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Ventidue gare disputate. Dieci vittorie, quattro pareggi, otto sconfitte.

Otto, che è anche la posizione in classifica.

Di più sono invece i punti che separano la Roma dalla Champions (nove) e dalla vetta (quindici).

Zdenek Zeman

Il tutto nonostante il campionato italiano non brilli certo per qualità. E nonostante il livellamento verso il basso dovrebbe aiutare proprio le outsider rispetto alle presunte big.

Una realtà delle cose di questo tipo non può quindi far piacere ai dirigenti Giallorossi, che vedono la propria squadra sopravanzata anche dal Catania e col duo Udinese-Parma all’inseguimento, a ben poca distanza.

Così è proprio di oggi la rivelazione di Sabatini, Direttore Sportivo del club capitolino: “È venuto il momento di interrogarci, e tra le valutazioni che stiamo facendo c’e anche un cambio della guida tecnica”.

Riaccolto a braccia aperte in estate come un vero e proprio Messia, in questi mesi Zdenek Zeman ha convinto meno di quanto i tifosi si aspettassero. E dopo i diversi problemi sorti in questi mesi, primo fra tutti il rapporto un po’ problematico con De Rossi, la fiducia sembra essere ormai venuta meno.

Paiono quindi lontanissimi quei momenti in cui, sull’euforia dovuta ad un campionato di B vinto e dominato con l’affermazione di diversi giovani ed un gioco stupefacente, Roma pareva aver trovato il suo nuovo Imperatore.

Il lavoro del boemo, in realtà, non è certo tutto da buttare. E questo è stato ammesso anche dallo stesso Sabatini.

Quando si allena un club importante, però, bisogna saper trovare la giusta sintesi tra pugno duro, piazza, valorizzazione del patrimonio societario e risultati.

Perché non farlo vuol dire tagliarsi le gambe.

In questo senso l’impressione che ho di Zeman è la seguente: grande didattica, ottima etica del lavoro, filosofia di calcio romanticamente splendida. Ma anche eccessiva rigidità di pensiero, incapacità di gestire situazioni particolarmente complicate, inadeguatezza di fondo alle grandi piazze e al raggiungimento di grandi risultati.

Per farla breve: Zeman non è un allenatore da grande squadra e di certo non è quello cui, fossi un dirigente, mi affiderei se volessi centrare un risultato immediato quanto importante.

D’altra parte, però, sa lavorare splendidamente coi giovani, trasforma anche attaccanti normali in vere e proprie macchine da goal, valorizza spesso giocatori che dopo essere passati tra le sue mani acquistano un valore di mercato notevolmente più elevato.

Tutti aspetti positivi che in realtà rafforzano la convinzione iniziale: Zeman non è un allenatore da grande squadra, posto che un top club chiede prima di ogni altra cosa il risultato.

Le piazze giuste per uno come lui, quindi, sono altre. Roma è troppo complicata da gestire per un uomo che probabilmente non scenderà a patti nemmeno con la moglie sul tipo di tovaglia da mettere in tavola a Natale.
Altresì nella sua etica il gioco, il gesto tecnico e la valorizzazione vengono prima del mero risultato, che sembra quasi essere un surplus un po’ noioso per il nostro boemo.

Le piazze giuste per lui, per essere più specifici, sono insomma quella Lecce o quella Foggia, per non parlare della Pescara abbandonata solo in estate, dove non si pretende la vittoria di alcun trofeo, si ha più tempo di lavorare e dove la valorizzazione di un giovane (da Signori a Insigne, passando per Bojinov, Vucinic, Verratti ed Immobile) è quasi fondamentale per il sostentamento della società.

Se non si fosse capito: io amo certi aspetti dello Zeman allenatore e mi auguro che il nostro calcio non faccia a meno di lui. E che anzi qualcuno prenda i suoi aspetti positivi ad esempio, per provare a replicarli anche quando avrà smesso con questa vita.

Per quanto io ami il suo calcio romantico, però, sono anche ben conscio di tutti i suoi limiti.

Zeman

Quindi, per rispondere alla domanda che pongo nel titolo: no, non è un caso questo (parziale, ma significativo) fallimento. Speriamo solo che qualche “provinciale” gli conceda ancora fiducia. Perché se la merita tutta. E perché voglio tornare ad emozionarmi vedendolo gestire qualche giovane talentuoso, o le soluzioni offensive che solo lui sa mettere in campo…

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Un anno fa arrivò lo Scudetto. La scorsa stagione il secondo posto, dietro ad una Juve stupefacente. Ma, sulla carta, inferiore. Quest’anno, dopo le cessioni di Thiago Silva ed Ibrahimovic in primis, ma anche le partenze dei Senatori (da Nesta a Inzaghi passando per Gattuso e Seedorf) l’ambiente Milan sembra essersi sfaldato.

A partire dallo spogliatoio, che ha perso i propri punti di riferimento, fino ad arrivare ai tifosi, freddi e lontani come non mai dalla squadra del loro cuore.

Ad aggravare una situazione già di per sé complicata, ci si è messo anche un inizio di stagione non all’altezza.

Certo, le assenze di Pato, Robinho e Montolivo, tre dei giocatori qualitativamente più validi della squadra, incide. Ma non può giustificare da solo questo tremendo inizio.

Pareggiare con l’Anderlecht, squadra ancor più “scarsa” rispetto ai Rossoneri, è l’apice e la miglior fotografia di questo momento milanista: poche idee e ben confuse, incapacità di produrre gioco.

E non è un gioco al massacro che vede come vittima sacrificale Allegri in quanto il sottoscritto è un critico della prima ora dell’ex mister del Cagliari.

Che, da quando è a Milano, non ha mai saputo dare un Gioco degno di questo nome alla sua squadra.

E le magagne degli ultimi due anni, che venivano ben coperte da Ibrahimovic (capace di segnare 25 goal a campionato, facendone segnare altrettanti alla coppia Boateng-Nocerino, esaltati dalla sua presenza), ora stanno uscendo tutte.

Quindi c’è un duplice problema che si interseca relativamente alla guida tecnica Rossonera: da una parte c’è l’incapacità – ormai comprovata – del tecnico attuale di dare un Gioco al Milan, dall’altra un ambiente (tutto) che ha bisogno di una scossa.

