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Archive for giugno 2012

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Se anziché la maglia dei Leoni i ragazzi di Roy Hodgson avessero indossato quella Azzurra della nazionale italiana sarebbero piovute critiche da tutto il mondo sul classico calcio catenacciaro all’italiana.

Sarà che Di Matteo ha fatto scuola, ma l’Inghilterra in Ucraina non fa certo una grandissima figura, chiudendosi dietro in maniera non sempre ordinatissima per cercare di arginare il talento francese. Che, dalla cintola in su, è indubbiamente notevole.

E pensare che a passare in vantaggio sono proprio gli inglesi, lesti a sfruttare una palla inattiva che vede Lescott proiettarsi in avanti e siglare l’1 a 0.

Nazionale inglese che mette quindi in mostra pecche non da poco, sia in fase di costruzione che, conseguentemente, di finalizzazione.

E a poco vale l’alibi dell’assenza di Wayne Rooney, indubbiamente il faro dell’attacco dei Leoni. Con lui la musica potrebbe essere diversa, certo, ma è l’intera squadra a dover suonare uno spartito, difficile imporsi in una competizione ostica come l’Europeo solo grazie agli assoli di un campione.

Un po’ il discorso che, in termini comunque diversi, vale per la Francia.

Dove il talento è probabilmente superiore e comunque più diffuso, ma dove continua anche a prevalere quella sensazione di “venezianismo”, come si potrebbe dire dalle mie parti, che diventa limite significativo per la nazionale d’Oltralpe.

Cui va imputata un’altra fragilità non da poco: quella difensiva.

Dove Debuchy (ottimo in proiezione offesiva, meno nelle chiusure), Mexes (non proprio il miglior sostituto di Nesta e Thiago Silva), Rami ed Evra (forse agli ultimi colpi della carriera) fanno rimpiangere la difesa storica che guidata – ma in campo – proprio dal buon Laurent Blanc si laureò campione del mondo ormai quattoridici anni fa.

Francia e Inghilterra, insomma, sono due potenze un po’ sbiadite di un calcio europeo che nel complesso riflette la crisi economica di questi giorni.

Sarà un caso che la squadra che più ha convinto nel corso di questo primo turno sia la Russia?

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Non ho ahimè avuto tempo di commentare la partita con la Spagna.

Rimedio quindi oggi, con un occhio a ciò che è stato ed uno a ciò che sarà.

Partiamo quindi da Prandelli: subissato di critiche per la non convocazione di una prima punta, quasi messo al giogo per il 3-5-2 con De Rossi a fare da centrale di difesa.

E poi ne esce che la Spagna gioca con Fabregas prima punta (per modo di dire) e la Francia con Benzema che in area non ci sta mai.

E soprattutto che De Rossi è indubbiamente uno dei più positivi nell’1 a 1 con i campioni del Mondo e d’Europa spagnoli, un risultato che in tanti (bastava leggere le previsioni fatte anche sulla fan page di questo blog per avere idea dell’aria che si respirava in Italia nel pre-partita) avrebbero firmato a bocce ferme.

Quindi doveroso dare a Cesare quel che è di Cesare (detto azzeccato mai come in questo caso, direi).

Prandelli però che qualche errore, come è legittimo, lo commette.

Ma le cause di tutte vanno ricercate al momento delle convocazioni, più ancora che in quello della messa in campo della squadra.

Appare infatti abbastanza chiaro come allora il C.T. avesse in mente tutt’altro gioco, non certo quel 3-5-2 che si è poi deciso a mandare in campo contro le Furie Rosse.

Perché inutile – ma bene – dire che Giaccherini come esterno del 3-5-2 non si trova completamente a suo agio, questo anche al di là del fatto che fosse all’esordio assoluto in campo internazionale e con la maglia Azzurra.

Non è un caso, infatti, se sia proprio da una sua diagonale difensiva difettosa che viene il goal dell’immediato pareggio spagnolo.

Lungi da me voler buttare la croce addosso ad un giocatore che nel complesso non demerita eccessivamente, indubbio dire che ci sono giocatori più adatti a ricoprire quel ruolo.

Balzaretti, ad esempio, che a Palermo giocò diverse partite col 3-5-2, con Cassani suo alter ego a destra.

O, rimanendo in ambito juventino, De Ceglie e Pepe, che nell’arco dell’ultima annata hanno dimostrato di saper reggere meglio il ruolo.

Il peccato originale di Prandelli, quindi, va fatto risalire proprio alle convocazioni.

