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Archive for maggio 2012

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Oggi la versione cartacea di Tuttosport ha rilanciato, con tanto di titolone in prima pagina, l’ipotesi Drogba-Juventus.

Un’ipotesi affascinante cui qualcuno aveva già accennato da tempo.

Del resto ormai sui giornali (tutti, negli ultimi giorni li sto leggendo tutti e tre, sempre) non si parla d’altro: la Juventus, tornata in Champions, arriverà a quel benedetto top player offensivo inseguito già la scorsa estate (quando poi i dirigenti dovettero ripiegare su Vucinic, top player solo potenziale ma troppo incostante per esserlo realmente alla prova dei fatti).

Suarez, Van Persie, Higuain, Cavani… i nomi si inseguono e si sprecano.

E Drogba, dicevamo. Che dopo aver vinto la Champions è pronto a lasciare il Chelsea a parametro zero.

Ma intendiamoci: la punta ivoriana è ormai a un passo, se non meno, dalla Cina. Che dopo aver arricchito il proprio campionato facendo sbarcare a Guanghzou Lippi è pronta ad accogliere anche Didier. Che, nel contempo, riceverebbe un trattamento principesco: dieci milioni all’anno.

Logico, quindi, che le possibilità di vedere Drogba altrove, magari alla Juventus, sono più che risicate. Tendenti allo zero.

Però… sognare è bello, ed è giusto che i tifosi lo facciano.

Ma non è bello solo sognare. E’ bello anche lasciare che la penna corra veloce sul foglio per costruire mondi di fantasia, ma comunque verosimili.

Così dopo che un mese fa consigliai a Marotta e soci l’acquisto di Verratti, che guarda caso oggi sembra essere vicino a concludersi, sono pronto a profondere un altro consiglio ai dirigenti juventini. Che dovrebbero buttarsi su Drogba, provando a convincerlo del fatto che ha ancora cartucce importanti da sparare, e che in Cina sarebbe più che sprecato.

Perché Drogba?

Perché  è un grande campione, certo. E non lo scopro io.

Ma non solo.

L’età gioca a suo sfavore. E chi mi conosce, o anche solo segue con una qualche regolarità questo blog, saprà sicuramente che io tendenzialmente preferisco il giovane a chi ha già dato il meglio di sé.

Ci sono sempre delle eccezioni, però.

Drogba oggi viene via a costo zero. Ingaggio pesante, certo (Tuttosport ipotizza un cinque milioni circa più bonus), ma un biennale ad un giocatore così che si libera a parametro è tutto fuorché una bestemmia.

E allora un’operazione economicamente più che accettabile che ti permetterebbe di rinforzare l’attacco con quel top player tanto agognato, nonché una delle migliori punte del mondo.

Ma non è finita qui: Drogba non sarebbe solo un rinforzo importante per un reparto che ha dimostrato qualche difficoltà (la Juventus ha bisogno di un giocatore da almeno 20 goal a campionato, Vucinic e Matri ne hanno fatti 19 in due…).

Sarebbe anche quel parametro zero che pur pesando in maniera significativa sul tetto ingaggi potrebbe lasciare intatta la possibilità di scucire tra i venti e i trenta milioni che sicuramente in Corso Galileo Ferraris stanno preparando per l’assalto a uno dei tanti attaccanti già citati in precedenza.

E allora facciamo un po’ di fantacalcio: mi presento con un’offerta importante da Drogba, stuzzicandolo soprattutto coi bonus, e lo convinco a non tarpare la sua carriera sul più bello, rimanendo in Europa a giocarsi ancora traguardi importanti (Serie A sicuramente, più comunque la vetrina rappresentata dalla Champions).

Poi prendo i 25/30 milioni che ho da parte e volo a Liverpool, convincendo la dirigenza Reds, che radiomercato vuole comunque morbida in questo senso, a cedere Suarez.

E mi presento al via della prossima stagione con Drogba, Suarez e qualche acquisto di contorno (un centrocampista e un difensore dovranno sicuramente essere acquistati, come minimo… ma trattandosi di rincalzi si potrà sicuramente trovare una soluzione economica, se lo si vorrà).

Impossibile? Diciamo di sì, ma solo perché ormai tutti danno per assodato che Drogba abbia già scelto la Cina (per quanto la sua dichiarazione in cui cita gli interessi della sua famiglia potrebbe far propendere verso una sua scarsa voglia di trasferirsi dall’altra parte del mondo, prediligendo il Vecchio Continente).

