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Il mondo moderno è ormai sempre più un tutt’uno con quella cosa dai contorni un po’ indefiniti che chiamiamo globalizzazione. Ma cosa si intende, sinteticamente, con questo termine?
La globalizzazione, secondo Wikipedia, è quel “…fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo”.

Un gruppo di black block manifesta con la violenza la propria opposizione al processo di globalizzazione in atto
E proprio questo fenomeno, che condiziona via via sempre più la vita di tutti, è sconfinato anche nel calcio.
Segno evidente di questa cosa è il dilagare degli stranieri che imperversano ormai nelle rose delle squadre di tutta Europa. Con delle eccezioni, certo, ma chi più o chi meno è ormai pratica comune e diffusa quella di sfruttare la presenza di stranieri nelle proprie rose, per provare ad aumentare la qualità delle stesse.
Ci sono degli esempi significativi, in tal senso. Prendiamo sempre Wikipedia come riferimento, avendo un database piuttosto aggiornato in questo senso, e facciamo un breve excursus tra alcune delle squadre più importanti d’Europa, tanto per vedere come vanno le cose in tal senso: partiamo, giusto per curiosità, dal Chelsea del nostro Carletto Ancelotti.
Bene, nella rosa Blues gli inglesi sono solo 8, compresi i giovani Philliskirk ed Hutchinson. Gli stranieri sono invece ben 24, il triplo. Tra questi quattro portoghesi (Ferreira, Carvalho, Deco ed Hilario), tre francesi (Anelka, Malouda e Kakuta) due italiani (i giovani Sala e Borini), due serbi (Ivanovic e Matic), due brasiliani (Alex e Belletti) e due ivoriani (Drogba e Kalou) più un tedesco, un ghanese, un singalese, ecc. Insomma, una vera e propria babele in quel di Londra.
Londra che, in realtà, non ha solo la babele di Chelsea, ma anche quella del Borough of Islington, dove ha sede l’Arsenal. Tra i Gunners, infatti, gli inglesi sono addirittura solo 3 (Walcott, Campbell e Gibbs) mentre gli stranieri sono ben 23, quasi otto volte tanto. Ad una foltissima colonia francese (Diaby, Sagna, Gallas, Nasri, Traorè, Clichy e Silvestre, ovvero i francesi sono più del doppio degli inglesi!) si aggiungono due spagnoli, un messicano, un brasiliano, un italiano, un russo, un polacco, uno svizzero, un belga, un ivoriano, ecc. Un incredibile collage multiculturale, insomma.
Non solo in Inghilterra la pratica del fare largo uso di stranieri è in voga, comunque.
Nel nostro campionato abbiamo ad esempio l’Internazionale che, proprio per non smentire il nome, ha un ridottissimo numero di italiani in rosa – cinque – ed una folta rappresentanza di giocatori stranieri: quattro brasiliani e quattro argentini oltre a un kenyota, un portoghese, un ghanese, un macedone, ecc.

Eto'o festeggia con i compagni dopo aver realizzato la rete dell'1 a 0 nel 5 a 3 con cui l'Inter s'impose sul Palermo il 29 ottobre scorso. Questa immagine rappresenta bene la multiculturalità di questa squadra. A festeggiare un camerunense ci sono infatti un brasiliano, un ghanese, un serbo ed un argentino
Passando in Spagna, giusto per chiudere questa breve rassegna che racchiude i tre campionati più rappresentativi d’Europa, abbiamo l’esempio del – ancora poco – galattico Real Madrid: la rosa della Casa Blanca è composta da 9 spagnoli ma anche da 14 stranieri (tra cui tre argentini, due brasiliani e due olandesi).
Insomma, come detto in precedenza l’eterogenità delle rose, sotto il punto di vista delle nazionalità, è ormai una prerogativa di un po’ tutti i paesi del Vecchio Continente.
Ci sono però anche delle squadre che vanno in netta controtendenza: club che hanno deciso di fare dell’autoctonia un valore assoluto, costruendo quindi le proprie rose solo con giocatori di quel dato stato quando non, addirittura, di una particolare regione.
L’esempio più conosciuto, in tal senso, riguarda l’Athletic Bilbao: i Leones rappresentano infatti un caso più unico che raro probabilmente nell’intero panorama mondiale, quantomeno parlando di prime serie.
Nonostante l’attuale regolamento vigente in Spagna permetterebbe loro di tesserare un numero indefinito di stranieri comunitari e di registrare per la Liga un numero ben precisato di stranieri extracomunitari questo club basco persegue da sempre una politica particolarissima che li porta a non tesserare altro che giocatori baschi.
Ebbene sì: nell’epoca della globalizzazione e dell’esterofilia dilagante questa squadra non si limita a non schierare altro che giocatori spagnoli, ma si spinge oltre. La maglia Rojiblanca può essere infatti indossata solo da chi è basco o abbia origini basche o, tutt’al più, da chi è calcisticamente cresciuto nei circuiti calcistici giovanili baschi.
Nessuna eccezione.
Non è quindi solo una questione economica la non presenza di un Ronaldo o un Torres tra le fila degli otto volte campioni nazionali: non essendo loro baschi non possono essere presi in considerazione per un eventuale tesseramento.
I Rojiblancos non sono comunque l’unica società appartenente ad una prima divisione europea che ha solo giocatori della propria nazione. Andiamo quindi a vedere – basandoci su dati soccerway ed andando in ordine strettamente alfabetico per nazione – quali sono queste altre squadre, dopo aver parlato dell’esempio più lampante.

