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Posts Tagged ‘Mourinho’

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Il match andato in scena ieri sera al Vicente Calderon di Madrid ha sortito reazioni quasi unanimi dal pubblico calciofilo italiano: noia, noia, noia. Profondissima noia.

Eppure strano che proprio dalla patria del Catenaccio per eccellenza possano levarsi critiche così sperticate nei confronti di questo sistema di gioco (che meriterebbe un discorso tutto per sé). Ma evidentemente un po’ l’odio latente nei confronti di Mourinho ed un po’ la nuova rivoluzione catalana, con tanto di tiki-taka e possesso palla estremo, stanno portando a modificare un po’ la visione delle cose anche nel Belpaese.

Mourinho che imposta la partita con il chiaro intento di non prenderle, per nessun motivo al mondo. Abbandonando Fernando Torres a sé stesso e schierando 9 giocatori fissi dietro al pallone. Più il portiere, ovviamente.

Ed è proprio la questione portiere a marcare ulteriormente l’intento del tecnico lusitano. A metà del primo tempo, infatti, Cech si fa male ad un braccio, ed è rimpiazzato da nonno Schwarzer. Un motivo in più per pensare solo alla difesa strenua.

Così Mourinho decide di rimettere in scena l’epica battaglia di Fort Alamo.

La squadra è virtualmente schierata col 4-3-3, con Ramires e Willian ali a teorico supporto dell’unica punta Torres. Ed un centrocampo fatto da due incontristi puri più il buon Lampard, sempre ben disposto a sacrificarsi per la squadra.

Nel concreto, quindi, il Chelsea si trova a giocare con una sorta di 6-3-1: la difesa si stringe, con i due centrali praticamente appaiati e, subito al loro fianco, i terzini. Una specie di muraglia a difesa centrale dell’area piccola.

La cosa ovviamente lascerebbe molto spazio ai giocatori di fascia Colchoneros, che sono quindi contrati proprio dalle due ali. Che così si trasformano in fluidificanti, praticamente. E spesso si trovano, col possesso saldamente in mano agli avversari, a giocare da terzini effettivi, con Azpilicueta e Cole che si trasformano in centrali aggiunti a supporto di Terry e Cahill.

Non solo. A questa linea di sei uomini Mourinho ne pone un’altra di tre (i centrocampisti, appunto), a schermo tra la trequarti e la linea dell’area. Una duplice linea Maginot, una Fort Alamo in chiave lusitanolondinese.

Che regge fino alla fine, anche nonostante gli infortuni del già citato Cech e soprattutto di John Terry, che costringe Mourinho a rivedere un po’ le cose: dentro Schurrle, Ramires scalato mezz’ala, David Luiz scalato centrale di difesa. Con buona pace di Kalas ed Aké, evidentemente troppo giovani ed inesperti per reggere in un contesto di questo tipo.

Così come in una proprietà commutativa riletta in chiave calcistica pur cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Che ci sia Terry o Schurrle poco cambia. Il piano di Mourinho è ben studiato e soprattutto interpretato alla perfezione, come una poesia studiata a memoria, dai giocatori in Blues.

Questa è una riflessione semplice. Il tipo di gioco espresso ieri dal Chelsea – e molte altre volte da Mourinho – ha sempre avuto un nome chiaro, preciso, circostanziato. Almeno nella nostra lingua (diventando però poi molto usato anche all’estero): Catenaccio.

Ecco, perfetto. Usiamo questo nome sempre, anche quando ad applicare questo approccio al match è Mourinho. Che capisco abbia un alone di mito attorno a sé, ma non c’è nulla di male nell’utilizzare il Catenaccio. Tantomeno nel chiamarlo così. Col suo nome.

Ieri, a prescindere dalle dichiarazioni post match, è stato chiaro come Mou fosse sceso in campo per non prenderle. Per difendere lo 0 a 0. E poi, fosse capitata l’occasione, per provare a graffiare con qualche sortita sparuta.

Gli infortuni hanno ovviamente complicato ulteriormente i piani dell’allenatore lusitano, che immagino non abbia mai dato l’ordine di mollare, anche per un solo secondo, le posizioni difensive prestabilite.

