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Ne parlai già tempo fa: sembra finita la storia d’amore di Victor Valdes col suo Barcellona.
Tanto che, subito dopo l’ufficializzazione del cambio di mister, qualcuno paventò un suo possibile trasferimento in Baviera, alla corte di Pep Guardiola. Ipotesi però di difficile percorrenza, se pensiamo a chi difende oggi i pali dei bavaresi: Manuel Neuer, che certo nulla ha da invidiare al portiere spagnolo.Victor Valdes

L’ormai quasi certa partenza del portiere titolare dell’ultima decade blaugrana apre scenari di mercato importanti, perché è logico che quella che fino a ieri è stata la squadra più forte del mondo non potrà certo puntare su un portiere modesto per sostituire il proprio numero 1.

Quindi o opteranno per una soluzione interna (Olazabal in primis) o, più probabilmente, si lanceranno sul mercato.

In questo senso negli ultimi giorni è circolata insistente la voce di un Barcellona pronto a sborsare una cifra vicina ai 30 milioni di euro (si va dai 28 ai 32, a seconda delle fonti) per assicurarsi Samir Handanovic, attuale estremo difensore nerazzurro.

Lo sloveno è indubbiamente uno dei migliori portieri al mondo, penalizzato da una carriera che l’ha visto fino ad ora giocare in squadre che non gli hanno permesso di calcare palcoscenici internazionali importanti (a partire dalla sua nazionale fino ad arrivare all’Udinese, passando per un’Inter che quest’anno ha avuto una stagione travagliata e non gli ha concesso la migliore delle vetrine).
Le sue qualità tecniche però non si discutono ed il Barcellona, che ha vanta una “rosa” di osservatori di primissimo livello, questo ben lo sa.

Handanovic, quindi, rappresenterebbe sicuramente un acquisto tra i migliori possibili per i blaugrana, che anziché indebolirsi vedrebbero così il proprio valore tecnico crescere ulteriormente (e rilancerebbero le proprie intenzioni bellicose, un po’ frustrate dal 4 a 0 subito contro il Bayern Monaco due giorni fa).

Nel contempo, però, la cessione di Samir in Catalogna rappresenterebbe per l’Inter una perdita gravissima.
Vero e proprio “top player”, come siamo ormai soliti chiamarli, Handanovic (che coi suoi 28 anni garantisce ancora diverse stagioni ad alto livello) dovrebbe essere uno dei giocatori su cui costruire il futuro dell’Inter, il rilancio del club. Non un semplice mezzo per realizzare una plusvalenza.

Purtroppo però il calcio italiano oggi, ben lo sappiamo, è diventato periferia. I campioni scappano all’estero, i soldi mancano, la programmazione latita.

Così, avrebbe davvero senso negarsi quel gruzzolo su cui fondare – ovviamente, a patto di iniziare a programmare a dovere – la propria rifondazione?

Logico che una squadra di prima fascia un giocatore del genere non lo dovrebbe cedere mai. Ma possiamo considerare oggi, a livello Europeo, l’Inter come un top club?

La risposta, per quanto male possa fare ai tifosi nerazzurri, è semplice: NO.

In questo senso, ecco che l’eventuale cessione di Handanovic potrebbe avere un senso.

Del resto è indubbio che il calcio italiano sia più o meno all’anno zero. E che se le nostre squadre, attualmente non competitive economicamente, vogliono tornare a dire la loro in Europa debbono prendere ad esempio il “modello Borussia”.

E allora PROGRAMMAZIONE e largo ai giovani.

Il Milan in qualche modo, la scorsa estate, ha già provato ad iniziare un processo di questo tipo. Che ora dovrà essere seguito anche dall’Inter.

Intanto, si fanno già i nomi dei possibili sostituti del portiere sloveno.

Si va da un possibile ritorno di Julio Cesar, che potrebbe liberarsi con la retrocessione del QPR, ai vari Sirigu (possibile partente in caso di rivoluzione parigina), Marchetti, Mirante, Stekelenburg.

Cui io mi permetto di aggiungere un’eventuale altra opzione: Bardi. Portiere cresciuto in casa, che viene da due buone annate in Serie B. Classe 92 come un certo Mario Gotze, forse non è un fenomeno in senso assoluto ma ha comunque doti interessanti. Poco dispendioso, futuribile. Un tassello importante per l’Inter che verrà.Francesco Bardi

Se poi davvero la cessione di Handanovic potrebbe portare a forti sconti per Alexis Sanchez (un giocatore che a Barcellona non s’è ambientato ma che nella A di oggi potrebbe essere non dominante ma quasi) ecco che il futuro potrebbe essere un po’ più roseo. Il tutto, nonostante la cessione di un top player.

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 E’ una Inter quasi irriconoscibile quella che scende in campo stasera a San Siro.

Una squadra, finalmente, innanzitutto.

Che lotta su ogni pallone, getta il cuore oltre l’ostacolo, cerca l’impresa.

L’assenza di Bale aiuta l’Inter, già solo a livello psicologico. Tra i pochi fenomeni del calcio moderno, il gallese avrebbe potuto risolverla in qualsiasi momento da solo.

Questo, però, non può essere un alibi per i londinesi. Perché così come il Milan è da crocifiggere per aver dilapidato il vantaggio dell’andata, così – anzi, a maggior ragione – dobbiamo crocifiggere il Tottenham per essersi fatto rimontare i ben tre goal di vantaggio accumulati nella gara d’andata.

Come raccontavo a chi con me seguiva la partita su Facebook, però, era anche ovvio che la squadra avrebbe dovuto, dopo il 3 a 0, cercare di chiuderla prima del novantesimo. Perché ai supplementari, dopo tutto quel dispendio di energie, sarebbe stato difficilissimo prevalere.