Alcuni fan dell'Athletic supportano il loro club nel corso di un match di Europa League contro l'Anderlecht: per la squadra di Bilbao lo schierare esclusivamente giocatori baschi non è questione di razzismo quanto un'esaltazione di tutto ciò che è basco
In Armenia troviamo ben due squadre: il Kilikia Football Club e lo Shirak Football Club.
Il primo è un club di Yerevan, la capitale armena: fondato nel 1992 partecipò al primo campionato armeno indipendente, nato sulle ceneri della dissoluzione dell’ex Unione Sovietica. Essendosi piazzato in dodicesima posizione ottenne il pass per partecipare alla prima edizione della Premier League armena, campionato in cui milita tutt’ora.
Il breve passato di questo club è stato comunque piuttosto turbolento: nel 1993 si fuse con il Malatia, cosa che però non gli impedì di retrocedere in First League. E proprio questa retrocessione portò alla separazione delle due società, che vennero poi subito sciolte.
Il Kilikia è quindi rinato solo quattro anni più tardi, non partecipando però ad alcun campionato sino al 1999 quando la squadra più rappresentativa d’Armenia, il Pyunik, fallì, liberando un posto in Premier che venne occupato proprio dalla società attualmente presieduta da Ashot Aghababyan.
Dopo essere retrocesso nel 2001 ed essere quindi tornato nuovamente in Premier l’anno successivo il Kilikia è riuscito addirittura a centrare la qualificazione all’Intertoto nel 2005, piazzandosi al quinto posto in campionato. La loro unica esperienza europea si chiuse comunque mestamente: nel primo turno di quella competizione incontrarono infatti la Dinamo Tbilisi che si sbarazzò di loro con un 8 a 1 totale senza scampo né appello.
Attraversando oggi un momento di forte difficoltà economica rispetto agli altri club il Kilikia si affida quindi oggi ad un’arma molto semplice, già usata da altri club in Europa: la valorizzazione del proprio vivaio e dei prodotti dello stesso. Proprio per questo motivo la rosa della squadra allenata da Abraham Khashmanyan è composta da soli giocatori armeni.
Tra questi è bene citare Tigran Gharabaghtsyan, 25enne centravanti della capitale che ha già al suo attivo un campionato all’estero (giocato in Bulgaria nei Cherno More Varna) oltre a due presenze in nazionale maggiore, il 20enne difensore Artashes Arakelyan, prodotto del settore giovanile del Kilikia e fratello del più famoso Ararat che ha svariate presenze in nazionale, e Suren Sargsyan, 25enne centrocampista che al pari di Arakelyan ha all’attivo diverse presenze in under 21.

Alcuni supporter dello Shirak assistono ad un match dei loro beniamini
Lo Shirak è invece un club di Gyumri, capoluogo della provincia dello Shirak, appunto, nonché una delle principali città d’Armenia.
Fondato nel 1958 durante gli anni ’70 giocò col nome di Olympia e fino al 1992, anno in cui si disputò il primo campionato armeno indipendente, era affiliato alla federazione sovietica.
Shirak che nonostante non dirà un granché ai tifosi italiani è il secondo club più titolato della giovane storia del campionato armeno: il club oggi presieduto da Garnik Khachatryan ha infatti riportato la vittoria di tre Premier League e di tre Supercoppe armene, oltre ad aver giocato partite qualificatorie in Champions League, Coppa UEFA ed Intertoto.
Shirak che ha uno dei migliori settori giovanili del paese: proprio qui sono cresciuti calciatori come Arthur Petrosyan, 69 volte nazionale e con un passato nei campionati svizzero, israeliano e russo, e Harutyun Vardanyan, 63 presenze in nazionale ed un passato diviso tra Svizzera (più di 150 presenze nei campionati elvetici) e Germania (esperienza di due anni a Colonia).
Esattamente come il Kilikia, quindi, anche lo Shirak, oggi, punta tutto sull’autoctonia: tutti e 23 i giocatori tesserati oggi sono infatti armeni. Tra questi vale la pena citare Felix Khojoyan, 35enne esperto difensore con 18 presenze in nazionale alle spalle, Hovhannes Demirchyan e Hovhannes Tahmazyan, rispettivamente 34 e 40 anni, 6 presenze in nazionale a testa, e Ara Mkrtchyan, che nonostante i ventuno anni ha già più di 50 presenze in prima squadra.
Detto dell’Armenia passiamo sul Baltico, più precisamente in Estonia: qui troviamo infatti il Jalgpalliklubi Viljandi Tulevik, club fondato nel lontano 1912 a Viljandi, capoluogo dell’omonima contea.
Questa squadra, che disputa le sue gare interne al Linnastaadion, non è però un club totalmente autonomo: si tratta infatti di un satellite del più famoso FC Flora, plurititolato club della capitale.
Viljandi che attualmente milita in Meistrilliga, la Serie A estone, e che pur non essendo certo una superpotenza nemmeno nel proprio paese ha disputato, nel corso della propria storia, due finali di Coppa, entrambe perse contro l’FC Levadia, altro club plurititolato di Tallin.