Ora però in vista del ritorno dovrà studiare qualcosa di diverso: se è vero che l’Atletico Madrid ha difficoltà ad attaccare un Catenaccio strenuo come quello di ieri (ma del resto, chi non ne ha?) e si trova comunque meglio dovendo gestire meno di quanto fatto ieri il possesso, è altrettanto vero che il Chelsea con uno 0 a 0 porterebbe la partita ai supplementari e poi ai rigori, rischiando di uscire di fronte al proprio pubblico.

Nel contempo, però, Mourinho sa bene di non poter nemmeno caricare a testa bassa: un pareggio con goal prevedrebbe l’eliminazione diretta del Chelsea.

Quindi?

Quindi immagino che il Chelsea non partirà forte. Cercherà di lasciare ancora spazio all’Atletico, chiudendolo nella propria rete difensiva. Per poi, un po’ come nel ritorno contro il PSG, crescere di intensità lungo l’arco dei novanta minuti. Fino all’eventuale assalto finale.

Ci sono stati alcuni giocatori che, in un match certo non spettacolare, si sono comunque elevati rispetto alla massa.

Ad esempio i due terzini spagnoli, in particolare Juanfran. Autori di una prova e di una pressione offensiva molto costante. O ancora Diego, che in più di un’occasione ha provato a sparigliare le carte sul tavolo puntando frontalmente l’area avversaria e cercando la conclusione da fuori. O ancora Terry, attento fino al momento della sua uscita dal campo. O Willian, impiegato in un ruolo fondamentalmente non suo, ma impeccabile lungo tutto il corso dei novanta minuti.

Il mio MVP però è nettamente Cahill, un difensore che nel corso dei mesi sta guadagnando sicurezza ed è ormai una certezza al centro della difesa Blues. Sicuramente uno dei migliori centrali al mondo oggi, per rendimento. Un giocatore con cui dovrà fare i conti la nostra Nazionale, che proprio l’Inghilterra si troverà ad affrontare in terra di Brasile…

Come dicevo, Mourinho ha costruito una doppia diga di fronte al proprio portiere. Rendendo praticamente inaccessibili gli ultimi trenta metri.

Ovvio, il pallone in area è stato buttato più volte, ma le torri inglesi hanno praticamente sempre avuto buon gioco. Non solo. Diverse conclusioni sono state portate verso la porta Blues. Ma o da distanza proibitiva, o con una pressione tale per cui fosse difficile indirizzare il pallone imparabilmente.

Praticamente con il Catenaccio fondamentalmente perfetto messo in campo dal Chelsea ieri sera i londinesi hanno tolto 25-30 metri di campo ai Colchoneros. I più importanti. Che si sono trovati monchi, incapaci di concretizzare il tanto lavoro fatto da terzini, centrocampisti e ali.

Diego Costa è rimasto impantanato nelle sabbie mobili dell’area di rigore, Raul Garcia ha provato inutilmente a spalleggiarlo, Diego ha cercato qualche inoffensiva sortita solitaria, Koke non è riuscito a bucare, Arda Turan è entrato nella ripresa dando una scarica elettrica, risoltasi però in un nulla di fatto.

E il capolavoro di Mourinho – perché il Catenaccio può non piacere, ma se fatto bene e ti aiuta ad ottenere ciò che vuoi resta un capolavoro – si è compiuto.

Critiche particolari all’Atletico e a Simeone non ne farei. Anche il Barcellona di Guardiola – per molti, lo ricordo, miglior squadra di sempre – andò in crisi contro il Catenaccio dell’Inter di Mourinho. E quel Barcellona era NOTEVOLMENTE più forte di questo Atletico.

I Colchoneros hanno fatto quello che potevano: giocando contro un avversario assolutamente remissivo non potevano che provare a fare il match. Si sono però trovati contro una fase difensiva praticamente inespugnabile. E nonostante i tantissimi tentativi (leggevo ieri, se non erro 29 tiri totali verso la porta avversaria) hanno dovuto alzare bandiera bianca.

