oggi il Portogallo manterrebbe sì la propria quinta posizione, ma inizierebbe la nuova annata come settimo virtuale, sopravanzato da Francia e Russia. Una situazione che, come già spiegato, avrebbe un grosso impatto sul movimento calcistico lusitano, dato che se confermata dal ranking di fine stagione porterebbe all’esclusione di una qualificata dai gironi di Champions League.

Da registrare anche il crollo olandese: dopo aver chiuso al nono posto l’ultimo ranking, in questo momento è scesa al decimo (e occhio alla Turchia). Ma soprattutto, iniziasse oggi la nuova stagione si troverebbe a partire da una misera sedicesima posizione…

Infine, vi lascio il ranking per club.

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Come potete vedere, se lo raffrontate a quello dello scorso turno, si registra il sorpasso della Juventus ai danni del Borussia Dortmund, con i bianconeri che salgono quindi in settima posizione assoluta.
Prossimo obiettivo: resistere all’assalto del Paris Saint Germain e nel contempo andare alla caccia del Benfica. La top five, chiusa dal Chelsea, resta ad ora lontana.

Tra le italiane stabili Inter e Napoli, cresce la Lazio, perdono una posizione Fiorentina e Milan.


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Quest’oggi voglio raccontarvi di una sorta di maledizione di cui immagino pochi siano a conoscenza. Una maledizione che si è protratta lungo gli ultimi trentatrè anni, fino ad oggi. Una maledizione che colpisce le squadre capaci di vincere la medaglia di bronzo ai Campionati del Mondo e rispetto cui solo i tedeschi sembrano immuni.1zd7q7b

Basta sfogliare l’albo d’oro del Mondiale, infatti, per rendersi conto di una peculiarità particolare: in tutti gli ultimi nove tornei iridati le terze classificate sono state squadre del continente europeo.

Niente di male, non fosse che in sette di queste occasioni proprio le formazioni capaci di salire sul gradino più basso del podio Mondiale non sono poi riuscite a qualificarsi all’Europeo successivo.

Nel 1982 il Mondiale si giocò in Spagna, ed arrise alle compagini del Vecchio Continente, capaci di qualificarsi in massa alle semifinali.
Con Paolo Rossi e compagni capaci di aggiudicarsi la medaglia d’oro, fu la Polonia di Boniek e Lato ad aggiudicarsi la medaglia di bronzo, cedendo 2 a 0 in semifinale contro gli Azzurri (con doppietta proprio del nostro centravanti) per poi superare la Francia 3 a 2, grazie alle reti realizzate nell’arco di sei minuti, ma a cavallo dei due tempi, da Szarmach, Majewski e Kupcewicz.
L’Europeo successivo (all’epoca ancora aperto a otto sole squadre) si giocò proprio in Francia (ed a vincerlo furono i padroni di casa), con la Polonia che fu la prima vittima di questa maledizione. Sebbene solo due anni prima si era affermata come terza forza mondiale, Boniek e compagni disputarono un girone di qualificazione complicatissimo, raccogliendo una sola vittoria, due pareggi e tre sconfitte nell’arco di sei match, terminando quindi al terzo posto un girone a quattro squadre, alle spalle di Portogallo ed Unione Sovietica e davanti alla sola Finlandia.

Quattro anni più tardi fu la stessa Francia, da campionessa europea in carica, ad aggiudicarsi il terzo posto Mondiale, nell’edizione di Messico 86.
Platini e compagni raggiunsero le semifinali dopo aver eliminato l’Italia agli ottavi (Platini e Stopyra gli autori delle reti) ed il Brasile ai quarti ai calci di rigore. In semifinale, quindi, i Galletti dovettero cedere alla Germania Ovest (Brehme e Völler in goal) per poi andare però ad aggiudicarsi il bronzo col 4 a 2 maturato ai tempi supplementari contro il miglior Belgio di sempre, quello guidato in campo da giocatori del calibro di Pfaff, Scifo e Ceulemans.
Continuando lungo il solco tracciato dalla Polonia nel quadriennio precedente, quindi, i Transalpini – non qualificati di diritto, nonostante fossero detentori del titolo – non seppero essere tra le sette squadre qualificate all’Europeo che si disputò in Germania Ovest nel 1988. A frapporsi tra loro e la fase finale del Torneo furono Unione Sovietica e Germania Est, con la Francia che seppe raccogliere sei soli punti (li stessi della modesta Islanda).hqdefault