Due, quindi, le chiavi di volta, in negativo, per un’Inter comunque – per una volta – da elogiare senza remore.

In primis, un po’ come con Niang martedì, la traversa colpita da Palacio sull’1 a 0. Se l’attaccante argentino avesse segnato lì, si era intorno alla mezz’ora, l’Inter con ogni probabilità sarebbe riuscita a chiudere i conti prima del novantesimo, trovando una qualificazione assolutamente impronosticabile alla vigilia.

Poi, forse ancor di più vista la dinamica del match, l’occasione fallita dal pur ottimo Cambiassio al novantaduesimo. Quando, con sessanta secondi da giocare, un goal avrebbe davvero voluto dire quarti di finale.

Ora… dopo una serata del genere ci si aspetterebbero lodi a tutti, dai giocatori a Stramaccioni.

Io, però, la vedo diversamente. E mentre i giocatori – alcuni in particolari, poi vi dirò – sono assolutamente da incensare il mister sarebbe da mettere alla sbarra e processare.Andrea Stramaccioni

Il motivo è semplice: prima dell’andata dimostrò chiaramente di non tenere un granché al torneo, assolutamente sacrificabile in nome della corsa al terzo posto in campionato (che con ogni probabilità sfumerà).

Poi, dopo la figuraccia di Londra e la sconfitta col Bologna, praticamente esonerato, ecco che anche la gara di ritorno con il Tottenham assume una sua importanza. Anzi, quasi una centralità.

Peccato che ormai sia troppo tardi, perché, nonostante la squadra giochi alla grande e per il cuore messo in campo oggi meriterebbe il passaggio del turno, rimontare un 3 a 0 fino a staccare l’accesso al turno successivo è impresa epica, che non per nulla sfuma sul più bello.

Il tutto nonostante anche ai supplementari, pur alla canna del gas, i ragazzi vestiti di nero ed azzurro mettano in campo tutto quanto possibile, lottando come gladiatori e riaprendo – dopo la rete di Adebayor, con l’azione di Dembelè che mette palesemente in evidenza la difficoltà atletica della squadra di casa – una gara praticamente chiusa.

Un allenatore, insomma, non può trattare così un impegno europeo, nemmeno se ritenuto secondario rispetto all’obiettivo da raggiungere in campionato.

Venendo ai singoli applausi a scena aperta vanno riservati a Palacio, Handanovic e Cambiasso su tutti. Con il primo che nonostante la traversa dimostra di essere l’anima delle avanzate nerazzurre, il secondo che compie un paio di grandi interventi (ed è, per qualità, nettamente tra i migliori giocatori a roster) ed il terzo che gioca quasi ai livelli dei tempi che furono.

Ottimi, inoltre, anche un Cassano ispiratissimo (peccato abbia la mobilità e la velocità di un bradipo) ed un Kovacic che nonostante la giovanissima età dimostra di saper reggere certi palcoscenici.

Ma, più in generale, davvero bravi tutti.

Peccato, insomma. Remuntada storica fallita di un soffio!

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I numeri parlano chiarissimo.

Dopo un ottimo inizio di campionato l’Inter, ad inizio novembre, s’inceppò.

A partire dall’11 novembre (sconfitta 3 a 2 contro l’Atalanta) i nerazzurri hanno realizzato 9 vittorie, 5 pareggi e 10 sconfitte, con 35 goal realizzati a fronte di 39 subiti.Andrea Stramaccioni

Numeri impietosi, dicevo, che compongono un ruolino assolutamente negativo. Oserei dire inaccettabile, per una squadra del blasone dell’Inter.

Nonostante le parole di rito della società prima della partita, in stile “l’allenatore è intoccabile”, non possiamo non credere che la situazione di Stramaccioni sia in bilico.

E qui di considerazioni da fare ne nascono diverse. Giusto buttarne giù qualcuna.

Partiamo dal pensiero che feci quando l’ex mister della Primavera nerazzurra si sedette sulla panchina della prima squadra. Suonava tipo: “Il rischio di bruciarsi è altissimo”.

Perché certo, col senno del poi è sempre facile giudicare le situazioni. Anticipare le cose un po’ meno.

La cosa era semplice: l’Inter del dopo Mou aveva avuto grossissimi problemi a ritrovare la “retta via”. E quando si allena un club con quel blasone, quei tifosi e quella “necessità” di vincere, con, da contraltare, una rosa non certo all’altezza… beh, bisogna avere molta molta fortuna, soprattutto quando si è alle prime armi, per uscirne indenni.

Primo incarico da “pro” in carriera, subito in una grande. Risultati scarsucci ed esonero. Carriera bruciata?
Il rischio è alto.

Ma andiamo a soppesare un attimo quelli che sono i problemi di questa Inter per individuare un po’ i responsabili.

Perché ok, nel calcio – soprattutto italiano – le colpe vengono sempre riversate sul mister.

E’ anche logico, a ben pensarci. Non puoi cambiare, men che meno in corsa, tutta la rosa. Né l’intero apparato dirigenziale.
Quando le cose vanno male, quindi, il modo più semplice ed immediato per provare a dare una scossa all’ambiente è sostituire l’allenatore.

Questo, però, non significa che la maggior parte delle colpe siano dello stesso.

Ora, pensare di mettersi qui a difendere a spada tratta un allenatore che comunque dei limiti evidenti – e non poteva essere altrimenti vista la scarsa esperienza ed abitudine a reggere certe pressioni – li ha sarebbe sbagliato.

Ma proviamo a scorrere un attimo la rosa.

Proprio sicuri che sia all’altezza della situazione?