Qualcuno mi ha detto anche di Villa. Beh, non credo sia stato un problema di uomini. Ieri anche Messi e Ronaldo avrebbero faticato.

Simeone e i suoi hanno fatto quanto era nelle loro possibilità.

Di fronte al proprio pubblico, ovviamente, la squadra favorita sarà il Chelsea. Però occhio. Tra assenze e duplice risultato favorevole all’Atletico i Colchoneros sono tutt’altro che spacciati…

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E’ un 2 a 1 certo non scintillante quello che il Chelsea è riuscito a strappare a Basilea ieri sera, nell’andata delle semifinali di Europa League.Rafa Benitez

La squadra allenata dallo spagnolo Rafa Benitez non ha infatti impressionato al cospetto di quella che è sì una delle rivelazioni di questa stagione, ma che a livello di qualità complessiva era comunque sicuramente molto inferiore ai londinesi.

E’ cronaca proprio di questi giorni l’eventualità che Josè Mourinho, sempre più in rotta di collisione con il Real Madrid, possa tornare sulla panchina Blues, andando a prendere il posto proprio dell’ex coach di Liverpool ed Inter.

Un’eventualità che con ogni probabilità ha mandato in fibrillazione ogni singolo tifoso del Chelsea disperso in ogni parte del globo, ma che non piacerà moltissimo al tecnico nativo di Madrid. Che pure, a fine match, si è detto tranquillo rispetto al suo futuro, sicuro com’è di poter trovare un’altra sistemazione nell’arco di breve tempo.

Certo, qualcuno obietta che, di riffa o di raffa, Benitez sta comunque riuscendo a portare la propria squadra ad un’ennesima finale europea (la quarta della sua carriera).

A questi risponde in pieno la partita di ieri. Ok il rispetto dell’avversario, che non va mai snobbato (a maggior ragione in una semifinale europea, se gli elvetici sono arrivati sino qui è perché certo non possono essere scarsi), ma giocare un’intera partita contro una squadra comunque ben inferiore – per quanto sul loro campo – in contropiede non è affatto atteggiamento che il tifoso (né tantomeno il dirigente) di uno dei club più importanti del continente può accettare.

Certo, Rafa non è stato accolto bene sulla panchina del Chelsea. La marea di fischi che l’hanno investito sin dal primo match è stata eufemisticamente ingenerosa.

La sua carriera parla poi chiaro: di successi ne ha raccolti un po’ ovunque (dal campionato nazionale under 19 spagnolo con il Real fino al Mondiale per Club vinto con l’Inter, passando – tra le altre cose – dalla Champions conquistata a Liverpool). Ma la sua filosofia di gioco può non piacere. Soprattutto ad un pubblico esigente.

Quindi ingenerosi i fischi iniziali, ma se vai a giocare in contropiede per novanta minuti in quel di Basilea, un pochino ti scavi la fossa da solo.

Altro nodo da sciogliere, oltre quello della panchina, indubbiamente quello della punta.

Oggi il titolare assoluto per il ruolo di perno centrale di un attacco che tra trequartisti ed ali ha solo l’imbarazzo della scelta (Hazard, Mata ed Oscar su tutti) è Fernando Torres, giocatore più o meno persosi dopo il Mondiale vinto con la sua nazionale nel 2010.

Certo, quest’anno l’ex Colchonero sta ritrovando un minimo di feeling con il goal, ma 7 realizzazioni in campionato sono davvero troppo poche per un ragazzo che nel 2008, al suo primo anno in Premier, seppe realizzarne ben 24.

Nei suoi primi tre anni inglesi, giusto per chiarirci, segnò un totale di 72 reti. Nelle ultime tre stagioni ne ha realizzate poco più della metà.

Un’involuzione palese che non si riscontra solo nei numeri, calati drasticamente, ma anche nelle prestazioni in campo.

Mourinho, che certo dopo il possibile fallimento di questa stagione vorrà garanzie precise per accettare una qualsiasi panchina, pare abbia quindi già chiarito le cose con Abramovich. Torres non potrà più essere il titolare indiscusso della squadra.