Cambiare allenatore sembra quasi essere un evento ormai irrinunciabile, insomma.

Ma quali le prospettive?

Fondamentalmente due. E non si tratta di due nomi, quanto di due “filosofie”.

Iniziamo dalla prima: andare a trovare un tecnico esperto, con statura internazionale, cui affidare la conclusione di questa annata quasi sicuramente travagliata per poi impostare, iniziando subito, un progetto che possa riportare il Milan ai livelli che gli competono, almeno in Italia. Perché ridimensionare è anche legittimo, soprattutto in un momento congiunturale così complicato. Farlo senza un minimo progetto, però, no.

In questo senso l’opzione buona potrebbe essere una vecchia conoscenza della Milano calcistica, Rafa Benitez.

Che il Milan conosce bene in quanto ci duellò spesso in Champions nell’era ancelottiana, che è tecnico esperto e capace e che avrebbe sicuramente quella voglia di rivincita che potrebbe rappresentare un quid importante dopo il fallimento interista.

La seconda è invece quella in questo momento più probabile e vedrebbe l’approdo alla guida della prima squadra di una vecchia gloria Rossonera. Opzione, questa, sempre molto apprezzata dalla dirigenza.

Mossa che potrebbe rivelarsi più che interessante in un momento in cui, come detto, l’ambiente è ormai fuori controllo.

Pensiamo ad un Inzaghi in panchina: i tifosi si riavvicinerebbero alla squadra (basti vedere in quanti sono accorsi a guardare il suo esordio con gli Allievi), la squadra ritroverebbe un minimo di serenità e la presenza di una leggenda come lui, per altro “fresca” di trofei, sarebbe un parafulmine incredibile per tutto il gruppo. Perché prima di criticare SuperPippo i tifosi non potrebbero che pensarci su a lungo.

Certo, quest’ultima potrebbe sembrare più un’opzione a “corto raggio”, dato che Inzaghi (ma anche un Costacurta di turno) non ha certo l’esperienza giusta per poter aprire un ciclo, a maggior ragione in una situazione complicata come questa. Ma certo, non si sa mai…

Quest’ultima opzione ha però un – possibile – risvolto non da poco. Una “seconda faccia” della medaglia che non va assolutamente ignorata.

Proprio il duplice fattore “situazione complicata + inesperienza” potrebbe portare l’Inzaghi di turno a fallire miseramente nel proprio tentativo di recupero della complicata situazione attuale.

Fallimento che, in apertura di carriera, potrebbe suonare anche come “bruciatura”…

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La giornata di ieri è stata a tratti assurda.
Basta scorrere la timeline della nostra pagina Facebook per capirlo.

Dapprima la Fiorentina chiude il trasferimento di Berbatov e gli paga un volo per Firenze, con scalo a Monaco.

Proprio giunto in Baviera, però, le cose cambiano. Nella trattativa, praticamente definita ma non ancora formalizzata, si inserisce la Juventus, che fa saltare il banco. Trovato l’accordo con lo United la società di Corso Galileo Ferraris non ci mette molto a convincere anche lo stesso giocatore, che così non prende la coincidenza per Firenze ma decide di trasferirsi a Torino.

I colpi di scena, però, non sono finiti. A pochissime ore dalla definizione verbale del suo passaggio alla Juve si inserisce il Fulham, e le cose iniziano a scricchiolare.

Certo, nessuno si aspetta che un qualsivoglia giocatore possa preferire la squadra nona classificata in Inghilterra alla Campionessa in carica italiana, soprattutto perché sbarcando a Torino il bulgaro potrebbe giocare la Champions League, vero traguardo di ogni calciatore professionista.

Eppure… gli sfottò lanciati per tutto il pomeriggio dai tifosi Bianconeri agli odiati Viola vengono riflessi e tornano alla base. Perché subito dopo cena Dimitar prende la sua decisione, si suppone definitiva: niente Firenze e niente Torino. Quindi niente Italia e niente Serie A. Il suo futuro sarà ancora in Premier: questa volta al Fulham.

Ora… da questa situazione ne escono malino un po’ tutti.

Perché la Fiorentina si sente defraudata ma certo poteva gestire meglio l’acquisizione del ragazzo, sia in quanto a tempi che in quanto a modi. Non parliamo poi di alcuni supporter, che appena saputo del rifiuto – legittimo – del giocatore, che preferiva la possibilità di giocare in Champions a quella di giocarsi il futuro terzo posto in Viola hanno iniziato a subissare di insulti (al solito è stato “zingaro” quello più usato) il ragazzo.

Allo stesso modo una figuraccia, probabilmente ancor più grande, l’ha fatta la Juve, che prima si inserisce “in malo modo” (per quanto legittimamente, anche qui) in una trattativa praticamente già definita per poi, allo stesso modo, non riuscire a concluderla prima che una terza società faccia altrettanto.
E stesso dicasi per i tifosi, subito pronti a sfottere gli omologhi toscani e incensare un nuovo arrivo che, a conti fatti, pare non ci sarà.

E che dire del giocatore? Legittimo anche in questo caso il suo comportamento: nessuna firma sul contratto significa libertà assoluta di cambiare idea anche più di due volte nel corso di una giornata. Ma certo questo sposare una causa da cui divorziare nell’arco di un paio d’ore, riuscendo a reiterare la cosa più volte, non ne fa un giocatore affidabilissimo, fuori dal campo. Cosa su cui, forse, i tifosi Toffees potrebbero trovarsi a ragionare.

Ma in assoluto, a mio avviso, la figura peggiore la fa il nostro calcio tutto.

Perché è inutile nasconderci dietro un dito: solo dieci anni fa nessuno, nemmeno il tifoso più accanito del Fulham, avrebbe preferito la nona della Premier League alla squadra Campione in carica italiana. Ma, probabilmente, il paragone non si sarebbe posto nemmeno nei confronti della Fiorentina, a maggior ragione in un momento in cui i Viola si stanno trovando ad investire in maniera importante sul mercato per provare a ritrovare un posto al sole in Italia in primis, ma magari anche fuori dai patri confini (Aquilani, Pizarro, Valero, Jovetic sono tutti giocatori capaci di incidere quantomeno anche in Europa League… e presto potrebbe aggiugnersi anche il neo-Azzurro Ogbonna, che pare essere il rinforzo scelto per puntellare la difesa dopo l’addio di Nastasic).