E qui mi ricollego al rischio bruciatura: allenare l’Inter come primo incarico è sempre un rischio. Farlo con una rosa non all’altezza è praticamente un suicidio (ma certo, chi rifiuterebbe un incarico del genere come primo contratto tra i “pro”?). Le colpe principali, quindi, sono da accollare alla dirigenza. Anche perché, ancor prima di parlare della costruzione del roster, chi ha messo alla guida della squadra un tecnico così giovane ed inesperto?

Appunto.

Certo, la questione porta è stata chiusa bene. Perché Handanovic è un ottimo portiere che certo non farà rimpiangere il pur ottimo Julio Cesar.

Per il resto, però, pochino. Con una difficoltà palese a ricostruire la squadra dopo il Triplete che ancora oggi, ad ormai tre anni da quell’evento, non sembra essere in via di risoluzione.

Tante le mosse di mercato sbagliate, anche in quest’ultimo anno.

Basti pensare ad una situazione di cui parlai solo qualche tempo fa: la questione attacco.

Peggiorata ulteriormente a gennaio, quando Sneijder e Livaja sono stati fatti partire. E con l’infortunio di Milito sono usciti tutti i limiti di una rosa assolutamente non all’altezza. Tanto che l’Inter ha provato la mossa disperata con la ricerca di ex giocatori svincolati, come Van Nistelrooy e Carew. Entrambi tentativi naufragati, col primo che non vuol più rimettersi gli scarpini ed il secondo che avrebbe avuto bisogno di almeno sei mesi di allenamenti per tornare un minimo in forma.

Stramaccioni, che comunque non ha mai dato un gioco alla squadra e che ha vissuto soprattutto sulla buona vena e sulle giocate dei suoi giocatori più talentuosi, dovrà quindi pagare salatissimo gli errori commessi in primis da altri.

Perché che sia stasera o che si tiri fino alla fine del campionato poco cambierà: la prossima stagione l’Inter cercherà l’ennesimo rilancio, di sicuro con un allenatore diverso. E lui… rischierà di cadere nel dimenticatoio.

Per chiudere, comunque, un pensierino al solito – squallido – teatrino fatto in occasione dell’Europa League permettetemelo.

Prima Mazzarri palesa la sua totale mancanza d’interesse a fronte di una possibile lotta Scudetto che, come palesato oggi, probabilmente non ci sarà mai fino in fondo.

Poi proprio Stramaccioni dice che il terzo posto sarebbe più importante della seconda coppa europea. Anche lui prende sonori schiaffoni fuori dai confini… per poi, subito dopo, rischiare di abdicare pure in campionato.

Andrea Stramaccioni

Perché parliamoci chiaro: l’Inter punta al terzo posto, ma realisticamente (ho visto Lazio – Fiorentina oggi, con i Viola che sono davvero ottimi quando riescono a giocare come sanno) il rischio per i nerazzurri (che è quasi impossibile arrivino tra le prime tre, per conto mio) è di non qualificarsi nemmeno alla prossima Europa League.
Che in realtà non sarebbe nemmeno un male. Sono STUFO di vedere le nostre compagini snobbare le gare europee.

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Tutti i nodi vengono al pettine, dicevo solo quattro giorni fa.

L’aver costruito una rosa non all’altezza della situazione e delle volontà di vittoria sta portando non pochi problemi sulla sponda nerazzurra di San Siro. Dove oggi Stramaccioni è additato da tutti come un pessimo allenatore, i giovani rischiano di bruciarsi, e la stagione può naufragare completamente, con il fallimento di tutti gli obiettivi di inizio stagione.Andrea Stramaccioni

Una rondine non fa primavera, ma la sensazione è che ad una rosa già inadeguata, ulteriormente impoverita dal grave infortunio occorso a Diego Milito, si sommi ora il fardello psicologicamente negativo derivante proprio dall’assenza di uno dei giocatori più importanti del lotto.

Arrivati oltre la metà di febbraio, però, è un po’ tardino per aggiustare le cose, che sarebbero forse dovute essere valutate meglio prima.

Nel contempo è doveroso cercare comunque di valutare tutte le – poche – possibilità a disposizione per cercare di salvare la stagione.

Che è ancora comunque salvabile.

La situazione, oggi, è questa: in campionato la squadra occupa la quinta posizione, ad un solo punto dal terzo posto, ultimo utile per la qualificazione in Champions. Certo, stasera la Lazio giocherà contro il Siena fanalino di coda per portarsi alla pari con tutte le altre squadre. Volendo anche ipotizzare una vittoria biancoceleste i punti dal terzo posto diventerebbero quattro. Sempre e comunque colmabili cambiando marcia.

La Coppa Italia è poi ancora alla portata, nonostante la sconfitta nella semifinale di andata (2 a 1) subita dalla Roma. Un semplice 1 a 0 casalingo permetterebbe l’accesso alla finale.

L’Europa League, infine, dovrebbe secondo me diventare oggi il primo obiettivo della squadra. Perché anche se oggi vale poco, vista l’importanza sempre maggiore che negli anni ha acquisito la Champions, resta pur sempre un trofeo internazionale capace di arricchire una bacheca che, per dirla con Mourinho, eviterebbe così di presentare a fine anno i famosi “Zeru tituli”…

Intendiamoci: miracoli non se ne possono fare.

La qualificazione alla Champions, nonostante sia alla portata da un punto di vista matematico, sembra più lontana che mai. E anzi, Stramaccioni e i suoi dovrebbero guardarsi proprio dalla Fiorentina corsara di ieri, ormai ad un solo punto dai nerazzurri.