Gli anni novanta si aprirono quindi con la nostra Italia vittima di questa strana maledizione. Terza ai Mondiali di casa, dopo la sconfitta ai rigori contro l’Argentina ed il 2 a 1 sull’Inghilterra nella finalina, gli Azzurri si presentarono al via delle qualificazioni all’Europeo di Svezia 92 come teste di serie, finendo nel gruppo tre con Unione Sovietica, Norvegia, Ungheria e Cipro.
Proprio i sovietici, esattamente come capitato quattro anni prima ai nostri cugini francesi, misero i bastoni tra le ruote a quella che solo due anni prima si era dimostrata la terza forza mondiale in ambito calcistico, vincendo il girone e condannandoci a guardare il Torneo dalla tv.
L’Italia comunque, dobbiamo dirlo, di fatto si suicidò in quell’occasione: il duplice scontro diretto con l’URSS finì in pareggio perfetto, con due 0 a 0. A fare la differenza fu quindi l’incapacità Azzurra di imporre il proprio dominio sugli altri campi, con i pareggi in Ungheria ed in casa contro la Norvegia e la sconfitta proprio in Norvegia.

L’Europeo del 1996 vide il primo allargamento delle partecipanti, che da otto divennero sedici. Il doppio delle possibilità, quindi, per la terza classificata ai Mondiali precedenti di centrare la qualificazione al torneo continentale.
Come molti di voi sicuramente ricorderanno il bronzo in America nel 1994 lo riportò la Svezia di Ravelli ed Andersson, che cedette di misura in semifinale al Brasile del duo Romario-Bebeto prima di imporsi largamente contro la Bulgaria di Stoichkov in finalina.
Sulla carta il compito svedese sembrava tutt’altro che proibitivo: con due posizioni utili a qualificarsi per il Torneo inglese, Brolin e compagni avrebbero dovuto cavarsela senza grandissimo affanno essendo inseriti in un girone che comprendeva anche Turchia, Svizzera, Ungheria ed Islanda.
Vincendo due sole partite su otto, però, i Blågult lasciarono campo libero proprio a Turchia e Svizzera, due compagini che sin lì non avevano rappresentato moltissimo sullo scacchiere calcistico mondiale: i primi avevano raccolto una sola partecipazione Mondiale (1954, eliminazione al primo turno) e si qualificavano per la prima volta agli Europei, i secondi avevano invece partecipato a ben sette Campionati del Mondo, ma senza compiere mai imprese particolari, ed erano anch’essi alla prima partecipazione europea.

La maledizione continuò quindi anche a cavallo tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio dell’attuale. Nel mondiale francese del 1998 la terza piazza la conquistò la stupefacente Croazia di Davor Suker, che però fallì poi miseramente la qualificazione agli Europei di Belgio e Olanda (squadra che i croati superarono proprio nel corso della finalina mondiale).
Sebbene i croati godessero di ampio credito, proprio anche sulla scorta dell’ottimo Mondiale disputato in Francia, Jugoslavia (all’epoca ciò che rimaneva dallo smembramento jugoslavo si chiamava ancora così) ed Irlanda seppero condurre in porto una campagna qualificatoria più solida, frapponendosi tra i croati ed il loro sogno di ribadire quanto di buono fatto in territorio francese anche Oltremanica.

La maledizione vacillò nel 2004, quando i turchi si trasformarono da carnefici (capaci di eliminare la Svezia otto anni prima) a vittime.
Giunta terza nello stranissimo mondiale nippocoreano, la Turchia disputò un buonissimo girone di qualificazione che la vide perdere solo in Inghilterra per pareggiare poi al ritorno proprio contro i Figli d’Albione, in un match-spareggio che avrebbe consegnato il pass Europeo proprio ai turchi, in caso di vittoria.
Spareggi che evidentemente dovevano essere la maledizione di quella nazionale, che accoppiata alla modesta Lettonia nella coppia di match decisivi a strappare un biglietto aereo per il Portogallo finì col perdere 1 a 0  (Verpakovskis) fuori casa per poi non andare oltre un mesto 2 a 2 al ritorno, quando dopo essersi portata sul 2 a 0 grazie alle reti di Ilhan Mansiz ed Hakan Sukur l’Ay-Yıldızlılar si fece rimontare nel giro di dodici minuti dalle reti di Laizans e del solito Verpakovskis, eroe nazionale lettone nei mesi a venire.