Per non parlare di qualche anno più addietro, all’epoca delle sette sorelle. Quando un Mijatovic lasciava Madrid, sponda Real, proprio per Firenze. O quando all’ombra della Torre di Giotto tiravano calci ad un pallone due fuoriclasse come Rui Costa e Batistuta, e a guardia della porta posta sotto la Fiesole c’era un certo Francesco Toldo, tra i migliori estremi difensori della sua epoca.

Insomma, questo discorso non vuol essere il solito discorso distruttivo e depressivo, esterofilo e quant’altro.

Nel momento in cui Dimitar Berbatov preferisce un Fulham qualsiasi ad una Fiorentina e, ancor più, ad una Juventus significa veramente che l’appeal del nostro calcio si sta riducendo (o si è già ridotto) ai minimi storici.

C’è solo da sperare che questa cosa, unita al fatto che Portogallo e Francia potrebbero superarci già quest’anno nel ranking UEFA, risvegli un po’ le coscienze di chi gestisce il calcio nel Belpaese, a livello federale e non.

Altrimenti nel giro di poco finiremo davvero con l’essere un calcio provinciale. Salvato forse solo da una nazionale capace, di tanto in tanto, di compattarsi e tirare fuori prestazioni da urlo.

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Radiomercato parla di una possibilità interessante per il centrocampo del Milan. Che orfano dei senatori (Ambrosini escluso) deve rifondarsi quasi da zero.

In questo senso non è certo un brutto colpo quello che ha visto l’arrivo di Riccardo Montolivo da Firenze. Che, contornato dagli acquisti di Traorè e Constant dà un po’ di sostanza ad un reparto che solo un mese fa aveva un problema non da poco anche solo a livello numerico.

Questi acquisti, però, non rendono certo quello milanista un centrocampo di grande livello. E se ormai non si può sperare che le nostre squadre competano con le superpotenze (economiche) europee va detto che nemmeno a livello italiano si può dire sia un reparto competitivo.

Proprio per questo l’eventuale inserimento di Nuri Sahin, regista turco che dopo aver fatto faville nel Borussia Dortmund è passato – con poca fortuna – al Real Madrid, darebbe un plus importante a livello di qualità. Che se non colmerebbe la differenza che c’è oggi tra il centrocampo milanista e quello di altre squadre (come il Barcellona parlando di Europa, o la Juventus parlando di Italia) sarebbe comunque un buon primo passo in questo senso.

Nuri Sahin regista turco, dicevo.

Discrepanza notevole, non trovate?

O solo io penso che non abbia avuto senso cedere Pirlo adducendo motivazioni tattiche (non per nulla il fenomeno bresciano è stato poi rimpiazzato da Van Bommel, giocatore con ben altre caratteristiche) per poi comprare un giocatore che, pur con differenze tecniche evidenti, ha un tipo di gioco molto simile ad Andrea?

Insomma, cedere un regista dicendo che non si vuole usare un giocatore con quelle caratteristiche. Per poi, poco dopo, acquistarne uno molto simile.

Questo sarebbe sbugiardare in pieno Massimiliano Allegri. Sbugiardarsi, visto dalla sua prospettiva.

Non so, personalmente credo che se alla base della cessione di Pirlo c’era già sicuramente una volontà, esplosa poi in pieno quest’anno, di ridurre il tetto ingaggi è altrettanto vero che si percepiva come Allegri non gradisse Andrea centromediano metodista, preferendolo mezz’ala.

In questo senso mi pare chiaro come o Allegri abbia cambiato totalmente idea, e dovrà essere pronto ad ammettere l’errore compiuto con la cessione di Pirlo, oppure il Milan è semplicemente in balia degli eventi e sarà pronto a comprare un qualsiasi giocatore di qualità possa arrivare a cifre abbordabili.

Segno, in quest’ultimo caso, della netta involuzione del nostro calcio.

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Scrivo di getto perché sinceramente ‘sto malcostume di gettare la croce addosso ai giocatori per due mezzi errori è davvero stucchevole, e non posso tacere.

L’errore nell’amichevole precedente l’ho visto su Youtube. Niente da dire. Giocatore pesante, stop sbagliato, zero reattività, goal regalato.

Questo di oggi, contro l’Inter, l’ho invece visto in diretta.

Campo indecente, Lucio sicuramente non si muove come dovrebbe ma non ha tutte le colpe.

Anche fosse, comunque, non è giustificabile il fatto che in rete si spendano già critiche e battute – pure pesanti – su di lui.

Lo ammetto, a me il ragazzo piace da sempre. Con sempre intendo il lontano 2000, quando arrivò a Leverkusen per, passo dopo passo, conquistare l’Europa.

Parliamo di un giocatore con carattere e personalità assolute.  Un ragazzo che in carriera si è laureato Campione del Mondo sia di club che con la nazionale. Che ha un palmares da fare invidia (oltre ai due Mondiali anche due Confederations, tre campionati tedeschi, 2 coppe di lega e tre coppe di Germania, un campionato italiano, due coppe Italia, una supercoppa nostrana e una Champions) e che non può essere additato come un “molle” cui probabilmente “pesa la maglia che indossa ora”, come è stato detto da più parti stasera.

Lucio ha dei limiti evidenti, che però non si possono far risalire al fatto che subisca troppo la pressione. Anzi, spesso pecca proprio di troppa sicurezza, al massimo.

Ma in Italia c’è questo mal vezzo di bollare tutti come scarsi o bolliti dopo due errori. Ed è così che si bruciano i giocatori.

A Torino dovrebbero ricordarselo bene, per altro. Mimmo Criscito e l’errore su Totti non ricorda nulla a nessuno?
Quanto fu massacrato il ragazzo, che finì praticamente lì la sua esperienza in Bianconero?

Logico, Lucio non farà la stessa fine. Perché è un giocatore già formato, sia tecnicamente che mentalmente.