Se Marotta riuscirà a far saltare il banco, convincendo Didier a non accettare lo Shenhua, il gioco potrebbe chiudersi davvero così.

Certo, economicamente si dovrebbero fare dei sacrifici. Ma del resto è pur vero che la Juventus ha un parco giocatori da piazzare (pensiamo solo alle comproprietà, ma anche almeno uno tra Matri e Quagliarella che porterebbe in cassa non meno di dieci milioni) con cui potrebbe controbilanciare l’arrivo di Drogba e Suarez.

Sogni di una notte di mezza primavera per i tifosi… suggestione di un blogger con la febbre per chi scrive…

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Cerchi Hazard e Lukaku, trovi Yannick Ferreira-Carrasco.

Per quanto la notizia più importante di oggi è un’altra: inizia bene l’avventura della Fase Elite per l’under19 azzurra di Chicco Evani, che batte 2 a 1 il Belgio nonostante giochi in 10 buona parte del match.

Ma iniziamo dal principio.

Gli ospiti giocano meglio i primi dieci minuti, mettendo in mostra una discreta fluidità di manovra che li porta ad imporre il proprio gioco sui nostri ragazzi.

Non stupisca quindi se la prima occasione giunge dopo cinque minuti proprio sui piedi di un belga, con Hazard servito da Limbombè che calcia però a lato della porta difesa dal romanista Pigliacelli.

Dopo i primi dieci minuti di difficoltà, però, esce bene l’Italia, che inizia a mettere più intensità sul campo di gioco mettendo un po’ alle corde il Belgio.

Così al quarto d’ora arriva il goal azzurro: Busellato inventa un gran filtrante per l’ottimo taglio di Improta, che partendo da sinistra s’infila alle spalle della difesa rossa saltando poi Crimi prima di depositare il pallone in rete.

Il Belgio però non ci sta e due soli minuti dopo aver incassato il goal dell’1 a 0 prova a replicare con Menga che è però atterrato netto in area da Rubin. L’arbitro non si avvede del fallo, niente calcio di rigore.

L’Italia non si fa però spaventare e al ventesimo sfiora il raddoppio: De Silvestro fa il diavolo a quattro in area per calciare poi sul palo, graziando l’estremo difensore avversario.

La partita, frizzante, subisce uno choc al ventitreesimo quando Ely ferma fallosamente Hazard che gli si era proiettato alle spalle. Fallo da ultimo uomo, l’arbitro non ha dubbi: cartellino rosso.

L’Italia però, pur essendo rimasta in dieci uomini, non si dà per vinta e ci prova ancora. Prima con Belotti che infilatosi bene in area trova il solo Crimi ad opporsi a lui, poi con Improta che ci prova con una grande conclusione dalla distanza, trovando ancora una volta il portiere d’origine sicula a frapporsi con la via della rete.

Il raddoppio arriva quindi allo scadere, quando Belotti è messo già in area da Arslanagic e il guardalinee richiama l’attenzione dell’arbitro, per un calcio di rigore che è battuto magistralmente da capitan Schiavone.

La ripresa è giocata quindi su ritmi più bassi. L’Italia, nel complesso, si mangia due goal quasi fatti, con Improta e Belotti, e inizia a disunirsi un po’ dietro.

Perché, va detto, dopo un inizio così così la fase difensiva azzurra si ricompatta  bene dopo l’espulsione di Ely, chiudendo alla grande tutti gli spazi.

L’ingresso in campo del succitato Carrasco, però, cambierà le cose. Le piccole crepe che si aprono nella difesa azzurra, infatti, permettono all’attaccante del Monaco di sfruttare alla grande le sue doti di velocista nonché la sua qualità tecnica, e iniziano i problemi.

Non è un caso, quindi, se la rete della bandiera belga arriverà proprio dal suo piede che, ben imbeccato da una verticalizzazione di Hazard (che ricorda un po’ quella con cui Busellato manda in goal  Improta ad inizio match), trafiggerà l’uscita di Pigliacelli.

A quel punto siamo al sessantatreesimo. E da lì in poi ci sarà una mezz’ora di pura passione per i ragazzi di Evani, che dimostreranno comunque freddezza e sagacia tattica, portando a casa tre preziosissimi punti.