Così il magnate russo pare abbia già pronta un’offerta da 60 milioni di euro per assicurarsi Radamel Falcao, bomber colombiano attualmente in forza all’Atletico Madrid (guarda caso la squadra che diede i natali, calcistici, al Niño).Radamel Falcao

Insomma, dalla coppia Benitez-Torres a Mourinho-Falcao. Un salto avanti notevole, che potrebbe rimettere il Chelsea in corsa anche nell’Europa che conta.

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Più che una storia sembra una favola, la sua. Perché André Villas Boas sta dominando il campionato portoghese alla tenerissima età – per un allenatore – di trentatre anni. E senza aver praticamente mai tirato calci ad un pallone. I suoi inizi sono stati realmente molto particolari:  si dice infatti che abitasse nello stesso palazzo dell’allora allenatore del Porto Robson, cui faceva continuamente trovare nella cassetta delle lettere alcune sue considerazioni sulla squadra ed il suo inquadramento tecnico-tattico. Il tutto, è bene sottolinearlo, quando aveva solo diciassette anni. La cosa, manco a dirlo, impressionò molto il tecnico inglese che propose alla società lusitana di assumerlo come scout prima ed allenatore poi.

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Torniamo a parlare di calciomercato perché nonostante manchino un paio di mesi alla riapertura ufficiale dello stesso qualcosa inizia già a bollire in pentola. Ad un paio di mesi o più dall’inizio della stagione, infatti, un po’ tutti i club italiani e non hanno avuto modo di rodarsi ed evidenziare i propri punti deboli, che vorranno sicuramente provare a colmare in sede di mercato di riparazione.

Tra le tante squadre europee che qualcosa dovrebbero fare c’è sicuramente la Juventus, afflitta da più di qualche problema, nonostante il periodo tutto sommato abbastanza positivo.
Perché a Torino, a fronte di un centrocampo che grazie agli innesti di Aquilani e Krasic ha elevato in maniera esponenziale il proprio rendimento sino a diventare uno dei reparti tutto sommato più interessanti dell’intero continente, vi è un attacco abulico abbinato ad una difesa con più di qualche problema, in particolar modo sulle fasce.

Non per nulla proprio in chiusura del mercato estivo Marotta e compagnia si erano mossi per provare a porre un’ultima pezza in extremis: dall’Arsenal era arrivato Traorè a puntellare la fascia sinistra della difesa, per l’attacco si era invece tentato l’assalto a Borriello, poi finito a Roma sponda Giallorossa.
Posto poi che Traorè non ha mai potuto giocare causa problemi fisici e che Motta ha steccato in più di un’occasione, mettendo in mostra grandi capacità in fase propulsiva abbinate però ad una scarsa propensione alla difesa, e che Amauri in primis ma anche Iaquinta ed in maniera non poi molto migliore Quagliarella stanno dimostrando di non essere dei grandi bomber ecco che i problemi riscontrabili due mesi fa in questa squadra si sono confermati in pieno anche alla prova del campo.

Ecco quindi che per gennaio si potrebbe aprire uno scenario molto interessante, che stuzzicherà sicuramente la fantasia dei tifosi Bianconeri. Prima di parlarne, però, è bene fare un passettino indietro, per poter tornare proprio a quell’ultima ed intensa settimana di mercato estivo. Fu allora, infatti, che, almeno secondo alcune indiscrezioni non confermate a livello ufficiale, i dirigenti di Corso Galileo Ferraris provarono un primo affondo per Benzema, giovane punta francese un po’ persasi nel marasma di Madrid.
La formula era quella ormai consolidata nei tre mesi precedenti di attività sul mercato: prestito con diritto di riscatto.

Sempre secondo queste indiscrezioni a Madrid avrebbero preferito certamente una cessione a titolo definitivo che permettesse loro di rientrare subito di buona parte dei trentacinque milioni spesi l’estate prima per acquistare il ragazzo dal Lione, ma che tutto sommato, qualora non fossero arrivate offerte migliori, si sarebbe potuto chiudere un trasferimento anche su quelle basi.