Concentrandosi però sulle coppe (quella nazionale prevede per altro due sole partite da disputare, ancora) si potrebbe appunto provare a salvare la situazione.

Per far questo bisognerà ovviamente provare a sistemare un attacco con pochissime alternative.

Proprio in questo senso ci sono due nomi che stanno circolando sugli organi di stampa oggi. Due giocatori svincolati – quindi acquisibili anche oggi stesso – per provare a salvare la stagione.Ruud van Nistelrooy

Si tratta di Ruud van Nistelrooy e John Carew.

Il primo è stato in assoluto uno dei migliori attaccanti della prima decade di questo nuovo secolo, quando vestì le maglie di United e Real segnando un totale di 214 goal (347 in carriera, con i propri club, più altri 35 in nazionale) vincendo una Premier e per due volte la Liga, più un’FA Cup, una League Cup, una Community Shield ed una Supercopa de España. Ma non solo. Infinita è anche la lista delle onoreficenze personali, tra cui ben tre titoli di capocannoniere della Champions League.

Insomma, un attaccante davvero forte e completo che seppe segnare a più non posso.

Ma che lo scorso maggio, al termine della sua prima ed unica stagione disputata con la maglia del Malaga, ha deciso di ritirarsi dal calcio.

Secondo radiomercato le possibilità di convincerlo a tornare sui suoi passi ci sarebbero. Va però sottolineato come il super bomber che dominò la prima decade del 2000 ha lasciato spazio, già da qualche anno, ad un giocatore troppo compassato ed appesantito per segnare goal a grappoli.

Anche qui, del resto, le statistiche parlano chiaro: le sue ultime tre stagioni da professionista l’hanno visto segnare solo ventidue volte a fronte di ben ottanta presenze. Non solo: lo score dell’annata scorsa, quella giocata appunto a Malaga, recita cinque realizzazioni in trentadue match disputati.

Davvero troppo poco per pensare che il suo acquisto possa spostare degli equilibri.

Carew, invece, conosce già il nostro campionato, avendo disputato una stagione nella Roma a cavallo tra il 2003 ed il 2004. Ma a differenza del buon vecchio Ruud non è mai stato un attaccante dominante. Anzi. In due sole stagioni – entrambe disputate con la maglia dell’Aston Villa – seppe raggiungere o superare quota 15 realizzazioni. In altre sette – Rosenborg compreso – andare in doppia cifra. Nelle ultime due, giocate con la maglia di Villa, Stoke e West Ham, ha poi raccolto solo quattro realizzazioni in quarantacinque match.

Insomma, due soluzioni che certo non sembrano essere molto convincenti, ma che sono probabilmente le migliori che l’attuale mercato svincolati può offrire a Moratti ed alla sua società.John Carew

Che sicuramente, ora, starà ben capendo gli errori commessi nelle ultime due sessioni di mercato, quando è stata costruita una rosa non all’altezza dei traguardi che si volevano raggiungere.

Europa League e Coppa Italia le priorità, dicevo. Priorità però tutt’altro che facili da raggiungere, vista la situazione.
Priorità che probabilmente non si avvicinerebbero molto nemmeno con l’acquisto di Van Nistelrooy e Carew.

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L’infortunio occorso ieri a Diego Milito è già storia.

L’attaccante argentino, grande protagonista della celebre cavalcata che portò al Triplete, sì è rotto collaterale, crociato anteriore e capsula del ginocchio sinistro. Per uno stop di almeno sei mesi (che, secondo qualcuno, potrebbe significare addirittura carriera finita).Diego Milito

Gli auguri al ragazzo sono d’obbligo. Almeno quanto un esame di coscienza.

Non tanto da parte di Stramaccioni (si sono subito sbizzarriti quelli del “doveva fare turn over”, gli stessi che criticano Mazzarri di averlo fatto per altro) quanto di una società che tra giugno e gennaio non ha saputo completare a dovere la rosa, trovando un buon sostituto di Milito.

Per l’amor di Dio, Rocchi per me è sempre stato un buon centravanti. Capace di muoversi bene, da punta vera, pur senza avere qualità (tecniche o atletiche) da fenomeno.

Oggi, però, sembra non possa reggere a dovere le prospettive che gli si aprono davanti. Arrivato a Milano per fare la riserva (sicuramente il primo sostituto di Milito nelle intenzioni della società sarebbe comunque stato Palacio, con tutti a disposizione) oggi potrebbe trovarsi ad affrontare i prossimi mesi con un minutaggio molto più alto di quanto preventivato. Forse troppo, rispetto a ciò che può dare (del resto ricordiamo che era ormai da tempo una semplice riserva anche nella “sua” Lazio).

Un esame di coscienza, quindi, dovrebbe farlo la società. In primis quel Marco Branca che, almeno in linea teorica, dovrebbe essere il responsabile del mercato nerazzurro.

Rosa alla mano la voce “attacco” recita: Milito, Palacio, Cassano e Rocchi.

In pratica, volendo giocare con una prima ed una seconda punta, due giocatori per ruolo (pur con Palacio adattabile anche come vice-Milito, come detto).

Rosa forse un po’ cortina, essendoci anche l’impegno europeo. Anche perché certo, infortuni gravi e dalla degenza lunga come quello capitato al Principe non sono cosa di tutti i giorni, ma vanno pur sempre tenuti in conto.

E farsi trovare oggi con un attacco che vede i soli Palacio, Cassano e Rocchi abili ed arruolabili significa “volersi un po’ male”.

Il primo a dolersi dell’infortunio al Principe, oltre al giocatore stesso, sarà per altro sicuramente Marko Livaja, che solo il mese scorso ha lasciato Milano per Bergamo, in cerca di minutaggio. Cosa che avrebbe con ogni probabilità trovato proprio all’ombra della Madonnina, a fronte di quanto occorso ieri a San Siro.