Però… però ha una certa età, certo è in fase calante… forse un po’ di supporto in più lo meriterebbe, soprattutto al 21 luglio, in piena “pre temporada”…

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Oggi ho parlato dei soldi che il Milan risparmierebbe cedendo Thiago Silva ed Ibrahimovic e soprattutto ho spiegato perché i Rossoneri hanno rifiutato l’offerta che avrebbe portato il solo brasiliano a Parigi per accettare poi quella che porterebbe entrambi sotto la Tour Eiffel.

Adesso facciamo un altro passo in questo senso e proviamo ad ipotizzare cosa ne sarebbe del Milan una volta chiuse la doppia cessione.

Logico che parte dei soldi incassati cash per i trasferimenti e di quelli risparmiati sull’ingaggio andrebbero reinvestiti per rinforzare una squadra che, altrimenti, non partirebbe nemmeno per giocarsi una lotta Scudetto.

E allora tra i nomi che si fanno (Ogbonna, Astori e Dodò per la difesa, Dzeko, Destro e Tevez per l’attacco) prendiamone due che possano in qualche modo coprire i buchi lasciati dai partenti… e quindi Ogbonna, centrale già in nazionale e comunque futuribile, e Tevez, che rappresenterebbe invece una delle poche certezze di quel Milan.

E facciamoci due conti.

Stamattina, anche ricalcando quanto tratteggiato dalla Gazzetta, parlavo dei 170 milioni globali che il Milan si troverebbe in più in tasca se si pensa tanto al cash incassato al momento delle cessioni quanto ai soldi risparmiati dagli stipendi.

170 milioni che andrebbero reinvestiti solo in parte.

I conti si fanno presto.

Ogbonna costerebbe sui 15 milioni. Ammortizzati dall’inserimento di contropartite, certo. Ma il valore effettivo sarebbe quello, arrotondato per eccesso (si parla di 14, per la precisione).
Cui andrebbe aggiunto un quinquennale da 2,5 milioni (netti), secondo quanto dice radiomercato.

Tevez costerebbe, secondo valutazione, 25 milioni di euro e pretenderebbe un totale di quasi 15 milioni (lordi) di ingaggio l’anno.
Avendo ancora solo 28  bisognerebbe poi fargli come minimo un triennale, se non un quadriennale.

Quindi… per Ogbonna bisognerebbe affrontare un investimento totale di 40 milioni. Cui dovrebbero essere aggiunti i 70 da spendere per Tevez (tenendo conto solo di un triennale). Per un totale di 110 milioni spesi, a fronte dei 170 guadagnati/risparmiati con la cessione dei due top player.

Che fanno, su scala quinquennale (contratto di Silva attuale, eventuale contratto di Ogbonna qualora arrivasse), 60 milioni di euro risparmiati in totale, praticamente 12 milioni di risparmio all’anno.

Un risparmio relativo, se si pensa che il deficit accumulato nel 2011 fu pari a 67 milioni di euro. Un risparmio che, quindi, non permetterebbe al Milan di arrivare ad un ipotetico pareggio di bilancio anche qualora le entrate dovessero mantenersi allo stesso livello dello scorso anno (tutto da vedere, dato che se cedi i tuoi top player potresti avere meno abbonamenti e meno gente che viene allo stadio ad ogni match, per dire).

Vero è che a questo risparmio andrebbe aggiunto quello che si formerà, nel complesso, con l’addio della vecchia guardia e l’arrivo di alcuni sostituti, che difficilmente finiranno con l’andare a costituire un monte ingaggi a livello di quello della scorsa stagione.

Tirando le conclusioni: ha senso che il Milan si indebolisca (perché è indubbio dire che oggi la coppia Ogbonna-Tevez non vale, nel complesso, Thiago-Ibrahimovic) per andare a ricucire solo parzialmente (praticamente per un quinto) il proprio deficit annuale?

A voi l’ardua sentenza…

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Handanovic, Silvestre, Palacio ed il riscatto di Guarin. Più quello probabile di Poli. Più le voci su Krasic, Lucas, Paulinho, Destro. Il segno di un’Inter che dopo le difficoltà post-Mourinho e post-Triplete vuole davvero rifondare da zero o quasi.

I protagonisti di quella storica stagione che si chiuse con i trionfi della primavera 2010 stanno infatti, piano piano, prendendo tutti un’altra strada.

Lucio si è già accasato altrove, a breve toccherà fare altrettanto a Stankovic, Julio Cesar e Maicon.

Ma non solo: nelle ultime due stagioni non hanno girato anche alcuni dei giocatori acquistati dopo quei grandi trionfi, come quel Diego Forlan che dopo le grandissime cose fatte vedere in Colchoneros ed in Nazionale ha bucato clamorosamente a Milano, trasferendosi dopo una sola stagione in Brasile.

E a partire, nei prossimi giorni, potrebbero essere anche Ranocchia e Pazzini. Due ragazzi che solo un anno fa erano arrivati a Milano circondati da grandissimo entusiasmo e salutati come il punto di partenza di una nuova Inter: giovane e soprattutto più italiana.

Le cose per loro, però, non sono mai andate benissimo.

L’attaccante ex Doria, ormai 28enne, è ancora alla ricerca del definitivo salto di qualità (che a questo punto potrebbe anche non avvenire mai). Giunto a Milano dopo le ottime cose fatte vedere in Liguria (48 goal in 87 partite ufficiali) sembrava dovesse solo confermarsi in una big, guadagnandosi così un posto fisso in nazionale.
All’Inter, però, il suo score parla di 19 goal in 60 partite. Non stupisce, quindi, che Prandelli l’abbia lasciato a casa all’ultimo Europeo.

Ranocchia invece è riuscito a vedere il campo solo una quarantina di volte, chiuso dai mostri sacri della difesa interista. Va detto che quando è riuscito a giocare le sue prestazioni non sono comunque state all’altezza di quella mezza stagione giocata a Bari prima dell’infortunio che lo incoronarono come colui che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di due mostri sacri come Nesta e Cannavaro al centro della difesa Azzurra (cosa che non gli è riuscita ancora oggi, con Barzagli, Chiellini e Bonucci che nelle gerarchie prandelliane gli stanno nettamente davanti).

Che fare, dunque, per provare a rilanciarsi?

Cambiare aria potrebbe essere la soluzione ottimale.

Intendiamoci, con Stramaccioni la nuova Inter potrebbe prendere una fisionomia molto diversa un po’ in tutti i sensi, rappresentando un trampolino per il rilancio di Pazzini e la consacrazione di Ranocchia.