Albert Taar e Tõnis Kaukvere lottano per il possesso di palla in un match di Meistrilliga tra il JK Viljandi Tulevik ed il JK Nõmme Kalju
JK Viljandi che, comunque, non fa dell’autoctonia un dovere: due tra i giocatori più celebri della propria storia, infatti, sono lituani. Si tratta di Marius Dovydenas, che milita oggi nello Zalgiris Vilnius, e Tomas Sirevičius, che gioca oggi in Finlandia.
Al momento, comunque, il club di Viljandi non ha che giocatori estoni, particolarità che, come abbiamo detto in apertura, è in netta controtendenza rispetto al trend generale.
Il più rappresentativo tra questi è un ragazzo dell’89 che è solo in prestito (proprio dall’FC Flora): Edwin Stuf, attaccante nato nella capitale e cresciuto calcisticamente FC TVMK Tallinn, squadra da cui passò poi al JK Kalev Tallinn da cui venne prelevato, nel 2009, dal Flora, che il gennaio scorso l’ha poi girato proprio al club di Viljandi.
Stuf che oggi è, per altro, parte integrante dell’attuale under 21 estone.
Continuando nel nostro tour passiamo quindi ad un’altra repubblica ex sovietica: la Georgia. Nella Repubblica Presidenziale guidata da Mikheil Saakašvili, infatti, ci sono ben due squadre autoctone: il Football Club Lokomotivi Tbilisi e il Football Club WIT Georgia.
Il primo è un club che, a differenza di quelli incontrati sino ad ora – Athletic a parte, posto che lo stesso fa storia a sè, ovviamente -, ha un passato piuttosto importante. Fondato nel 1936 nell’attuale capitale georgiana vinse infatti due campionati regionali georgiani ai tempi in cui Tbilisi e la Georgia tutta era ancora parte integrante dell’Unione Sovietica (1937 e 1945) e tre Coppe nazionali, queste vinte molto più recentemente (2000, 2002 e 2005). E proprio con questo trofeo è legata a doppio filo la storia recente di questa società: dalla prima edizione dopo l’indipendenza, disputata nel 1990, solo la grande Dinamo Tbilisi – che fu una delle principali squadre della vecchia Unione Sovietica e che è oggi la più importante squadra georgiana – ha vinto più edizioni di questo torneo.
Lokomotiv che nel 2000 e nel 2002 si impose contro la Torpedo Kutaisi (ferma oggi a due successi) rispettivamente per 4 a 2 (ai rigori) e 2 a 0 e nel 2005 contro lo Zestafoni (fermo ad un successo) per 2 a 0.
Lokomotiv Tbilisi che così come per lo JK Viljandi non fa dell’autoctonia un dovere. Nel suo passato ci sono stati infatti giocatori importanti per la squadra che tutto erano fuorché georgiani. Tra questi è bene ricordare l’uzbeko Islom Inomov, a tutt’oggi in nazionale, e i peruviani Juan Diego González-Vigil – ex Malaga – e Ryan Salazar.

Juan Diego González-Vigil, qui ritratto in un recente allenamento al Cartagena, è uno dei giocatori più rappresentativi della storia della Lokomotivi Tbilisi
Lokomotiv che ha per altro un ottimo settore giovanile. Proprio qui, giocò per tre anni Levan Kenia, attuale stellina dello Schalke 04 e della nazionale maggiore.
Attualmente, con Kenia in Germania dal 2008, il giocatore più rappresentativo della squadra è invece Vitaly Daraselia jr, figlio di Vitaly Daraselia, centrocampista che tra gli anni settanta e ottanta disputò più di 200 match nella Dinamo Tbilisi vincendo anche una Coppa delle Coppe e che collezionò più di 20 presenze in nazionale sovietica.
Il WIT Georgia è invece un club della capitale: fondato nel 1968 con la denominazione di Morkinali Tbilisi attualmente disputa i suoi match interni allo Shevardeni Stadium ed ha cambiato nome già in due occasioni. In un primo momento, nel 1992, venne rinominato con un’apposizione del classico “FC” davanti al nome. In un secondo momento, nel ’98, venne invece rinominato con la denominazione attuale dovuta al fatto che la squadra è stata sponsorizzata dalla WIT Georgia Ltd, una controllata della WIT U.S. Ltd, società di import/export di vari prodotti (tra cui prodotti alimentari e farmaceutici sia per umani che per animali).
Il nome di questa squadra dirà poco agli appassionati, ma la WIT Georgia, pur non avendo il blasone della Dinamo, è comunque una squadra piuttosto interessante: nella sua storia ha infatti vinto per due volte la Umaglesi Liga, la prima divisione georgiana, ed una volta la Supercoppa del proprio stato.
In Europa questo club non è invece particolarmente conosciuto né temuto, non avendo mai combinato un granché: sino ad oggi la squadra ha infatti tentato per tre volte la qualificazione UEFA (nel 2000, uscendo al primo turno preliminare contro il Beitar Gerusalemme, nel 2007, uscendo al primo turno con l’Artmedia Petrzalka, e nel 2008, uscendo al secondo turno con l’Austria Vienna dopo aver eliminato lo Spartak Trnava) e per due volte quella in Champions (uscendo al secondo turno nel 2004 con il Wisla Cracovia dopo aver eliminato l’HB Torsavn e al primo turno quest’anno con l’NK Maribor), senza però riuscire mai ad approdare al tabellone principale.
WIT Georgia che nonostante l’internazionalità del nome (WIT è l’acronimo di World Innovation Technologies) è però una squadra autoctona, e nonostante questo riesce comunque a vincere.