Che, forse, non ha azzeccato anche in ambito offensivo.

Difficile lasciare a casa Cassano, certo, ma il giocatore visto all’esordio con la Spagna è solo l’ombra appesantita di sé stesso ed era scontato fallisse contro le Furie Rosse.

In questo senso se non si vuol parlare di errore rispetto alla sua convocazione di certo lo si deve fare in relazione alla non presenza dal primo minuto di Antonio Di Natale. Che, come ebbi modo di dire a suo tempo, è all’ultima chiamata internazionale ed in un periodo di forma nettamente migliore rispetto a quello di Antonio.

In questo senso importante sarebbe la sua conferma dal primo minuto contro i temibili croati, che faranno di tutto per mettere i bastoni tra le ruote agli Azzurri.

Secondo Quotidiano.net, addirittura, in Croazia il 70% dei tifosi si dice chiaro di un successo dei ragazzi di Bilic, con il 25 che opta invece per un pareggio.

Di sicuro i nostri beniamini non potranno: con la Spagna che con ogni probabilità si imporrà sull’Irlanda del Trap una vittoria è d’obbligo per poter continuare a sperare nel passaggio del turno. Il pareggio complicherebbe infatti molto i piani di Prandelli. L’eventuale sconfitta potrebbe invece essere praticamente la pietra tombale sui nostri sogni Europei.

Detto di Di Natale da promuovere titolare (per quanto qualcuno suggerisce come il suo eventuale impiego a partita in corso vorrebbe dire sfruttarne meglio le caratteristiche) e di Giaccherini non totalmente a suo agio in quel ruolo due parole vanno spese pure su Balotelli.

Un po’ vittima della sua fama (ammonizione larga), un po’ dell’emozione (ruba bene palla poi si addormenta a tu per tu con Casillas, facendosi rimontare e rubare palla da Ramos).
Non certo eccezionale la sua prestazione, sicuramente al di sotto delle possibilità che Madre Natura gli ha dato.

Rinunciare a lui ora, però, potrebbe voler dire “perderlo”.

Farlo giocare, certo, resta comunque una scommessa non da poco.

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Risvegliarsi dopo il più dolce dei sogni è sempre traumatico.

Eppure oggi Varese questo ha dovuto fare: aprire gli occhi dopo aver vissuto un sogno lungo un anno.

In pochi ci credevano, dodici mesi fa.

Le partenze di Sogliano, Sannino, Pesoli, Dos Santos, Pugliese, Pisano, Ebagua e tutti gli altri avevano disgregato completamente la squadra che la scorsa stagione era stata capace di raggiungere la semifinale playoff, venendo poi eliminata dal Padova.

Eppure Rosati, Montemurro e il nuovo D.S. Milanese erano riusciti a costruire una squadra forse anche più forte dello scorso anno. Sicuramente migliore a partire da gennaio, quando si sono registrati gli arrivi di Albertazzi, Plasmati, Granoche e soprattutto Rivas, un extraterrestre per la Serie B.

L’inizio non era stato dei migliori. Con mister Carbone in panchina il Varese aveva faticato tantissimo.

Poi il cambio di guida tecnica, l’arrivo di Maran e la rinascita di un sogno chiamato Varese.

Biancorossi che hanno per altro spesso espresso buon calcio, con i numeri di Neto e Rivas ad infiammare il pubblico, la solidità di Terlizzi a dare fiducia alla difesa, la crescita esponenziale di Grillo e Cacciatore, il fosforo di Zecchin, il talento di Kurtic, i polmoni di Corti, i goal del baby di casa, De Luca.

Insomma, una squadra piuttosto completa che ha iniziato una risalita importante, culminata nei playoff.

Iniziati subito bene: il 2 a 0 dell’Ossola contro il Verona è senza appello, con i Biancorossi a dominare in lungo e in largo il campo ed i Gialloblù spettatori non paganti.

Più ostico il ritorno, dove il Verona parte fortissimo e si porta in vantaggio, giocando nel complesso un pochino meglio, con il Varese che però esce alla distanza e crea più occasioni della squadra di casa, non demeritando certo il passaggio del turno.

E poi… e poi arriva la doppia finale con la Sampdoria.

Andata in trasferta di fronte a 30mila spettatori (ero a Verona come a Genova… brivido in entrambi i casi, pubblico doriano comunque sempre spettacolare in tutto e per tutto), ritorno in casa davanti ad un Ossola colmo come non mai, ma troppo teso per dare la giusta carica ai giocatori in campo.