A bloccare il tutto, però, ci pensò José Mourinho, allenatore giunto da poco sulla panchina Merengue. Non tanto per fare uno sgarbo a quelli che fino a qualche settimana prima erano stati tra i suoi più acerrimi rivali allorquando sedeva sulla panchina interista, quanto più per un fatto meramente tecnico-tattico e numerico: avallare la partenza del francesino avrebbe infatti comportato che il suo Real sarebbe potuto rimanere con il solo Higuain come punta di ruolo.
Un po’ pochino, non c’è che dire. Certo, Cristiano Ronaldo in realtà sarebbe adattabilissimo in quella posizione, ma pensare di affrontare una stagione in cui si vuol provare da subito a vincere tutto con una sola punta di ruolo sarebbe stato piuttosto folle.

Trattativa bloccata, quindi, e fatta saltare.

Le cose, però, come dicevo potrebbero essere cambiate.
Perché dall’inizio della stagione ad oggi Benzema ha giocato pochissimo: trenta minuti a Maiorca, settantuno con l’Osasuna, il recupero nel match con la Real Sociedad, dieci minuti con l’Espanyol, ventotto col Levante, cinquantotto ad Auxerre, diciassette a Malaga, uno col Milan, ventitrè col Racing e sessantadue con il Murcia in Copa del Rey. Partita, quest’ultima, che pare abbia segnato il definitivo strappo tra Benzema e l’ambiente madridista, Mourinho compreso (significativo il titolo di Marca al riguardo: “Està muerto”).

Perché se già il giocatore, come è possibile notare guardando lo scarsissimo minutaggio che ha avuto a disposizione, indubbiamente non convinceva il tecnico lusitano dopo quanto accaduto in settimana si può forse iniziare a parlare di cessione futura, magari già a gennaio, per il ragazzo.

Ed ecco quindi che qualora fosse messo sul mercato la Juventus non potrebbe che tornare a farci un pensierino, posto che sicuramente gli occhi addosso glieli avevano già messi.
Del resto, poi, in molte squadre (Inter o Milan per dirne due, ma anche City e Chelsea per dirne altre due) la condizione di Benzema non migliorerebbe. Oggi come oggi, infatti, farebbe panca nella stragrande parte dei top club europei.

Non a Torino, però, dove c’è una squadra che in questo momento al top non è ma che sta mandando forti segnali di tornarci presto, tra le migliori d’Europa. E che vista la situazione del suo attacco citata in precedenza potrebbe garantirgli un minutaggio enormemente superiore a quello attuale.

Juve che dovrà comunque guardarsi dalla concorrenza, perché nonostante le quotazioni di Benzema siano crollate a picco nell’ultimo anno e mezzo il potenziale a sua disposizione resta di primo livello ed è impensabile che i Bianconeri siano gli unici pretendenti.

A complicare le cose, poi, c’è l’ingaggio faraonico percepito dal giocatore: 8,5 milioni di euro l’anno, come ricorderà chi lesse l’articolo che scrissi lo scorso aprile a proposito dei Paperoni del pallone, retribuzione che ne fa uno dei calciatori più pagati al mondo e che lo pone molto al di fuori delle attuali logiche Bianconere.
Per rientrarvi, infatti, Karim dovrebbe decurtarsi sensibilmente l’ingaggio, cosa che è sempre difficile avvenga.

Cosa possa succedere è difficile prevederlo. Le distanze si limeranno e alla fine Benzema diventerà un giocatore della Juventus? Il ragazzo giungerà solo in prestito per sei mesi di modo da rilanciarsi per essere poi ceduto altrove, a squadre con un tetto salariale di molto più alto rispetto a quello vigente dalle parti di Corso Galileo Ferraris? Karim resterà a Madrid, ritroverà sè stesso e piano piano convincerà Mourinho di essere più valido di Higuain?

Vedremo, restiamo in attesa. Dopo gli arrivi di Ibrahimovic, Robinho e Krasic, che hanno sicuramente arricchito notevolmente il calcio italiano, un altro giocatore dal talento assoluto sbarcherà in Italia?

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