Certo, la crisi economica che sta colpendo il paese, e con esso il nostro calcio, porta e porterà ad un impoverimento tecnico delle rose.

Non si può quindi pretendere che l’Inter come riserva di Milito potesse acquistare un Higuain o un Drogba.

Di certo, però, anche un “semplice” Livaja avrebbe potuto dare, almeno da un punto di vista atletico – stante i tanti impegni, anche ravvicinati, che dovrà affrontare la squadra almeno fino a che starà in Europa – qualche garanzia in più del buon Rocchi.Tommaso Rocchi

E in realtà un giocatore più pronto del croato e meno “cotto” dell’ex Lazio era comunque rintracciabile, sul mercato.

Che gli errori commessi in sede di mercato possano essere fonte d’isprazione e d’attenzione per il futuro. Affinché l’Inter – e non solo – possa trovarsi più preparata a situazioni – comunque drammatiche – come questa.

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Scrivo di getto perché sinceramente ‘sto malcostume di gettare la croce addosso ai giocatori per due mezzi errori è davvero stucchevole, e non posso tacere.

L’errore nell’amichevole precedente l’ho visto su Youtube. Niente da dire. Giocatore pesante, stop sbagliato, zero reattività, goal regalato.

Questo di oggi, contro l’Inter, l’ho invece visto in diretta.

Campo indecente, Lucio sicuramente non si muove come dovrebbe ma non ha tutte le colpe.

Anche fosse, comunque, non è giustificabile il fatto che in rete si spendano già critiche e battute – pure pesanti – su di lui.

Lo ammetto, a me il ragazzo piace da sempre. Con sempre intendo il lontano 2000, quando arrivò a Leverkusen per, passo dopo passo, conquistare l’Europa.

Parliamo di un giocatore con carattere e personalità assolute.  Un ragazzo che in carriera si è laureato Campione del Mondo sia di club che con la nazionale. Che ha un palmares da fare invidia (oltre ai due Mondiali anche due Confederations, tre campionati tedeschi, 2 coppe di lega e tre coppe di Germania, un campionato italiano, due coppe Italia, una supercoppa nostrana e una Champions) e che non può essere additato come un “molle” cui probabilmente “pesa la maglia che indossa ora”, come è stato detto da più parti stasera.

Lucio ha dei limiti evidenti, che però non si possono far risalire al fatto che subisca troppo la pressione. Anzi, spesso pecca proprio di troppa sicurezza, al massimo.

Ma in Italia c’è questo mal vezzo di bollare tutti come scarsi o bolliti dopo due errori. Ed è così che si bruciano i giocatori.

A Torino dovrebbero ricordarselo bene, per altro. Mimmo Criscito e l’errore su Totti non ricorda nulla a nessuno?
Quanto fu massacrato il ragazzo, che finì praticamente lì la sua esperienza in Bianconero?

Logico, Lucio non farà la stessa fine. Perché è un giocatore già formato, sia tecnicamente che mentalmente.

Però… però ha una certa età, certo è in fase calante… forse un po’ di supporto in più lo meriterebbe, soprattutto al 21 luglio, in piena “pre temporada”…

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Handanovic, Silvestre, Palacio ed il riscatto di Guarin. Più quello probabile di Poli. Più le voci su Krasic, Lucas, Paulinho, Destro. Il segno di un’Inter che dopo le difficoltà post-Mourinho e post-Triplete vuole davvero rifondare da zero o quasi.

I protagonisti di quella storica stagione che si chiuse con i trionfi della primavera 2010 stanno infatti, piano piano, prendendo tutti un’altra strada.

Lucio si è già accasato altrove, a breve toccherà fare altrettanto a Stankovic, Julio Cesar e Maicon.

Ma non solo: nelle ultime due stagioni non hanno girato anche alcuni dei giocatori acquistati dopo quei grandi trionfi, come quel Diego Forlan che dopo le grandissime cose fatte vedere in Colchoneros ed in Nazionale ha bucato clamorosamente a Milano, trasferendosi dopo una sola stagione in Brasile.

E a partire, nei prossimi giorni, potrebbero essere anche Ranocchia e Pazzini. Due ragazzi che solo un anno fa erano arrivati a Milano circondati da grandissimo entusiasmo e salutati come il punto di partenza di una nuova Inter: giovane e soprattutto più italiana.

Le cose per loro, però, non sono mai andate benissimo.

L’attaccante ex Doria, ormai 28enne, è ancora alla ricerca del definitivo salto di qualità (che a questo punto potrebbe anche non avvenire mai). Giunto a Milano dopo le ottime cose fatte vedere in Liguria (48 goal in 87 partite ufficiali) sembrava dovesse solo confermarsi in una big, guadagnandosi così un posto fisso in nazionale.
All’Inter, però, il suo score parla di 19 goal in 60 partite. Non stupisce, quindi, che Prandelli l’abbia lasciato a casa all’ultimo Europeo.

Ranocchia invece è riuscito a vedere il campo solo una quarantina di volte, chiuso dai mostri sacri della difesa interista. Va detto che quando è riuscito a giocare le sue prestazioni non sono comunque state all’altezza di quella mezza stagione giocata a Bari prima dell’infortunio che lo incoronarono come colui che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di due mostri sacri come Nesta e Cannavaro al centro della difesa Azzurra (cosa che non gli è riuscita ancora oggi, con Barzagli, Chiellini e Bonucci che nelle gerarchie prandelliane gli stanno nettamente davanti).

Che fare, dunque, per provare a rilanciarsi?