E allora l’assenza di Terlizzi al Ferraris si fa sentire tantissimo, con il Varese che commette tre leggerezze assurde e regala alla Samp la vittoria.

Al ritorno Terlizzi non è ancora al top, mancano Troest e Zecchin.

Ma soprattutto manca la testa ad una squadra che sbaglia approccio al match e non riesce a mettere in campo quel gioco fluido che l’ha sempre caratterizzata.

Si chiude bene, la Samp, che nel complesso vince con merito una finale che la vede tornare in A dopo un solo anno.

Là dove, va ammesso, questa squadra con storia, blasone, stadio e tifosi merita di stare.

Al Varese resta quindi in bocca un sapore più amaro del caffè per un sogno solo sfiorato per il secondo anno consecutivo.

Un sogno infranto sul più bello.

E chissà cosa sarà di questa squadra domani.

Milanese ieri nelle dichiarazioni post partita ha lasciato intendere che da lunedì partirà la rifondazione. Una rifondazione non certo voluta, quanto più inevitabile date le comunque limitate risorse economiche del Varese.

Ci saranno giocatori che rientreranno dai prestiti, altri per cui andranno discusse le comproprietà, altri ancora che riceveranno sicuramente chiamate da squadre più blasonate.

In tutto questo, quindi, probabilmente si ripeterà quanto successo lo scorso anno: col mister destinato alla Serie A ed una serie di altri giocatori che potrebbero fare altrettanto (segno anche di come questa squadra, comunque, non demeritasse certo la massima serie) la rifondazione sarà un obbligo.

Fondamentale quindi, ora, non sbagliare le scelte. Perché non potendo confermare il gruppo di quest’anno, che con ogni probabilità si giocherebbe un posto ai playoff anche la prossima stagione, bisognerà operare in maniera oculata sul mercato, andando a prendere quei giocatori utili a costruire un’intelaiatura solida come lo è stata nel corso degli ultimi due anni.

E chissà cosa ne sarà del Varese l’anno prossimo: ennesima caccia ai playoff o campionato di sangue, sudore e lacrime?

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Erano i favoriti per la vittoria del gruppo alla vigilia, si sono già presi il primo posto e, virtualmente, il girone.

La bontà di questa Russia, del resto, l’avevamo tastata con mano pochi giorni fa, quando una difesa Azzurra da brividi aveva spianato la strada alla vittoria amichevole della nazionale di Advocaat.

Che è arrivata in Polonia per dettare legge nel Gruppo A.

Detto-fatto.

Ceki che in realtà non iniziano nemmeno malissimo. Ma i tempi di Nedved, Poborsky e compagnia sono lontani più che mai, e in Russia c’è un’aria nuova che soffia e che già si era fatta sentire quattro anni fa.

A spaccare la partita è in particolar modo la doppietta di Dzagoev, che prima apre le marcature, poi, dopo il goal della bandiera di Pilar che riapre il match sul 2 a 1, mette la pietra tombale sulle speranze di Baros e compagnia.

E’ quindi troppo forte l’Armata Rossa per una Repubblica Ceca che ora proverà comunque a giocarsi il passaggio del turno contro le non irresistibili Grecia e Polonia.

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Subito un mezzo passo falso per i padroni di casa polacchi.

La squadra c’è, almeno in diversi elementi.

I tre campioni di Germania, ad esempio, sono giocatori di livello Europeo nel vero senso del termine.

Il tutto, però, non basta.

La Polonia in realtà parte fortissimo, sospinta dal rovente pubblico del National Stadium di Varsavia.

E sono proprio i polacchi di Dortmund a spaccare la partita, con l’attesissimo Lewandowski, giocatore che se la Polonia arriverà fino in fondo potrebbe puntare a diventare capocannoniere del torneo, ad infilare Chalkias di testa.

E’ una Polonia caricata a molla pronta a giocarsi fino in fondo la qualificazione ai turni ad eliminazione diretta.

Una Polonia che però mette in mostra qualche problemino difensivo, che potrebbe costare caro agli uomini di Smuda.

Perché una componente di sfortuna se si vuole c’è, ma prendere un goal così, quasi da dilettanti, significa anche mostrare una certa fragilità là dietro.

Così è bravo Salpingidis, indubbiamente tra i migliori in campo, ad approfittare dello svarione e della sfortuna polacca per firmare l’1 a 1 finale.