Dopo diciotto mesi spesi male, però, entrambi i ragazzi potrebbero necessitare di una cambiamento drastico proprio per avere nuova linfa.

Il punto, nel momento in cui decidano di cambiare, sarebbe però trovare la squadra che più possa metterli in considerazione di rendere secondo le loro possibilità.

In questo senso sembra ormai comunque scontata la partenza di Pazzini, che giusto ieri sera ha detto di non sentirsi più parte integrante del progetto Nerazzurro.

Se davvero partirà non è ancora detto, ma ci sono voci che iniziano a paventare un’idea abbastanza particolare: scambio con lo juventino Krasic.

Uno scambio che potrebbe fare sicuramente bene all’Inter, che vedrebbe partire un giocatore assolutamente demotivato e potrebbe nel contempo rivitalizzare l’ala serba assolutamente atterrita dall’ultima – pessima – annata in Bianconero.

Ma che forse non sarebbe il top per Giampaolo, che rischierebbe di fare il doppione del già non titolarissimo Matri.

Il tutto, si intende, ad oggi. Perché qualora Matri partisse (si parla di un suo possibile inserimento nell’eventuale affare Jovetic) lo spazio potrebbe sicuramente aumentare.

In tutto questo, però, difficile che Pazzini potrebbe arrivare a Torino da pseudo titolare.

Ecco perché l’ipotesi tecnica migliore risulta essere quella che lo rivorrebbe sulla sponda Blucerchiata di Genova, dove il neo allenatore Ferrara ha speso parole molto positive nei suoi confronti.

L’ostacolo, in questo caso, sarebbe di tipo economico, con una valutazione del cartellino del ragazzo fuori portata ed un ingaggio assolutamente non in linea coi parametri della società dei Garrone.

La Sampdoria, però, potrebbe essere la squadra ideale in cui rilanciarsi: apprezzato dall’ambiente, amato dai tifosi, tornerebbe lì dove meglio ha saputo esprimersi in carriera. Certo, senza Cassano a fornirgli assist. Ma peggio che a Milano difficilmente farebbe.

Diverso invece il discorso inerente Ranocchia, anch’esso negli ultimi mesi accostato alla Juventus.

Che dopo le belle cose fatte vedere con Ventura a Bari, dove solo un infortunio non gli permise di chiudere un campionato giocato fin lì ad altissimo livello per strappare poi una partecipazione al Mondiale 2010, sta stentando un po’ a ritrovarsi.

Per lui siamo forse all’ultimo appello.

Ventiquattro anni, fondamentali importanti, deve esplodere. Ora o mai più.

Le squadre che si stanno muovendo con convinzione su di lui sono PSG e City. Entrambe straniere ma, guarda caso, entrambe allenate da due tecnici italiani, che conoscono quindi bene il suo valore.

E chissà che trasferendosi in una delle due il nostro non riesca a strappare un posto da titolare ed accumulare quell’esperienza anche internazionale che possa davvero portarlo ad affermarsi anche in Azzurro.

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I mass media ormai lo danno per fatto.

L’accordo ci sarebbe già, per una cifra che si aggira tra i 10 ed i 13 milioni, come da valutazione del Presidente Sebastiani.

Quello col giocatore, logicamente, è praticamente una formalità, perché quando sposti tutti quei milioni ed hai una facilità di spesa disarmante non ci metti molto a convincere un ventenne la cui esperienza massima di carriera è stato un secondo posto in Serie B a venire a farsi strapagare per giocare la Champions League.

Insomma, a leggere in giro si sarebbe passato il punto di non ritorno: Marco Verratti diventerà a tutti gli effetti un giocatore del Paris St. Germain e la prossima stagione sarà a disposizione di mister Ancelotti.

E questo nonostante il ragazzo qualche settimana fa giurasse, pur ancora da pescarese, eterno amore alla “sua” Juventus, la squadra per cui tifa sin da bambino.

Occasioni del genere però, oggettivamente, capitano poche volte nella vita.

Ma siamo proprio sicuri che questo trasferimento – io dico ancora eventuale, del resto anche Thiago Silva sembrava ormai avviato alla conclusione positiva – sarebbe positivo per tutte le parti?

Andiamo a valutare un po’ di pro e contro.

Partendo dal Paris. Che in realtà di contro non ne ha molti: inserirebbe in organico un giocatore potenzialmente tra i top al mondo nel proprio ruolo, lo darebbe in mano ad un allenatore che sicuramente ha le possibilità di farlo sbocciare definitivamente e, vista la capacità di spesa succitata, farebbe tutto sommato un acquisto più che accettabile, con possibilità di resa per altro esponenziali.

Ok.

Ma Marco e il Pescara?

Partiamo proprio dagli abruzzesi.
Premettendo che logicamente la volontà del Presidente sia quella di costruire una squadra capace quantomeno di salvarsi e non tanto di speculare sulla cessione di un singolo giocatore come se non ci fosse un domani ecco che non per forza la via che prevede un’offerta esclusivamente economica dovrebbe essere quella prediletta. Questo perché se ti privi di una delle tue stelle per soldi devi poi essere sicuro di reinvestirli bene, questi denari. Cosa tutt’altro che scontata.

Certo, con una decina di milioni il Pescara potrebbe andarsi a comprare la comproprietà di due o tre giovani di belle speranze sperando esplodano per poi capitalizzare ulteriormente le loro cessioni e creare un ciclo virtuoso stile Udinese, anche se magari più in piccolo, con cui mantenersi e rilanciarsi di anno in anno nel lungo periodo.

Contemporaneamente, però, la cessione del ragazzo a fronte di contropartite interessanti e già predefinite assicurerebbe un po’ al Pescara questo meccanismo.

Leggendo qua e là le dichiarazioni di Sebastiani vedevo come lo stesso Presidente abruzzese citassi il romanista Viviani. Giocatore forse meno talentuoso in senso stretto ma sicuramente interessantissimo a maggior ragione per una “piccola” come il Pescara.

Ecco quindi che un’eventuale cessione in Italia potrebbe dare la sicurezza al Pescara di andare ad accaparrarsi almeno un paio di giovani interessanti che accettando i contanti del PSG non è così scontato riuscirebbe poi a reperire altrimenti.