Come tutte le regole, però, anche “La maledizione del bronzo Mondiale” non poteva non avere un’eccezione. Che, altrettanto ovviamente, non poteva che essere la Germania.23901624

Furono proprio i tedeschi, terzi sia in casa nel 2006 che quattro anni dopo in Sudafrica, a spezzare, almeno così sembrava, questa maledizione.
Nel 2008 infatti non seppero solo qualificarsi agli Europei di Austria e Svizzera, ma andarono addirittura vicini a vincerli (sconfitta in finale contro la Spagna). Nel 2012 invece in finale non ci arrivarono, ma solo perché trovarono l’Italia di Prandelli in stato di grazia e dovettero cedere alla doppietta di Mario Balotelli, vedendo sfumare la riedizione della finale precedente.

Proprio quando si poteva pensare che “La maledizione del bronzo Mondiale” non foss’altro che un lontano ricordo, visto anche l’ulteriore allargamento del palcoscenico Europeo, ci hanno pensato gli olandesi a rimettere le cose al proprio posto, rendendo l’exploit tedesco la classica eccezione alla regola.
Oranje che dopo essersi classificati terzi al Mondiale brasiliano grazie al secco 3 a 0 rifilato ai padroni di casa nella finalina di consolazione non sono incredibilmente riusciti a classificarsi nemmeno per i playoff di qualificazione ai prossimi Europei, terminando addirittura in quarta posizione un girone che sulla carta avrebbero dovuto fors’anche dominare, dietro a Repubblica Ceca, Islanda e Turchia e davanti alle sole Kazakistan e Lettonia.
Un fallimento totale per il calcio olandese, che dal 1976 in poi aveva mancato l’accesso ad una sola fase finale dell’Europeo (quella del 1984).

Ma soprattutto la conferma di una maledizione che nel corso degli ultimi trentatrè anni ha mietuto molte vittime, risparmiando i soli tedeschi. Vittime in alcuni casi, come in questo olandese, assolutamente illustri.fa672b82d40543368869ff8c4840e043_18


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Il calcio, inteso come impresa economica, presenta caratteristiche anomale. In uno scenario dove regna la stagnazione, il calcio pare non soffrire particolarmente, anzi.

Il suo indotto economico in Italia si attesta su cifre superiori ai 6 miliardi di euro, cifre che lo collocano fra i primi settori economici d’Italia.

Non sembra eccessivo parlare allora di industria del calcio. Qui vorremmo soffermarci su questo aspetto: quali sono, per esteso, le figure lavorative inerenti al mondo del calcio.

Non ci sono solo i top-player e i Mourinho, e nemmeno gli Aristoteles e gli Oronzo Canà.

C’è un modo, ci chiediamo, per riuscire a entrare nel sistema, senza essere un campione col pallone tra i piedi – e senza esser la parte passiva dello stesso, cioè quella maggioranza che spende per assistere allo spettacolo più bello del mondo? Dal ruolo più umile alla giocata più eccelsa, le squadre di calcio professionistiche hanno una lista di dipendenti lunga quanto quella che compare sullo schermo a fine proiezione, a prescindere dagli undici che scendono in campo.

Questa potrebbe essere una considerazione sufficiente per cominciare a cercare se le tue competenze rientrano in quelle là ricercate, oppure se è possibile trovare un percorso professionalizzante per raggiungerle.

Una squadra professionistica deve avere un buon staff tecnico, a partire dall’allenatore con i suoi assistenti.

L’allenatore è in bilico tra la considerazione e la stima dei suoi giocatori, del club, della stampa; a volte è stimato, lodato, apprezzato, altre volte (molto più spesso a dir la verità) rifiutato, criticato, disprezzato ed in ultimo esonerato.

Per guidare una squadra l’allenatore deve possedere competenza tecnica – magari suffragata dall’esperienza sul campo, una competenza nella guida della squadra, oltre a buone doti da psicologo. Se pensi di possedere anche solo parzialmente una di queste caratteristiche, è già una buona notizia. Quello che manca lo potrai apprendere in un corso della Federazione, o, più semplicemente, attraverso la pratica sul campo.

Diverse sono poi le figure di provenienza medica: laddove c’è una competizione, ci vogliono persone preparate a portare la squadra al migliore stato di forma. Si tratta di un’equipe sanitaria composta da medici, fisioterapisti e preparatori atletici, chiamati tutti assieme a lavorare in sinergia per il raggiungimento della vittoria. Il trattamento degli infortuni e ancora di più la loro prevenzione, costituiscono la seconda faccia di questo lavoro.