Cambiare aria potrebbe essere la soluzione ottimale.

Intendiamoci, con Stramaccioni la nuova Inter potrebbe prendere una fisionomia molto diversa un po’ in tutti i sensi, rappresentando un trampolino per il rilancio di Pazzini e la consacrazione di Ranocchia.

Dopo diciotto mesi spesi male, però, entrambi i ragazzi potrebbero necessitare di una cambiamento drastico proprio per avere nuova linfa.

Il punto, nel momento in cui decidano di cambiare, sarebbe però trovare la squadra che più possa metterli in considerazione di rendere secondo le loro possibilità.

In questo senso sembra ormai comunque scontata la partenza di Pazzini, che giusto ieri sera ha detto di non sentirsi più parte integrante del progetto Nerazzurro.

Se davvero partirà non è ancora detto, ma ci sono voci che iniziano a paventare un’idea abbastanza particolare: scambio con lo juventino Krasic.

Uno scambio che potrebbe fare sicuramente bene all’Inter, che vedrebbe partire un giocatore assolutamente demotivato e potrebbe nel contempo rivitalizzare l’ala serba assolutamente atterrita dall’ultima – pessima – annata in Bianconero.

Ma che forse non sarebbe il top per Giampaolo, che rischierebbe di fare il doppione del già non titolarissimo Matri.

Il tutto, si intende, ad oggi. Perché qualora Matri partisse (si parla di un suo possibile inserimento nell’eventuale affare Jovetic) lo spazio potrebbe sicuramente aumentare.

In tutto questo, però, difficile che Pazzini potrebbe arrivare a Torino da pseudo titolare.

Ecco perché l’ipotesi tecnica migliore risulta essere quella che lo rivorrebbe sulla sponda Blucerchiata di Genova, dove il neo allenatore Ferrara ha speso parole molto positive nei suoi confronti.

L’ostacolo, in questo caso, sarebbe di tipo economico, con una valutazione del cartellino del ragazzo fuori portata ed un ingaggio assolutamente non in linea coi parametri della società dei Garrone.

La Sampdoria, però, potrebbe essere la squadra ideale in cui rilanciarsi: apprezzato dall’ambiente, amato dai tifosi, tornerebbe lì dove meglio ha saputo esprimersi in carriera. Certo, senza Cassano a fornirgli assist. Ma peggio che a Milano difficilmente farebbe.

Diverso invece il discorso inerente Ranocchia, anch’esso negli ultimi mesi accostato alla Juventus.

Che dopo le belle cose fatte vedere con Ventura a Bari, dove solo un infortunio non gli permise di chiudere un campionato giocato fin lì ad altissimo livello per strappare poi una partecipazione al Mondiale 2010, sta stentando un po’ a ritrovarsi.

Per lui siamo forse all’ultimo appello.

Ventiquattro anni, fondamentali importanti, deve esplodere. Ora o mai più.

Le squadre che si stanno muovendo con convinzione su di lui sono PSG e City. Entrambe straniere ma, guarda caso, entrambe allenate da due tecnici italiani, che conoscono quindi bene il suo valore.

E chissà che trasferendosi in una delle due il nostro non riesca a strappare un posto da titolare ed accumulare quell’esperienza anche internazionale che possa davvero portarlo ad affermarsi anche in Azzurro.

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Le ultime vicende di mercato parlano chiaro: Julio Cesar non è più considerato indispensabile in quel di Milano – almeno sponda Nerazzurra – e con ogni probabilità lascerà la squadra con cui scalò il tetto del mondo.

Al suo posto, ormai ufficiale, l’ingaggio di Samir Handanovic, portiere sloveno ex Udinese.

Giusto stamattina uno dei pochi assidui lettori dei miei sproloqui mi ha chiesto, su Facebook, cosa ne pensassi di questa operazione.

Beh, sulla carta è un affarone.

Perché quando si gestisce una società di calcio cuore e riconoscenza contano sì ma fino ad un certo punto e se si vuole restare sulla cresta dell’onda (dove l’Inter in realtà non c’è già più, ma punta a tornare da subito) si devono fare scelte anche dolorose.

Passare lo scettro di portiere titolare ad Handanovic può essere vantaggioso praticamente sotto tutti i punti di vista. Vediamoli.

Innanzitutto l’età.

Che per un portiere è sempre relativa, siamo d’accordo, ma che non può comunque non essere considerata. In questo senso doveroso sottolineare come la differenza tra i due penda tutta a favore di Samir, di ben cinque anni più giovane del suo predecessore.

Una differenza notevole che può voler dire molto. Perché se è vero che Zoff vinse un Mondiale a quarant’anni suonati è altrettanto vero che lui resta esempio più unico che raro di longevità eccezionale e che Cesar, coi suoi 33 anni sul groppone, non può garantire un minimo di cinque-sei stagioni ad alto livello come invece può fare, sulla carta, lo sloveno.

Altro aspetto importante è il rinnovamento tecnico in atto sulla sponda Nerazzurra di Milano. Dove se ne sono già andati Lucio, Cordoba, Orlandoni, Zarate e Palombo e da dove dovrebbero partire diversi altri giocatori, primi su tutti Maicon e Pazzini.

Una specie di rivoluzione, insomma, che vuol mettere in soffitta una volta per tutti la pur straordinaria squadra che centrò l’incredibile Triplete nel 2010, per provare ad aprire un nuovo ciclo con giocatori più giovani, affamati e motivati.

Tra cui, appunto, Handanovic.