WIT Georgia è riuscita a vincere per due volte la Umaglesi Liga nel corso della sua storia
L’unico nome tra quelli in rosa che potrebbe richiamare qualcosa alla mente dei tifosi italiani più attenti è quello di Lomaia. Non si tratta però di Giorgi, portiere attualmente in forza all’Inter Baku che si è scontrato in più occasioni con la nostra nazionale, bensì del fratello Davit, ventiquattrenne difensore ex Iberia Tbilisi (con una sola presenza in nazionale alle spalle).
Lomaia che non è comunque l’unico giocatore tra quelli a disposizione di mister Mumladze ad essere già entrato nel giro della nazionale. Lo stesso lo si può dire anche in relazione a Grigol Bediashvili, Jaba Lipartia, Luka Razmadze, Irakli Klimiashvili e Aleksandr Kvakhadze, oltre a quel Vakhtang Kvaratskelia che è attualmente nel giro della nazionale under 21 ma che potrebbe presto effettuare il salto tra i ranghi di quella maggiore.
Spostandoci in Islanda, invece, troviamo una sola squadra, tra le dodici che compongono la Úrvalsdeild Karla (la Serie A islandese), ad essere composta esclusivamente da giocatori autoctoni: il Knattspyrnufélagið Selfoss.
Fondato il 15 dicembre del 1955 a Selfoss, cittadina di poco più di seimila abitanti situata nella contea di Árnessýsla, il Knattspyrnufélagið Selfoss, per brevità chiamato UMF Selfoss, non fa certo parte della nobiltà del calcio islandese. Anzi, sino alla scorsa stagione non era nemmeno in prima divisione.
La promozione in Úrvalsdeild Karla è infatti arrivata solo lo scorso anno quando il Selfoss ha vinto il campionato di Delid Karla 1 (la Serie B islandese), prendendo quindi uno dei posti lasciati liberi da Þróttur e Fjölnir, retrocessi.
Selfoss che non ha mai vinto nulla di importante nella propria storia: nel proprio palmares possiamo infatti trovare solo un campionato di Delid Karla 1 (proprio quello vinto la scorsa stagione) e quattro campionati di Delid Karla 2 (vinti nel 1966, 1978, 1985 e 1993). Knattspyrnufélagið Selfoss che è quindi una squadra che pur non stimolando la fantasia di molti tifosi ha saputo farsi rispettare nelle serie minori islandesi nel corso della sua storia.
Selfoss che non essendo un club di livello non ha quindi personalità di spicco. I nomi più importanti sono quelli di Jón Steindór Sveinsson e Sævar Þór Gíslason, rispettivamente capitano e vicecapitano della squadra.
Tornando, in questo viaggio avanti ed indietro per l’Europa, alle repubbliche baltiche andiamo a vedere la situazione di Lituania e Lettonia, partendo proprio da quest’ultimo paese.