Italia che ora guida la classifica alla pari con la fortunata Spagna, che s’impone sull’Armenia sul filo di lana: è il goal realizzato al novantaquattresimo da Juanmi, infatti, a consegnare la vittoria alla squadra allenata da Julen Lopetegui, che qualcuno ricorderà come ex portiere del Rayo Vallecano (pur con trascorsi illustri, anche se da rincalzo, in Real e Barça).

Italia che venerdì alle 15 affronterà proprio la Spagna per uno scontro che, con ogni probabilità, risulterà decisivo. Battendo le Furie Rosse, infatti, il passaggio alla fase finale che si disputerà il prossimo luglio in Estonia sarebbe praticamente cosa fatta.

Venendo ai singoli non tantissimo da dire, in realtà. Mi sarei aspettato qualcosa di più da entrambe le parti, per quanto vada detto che diversi giocatori convocabili non hanno visto il campo oggi (da Leali, in panca, passando per Crisetig, Romanò e Caprari parlando della nazionale italiana e di Mats Rits o Romelu Lukaku pensando a quella belga).

Il giocatore che mi ha impressionato di più è quindi sicuramente Carrasco. Rapido, buon dribbling, bravo nel bucare Pigliacelli quando ne ha avuto l’occasione, tecnica sopraffina. Tanto che si fatica a capire perché parta in panca. Sempre che non sia proprio quello il suo punto di forza.

Poca roba, invece, i già citati Hazard e Lukaku, ovviamente fratelli d’arte.

Thorgan, fratello minore di Eden, recapita sì l’assist vincente, con una bella intuizione, che permette a Carrasco di trovare la rete. Nel contempo, però, non brilla particolarmente nelle altre situazioni di gioco.

Ancora peggio, in questo senso, Jordan Lukaku, cui però va riconosciuto il fatto che giocava fuori posizione. Perché per quanto non fosse la prima volta che si trovava ad agire da terzino è altresì vero che si tratta di un esterno con propensione prettamente offensiva, che quindi non si troverà di certo a suo agio in una linea di difesa a quattro.

Parlando di Italia bene ma non benissimo un po’ tutti. Tranne quell’Ely che si fa espellere rischiando di pregiudicare da subito l’intero turno qualificatorio azzurro, non la sola partita.

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Anche quest’anno ho avuto la fortuna di essere ospite di Indesit a Londra, questa volta per l’Indesit Football Talents.

Dell’evento nel suo complesso parlerò tra qualche giorno, quando avrò scaricato video e foto.

Per ora… per ora mi limito a raccontare della grandissima umanità di un Uomo come Gianfranco Zola, che prima ancora che campione affermato capace di grandissime cose con la palla tra i piedi è persona realmente squisita.

Ho infatti avuto la fortuna di passare assieme a lui un po’ di tempo proprio in quel di Londra, e la disponibilità che ha dimostrato in quegli attimi mi ha lasciato veramente con la bocca aperta.

Il primo approccio l’ho avuto lunedì sera (della scorsa settimana) quando sono andato “in ritiro” col suo PSG (una delle quattro squadre che, sponsorizzate da Indesit, hanno disputato il Football Talents).

Lì Gianfranco Zola ha iniziato a chiacchierare amabilmente con tutti i ragazzi, che arrivavano da un po’ tutte le parti d’Europa.

Battute, spiegazioni, interessamento nei loro confronti.

Poi, dopo un giro nemmeno troppo rapido di presentazioni, il nostro ha iniziato a parlare di calcio in senso ampio. Di cosa sia per lui questo magico sport che ci aveva riuniti tutti lì, in una stanza del Royal Garden Hotel.

E allora eccolo a raccontarci con la sua semplicità unica di come anche il calcio stesso sia semplice e sia fatto da tre concetti basilari: muovere la palla, muoversi negli spazi e occupare tutto il campo.

Qualcosa di così semplice che si potrebbe quasi dire scontato ma che poi, nella realtà dei fatti, non viene svolto con grande semplicità da moltissime squadre.

Inevitabile, quindi, il suo riferimento al Barça di Guardiola. La squadra che, a detta sua, incarna in maniera perfetta queste “basi”.

E che poi, grazie alla qualità dei suoi interpreti, sublima quest’idea di calcio.

E qualcuno, qui, potrà dirmi che Zola non ha certo scoperto l’acqua calda. Ma non è questo il punto.

Perché certo, spiegare come giochi il Barcellona oggi è “piuttosto semplice”. Farlo con la sua incisività non è da tutti.

E, soprattutto, assistere a questa spiegazione da parte di un grandissimo campione come Zola è da bocca aperta.