Se possiedi una preparazione medico sportiva, potrebbe essere per te vicina un’opportunità di questo tipo.

Per avere un panorama delle varie offerte di lavoro nel mondo del calcio, un valido strumento, raggiungibile attraverso la rete, sono i siti di annunci on-line. Essi operano in relazione a diverse categorie di compravendita (dalle auto alle case, passando per i corsi di formazione), sono tendenzialmente gratuiti e mettono in correlazione chi domanda e chi ricerca.

Il sito Bakeca, sul podio del settore, vi sarà certamente di aiuto nella ricerca di un’occupazione all’interno del campo del vostro cuore.


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Si è concluso ieri notte, con la vittoria della Nigeria, il Mondiale under 17 disputatosi nelle ultime settimane in Cile.

Un Mondiale che ha visto ancora una volta ben comportarsi le compagini africane, forti di una precoce maturità fisico-atletica che a questo livello finisce quasi sempre per avvantaggiarle.

Proprio da qui nasce una finale disputatasi tra due stati del Continente Nero: Nigeria, appunto, e Mali.

Ma andiamo a vedere l’undici del torneo, composto con un po’ quelli che sono stati i giocatori capaci di raggiunge un livello di gioco più alto.

Akpan Udoh – Nigeria
Il portiere che mi ha impressionato di più tra quelli visti, cosa che per altro aveva fatto già all’epoca degli Europei under 17, è stato sicuramente il belga Teunckens. Che, però, si è macchiato di un errore sanguinosissimo nella semifinale contro Mali, un “infortunio” che di fatto è costato la finale ai giovani Diavoli Rossi.
Ecco perché, alla fine, la mia scelta deve cadere sul pur buon Udoh, estremo difensore dai riflessi notevoli capace di aiutare la Nigeria a riportare la Coppa del Mondo under 17 a Lagos e dintorni.

John Lazarus – Nigeria
Sul miglior terzino destro, invece, meno dubbi. Ed anche qui si torna in casa Nigeria, per premiare il buon Lazarus. Un pendolino capace di arare la propria fascia con costanza, avanti ed indietro. Un cursore laterale dalla grande soglia di attenzione e dall’ottima capacità di spinta. Certo, anche in questo caso l’essere già piuttosto maturo da un punto di vista atletico è evidente che lo ha aiutato molto ad imporsi come il miglior interprete del ruolo nel torneo.

Joaquín Esquivel – Messico
Il capitano del Messico, giunto quarto dopo averle prese dalla Nigeria in semifinale ed aver ceduto al Belgio nella finalina, si è dimostrato un giocatore già molto maturo dal punto di vista caratteriale e comportamentale. Giocatore già in possesso di una buona qualità tattica e dotato tecnicamente oltre la media del ruolo, ha dimostrato grande carisma e capacità di comandare tanto il proprio reparto che la propria squadra. Sicuramente una risorsa importante, per il Messico, su cui costruire il proprio futuro.

Wout Faes – Belgio
Il capitano del Belgio, arrivato terzo dopo aver ceduto al Mali per colpa della già citata “cappella” di Teunckens, si è dimostrato tra i centrali più affidabili del torneo, come del resto già fatto all’Europeo di categoria. Certo, la finalina è stata macchiata da un’espulsione, su cui per altro i giovani Diavoli Rossi hanno avuto molto da recriminare, ma nel complesso anche lui si è dimostrato difensore già discretamente solido e soprattutto maturo, quantomeno in relazione ad età e ruolo.

Pervis Estupiñán – Ecuador
Il terzino sinistro ecuadoregno si era già rivelato come il miglior laterale difensivo sinistro del continente sudamericano nel corso dell’ultimo torneo continentale di categoria. Bene o male si è ripetuto anche a livello mondiale, mostrando grandi doti atletiche che lo hanno reso una freccia davvero inarrestabile su quella fascia. Inutile dire che proprio la sua maggior maturità atletica ha inciso molto sul suo rendimento, permettendogli di dominare contro avversari certo non inferiori a lui, in prospettiva. Riuscirà a mantenere questo strapotere fisico negli anni?