Anton Joore, attuale allenatore del JFK Olimps/RFS
Nella patria di Verpakovskis l’unica squadra a risultare oggi composta esclusivamente da giocatori lettoni è il Jauniesu futbola klubs Olimps Riga, comunemente abbreviato in JFK Olimps/RFS, club della capitale di recentissima fondazione (2005) che nel corso della sua brevissima storia ha sino ad oggi raccolto un quinto, un settimo, un ottavo ed un decimo posto in Virslīga (la Serie A lettone) ed un primo posto in 1. līga, equivalente alla nostra Serie B.
Solo fino all’anno scorso, comunque, l’Olimps non era un club autoctono vantando tra le proprie fila la presenza del georgiano David Janelidze. Oggi, però, con Janelidze che ha lasciato la squadra l’Olimps è a tutti gli effetti un club formato da soli giocatori lettoni, l’unico di tutta la Virslīga.
Tra i tanti giocatori attualmente tesserati per la squadra di Riga ve n’è uno, questo sì, che qualcosa dovrebbe dire anche ai tifosi italiani, almeno a quelli attenti anche al calcio europeo. Il giocatore più rappresentativo della rosa è infatti quell’Igor Stepanovs che ha sino ad oggi disputato la bellezza di 99 incontri con la propria nazionale, che è stato uno dei punti di forza dello Skonto Riga sino al 2000, quando poi passò niente popò di meno che all’Arsenal, e che ha collezionato presenze anche nel campionato belga, in quello svizzero, in quello svedese ed in quello russo.
Stepanovs che in carriera ha vinto per ben nove volte il campionato lettone (dal 1991 al 2000, escluso il campionato del ’93 che venne sì vinto dallo Skonto ma che lui giocò in prestito all’Interskonto).
Ma non solo: nel 2005, quando militava tra le fila del Grassophers, venne eletto miglior giocatore del suo paese.
L’altro giocatore di fama, per quanto non abbia una nomea allo stesso livello di Stepanovs, è Mihails Miholaps, giocatore che in carriera ha vinto per otto volte il campionato lettone (tutte con lo Skonto) riuscendo a vincere in quattro occasioni (1996, 2001, 2002, 2006) anche il titolo di capocannoniere del campionato (rispettivamente con 33, 24, 23 e 15 reti all’attivo).
Tutto questo gli è valso la possibilità di racimolare 32 caps internazionali, condite però da due sole reti: certo è che segnare nella Virslīga è un conto, segnare in nazionale ben altro.
Passando alla Lituania il discorso si fa più succoso: è proprio nella terra di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, compositore classico autore di oltre 200 opere musicali, che troviamo la maggior concentrazione di squadre autoctone.

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis fu un grande compositore ma anche un apprezzato artista. Ecco una delle opere più rappresentative dell'artista lituano
Una di queste è il Kruoja Pakrujo futbolu klubas 2001, squadra di Pakruojis (città sita nella regione di Aukštaitija) che, come dice il nome, è stata fondata solo nove anni fa.
Nella sua breve storia l’FK Kruoja Pakrujo non è ancora entrata appieno nel giro che conta. In nove anni, infatti, hanno disputato un solo campionato di massima divisione, lo scorso. Terminato, per altro, in ultima posizione.
FK Kruoja che, quindi, dal prossimo campionato (che prenderà il via il mese prossimo) non sarà più parte della A Lyga, la Serie a lettone.
Dalla sua fondazione, nel 2001, la squadra di Pakruojis ha avuto dei miglioramenti quasi costanti: il primo anno, disputato nella 2 Lyga ovest, la squadra terminò al terz’ultimo posto, nona, con venti punti all’attivo. L’anno successivo le squadre in campionato si ridussero, passando da undici a dieci. Dovendo giocare due partite in meno, quindi, si ridusse anche il punteggio finale, che passò a quindici punti: FK Kruoja ancora terz’ultimo, ottavo. L’anno seguente il campionato perse una squadra ancora, passando a nove. Il Kruoja potè quindi giocare solo sedici match, terminando il campionato quart’ultimo (sesto) a sedici punti.
Nel 2004, quindi, arrivò finalmente l’imposizione: con il campionato tornato a dieci squadre il Kruoja s’impose in dodici dei diciotto match disputati totalizzando quarantuno punti, giusto uno più del Kražantė Kelmė.
L’impatto con la 1 Lyga, la Serie B lettone, fu buono: la squadra terminò il campionato al decimo posto a quota cinquantatre punti, risultato nettamente migliorato l’anno successivo, quando terminò quarto a quota sessanta.
Nel 2007, con il campionato ridotto drasticamente da diciotto a sedici club, la posizione finale fu la stessa così che per aspettare la promozione si dovette aspettare l’anno seguente, quando un po’ di terremoto in A Lyga comportò l’approdo di quattro nuove squadre nella massima serie, tra cui appunto il club in questione (giunto solo ottavo l’anno precedente).
Qui, lo scorso anno, l’impatto non fu certo positivo quanto quello con la 1 Lyga ed il Kruoja, come detto, terminò il campionato all’ultimo posto, con tredici soli punti. Giusto due meno rispetto all’LKKA ir Teledema, che racimolandone quindici è riuscito a salvarsi.

