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Archive for 27 marzo 2012

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Lo ripeto spesso, tanto che i miei amici ormai ne sono nauseati: il nostro calcio, inteso come movimento a tutto tondo, è ormai vecchio ed imbolsito. Ed ha bisogno di essere svecchiato a tutti i livelli.

Strutture nuove e più adeguate ai tempi e alle esigenze odierne, fiducia ai giovani, metodi di preparazione moderni, ecc.

Non nascondiamoci dietro a un dito: per anni siamo stati il punto di riferimento mondiale – o quantomeno continentale – in ambito calcistico.

Le nostre squadre di club facevano paura a chiunque, la nostra nazionale era tra le più talentuose e il gap esistente erano gli altri a doverlo colmare.

E poi?

Poi ci siamo fermati.

Mentre gli altri movimenti crescevano a vista d’occhio (basti pensare all’accoppiata Mondiale-Europeo centrata dalla Francia alla fine degli anni novanta, alla stessa accoppiata messa a segno recentemente dalla Spagna e al movimento tedesco tornato ai fasti di una ventina d’anni fa) noi ci siamo seduti sugli allori, convinti che il nostro predominio fosse tale per diritto divino e che mai nessuno al mondo – brasiliani a parte – avrebbe potuto giocarsela con noi.

Del resto il Milan dell’epoca Berlusconi ha dettato legge ovunque, la Juventus di Moggi si è insediata stabilmente tra le migliori compagini d’Europa, tante altre squadre, anche nelle competizioni continentali minori, hanno saputo fare la voce grossa un po’ ovunque. E la nostra nazionale, ancor prima di centrare la vittoria Mondiale nel 2006, è stata capace, a partire dagli anni novanta, di raccogliere un secondo e un terzo posto Mondiale oltre a quella finale disgraziatamente persa all’Europeo del 2000.

Quando però non ti sai rinnovare, dicevamo, ci vuole poco a dilapidare tutto il vantaggio accumulato sugli avversari.

Lo ha dimostrato bene l’Inter del Triplete, che dopo un’annata straordinaria non ha avuto il coraggio di rifondarsi ed è finita con l’affondare nel pantano che tutti noi oggi conosciamo.

Ma proprio dalle ultime vicissitudini di casa Nerazzura parte una qualche speranza per il futuro.

Gli indizi, in realtà, si possono trovare già da prima della cacciata di Ranieri.

Innanzitutto la questione stadi: qualcosa si muove.

Certo, siamo anni luce lontani dalle situazioni che si vivono in Inghilterra o Germania, ma lo Juventus Stadium è l’esemplificazione di come anche in Italia possiamo avere strutture moderne, di proprietà e confortevoli per ogni esigenza.
Una via, quella tracciata dalla società di Corso Galileo Ferraris, che va assolutamente seguita quanto più possibile.

Ma non solo. Quest’anno, come per magia, si sono imposti all’attenzione due giovanissimi (per i nostri standard) come Fabio Borini e Stephan El Sharaawy.

E ultimo, non certo in ordine di importanza, il siluramento di Claudio Ranieri in favore di Andrea Stramaccioni. Altra ventata di giovinezza dopo che in estate la panchina del Catania era stata affidata a Vincenzo Montella e quella della Roma a Luis Enrique.

Investire sui giovani, del resto, vuol dire garantirsi un futuro.

Due progetti in tal senso lo mostrano benissimo, molto meglio di quanto potrei fare io versando fiumi di inchiostro.

Da una parte, a livello di club, il Barcellona. Che quindici anni fa, o giù di lì, decise di impostare tutta la propria società di modo da garantire sì un sostegno importante alla prima squadra, centrando però buona parte dei propri sforzi sul settore giovanile. Con i risultati che tutti conosciamo: Messi, Xavi, Iniesta, Puyol, Piquè, Fabregas, trionfi a non finire e una squadra e una filosofia che segnano quest’epoca calcistica come pochi club al mondo sono stati capaci di fare nel corso della storia.

Dall’altra, esempio forse ancor più importante in relazione al nostro discorso, il movimento calcistico tedesco.
Che dopo aver trascorso un ventennio complicato si sta risollevando alla grande, con un lavoro strutturale che parte da lontano.

Del resto negli ultimi vent’anni se escludiamo la nazionale (capace di vincere un Europeo e giocarsi una finale Mondiale, comunque sempre più per qualità caratteriali che non tecnico-tattiche) vediamo come le figure rimediate dai club non siano state proprio delle migliori: una imposizione (Bayern 1996) in Europa League (o Coppa Uefa che dir si voglia), una nella defunta Coppa delle Coppe (Werder 1992) e due in Champions (Borussia 1997 e Bayern 2001). Poco, se rapportato  alle sette UEFA, tre Coppe delle Coppe e cinque Champions italiane.

Eppure oggi, scemato il momento d’oro vissuto negli anni novanta dalle nostre compagini, la situazione si è ribaltata: le nostre mediamente ricevono schiaffoni su ogni campo che visitano, tanto che il ranking UEFA vede oggi la Germania aver scavalcato (e continuare ad accumulare terreno) l’Italia.

E proprio quello tedesco è un modello da seguire: investimenti su giovani e strutture, per rimodernare un movimento che oggi ha poco da dire.

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