Kelechi Nwakali – Nigeria
Il capitano della nazionale laureatasi campionessa del mondo ha messo in mostra un ottimo bagaglio, già piuttosto completo nonostante l’età verde. Tecnicamente abile, tatticamente attento, dotato di un fisico slanciato ed una buona capacità polmonare, Nwakali ha messo in mostra un gioco fatto di lotta e di governo che l’ha portato tanto a gestire il possesso nigeriano quanto a fungere da schermo per la propria difesa. A questo ha aggiunto anche una discreta capacità sui calci piazzati, sia diretti che non.

Dante Rigo – Belgio
Il giovane talento in forza al PSV è stato tra i trascinatori della nazionale belga, arrivata ad un onestissimo terzo posto finale. Sicuramente tra le mezz’ali più interessanti sul panorama internazionale, unisce una certa predisposizione all’inserimento con un buon feeling col goal, come confermato anche nel corso di questo Mondiale.

Dante Vanzeir – Belgio
Si può inserire un giocatore nella Top XI di un torneo basandosi su di una sola partita?
Non lo so, ma lo faccio uguale. Perché quanto fatto ieri da Vanzeir nella finalina contro il Messico è stato assolutamente devastante: due goal ed un assist in un match giocato per buona parte con l’uomo in meno, e soprattutto dando l’impressione di uno strapotere assoluto che non ricordavo dai tempi di Deulofeu, che in categorie come queste sembrava un Messi più forte.
Doveva essere Azzaoui la star dell’attacco belga, ed invece proprio sul filo di lana il Belgio ha “scoperto” il giocatore del Genk…

Samuel Chukwueze – Nigeria
Sicuramente uno dei giocatori più dotati dell’intera competizione. Taglia e cuce il gioco in posizione avanzata, rifornendo di palloni un po’ tutti i compagni che gli capitano a tiro, a partire dal bomberissimo Osimhen. A livello di under 17 sicuramente un talento importante e difficile da contenere.

Aly Mallé – Mali
In realtà non è stato certo l’unico maliano ad aver fatto molto bene – altrimenti non sarebbero arrivati sino in finale – ma tra una cosa e l’altra è l’unico che vado ad inserire in questa Top XI. Ed è di certo un giocatore che porterei immediatamente in Europa, dato che ha prospettive solidissime da giocatore di categorie importanti. Da capire, semmai, a quale livello riuscirà ad attestarsi.

Victor Osimhen – Nigeria
Se la Nigeria è stata la squadra mattatrice del torneo (come dimostrano vittoria finale ed il fatto che ho pescato nella loro rosa a piene mani per costruire questa Top XI) di sicuro Osimhen ne è stato il mattatore assoluto. Un goal ogni sessantatre minuti giocatori. Ovvero sia dieci segnature totali, con tanto di record storico nella competizione, posto che prima di ieri Sinama-Pongolle era riuscito a fermarsi “solo” a nove. Giocatore assolutamente devastante, ma altrettanto evidentemente già molto più maturo dei propri pari età. Ora c’è quindi da capire quanti margini di miglioramento possa avere (da un punto di vista tecnico nemmeno pochissimi, ma ci si deve lavorare tanto e bene).


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Torno a parlare di ranking UEFA, che tanto da vicino avevo seguito lo scorso anno.

Andiamo subito a vedere la classifica generale aggiornata alla data di oggi, con l’Italia stabile al quarto posto alle spalle di Spagna, Germania ed Inghilterra in quest’ordine.

Interessante notare, restando alla top ten, come ci siano ben due cambiamenti rispetto alla classifica che aveva chiuso la scorsa stagione: la Russia con la partenza fenomenale di quest’anno (seconda solo alla Spagna, ha già quasi raggiunto i punteggi registrati negli ultimi quattro anni) sorpassa la Francia al sesto posto ed arriva ad un nulla dal Portogallo, il Belgio marcia invece ad un ritmo molto più lento ma comunque sufficiente a mettersi di un’incollatura davanti all’Olanda.

In particolar modo risulterebbe importante il sorpasso della Russia, che se confermato nel ranking di fine stagione porterebbe la Francia a perdere una squadra in Champions League.

Oggi, infatti, i Transalpini qualificano due compagini ai gironi più una al preliminare. Sotto il sesto posto, però, le squadre diventano due in tutto: una ai gironi, l’altra al preliminare.

Un cambiamento a suo modo storico, che vedrebbe la Francia, a prescindere dai risultati raccolti dal Monaco e soprattutto il PSG negli ultimi anni, perdere peso a livello europeo.