Sarà che sono un bambino, per certe cose!

Ma non è finita qui.

Anzi, a quel punto il meglio doveva ancora venire!

Terminata la serata, infatti, mi sono avvicinato a lui, non senza emozione, per stringergli la mano e ringraziarlo per quanto ha fatto per il calcio italiano e per la Sardegna, che lui ha saputo rappresentare degnamente anche ben al di fuori dell’isola stessa.

Terminando col ricordo delle lacrime che versai quel maledetto giorno di Italia – Nigeria ai Mondiali del 94, quando lui venne ingiustamente espulso (risposta sua: “Piansi di più io, fidati”).

Abbastanza “materiale” da poter andare a letto contento e dormire ben poco.

Soprattutto per la prospettiva di quello che sarebbe potuto accadere la mattina successiva: colazione con uno dei più grandi campioni che il calcio italiano ha saputo esprimere nell’arco degli ultimi vent’anni.

Detto-fatto: la mattina dopo il ritrovo è nella stessa sala in cui avevo lasciato il “mister” la sera precedente. E proprio lì il caso vorrà che finirò al suo stesso tavolo. Non solo: al suo fianco, a condividere la colazione con lui.

Competenza, disponibilità, curiosità, affabilità. Tutte grandissime doti che, unite ad un’umiltà assoluta e quasi incredibile per chi ha calcato certi palcoscenici, faranno di quella mattinata un momento che mai potrò scordare.

La discussione inizierà, logicamente, con una mia domanda: cosa potrà combinare l’Italia al prossimo Europeo?

E lì Zola dimostrerà una certa fiducia nei ragazzi e in Prandelli. Gruppo giovane, affamato, aspettative piuttosto basse, potrebbe far bene.

Poi un mio pallino: Verratti.

Che anche il piccolo Campione di Oliena apprezza molto, e che ha prospettive e margini veramente importanti.

Davvero tanti gli argomenti toccati, avrei dovuto avere un blocchetto per poter prendere appunti e riportarvi punto per punto le sue considerazioni.

Il punto più importante tra quelli toccati è stato senza ombra di dubbio quello riguardante il suo futuro. Alla domanda diretta (“Cosa farà adesso”) non mi ha saputo dare una risposta univoca, segno del fatto che a settimana scorsa ancora tutto era in alto mare e diverse opportunità erano aperte.

A domanda più diretta (“Da Twitter mi chiedono di dirle di firmare per la Lazio”), relativa a quella questione che rimbalza tanto sui giornali oggi, è stato però assolutamente possibilista, segno che già sette giorni fa l’opzione Roma (intesa come città, quindi in quanto sponda Biancoceleste) era tutt’altro che campata per aria.

Di certo, comunque, il cuore lo porterebbe a cercarsi una sistemazione in Inghilterra, dove ormai vive la famiglia.

Per quanto ad una chiamata della Lazio difficilmente si potrebbe dire no…

La grandezza di questo uomo, comunque, si è sublimata tutta nel momento in cui si è posto lui nella situazione di chi aveva “sete di sapere”. Ad un certo punto della nostra conversazione, infatti, è stato lui che ha iniziato a domandare a me questioni riguardanti il Varese.

Da informazioni su questa stagione, con partenza travagliata e grandissima risalita dopo il cambio di mister, al periodo d’oro vissuto con Sannino sulla panchina.

E pensare di essere stato lì a “spiegare” delle cose a niente popò di meno che Gianfranco Zola… mi fa venire i brividi ancora oggi…

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Andrea Pirlo e Xavi.

Dietro il vuoto.

A livello di talento, secondo il mio parere, non c’è paragone tra i due registi migliori al mondo e i loro inseguitori, da Xabi Alonso in giù.

Pirlo che quest’anno ha aiutato moltissimo la sua nuova squadra, la Juventus, a cucirsi lo Scudetto sul petto (e perdonatemi se preferisco non entrare anche io nella sterile diatriba riguardante la terza stella). Giocando a livelli realmente stratosferici.

Chi ha visto qualche partita dei Bianconeri quest’anno non può non essersene accorto.

Oggi leggevo (non ricordo su quale quotidiano sportivo, avendoli letti tutti e tre) che Vidal considera quello della Juventus il miglior centrocampo del mondo.

Beh, diciamo che quello del Barcellona, a livello assoluto, resta superiore. Ma in quanto a rendimento, in effetti, quest’anno non ce n’è stato per nessuno.