Perché credo sia logico che qualora Napoli, Roma o Juventus dovessero privarsi delle comproprietà di qualche gioiellino lo farebbero più volentieri a fronte dell’arrivo alla casa madre di un Verratti, piuttosto che di quell’uno o due milioni che fondamentalmente non fanno la differenza quando si parla di squadre che fatturano tra i cento ed i duecento milioni di euro l’anno.

Pescara che insomma dovrebbe farsi i conti in tasca. Perché cedere il cartellino del ragazzo in Italia farebbe sì guadagnare meno cash ma darebbe qualche certezza tecnica in più: da una parte si potrebbe ottenere più facilmente la permanenza del ragazzo per un altro anno in Abruzzo (cosa di cui nessuno parla in relazione all’eventuale trasferimento Oltralpe), dall’altra si potrebbe appunto mettere le mani con certezza su qualche giocatore che farà sicuramente comodo ad una squadra che per altro, bene sottolinearlo, ha già perso tre dei principali interpreti della scorsa stagione (Zeman, Insigne, Immobile) e che già così è quindi praticamente da rifondare.

Detto dei dubbi relativi alla società che si trova a dover cedere il ragazzo veniamo allo stesso Marco.

Che certo andrebbe a guadagnare meglio di quanto non guadagnerebbe in Italia (suppongo, almeno).
Ma c’è sempre il risvolto della medaglia.

Iniziando dalla Nazionale: oggi, pur non essendo ancora riuscito ad essere un punto fermo dell’under 21, Verratti è già in predicato di passare alla nazionale maggiore.

I giornali, dopo la preconvocazione Europea, lo danno già per scontato ed è indubbio che un suo eventuale imporsi in Serie A, foss’anche solo con la maglia attuale, potrebbe essere il sigillo del suo ingresso a tutti gli effetti nel giro “grosso”.

E storicamente, Campioni affermati a parte, abbiamo sempre visto come in Italia si tenda un po’ a snobbare il giocatore che gioca all’estero. A maggior ragione appunto quando non ha già una statura affermata (come potevano essere Zambrotta e Cannavaro qualche anno fa, o lo stesso Thiago Motta oggi, pur con profili diversi).

Ma anche ponendo il fatto che questo nuovo corso prandelliano possa rappresentare un punto di rottura anche in questo senso è inutile negare che oggi, nonostante tutti i tanti problemi intrinseci del nostro calcio, la Serie A ha ancora un profilo superiore alla Ligue 1.

E questo nell’evoluzione di un giocatore conta.

Altrimenti non si spiegherebbe perché in linea di massima, con qualche rara eccezione emersa solo col nuovo corso “arabo” del Paris, siano sempre i talenti francesi ad emigrare per consacrarsi, e mai il contrario.

Questo è un aspetto cui il ragazzo dovrebbe pensare.

Esattamente come dovrebbe pensare al fatto che un cambiamento così drastico, che lo porterebbe a cambiare addirittura nazione, influirebbe comunque pesantemente sulla sua vita di tutti i giorni e sul suo stile di vita stesso.

Inoltre un suo eventuale trasferimento a Torino, dove gli consigliai di andare già mesi fa, lo vedrebbe inserito in un contesto idilliaco per la sua crescita, con il regista per eccellenza a fargli da chioccia ed una serie di compagni che si ritroverebbe poi in Nazionale.

Insomma, posto che per ogni calciatore la massima aspirazione dovrebbe essere l’Azzurro ecco che andare a Parigi sarebbe controproducente. Meglio restare in Italia, con il top rappresentato, oggi, da Torino.

Poi certo, aspetto economico a parte c’è una questione tecnica che potrebbe comunque invogliarlo a scegliere Parigi: Carlo Ancelotti.

Inutile nasconderci. Stiamo parlando dell’allenatore che non inventò Pirlo regista, ma di certo che aiutò uno dei talenti più cristallini della storia del calcio italiano (e forse non solo) ad imporsi come il Fenomeno assoluto che oggi tutti noi conosciamo e che se solo una settimana fa avesse vinto l’Europeo sarebbe uno dei maggiori candidati al Pallone d’Oro.

Chiaro, non è detto che “l’operazione” riuscirebbe anche con Verratti, ma è indubbio che questo aspetto potrebbe portare il ragazzo e il suo entourage a propendere per Parigi.

In tutto questo chi sicuramente ci perderebbe è il calcio italiano: che si vedrebbe scippato di un ennesimo talento (dopo che l’anno scorso, tanto per dirne due, ha perso Sanchez e Pastore) e che soprattutto dimostrerebbe ancora una volta, dopo il caso Giuseppe Rossi, l’incapacità di trattenere in Italia uno dei nostri giovani talenti più puri.

Al riguardo so di ripetermi in continuazione, ma purtroppo le cose non cambiano: c’è bisogno di una rivoluzione culturale nel mondo del calcio italiano (e forse nel paese tutto) che porti i nostri dirigenti a credere e puntare sui giovani talenti che abbiamo.

Perché una volta anche i Cannavaro, Buffon, Pirlo e Gattuso erano solo dei giovani di belle speranze che avevano tutte le possibilità, come i Baronio di turno, di tradire le attese.

Ma se nessuno ci avesse mai puntato oggi noi saremmo solo tre volte Campioni del Mondo.

Beh, è ora di tornare a puntare sul nostro calcio, che come hanno dimostrato gli Europei appena conclusi resta, nonostante tutte le contraddizioni ed i problemi che ha al suo interno, ancora un movimento che se vuole può davvero rappresentare un’eccellenza a livello mondiale.

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La finale di ieri, nel bene e nel male, passerà alla storia.

Un po’ perché un 4 a 0 non si verifica certo spesso in partite di questa importanza. Un po’ perché non era mai successo che una nazionale riuscisse a vincere due Europei di fila, tantomeno con un Mondiale in mezzo. Un po’ perché la nostra nazionale non era accreditata della finale. E, infine, perché l’Italia è alla terza finale persa, su quattro disputate, negli ultimi 18 anni (Usa 94 ed Euro 2000 le altre).