Guardando la classifica stagionale, intanto, vediamo come le cose per l’Italia stiano andando abbastanza peggio di quanto non fu l’anno scorso, quando ottenemmo un risultato storico (19 punti, come mai prima d’allora).

Su questo trend negativo incide ovviamente molto la precoce eliminazione della Sampdoria di Zenga, che penalizza le prestazioni del resto della truppa italica.

Analizzando il ranking stagionale, quindi, troviamo la solita Spagna al primo posto con la sorprendente Russia che, trascinata dall’ottimo inizio di stagione dello Zenit, sta sorprendendo un po’ tutti.

Il podio è quindi chiuso dalla Germania, avvantaggiata anche dal fatto di avere tutte e sette le proprie compagini ancora in corsa.

Il quarto posto è quindi inglese, con a seguire Francia ed Italia praticamente appaiate (ma con la Sampdoria ancora in corsa noi saremmo sicuramente davanti ai Galletti e quantomeno ce la giocheremmo coi Figli d’Albione).

Buttando lo sguardo al ranking parziale con cui ad oggi si inizierebbe la prossima stagione, ecco una buona notizia per i nostri colori: virtualmente partiremmo davanti agli inglesi.

Attenzione, come già detto all’inizio dello scorso anno, quando molti dicevano che il Portogallo ci aveva superato, il sorpasso sui club d’Oltremanica sarebbe appunto solo virtuale, perché a fare fede ed a determinare le squadre che si qualificano alle competizioni europee non sono i ranking d’inizio anno, ma quelli di fine stagione.

La notizia è comunque da accogliere positivamente perché se si configurasse una situazione del genere a quel punto dovremmo “solo” tenere un passo perlomeno paritetico a quello inglese per poter rendere effettivo il sorpasso, e tornare a qualificare quattro squadre in Champions League (tre ai gironi più una ai preliminari).

Come è possibile notare, poi, quello italiano non è l’unico cambiamento virtuale importante che si verificherebbe.

In primis la Russia, oggi, partirebbe addirittura in quinta posizione. Quindi nel giro di due anni il Portogallo si troverebbe dall’essere virtualmente quarto all’essere addirittura virtualmente settimo, sopravanzato anche dalla Francia.

Altro duplice passo avanti importante sarebbe quello turco, con la scalata dall’undicesima alla nona posizione.

Crollo totale, invece, per l’Olanda, che a fine stagione perderà i 13.6 punti dell’annata 2011/2012 e che ad oggi si troverebbe addirittura a cadere dalla nona posizione con cui ha iniziato questa stagione alla sedicesima della prossima. E per intenderci, essere fuori dalle prime dodici posizioni del ranking significa non qualificare nessuna squadra direttamente alla Champions League, con due compagini ai preliminari più tre a giocare l’Europa League. Quindi non una diminuzione del numero totale di squadre coinvolte in Europa, ma niente più posto garantito nell’Europa che conta.

In ultimo, la situazione dei club.

In questo senso troviamo la Juventus che facendo seguito alle buone prestazioni degli ultimi anni sta rendendo effettivo il proprio ingresso nella top ten, trovandosi attualmente all’ottavo posto (aveva chiuso quattordicesima la scorsa stagione).

Juventus che dovrà quindi consolidare il proprio cammino europeo anche quest’anno, pur con le difficoltà riscontrate in questo inizio di stagione, per provare anche, perché no, ad insidiare la settima posizione, oggi appannaggio del Borussia Dortmund.

Per quanto concerne le altre italiane da sottolineare la situazione del Napoli, che pur restando sedicesimo ha la possibilità – dispuntando una grande Europa League – di continuare i propri progressi, avvicinandosi alla top ten europea.


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Nato il 19 aprile del 1990 a Tijuana, nello stato di Baja California in Messico, Héctor Miguel Herrera López è un centrocampista tuttofare che dopo essersi imposto nel professionismo con la maglia del Pachuca è sbarcato in Europa, al Porto, un paio d’anni or sono.

Le cose migliori il Zorrillo le ha sicuramente messe in mostra con la maglia d’El Tri, la nazionale del suo paese, che ha onorato fin dalle rappresentative giovanili.

Nel 2012 gioca il Torneo di Tolone vincendolo ed imponendosi come MVP della manifestazione. Nello stesso anno arriva anche la vittoria nel torneo di qualificazione olimpica della CONCACAF, nonché la storica imposizione alle Olimpiadi di Londra.