Attenzione: questa è una motivazione importante. Perché se alle partenze avvenute e prossime a venire sommiamo gli acquisti già compiuti (Palacio e Silvestre oltre allo stesso Handanovic, cui va comunque aggiunto il riscatto di Guarin) più quelli che potrebbero chiudersi di qui a breve (Debuchy, Cissokho, Mudingayi più le voci Destro, Lucas, Gomez e varie) ecco che appare chiaro come il rinnovamento della squadra sia significativo e non solo fittizio.

Rinnovamento tecnico che in questo caso, sulla carta, non porta nemmeno ad un indebolimento neppur presunto della squadra. Perché parlando di over all dei due giocatori va sottolineato come Handanovic non sia certo inferiore al suo predecessore.

Se anziché sbarcare ventenne all’Udinese fosse approdato direttamente al Manchester United e lì si fosse imposto come erede dei vari Schmeichel e Van der Sar oggi Handanovic sarebbe considerato uno dei migliori esponenti del ruolo al mondo al pari di Buffon, Cech, Casillas e Neuer.

Ultimo, ma non certo in ordine d’importanza, l’abbattimento del tetto ingaggi.

Sui giornali si parla di un monte salari che oggi si aggira sui 190 milioni di euro per l’Inter, da ridurre di almeno un terzo. Ovvero sia un sessantina di milioni, che non puoi pensare di aver coperto con le cessioni di Lucio, Cordoba e Orlandoni.

Chiaro quindi che di partenze sanguinose, almeno per i cuori dei tifosi, ce ne dovranno essere ancora.

Tra queste una delle più scontate è proprio quella di Cesar, che guadagna tantissimo (quasi cinque milioni l’anno, se la memoria non mi inganna) e il cui ingaggio è quindi praticamente insostenibile, oggi, per le casse interiste.

Insomma, un’operazione che non si poteva non fare.

Con un solo piccolo dubbio: il Friuli e San Siro sono due palcoscenici opposti dove esprimersi. Riuscirà Handanovic, ormai comunque arrivato alla maturazione, a reggere l’impatto con una realtà grande ed importante come quella interista?

Nel caso in cui la risposta fosse affermativa… beh, l’Inter ha sicuramente un nuovo nonché affidabilissimo guardiano dei pali.

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Ormai sembra certo: la storia d’amore che ha legato Lavezzi al Napoli è arrivata alla fine.

Due le ipotesi veritiere che si aprono ora per il suo futuro, in attesa che qualche altra (tipo lo Shaktar, che in questo momento è però una possibilità piuttosto defilata) possa concretizzarsi più in là.

Da una parte il Paris St. Germain, che dopo aver fatto incetta di giocatori in Serie A negli ultimi dodici mesi (da Pastore a Thiago Motta passando per Menez e Sissoko) sarebbe pronto a tornare alla carica con un’offerta base di 26 milioni di euro per assicurarsi l’attaccante di Villa Gobernador Gálvez.

Dall’altra l’Inter, che non avendo la stessa disponibilità di contante vantata dai proprietari del club allenato da Carlo Ancelotti non può che provare ad abbattere l’esborso cash con l’inserimento di qualche contropartita.
In questo senso pare che l’ultima offerta presentata a De Laurentiis ammonti a 12 milioni, il cartellino di Pandev più uno tra Pazzini e Ranocchia.

Due offerte che, nel momento in cui devi privarti di uno dei tuoi migliori giocatori, allettano non poco, a mio avviso.

Per capire quale offerta accettare andrà prima chiarito il futuro di Mazzarri, che come abbiamo detto ieri potrebbe partire.

A quel punto si potrebbero quindi fare tutte le considerazioni del caso.

A bocce ferme, però, qualche considerazione la si può già fare.

E allora anche ammesso che si riescano a spillare un altro paio di milioncini agli sceicchi parigini… come reinvestire poi i quasi 30 milioni che la cessione del Pocho frutterebbe?

Indubbio dire che nonostante abbia una storia importante, legata in particolare alla figura di Maradona, Napoli non rappresenti una piazza ambita quanto Barcellona o Madrid.

E che, quindi, l’arrivo di un top player in sostituzione di Lavezzi sarebbe comunque ben difficile da operare.

A questo punto quei soldi, qualora venisse accettata l’offerta del PSG, potrebbero essere reinvestiti per portare avanti il famoso “progetto giovani” che tanto sta a cuore dell’attuale Presidente partenopeo.

O, qualora rimanesse Mazzarri, a puntellare la rosa con elementi di sicuro rendimento.

Elementi di sicuro rendimento che il Napoli a questo punto potrebbe vedersi recapitare dall’Inter. Accettando la cui proposta ci si vedrebbe integrare in rosa Pandev, giocatore già testato ed apprezzato al San Paolo, e uno tra Pazzini e Ranocchia, come detto.

Ovvero sia, ammesso che sarà Lavezzi l’unico a partire, si potrebbe vendere Lavezzi sistemando l’attacco e raggranellando comunque della liquidità da investire su un altro colpo, oppure puntellare tanto l’attacco quanto la difesa.

Anche qui, logicamente, molto starà nel capire cosa farà Walter Mazzarri.

Perché se l’attuale coach partenopeo siederà ancora sulla panca del Napoli facile immaginare che ai due giocatori arrivati da Milano abbini un terzo colpo con quei 12 milioni.

Qualora invece non sarà più lui il tecnico dei partenopei ecco che si potrebbero aprire scenari fors’anche più interessanti: puntellare la difesa con il nazionale Ranocchia, sostituire Lavezzi lanciando Insigne e puntellando il reparto avanzato con l’acquisizione di Pandev ed investire i soldi che Moratti girerebbe nelle casse napoletane per acquistare, magari, quel Verratti che ormai tutti bramano, nello Stivale.