10 goal (e mancano ancora due partite) per Marchisio, Vidal miglior ruba-palloni d’Europa (5,4 tackle a partita) e Pirlo miglior fautore di gioco con 13 assist (sesto in Europa), 3.5 passaggi chiave (secondo), 87.1 passaggi a match (secondo), 2.6 cross riusciti (secondo), 11.4 lanci riusciti (secondo dietro a Ter Stegen).

Pirlo che proprio oggi, sulla Gazzetta, ha detto di come essere praticamente stato messo alla porta da Allegri.

Nulla di nuovo, in realtà, anche se sentirlo dire da lui fa sempre un certo effetto.

E allora… pur con le dovute differenze, non dovrebbe nascere quasi spontaneo un parallelo Hodgson-Allegri?

Certo, il secondo un campionato l’ha vinto, ed al primo anno di Milan. Per quanto, in una situazione più agile, con un calcio italiano sicuramente non al livello del tempo che fu.

Però… se Hodgson è passato alla storia come colui che cedette senza remore un fenomeno come Roberto Carlos, Allegri non dovrebbe passare alla storia come colui che ha dato il via libera alla cessione di un fenomeno come Pirlo per rimpiazzarlo con onesti mestieranti come Van Bommel e Ambrosini!?

La fortuna di Allegri, in questo senso, è comunque quella che vede Pirlo ormai già in là con l’età.

Il regista bresciano, a differenza del terzino brasiliano, non potrà quindi farsi rimpiangere per molti anni. Altrimenti… beh, altrimenti non sarei l’unico a vedere un certo accostamento tra Hodgson e Allegri!

Miglior centrocampo d’Europa, dicevamo.

Per Vidal è così, secondo chi scrive non proprio.

Le cifre come abbiamo visto parlano chiaro: un tuttofare come Marchisio con un gran timing negli inserimenti, un combattente come Vidal che ricorda un po’ il miglior Gattuso, cui abbina però doti tecniche e realizzative di molto superiori a quelle del nostro guerriero, e il genio di Pirlo. Giocatore capace di tramutare in oro ogni pallone, come un Re Mida dei nostri tempi.

Come detto sulla carta il centrocampo del Barcellona, con Fabregas, Xavi e Iniesta, resta superiore, inavvicinabile.

Quest’anno, però, le cose sono andate così: Marchisio – Pirlo – Vidal hanno dominato il campionato italiano con un rendimento che non ha avuto pari in Europa.

Poi certo… non essendosi potuti confrontare in Europa difficile dire siano stati effettivamente i migliori. Per quanto i numeri dicano quello.

E allora… chissà come si staranno mangiando le mani Galliani e compagnia.

E chissà se Allegri, col senno del poi, non si sia pentito, come sicuramente fece Hodgson, della cessione di Andrea Pirlo…

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Lo conobbi ormai tre anni fa, quando era titolare della nazionale under 17 tedesca.

Da lì lo persi un po’ di vista, fino a quest’anno. Quando, tanto per gradire, vidi la prima giornata di Bundesliga in cui il suo Borussia battè il Bayern Monaco proprio anche grazie alle sue super parate.

Ter Stegen, per farla breve, è uno dei migliori portieri under 21 attualmente presenti sulla scena mondiale.

Vent’anni, tanto tempo per crescere.
Altrettanto per bruciarsi, ovviamente.

Ma veniamo a noi… perché Barcellona?

Ragionavo su di un fatto: il Barça di questi ultimi anni più di qualunque altra squadra ha iniziato a sfruttare le capacità dei propri estremi difensori… in quanto a capacità di gestire il pallone coi piedi.

Del resto spesso si è addotta proprio questa motivazione per spiegare come potesse un portiere tutto sommato modesto come Valdes difendere i pali della miglior squadra del mondo (a questa motivazione ci aggiungerei anche il fatto che è prodotto della Masia, cosa che da quelle parti conta).

E allora… uniamo le capacità di portiere di Ter Stegen, potenzialmente ben superiore a Valdes, a quelle di palleggiatore… che lo stesso estremo difensore ha.

Secondo le statistiche, infatti, Ter Stegen è il portiere con il maggior numero di rinvii a buon fine dell’intera Europa.

Abile tra i pali, cecchino coi piedi.

Il portiere perfetto per un Barcellona che chiuso il ciclo Guardiola vuole subito rilanciarsi col suo vice.

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