Il Kaunas LŽŪU stadium, stadio in cui gioca l'LKKA ir Teledema
A salvare la squadra di Pakruojis, comunque, pare possa pensarci la federazione, che starebbe approntando un allargamento della A Lyga. Qualora la cosa si concretizzasse, quindi, il Kruoja potrebbe essere ripescato, continuando quindi a giocare nel campionato di vertice lituano.
Il giocatore più rappresentativo del club è Arūnas Šteinas, un attaccante di 170 centimetri per 72 chili che ha vissuto in prima persona, unico di tutta la rosa, la scalata di questo club dalla 2 Lyga alla A Lyga, essendo approdato a Pakruojis nel 2004.
Un altro club lituano a basarsi attualmente sull’autoctonia è quell’LKKA ir Teledema che abbiamo già citato in precedenza: il club, fondato solo nel 2005 a Kaunas, secondo centro lettone per importanza dopo la sola Vilnius, non ha sino ad oggi riportato risultati notevoli. Nei suoi cinque campionati disputati sino ha infatti raccolto due settimi ed un ottavo posto in 1 Lyga, per poi essere ripescato (nonostante il terzo settimo posto finale della sua storia), esattamente come accaduto per il club di Pakruojis, al termine della stagione 2008.
A differenza dell’FK Kruoja, l’LKKA è poi riuscito a salvarsi lo scorso anno, come detto, mettendo assieme quindici punti nei ventotto match disputati e confermando quella superiorità che si era già palesata nel campionato di 1 Lyga l’anno precedente.
A livello di singoli alcuni giocatori tra i più rappresentativi in rosa sono Aurimas Mockus, Darius Urbelionis, Mindaugas Grušauskas, Jaunius Mikalauskas e Deividas Venckus.
La terza ed ultima squadra lituana che rientra in questo discorso è il Futbolo Klubas Šiauliai, club di Šiauliai fondato nel 1995 e oggi presieduto da Adomas Klimavičius che dal 2001 in poi, da quando cioè è possibile trovare tracce dei suoi campionati, ha ottenuto quattro ottavi posti (con tanto di retrocessione nel 2003), un nono posto (nell’anno in cui il campionato si disputava a dieci squadre), un settimo ed un quarto posto (lo scorso anno) in A Lyga oltre ad un primo posto in 1 Lyga (l’anno seguente alla retrocessione del 2003, che permise alla squadra di Šiauliai di tornare subito in A).
FK Šiauliai che prima del 2004 era conosciuto come Sakalas Šiauliai, nome utilizzato al momento della sua fondazione.

Un gruppo di tifosi dell'FK Šiauliai intona cori a supporto del proprio team
A livello di giocatori i due più rappresentativi sono Tomas Kančelskis e Vilius Lapeikis.
Il primo 34enne difensore centrale che fu punto di forza dell’FBK Kaunas tra il 2000 ed il 2008, ha totalizzato quattordici presenze in nazionale e ha all’attivo anche un’esperienza in Scozia (più precisamente agli Hearts). Il secondo è invece un ventiseienne centromediano metodista che ha giocato anche in FK Atlantas e JK Sillamäe Kalev, due esperienze inframezzate proprio dal primo campionato giocato a Šiauliai, dove tornò poi lo scorso anno.
In Macedonia è invece solo una la squadra che può rientrare in questo discorso: il Fudbalski Klub Sloga Jugomagnat Skopje, club fondato nel lontano 1927 nella capitale e che disputa i propri match casalinghi nel piccolo Čair Stadium, solo 4000 posti di capienza.
Sloga che pur non avendo un blasone all’altezza di squadre come l’FK Rabotnički o l’FK Pobeda vanta comunque tre vittorie in Prva Мakedonska Fudbalska Liga (la nostra Serie A) e tre in Kup na Makedonija (la nostra Coppa Italia).
I Piccioni, questo il loro soprannome, hanno anche messo assieme diverse apparizioni in Europa, tutte nei turni qualificatori.
Nel 1996 l’avventura in Coppa delle Coppe si fermò subito contro l’Honved, che battè lo Sloga con un doppio 1 a 0. L’anno seguente fu invece l’NK Zagabria ad infrangere il sogno dei tifosi macedoni, rifilando ai Piccioni un 2 a 1 a Skopje cui fece seguito un 2 a 0 in Croazia.
Sloga che ebbe la possibilità di tentare l’assalto all’Europa anche nei successivi quattro anni: nel 1998 fu la volta della Coppa UEFA, ma a frapporsi tra i macedoni ed il tabellone principale di quella competizione fu l’Otelul con un 3 a 0 cui fece da contraltare un buono quanto inutile 1 a 1 in terra rumena.
I tre anni successivi furono invece passati cercando l’approdo in Champions, che ovviamente non arrivò mai. Nel 1999, comunque, la squadra fece strada come mai prima di allora: i Piccioni arrivarono infatti al secondo turno qualificatorio battendo gli azeri dell’FK Gäncä grazie alla regola dei goal fuori casa. Nulla poterono però contro il Brondby, che si liberò facilmente di loro con un doppio 1 a 0.
Dopo che nel 2000 ci pensò lo Shelbourne a farli fuori al primo turno (con un 2 a 1 totale frutto di una vittoria esterna e di un pareggio in Irlanda) nel 2001 lo Sloga tornò al secondo turno dopo aver battuto l’FBK Kaunas nel corso del primo, sempre grazie alla regola dei goal fuoricasa. A far terminare il sogno dei macedoni, questa volta, fu lo Steaua Bucarest, che s’impose con un secco 5 a 1 totale.