Questa, però, era assolutamente segnata in partenza. Ancor prima che dalla condizione precaria degli Azzurri dalla strapotenza iberica, che pur non essendosi notata nel derby contro la Spagna era palese sarebbe uscita contro di noi.

Perché diciamolo chiaro: l’Italia contro la Germania ha compiuto un mezzo miracolo e strameritato di vincere. Ma i demeriti tedeschi sono stati altrettanto palesi.

E’ stata proprio la squadra di Low, forse schiava di un complesso d’inferiorità ormai atavico, a metterci in condizioni di vincere, attuando un gioco (verticalizzazioni per una punta statica e traversoni dalla trequarti che difficilmente potevano impensierire difensori come i nostri) assolutamente alla nostra portata.

Il tiki-taka spagnolo, invece, non poteva che far collassare l’ambaradam.

In questo le colpe sono anche – e soprattutto – di Prandelli.

Intendiamoci: onore a lui, che ha saputo comunque guidare alla grande questo gruppo là dove nessuno si aspettava potesse arrivare.

Detto ciò, però, come ha ammesso proprio oggi gli è mancato il coraggio di rivoluzionare la squadra sul più bello, cercando di ovviare a stanchezza ed acciacchi.

Con un risultato chiaro: asfalto spagnolo sulle rovine della squadra che aveva ridicolizzato gli inglesi per poi imporsi alla grande sui favoritissimi tedeschi.

La Spagna era comunque palesemente più forte, certo. Onore a loro.
Peccato solo per quei sospetti di doping che qualcuno continua a muovere all’indirizzo dell’intero movimento sportivo spagnolo. Speriamo solo tra qualche anno non si finisca con lo scoprire l’irreparabile…

Onore alla Spagna, dicevo, ma è giusto sottolineare i demeriti dei nostri, in particolar modo di Prandelli.

Chiellini era palesemente fuori condizione. Infortunatosi prima di iniziare l’Europeo, ha dovuto combattere per un mese contro sé stesso prima ancora che contro gli avversari.
Peggiore in campo dell’11 titolare contro la Germania, sarebbe dovuto rimanere in panca ieri. Per dare spazio a quel Balzaretti che è stato una delle rivelazioni assolute di questo torneo.

Non è certo un caso se l’1 a 0, quello che inizierà ad aprire le prime vere falle nella comunque fragile impalcatura Azzurra, arriverà proprio dalla sua parte.
La pesantezza in quello scatto con cui proverà a chiudere Fabregas è l’istantanea perfetta dell’errore commesso da Prandelli. Che poi sarà costretto a toglierlo dal campo a metà del primo tempo, infortunato.

Altro errore, fondamentalmente quello su cui gli spagnoli hanno potuto costruire la loro vittoria, è l’aver inserito la coppia Balotelli-Cassano.

Difficile lasciarli in panchina dopo quanto fatto vedere in semifinale, siamo d’accordo. Ma regalare due giocatori agli avversari in fase di non possesso è stata la vera sconfitta Azzurra.

Perché logico che così poi i centrocampisti si trovano sempre da soli in mezzo a tre avversari ed il giropalla spagnolo diventa più che elementare.

Fondamentalmente hai due opzioni per attaccare il possesso spagnolo: pressare come fanno loro, che raddoppiano pure le foglie anche oltre la metàcampo, oppure creare grandissima densità quantomeno all’interno della tua trequarti. Impedire quindi si crei anche solo il più piccolo spiraglio. Cosa che fece benissimo l’Inter del Triplete, giocando con undici uomini dietro la linea del pallone. Cosa che non ha saputo fare minimamente ieri l’Italia, pur essendo, dicono, la maestra del catenaccio.

Niente catenaccio, dunque, ma nemmeno la propositività delle ultime partite. Un mix letale che ha portato i nostri, per di più acciaccati e palesemente fuori partita a livello mentale, a subire una batosta che ha preso le forme della goleada quando Prandelli ha compiuto l’ultimo errore di una sua personalissima serata ultra negativa: l’inserimento di Motta al posto di Montolivo.

Inserimento sbagliato per diversi motivi: sul 2 a 0 non ha senso mettere un mediano per un trequartista. Contro gli spagnoli non ha senso mettere in campo il giocatore più statico della squadra. E, ultimo ma non meno importante, non puoi sprecare la terza sostituzione per inserire il più fragile tra i tuoi giocatori.

Detto-fatto Motta dopo pochi minuti abbandona il campo in barella. Stiramento, strappo. Chissà. Fattostà che lì non solo finisce la partita degli Azzurri, ma inizia il dilagamento spagnolo, che resterà negli annali per sempre.

Serata storta, insomma, per Prandelli e per i suoi. Cui va però riconosciuto il merito di esserci arrivati fino alla finale di Kiev. Risultato impensabile solo ventiquattro mesi fa, dopo il tracollo sudafricano.

Ora vedremo in che direzioni andrà questa nazionale.

Perché il secondo posto odierno dovrebbe essere un punto di partenza e non di arrivo, certo. Ma è altresì vero che il faro di questa squadra, Andrea Pirlo, ha ormai 33 anni. E che se non si troveranno alternative valide i prossimi tempi potrebbero non essere così solari.

Prima di chiudere questa parentesi europeo per tornare poi nei prossimi giorni a parlare di squadre di club mi permetto un paio di considerazioni.

Innanzitutto quel benedetto carro. Su cui non c’era quasi nessuno ad inizio Europeo, su cui è salita quasi tutta Italia durante la partita con la Germania, da cui sono scesi praticamente tutti ieri sera.

Un carro su cui io ho messo radici da vent’anni. E da cui non scenderò certo oggi.

Perché si può vincere e si può perdere. Si può meritare o demeritare. Si possono sparare bolidi all’incrocio o sbagliare formazioni. Ma l’Italia resta l’Italia e l’Azzurro il colore in cui mi specchio da quando sono nato.

Nella buona e nella cattiva sorte su quel carro ci resterò. Criticando quando sarà il caso di farlo, come è giusto, incensando quando i ragazzi mi faranno rimanere a bocca aperta, come dopo la partita giocata contro la Germania. Ma sempre e comunque col mio posto ben saldo sotto al sedere.

E spero che come me ce ne siano tanti. I tifosi occasionali si occupino d’altro.

Ma non solo.