Insomma, due offerte molto interessanti che andranno vagliate a fondo, soprattutto in relazione a come si potrebbero reinvestire gli eventuali danari raccolti dalla cessione del Pocho.

E se solitamente i Presidenti tendono ad accettare le offerte cash… beh, in questo caso fossi in De Laurentiis farei bene i miei calcoli. Perché se la partenza di Lavezzi mi permettesse, in un colpo solo, di fare miei Ranocchia, Verratti e Pandev… sarebbe forse un sacrificio più che dolce…

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Lo ripeto spesso, tanto che i miei amici ormai ne sono nauseati: il nostro calcio, inteso come movimento a tutto tondo, è ormai vecchio ed imbolsito. Ed ha bisogno di essere svecchiato a tutti i livelli.

Strutture nuove e più adeguate ai tempi e alle esigenze odierne, fiducia ai giovani, metodi di preparazione moderni, ecc.

Non nascondiamoci dietro a un dito: per anni siamo stati il punto di riferimento mondiale – o quantomeno continentale – in ambito calcistico.

Le nostre squadre di club facevano paura a chiunque, la nostra nazionale era tra le più talentuose e il gap esistente erano gli altri a doverlo colmare.

E poi?

Poi ci siamo fermati.

Mentre gli altri movimenti crescevano a vista d’occhio (basti pensare all’accoppiata Mondiale-Europeo centrata dalla Francia alla fine degli anni novanta, alla stessa accoppiata messa a segno recentemente dalla Spagna e al movimento tedesco tornato ai fasti di una ventina d’anni fa) noi ci siamo seduti sugli allori, convinti che il nostro predominio fosse tale per diritto divino e che mai nessuno al mondo – brasiliani a parte – avrebbe potuto giocarsela con noi.

Del resto il Milan dell’epoca Berlusconi ha dettato legge ovunque, la Juventus di Moggi si è insediata stabilmente tra le migliori compagini d’Europa, tante altre squadre, anche nelle competizioni continentali minori, hanno saputo fare la voce grossa un po’ ovunque. E la nostra nazionale, ancor prima di centrare la vittoria Mondiale nel 2006, è stata capace, a partire dagli anni novanta, di raccogliere un secondo e un terzo posto Mondiale oltre a quella finale disgraziatamente persa all’Europeo del 2000.

Quando però non ti sai rinnovare, dicevamo, ci vuole poco a dilapidare tutto il vantaggio accumulato sugli avversari.

Lo ha dimostrato bene l’Inter del Triplete, che dopo un’annata straordinaria non ha avuto il coraggio di rifondarsi ed è finita con l’affondare nel pantano che tutti noi oggi conosciamo.

Ma proprio dalle ultime vicissitudini di casa Nerazzura parte una qualche speranza per il futuro.

Gli indizi, in realtà, si possono trovare già da prima della cacciata di Ranieri.

Innanzitutto la questione stadi: qualcosa si muove.

Certo, siamo anni luce lontani dalle situazioni che si vivono in Inghilterra o Germania, ma lo Juventus Stadium è l’esemplificazione di come anche in Italia possiamo avere strutture moderne, di proprietà e confortevoli per ogni esigenza.
Una via, quella tracciata dalla società di Corso Galileo Ferraris, che va assolutamente seguita quanto più possibile.

Ma non solo. Quest’anno, come per magia, si sono imposti all’attenzione due giovanissimi (per i nostri standard) come Fabio Borini e Stephan El Sharaawy.

E ultimo, non certo in ordine di importanza, il siluramento di Claudio Ranieri in favore di Andrea Stramaccioni. Altra ventata di giovinezza dopo che in estate la panchina del Catania era stata affidata a Vincenzo Montella e quella della Roma a Luis Enrique.

Investire sui giovani, del resto, vuol dire garantirsi un futuro.

Due progetti in tal senso lo mostrano benissimo, molto meglio di quanto potrei fare io versando fiumi di inchiostro.

Da una parte, a livello di club, il Barcellona. Che quindici anni fa, o giù di lì, decise di impostare tutta la propria società di modo da garantire sì un sostegno importante alla prima squadra, centrando però buona parte dei propri sforzi sul settore giovanile. Con i risultati che tutti conosciamo: Messi, Xavi, Iniesta, Puyol, Piquè, Fabregas, trionfi a non finire e una squadra e una filosofia che segnano quest’epoca calcistica come pochi club al mondo sono stati capaci di fare nel corso della storia.

Dall’altra, esempio forse ancor più importante in relazione al nostro discorso, il movimento calcistico tedesco.
Che dopo aver trascorso un ventennio complicato si sta risollevando alla grande, con un lavoro strutturale che parte da lontano.

Del resto negli ultimi vent’anni se escludiamo la nazionale (capace di vincere un Europeo e giocarsi una finale Mondiale, comunque sempre più per qualità caratteriali che non tecnico-tattiche) vediamo come le figure rimediate dai club non siano state proprio delle migliori: una imposizione (Bayern 1996) in Europa League (o Coppa Uefa che dir si voglia), una nella defunta Coppa delle Coppe (Werder 1992) e due in Champions (Borussia 1997 e Bayern 2001). Poco, se rapportato  alle sette UEFA, tre Coppe delle Coppe e cinque Champions italiane.

Eppure oggi, scemato il momento d’oro vissuto negli anni novanta dalle nostre compagini, la situazione si è ribaltata: le nostre mediamente ricevono schiaffoni su ogni campo che visitano, tanto che il ranking UEFA vede oggi la Germania aver scavalcato (e continuare ad accumulare terreno) l’Italia.

E proprio quello tedesco è un modello da seguire: investimenti su giovani e strutture, per rimodernare un movimento che oggi ha poco da dire.

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