Un gruppo di tifosi dell'FK Sloga Jugomagnat incita i propri beniamini nel corso di un match con l'FK Belasica
Dopo tre anni di secca, quindi, nel 2004 i Piccioni ritentarono l’assalto all’Europa, questa volta cercando l’approdo in UEFA ma venendo spazzati via dai ciprioti dell’Omonia che dopo aver vinto 4 a 0 a Skopje vinsero 4 a 1 a Nicosia e si aggiudicarono un facile passaggio del turno.
Parlando di giocatori quello più rappresentativo della rosa dell’FK Sloga è Senad Muminović, 24enne difensore centrale nativo proprio di Skopje – ma di origine bosniaca – che ha già all’attivo più di 120 presenze con la maglia dei Piccioni e che è stato un punto di forza delle nazionali under 16 ed under 19 macedoni.
In Moldova sono invece due le squadre autoctone. La prima di queste sembra essere, con la denominazione che ha assunto oggi, uscita direttamente un cartoon: stiamo infatti parlando dell’FC Dinamo Bender, che parrebbe quasi essere un omaggio ad uno dei personaggi principali di Futurama, cartone animato ideato dallo stesso creatore dei Simpsons, mentre null’altro è che un club con sede a Bender (anche conosciuta come Tighina o Bendery), città sita nella regione della Transnistria.
Ho specificato che stiamo parlando della denominazione attuale del club perché lo stesso, nel corso dei suoi sessant’anni tondi di storia, ha assunto diversi nomi: da Burevestnik Bender, nome che assunse il giorno della sua creazione e che mantenne sino al 1958, a Dinamo Bender, nome che identificò il club nel 2001, prima che gli venisse apposto il prefisso FC, passando per Lokomotiv Bender, Nistrul Bender, Pishevik Bender, Tighina-RSHVSM, Tighina, Tighina-Apoel, Dinamo Bendery e Dinamo-Stimold Tighina, ovvero sia tutti i nomi assunti da questo club nel corso della sua storia.
La Dinamite – questo il soprannome del club – è presieduta oggi dall’attuale vicepresidente della Transnistria, Aleksandr Ivanovich Korolyov, ed allenata da Iuri Hodichin.
Nel corso della storia della Divizia Naţională, la Serie A moldava, la Dinamo non si è mai riuscita ad imporre, schiacciata, come tutte le altre squadre, dal fortissimo dualismo tra l’FC Zimbru Chişinău e l’FC Sheriff Tiraspol, ovvero sia le due squadre che dal 1992 (anno del primo campionato di Divizia Naţională) ad oggi si sono spartiti tutti i titoli ad eccezione di quello assegnato nel 1997 che venne vinto dal Constructorul Chişinău.
Non solo: la Dinamite non è nemmeno mai riuscita ad imporsi in Cupa Moldovei, il corrispettivo della nostra Coppa Italia.
Insomma, nessun risultato degno di nota per una squadra che ha in Igor Bugaiov il miglior former player della sua storia.

Igor Bugaiov - qui sulla sinistra mentre contrasta Tranquillo Barnetta - è il talento più fulgido uscito dalle giovanili della Dinamo Bender
Dinamo che, per altro, ha rischiato fortissimamente di retrocedere: oggi, però, è matematicamente salva essendo a +5 sullo Sfintul Gheorghe con un solo match ancora da disputarsi.
Nemmeno l’altro club autoctono della Moldova ha mai ottenuto risultati rilevanti. Si tratta infatti del Football Club Viitorul, squadra che nel corso della propria tredicinale storia ha raccolto solo la vittoria di un campionato di Divizia A, la nostra Serie B.
Gufi per cui vale lo stesso discorso fatto per la Dinamo: in un paese in cui sono due squadre storicamente a farla da padrone (anzi, ultimamente una dato che lo Sheriff ha appena vinto il suo decimo campionato consecutivo) le possibilità di vittoria sono oggi ridotte al lumicino.
Viitorul che comunque, nel suo piccolo, una vittoria l’ha ottenuta: il club di Orhei, che disputa le gare interne al Complexul Sportiv Raional, è infatti oggi nono (su dodici) e potrebbe addirittura terminare il campionato in settima posizione. Davvero niente male per una neopromossa.
Il nostro viaggio termina quindi in Ungheria. Anche qui le squadre da considerare sono due: il Rákospalotai Egyetértés Atlétikai Club (meglio conosciuto come Rákospalotai EAC) e il Paksi Sportegyesület (anche noto come Paksi SE, Paks o PSE).
Il primo è un club di Rákospalota, quartiere situato a nord-est di Budapest, capitale ungherese.
Fondati nel 1912 i Palotaiak sono stati promossi in Nemzeti Bajnokság I, corrispondente alla nostra Serie A, nel 2005, quando vinse il campionato di Nemzeti Bajnokság II.
REAC che ha vinto anche un campionato di Nemzeti Bajnokság III nel 1993.
A livello di singoli questo club, attualmente presieduto da József Forgács, vanta la presenza in rosa di Tamás Nagy, 33enne punta con due presenze in nazionale alle spalle, e, soprattutto, Gábor Torma, anch’esso 33enne punta ma dal passato ben più importante del compagno: Torma ha infatti giocato, nel corso della carriera, in Belgio, Olanda e Cipro. Proprio nel paese dei tulipani Gábor diede il meglio di sè riuscendo anche a vincere, quando ancora giocava nel Roda Kerkrade, una KNVB Cup. Nel 1997, per altro, si laureò capocannoniere del Cercle Brugge.
Il PSE venne invece fondato a Paks nel 1952. Da quel momento sino al 2006 la squadra giocò a basso livello. Fu proprio in concomitanza del Mondiale vinto dagli Azzurri che il Paksi SE ascese nella Borsodi Liga, ovvero sia la Nemzeti Bajnokság I.