Dopo aver poi giocato un buonissimo Mondiale in Brasile lo scorso anno si è imposto nella Gold Cup disputatasi questo luglio tra gli Stati Uniti ed il Canada.

Al Porto le cose sono invece andate un po’ meno bene, per quanto anche con la maglia dei Dragões il buon Herrera abbia messo in mostra tutte le sue qualità, disputando da assoluto protagonista la scorsa stagione, con 33 presenze in Liga Sagres ed 11 in Champions League (con un totale di 3 goal all’attivo).

180 centimetri per 74 chilogrammi, il Zorrillo è un centrocampista che suole agire prevalentemente come interno di centrocampo o mezz’ala, a seconda della disposizione tattica scelta dall’allenatore.

Héctor Herrera è il classico giocatore che non eccelle in niente ma è bravo in tutto.

Non ha una grandissima velocità di base, apparendo anzi un po’ compassato nel suo incedere, ma non è nemmeno lento. Non ha un tiro da campione, ma sa farsi valere dalla media distanza sia per precisione che per potenza. Non è un funambolo palla al piede, ma sa saltare l’uomo. Non è un regista puro, ma ha visione di gioco. Non ha la colla sul piede, ma è in possesso di un buonissimo controllo di palla e di un’ottima conduzione della stessa.

Insomma, è un centrocampista box to box che sa aiutare la squadra in fase di ripiegamento tanto quanto dare una mano in costruzione, rifinire il gioco e perché no andare a concludere quando gli si presenta l’opportunità.

Proprio questa mattina, poi, il ragazzotto di Tijuana è stato accostato ad una squadra italiana, il Napoli.

Debbo dire che per lui ho avuto da subito un debole calcistico, fin dalla prima volta che l’ho visto giocare. Perché pur non essendo un fenomeno ha qualità importanti ed ancora margine di crescita. Credo possa quindi diventare un giocatore capace di recitare senza sfigurare sui palcoscenici europei, come del resto ha già dimostrato nel corso della scorsa Champions League.

Fossi nel Napoli, quindi, lo acquisterei senza remore, se potessi.

Certo è che però difficilmente, arrivato in Campania, potrebbe imporsi tanto facilmente.

Lo scenario è chiaro: nel centrocampo a 3 costruito da Sarri Herrera avrebbe senso se usato come mezz’ala, più che come centrale. Quindi, niente lotta per un posto al sole con il duo Jorginho-Valdifiori, ma dualismo con Allan ed Hamsik.

Il primo, però, mi sembra un giocatore oggi insostituibile. Sulla scorta di quanto fatto vedere negli ultimi anni ad Udine, dove si impose come il miglior recupera-palloni del campionato, il brasiliano mi sembra irrinunciabile, in una logica di equilibrio del club napoletano.

Un po’ allo stesso modo, pur con motivazioni diverse, difficile scalzare Marek Hamsik, che dopo un periodo un po’ appannato pare sia tornato su buoni livelli grazie alla “cura” dell’ex tecnico empolese.

Va però detto che il Napoli è una squadra competitiva e che sarebbe bello provasse a competere su tutti i fronti, sia in Italia che in Europa.

Per fare ciò ha ovviamente bisogno di alternative di livello. Ed in questo senso Héctor Herrera, che in Portogallo ha iniziato la stagione trovando un po’ meno spazio del passato, potrebbe essere una buonissima presa…


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2900 minuti giocati, 22 reti segnate = 1 ogni 132 minuti.

715 minuti giocati, 3 reti segnate = 1 ogni 238 minuti.

La differenza di rendimento sotto porta di Icardi è netta.

Certo, nei primi due mesi di questa stagione la punta argentina ha messo assieme una quantità di presenze ovviamente limitata rispetto all’interezza di quella passata, ma il trend negativo è netto. Un trend peraltro migliorato proprio dall’apparizione di ieri sera, in cui il talento di scuola Barcellona è riuscito a ritrovare un goal che gli mancava da 348 minuti.

E’ evidente che uno scadimento di questo genere – oggi Icardi ha bisogno di giocare circa cento minuti in più dell’anno scorso per trovare il goal – non può essere riconducibile ad un solo aspetto, ma deve essere un mix di ingredienti che portano a questo “piatto indigesto”.

Personalmente ho un’idea abbastanza chiara di quello che è il Mauro Icardi calciatore, del suo profilo tecnico-tattico.