Basta moralismi banali e basta sorrisini sciocchi.

Da una parte mi sono dovuto sorbire per un mese una campagna anti-competizione da parte di chi aveva preso molto male – anche giustamente – il massacro dei cani avvenuto in Ucraina. Roba come “voi esultate loro no”, con tanto di foto cruente sicuramente di poco gusto.

Il fatto è semplice: bisogna saper scindere i due discorsi.

L’Europeo è una cosa. Il gioco del calcio è una cosa. La mia nazionale è una cosa.
Gli errori di un governo, come in questo caso quello ucraino, TUTT’ALTRA.

Sono due mondi che per quanto si siano sfiorati in questo caso non devono entrare in contatto.

Inutile dirmi che non devo esultare se la mia nazionale vince, in rispetto di quei poveri cani. Perché io rispetto ne porto. Ma so scindere le questioni veramente importanti dallo sport. Cosa che tutti questi falsi moralisti non riescono a fare.

Il tutto poi, ovviamente, è solo un “dagli all’italiano”. Non un solo link su Facebook ho visto ieri che dicesse agli spagnoli di non festeggiare. Come se i cani ucraini si sentissero offesi solo dalle nostre esultanze, eventualmente.

Per quanto riguarda i sorrisini, invece… capisco il fatto che ci sia chi non concepisca che una persona come me o tanti altri vedano il calcio, pur sapendolo distinguere bene dalle cose realmente importanti, la propria vita.

Però Dio o chi per esso ha voluto che effettivamente ci sia chi brucia di passione. Che sia per il calcio, un qualsiasi altro sport, una forma d’arte o altro poco importa. Il dato di fatto resta uno: il calcio è la mia vita. Se la mia nazionale perde ci resto male. Non per questo non riesco a capire cosa voglia dire la crisi economica e soprattutto culturale che stiamo attraversando, la morte di una persona, o altro. Anzi.

Però… beh, però se dovete venire a consolare chi brucia di passione con quei sorrisetti alla “ti prendi male per una partita, sei un povero ignorante” lasciate perdere.

Perché non siete voi a dover compatire noi. Ma noi a compatire chi come voi è tanto arido da non saper cosa voglia dire vivere di qualcosa.

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Ormai sembra certo: la storia d’amore che ha legato Lavezzi al Napoli è arrivata alla fine.

Due le ipotesi veritiere che si aprono ora per il suo futuro, in attesa che qualche altra (tipo lo Shaktar, che in questo momento è però una possibilità piuttosto defilata) possa concretizzarsi più in là.

Da una parte il Paris St. Germain, che dopo aver fatto incetta di giocatori in Serie A negli ultimi dodici mesi (da Pastore a Thiago Motta passando per Menez e Sissoko) sarebbe pronto a tornare alla carica con un’offerta base di 26 milioni di euro per assicurarsi l’attaccante di Villa Gobernador Gálvez.

Dall’altra l’Inter, che non avendo la stessa disponibilità di contante vantata dai proprietari del club allenato da Carlo Ancelotti non può che provare ad abbattere l’esborso cash con l’inserimento di qualche contropartita.
In questo senso pare che l’ultima offerta presentata a De Laurentiis ammonti a 12 milioni, il cartellino di Pandev più uno tra Pazzini e Ranocchia.

Due offerte che, nel momento in cui devi privarti di uno dei tuoi migliori giocatori, allettano non poco, a mio avviso.

Per capire quale offerta accettare andrà prima chiarito il futuro di Mazzarri, che come abbiamo detto ieri potrebbe partire.

A quel punto si potrebbero quindi fare tutte le considerazioni del caso.

A bocce ferme, però, qualche considerazione la si può già fare.

E allora anche ammesso che si riescano a spillare un altro paio di milioncini agli sceicchi parigini… come reinvestire poi i quasi 30 milioni che la cessione del Pocho frutterebbe?

Indubbio dire che nonostante abbia una storia importante, legata in particolare alla figura di Maradona, Napoli non rappresenti una piazza ambita quanto Barcellona o Madrid.

E che, quindi, l’arrivo di un top player in sostituzione di Lavezzi sarebbe comunque ben difficile da operare.

A questo punto quei soldi, qualora venisse accettata l’offerta del PSG, potrebbero essere reinvestiti per portare avanti il famoso “progetto giovani” che tanto sta a cuore dell’attuale Presidente partenopeo.

O, qualora rimanesse Mazzarri, a puntellare la rosa con elementi di sicuro rendimento.

Elementi di sicuro rendimento che il Napoli a questo punto potrebbe vedersi recapitare dall’Inter. Accettando la cui proposta ci si vedrebbe integrare in rosa Pandev, giocatore già testato ed apprezzato al San Paolo, e uno tra Pazzini e Ranocchia, come detto.

Ovvero sia, ammesso che sarà Lavezzi l’unico a partire, si potrebbe vendere Lavezzi sistemando l’attacco e raggranellando comunque della liquidità da investire su un altro colpo, oppure puntellare tanto l’attacco quanto la difesa.

Anche qui, logicamente, molto starà nel capire cosa farà Walter Mazzarri.

Perché se l’attuale coach partenopeo siederà ancora sulla panca del Napoli facile immaginare che ai due giocatori arrivati da Milano abbini un terzo colpo con quei 12 milioni.

Qualora invece non sarà più lui il tecnico dei partenopei ecco che si potrebbero aprire scenari fors’anche più interessanti: puntellare la difesa con il nazionale Ranocchia, sostituire Lavezzi lanciando Insigne e puntellando il reparto avanzato con l’acquisizione di Pandev ed investire i soldi che Moratti girerebbe nelle casse napoletane per acquistare, magari, quel Verratti che ormai tutti bramano, nello Stivale.

Insomma, due offerte molto interessanti che andranno vagliate a fondo, soprattutto in relazione a come si potrebbero reinvestire gli eventuali danari raccolti dalla cessione del Pocho.

E se solitamente i Presidenti tendono ad accettare le offerte cash… beh, in questo caso fossi in De Laurentiis farei bene i miei calcoli. Perché se la partenza di Lavezzi mi permettesse, in un colpo solo, di fare miei Ranocchia, Verratti e Pandev… sarebbe forse un sacrificio più che dolce…

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