Istantanea di un match disputato tra Ujpest e Paks nel corso della scorsa stagione
Nel corso della propria storia il Paks ha vinto una Szabadföld Kupa, nel lontano 1976, e per due volte un campionato: la prima, nel 2001, fu la vittoria di una terza divisione; la seconda, nel 2006 appunto, fu la vittoria di una seconda divisione, gruppo ovest.
Per quanto riguarda i giocatori attualmente tesserati il Paks ne ha un paio di buon nome. Uno di questi, in particolare, è stato per anni uno dei punti di forza della nazionale magiara. Si tratta di Krisztián Lisztes, 33enne centrocampista nativo di Budapest che dopo essere cresciuto nelle giovanili del grande Ferencvaros, club in cui totalizzò anche più di ottanta presenze in prima squadra, si trasferì in Germania dove tra Stoccarda, Werder e Borussia Moenchengladbach mise assieme più di duecento presenze in Bundesliga.
Nel 2007, ormai 31enne, la decisione di lasciare la Germania e dopo una breve parentesi in Croazia il rientro in Ungheria, prima al suo Ferencvaros e poi proprio al REAC. Nel gennaio 2009, quindi, il ritorno in Germania, all’Hansa Rostock, squadra che ha però lasciato la scorsa estate, firmando un contratto con il Paks.
Nel corso della sua carriera numerose sono state le soddisfazioni che il ragazzo si è potuto togliere: con il Ferencvaros ha vinto due campionati, due coppe nazionali e tre supercoppe. Con lo Stoccarda vinse una coppa di Germania ed una coppa Intertoto, perdendo la finale di Coppa delle Coppe nel 1998 contro il Chelsea (finale risolta da una rete del nostro Zola al settantunesimo minuto). Con il Werder, infine, vinse una Bundesliga ed una coppa di Germania nel 2004, ultimi trofei vinti da Krisztián sino ad oggi. Ma non solo: nel 2002 venne infatti eletto miglior giocatore d’Ungheria.
A livello internazionale, invece, Lisztes fece parte dell’under 21 del suo paese nel biennio 96/97, nonostante avesse debuttato in nazionale maggiore già nel 1994. Nel 1996 fu quindi parte del team che andò ad Atlanta a giocarsi l’Olimpiade: negli States, però, l’esperienza fu frustrante. Inseriti in un girone di ferro con Nigeria e Brasile (poi semifinaliste del torneo) i magiari non avevano infatti possibilità di passaggio del turno. Oltre alle sconfitte con Nigeria (goal di Kanu) e Brasile (Ronaldo, Juninho e Bebeto) arrivò però anche quella, piuttosto inaspettata, con il Giappone.
In nazionale maggiore ha poi collezionato 49 presenze mettendo a segno 9 reti: una nel corso delle qualificazioni al Mondiale 2002, ben quattro nel corso delle qualificazioni all’Europeo del 2004 ed altre quattro in amichevole.

Krisztián Lisztes contrasta Sascha Riether in un match di DFB Pokal
Altro giocatore di buona levatura presente nella rosa del Paksi SE è Attila Tököli, 33enne punta nativa proprio di Paks che diede il meglio di sè nel Dunaújváros FC, dove segnò 102 reti in 163 match (laureandosi per due volte – 2000 e 2002 – capocannoniere della massima divisione ungherese). Queste prestazioni gli valsero la chiamata del Ferencvaros, squadra da cui passò poi al Colonia nel 2004. Dopo un’esperienza a Cipro (AEL Limassol ed Anorthosis) il ritorno in Ungheria, ancora al Ferencvaros, dove restò una stagione sola. In un campionato mise a segno la bellezza di 19 reti in 25 partite, convincendo il Paks ad investire su di lui nonostante l’età.
Tököli che dovrebbe suonare come nome conosciuto anche ai tifosi italiani in quanto ha totalizzato, nel corso della carriera, anche venti presenze in nazionale.
Presenze in nazionale maggiore le hanno messe assieme anche László Éger e Balázs Nikolov.
Insomma, in un calcio sempre più globalizzato, come il mondo in cui viviamo oggi del resto, resistono, nel Vecchio Continente, alcune realtà che vanno in forte controtendenza. E se da una parte troviamo molte squadre che favorite dalla possibilità di tesserare e schierare un numero infinito di stranieri comunitari fanno diventare i giocatori del proprio paese una netta minoranza, dall’altra troviamo anche dei club, come quelli citati in questo articolo, che si comportano esattamente al contrario, puntando tutto su giocatori autoctoni.
Il business sta ormai mangiandosi tutto, ma ancora resistono degli aspetti poetici di questo gioco. E quello di cui si parla in questo articolo, volendo, può esserne un buon esempio.
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