Ho sentito fare molti paragoni in passato, sul suo conto, e tanti di questi li ho trovati davvero molto poco azzeccati.

Pur partendo dal presupposto che ogni giocatore è unico ed irripetibile, e che quindi è logico non si possa trovare una totale congruità tra due diversi calciatori, trovo comunque utile la pratica del paragone, quando sensato.

Esempio pratico: paragonare Icardi a Vieri mi sembra profondamente sbagliato. L’ex ariete Azzurro era un giocatore che sfruttava molto di più la sua grandissima potenza, che aveva un bagaglio tecnico a mio avviso maggiore soprattutto per quanto concerneva un sinistro potente e preciso che gli dava possibilità di colpire anche da oltre il limite, ecc.

Insomma, non paragonerei Icardi a Vieri perché stile, bagaglio tecnico e approccio tattico dei due sono profondamente differenti. Il fatto che, banalizzando, si stia parlando di due prime punte non rende il paragone strettamente vero/sensato.

Se penso ad Icardi mi viene quindi più da paragonarlo ad un altro giocatore d’origine argentina, pur in quel caso più legato al calcio europeo da un punto di vista internazionale: David Trezeguet.

Entrambi sono infatti due bomber di razza, due giocatori di stazza che amano battere l’area di rigore per farsi trovare pronti a colpire, due calciatori bravi nel gioco aereo e strettamente portati alla finalizzazione.

Ovviamente anche in questo caso ci sono peculiarità differenti, ma credo sia indubbio dire che entrambi siano due “bomber d’area”, più che due centravanti completi e di manovra.

Proprio partendo da questo presupposto viene logico pensare che il problema principale di questa involuzione icardiana sia da ritrovare nel supporto che la squadra dà alla punta nativa di Rosario.

Ho sempre trovato l’idea di provare a trasformare Mauro Icardi in un centravanti completo abbastanza balzana. Le sue caratteristiche di gioco mi sembrano evidenti e per quelle deve essere sfruttato.

Icardi ha bisogno di essere il terminale ultimo di una squadra che giochi supportandolo. Che non significa giocare strettamente per lui, ma che significa non chiedergli di fare l’Ibrahimovic della situazione o cose simili.

Icardi deve giocare principalmente in area di rigore o a ridosso di essa. Deve essere sfruttato con traversoni che possano sfruttarne le capacità aeree ed in generale per la sua capacità di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto.

Ripensate ai goal segnati da Trezeguet ed al suo intero trascorso juventino: non credo nessuno si possa sentire di dire che quella squadra fosse costruita SU di lui, ma di certo non era chiesto a lui di costruire gioco per altri.

Trezeguet era il classico giocatore che poteva toccare tre palloni a partita, ma che generalmente uno di questi riusciva a recapitarlo alle spalle del portiere.

Ecco il perché di questo paragone: se parliamo di macro aree Icardi non somiglia a Pelè, Vieri o Inzaghi. Rientra nella macro area di cui il francoalgerino è uno degli alfieri.

Se è vero che il calcio è in evoluzione e che quel tipo di giocatori, oggi, hanno sempre meno spazio, è altrettanto vero che non si può pensare di snaturare un giocatore solo per seguire l’evoluzione del calcio.

Le eccezioni esistono ed esisteranno sempre. C’è da capire se si vuole accettare di puntare su un’eccezione o se si preferisce monetizzare l’eccezione per prendere un giocatore più conforme alle caratteristiche “tipo” del centravanti moderno.

Tutto questo per dire cosa?

Che non credo molto in un’involuzione di Icardi in quanto tale, per quanto anche i periodi di forma possano ovviamente incidere sul rendimento di un giocatore.
Credo piuttosto che Mancini una volta arrivato all’Inter abbia deciso di provare a plasmare il giocatore, senza però riuscire a trarne risultati apprezzabili.

Al tempo stesso l’Inter di oggi non ha un’idea di gioco, ed il primo a risentirne non può che essere quel giocatore che, per costituzione, dovrebbe stare là in mezzo all’area ad aspettare la palla giusta da sbattere dentro.

I giocatori di questo tipo non devono essere per forza messi al centro del proprio gioco, ma di certo non possono nemmeno essere abbandonati a loro stessi, o falliranno senza possibilità d’appello.

Questo non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di Mancini, né tantomeno una difesa d’ufficio della punta argentina.
Le cose, però, credo stiano così…


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