Il tutto con la Grecia in dieci, per espulsione più che dubbia di Papastathopoulos.

Polonia che quindi avrebbe tutte le carte in regola per vincere il match.

Il solito Salpingidis, però, guadagna un rigore netto, che porta peraltro all’espulsione del portiere di casa.

Sul dischetto si presenta quindi l’ex interista Karagounis, uno degli eroi dell’impresa greca all’europeo 2004, che si fa disinnescare la conclusione, in realtà molto angolata, dall’ottimo Tyton, entrato a freddo ma subito in partita.

Polonia che fa un mezzo passo falso pesante, insomma.

Sempre indomita, invece, la Grecia. Che non ripeterà certo l’exploit del 2004, ma che continua a mostrare un carattere raro.

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C’ho messo un po’, stavolta, a metabolizzare la trasferta di sabato.

Perché è successo di tutto.

Dal Varese che in qualche modo è riuscito a pareggiare conquistando l’approdo in finale, ad alcuni tifosi veronesi che non ci hanno trattato esattamente bene.

Ed è proprio da qui che mi chiedo: quanto tempo ancora dovrà passare prima che qualcuno decida di pulire veramente gli stadi, riuscendo finalmente ad arginare i violenti al di fuori di essi e permettendo a chi vuole godersi uno SPETTACOLO SPORTIVO di farlo senza problemi?

Ma su questo blog, da che mondo è mondo, si mette il calcio al centro. E allora diciamo due cose sulla partita.

Verona che parte fortissimo. Ma del resto quando ti trovi in 11 contro 15mila non puoi che subire l’impatto iniziale.

Così sospinto da un Bentegodi pieno solo a metà ma più infuocato che mai i Gialloblù partono davvero con le ali ai piedi e per quasi mezz’ora mettono alle corde il Varese.

Che subito l’1 a 0 di Tachtsidis, però, trova la forza mentale necessaria a reagire.

Così il gancio pieno che i Biancorossi ricevono in faccia scuote la squadra, che pian piano si ritrova.

La prima frazione si chiude comunque col Verona in vantaggio. E ad inizio ripresa mi aspetterei una squadra ancora indemoniata, pronta a chiudere il match e prendersi la qualificazione.

Invece più il tempo passa e più le forze vengono meno. Il pubblico stesso, incontenibile ad inizio match, affievolisce un po’ il proprio vigore.

Ed il Varese, che più volte mette in difficoltà Rafael nel corso di tutto il match, trova il pareggio, ancora di testa sugli sviluppi di un calcio piazzato, col solito Terlizzi, tre goal in tre partite.

Come se non bastasse Ceccarelli, a pochi minuti dal triplice fischio finale, si fa espellere per un fallo di frustrazione.

La stessa frustrazione che poco dopo, a match concluso, i tifosi veronesi riversano sui giocatori del Varese, comunque più che contenti per il risultato ottenuto.

Un 1 a 1 nel complesso forse giusto. Perché se è vero che il Verona nel complesso pare superiore, sospinta da un pubblico in questo senso spettacolare, dall’altra è il Varese a creare le occasioni migliori, con Rafael MVP del match e Bressan quasi mai impegnato.

Triste comunque, in questo senso, quanto accaduto in sala stampa. Dove il buon Mandorlini, sicuramente dispiaciuto per l’eliminazione, dà tutta la colpa di quanto successo all’arbitro. Laddove per quanto errori ce ne siano va pur detto che il Verona la qualificazione l’ha persa nella gara di andata, dove è stato letteralmente dominato per quasi novanta minuti filati.

Tornando ai singoli detto della prestazione magistrale di Rafael (che in sala stampa ha dichiarato di voler proseguire la sua esperienza con gli scaligeri) va sottolineata anche l’incontenibilità di Hallfredsson e la grandissima partita disputata da Ferrari, che ha fatto letteralmente impazzire Troest.

Proprio il centrale danese è tra i peggiori in campo, assieme con Granoche e, in parte, il giovane Pucino.

Nel Varese benissimo Rivas, indubbiamente di altra categoria, e Terlizzi, grande condottiero del reparto arretrato e giocatore sempre pericolosissimo sugli sviluppi di un piazzato.

Così e così Neto e la cerniera centrale di centrocampo, bene De Luca e Zecchin, che entrano nel momento di flessione del Verona e danno una scossa decisiva al Varese.

Che mercoledì sarà di scena a Marassi. Per la partita più importante degli ultimi trent’anni.

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