Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per la categoria ‘Gli speciali di SM’

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Quasi tre anni fai scrissi un pezzo sulla nazionale under 19 italiana che nel 2003 fu capace d’imporsi a livello Europeo, laureandosi appunto campione continentale in Liechtenstein battendo il Portogallo in finale.

Oggi invece, mentre ero in redazione a riflette un po’ sulla brutta storia che sta attraversando oggi la Pro Patria mi sono imbattuto nella pagina Wikipedia di Sebastián Bueno, ormai trentenne punta che milita attualmente nel Perugia.

E da lì, notando come lo stesso giusto dieci anni fa partecipò alla spedizione mondiale (under 20) che vide l’Argentina laurearsi campionessa iridata di categoria per la quarta volta nella storia ho fatto passare un attimo i nomi di quella rosa, per riflettere sulla loro fine.

E beh, ciò che ne esce è piuttosto emblematico di quanto debbano essere prese con le pinze le vittorie ottenute a livello giovanile, quand’anche così importanti come una imposizione mondiale.

Seguiamo quindi la numerazione ufficiale di quella squadra e ripercorriamo brevissimamente, per diletto, le carriere di quei giocatori. E, soprattutto, andiamo a scoprire dove militano ora quei giocatori che, ormai nel pieno della loro maturità, dovrebbero essere giunti ai vertici del calcio mondiale.

1 – Germán Darío Lux

Ventinove anni compiuti a giugno, debuttò in Primera nel River a soli diciannove anni, diventando titolare dopo la dipartita di Costanzo. Sbarcato in Europa – a Maiorca – nel 2007 giocherà a spizzichi e bocconi, non avendo comunque mai a lungo il posto da titolare sicuro.

Svincolatosi alla fine dell’ultima stagione si è accasato al Deportivo La Coruna (Segunda División spagnola, la nostra Serie B), dove fa il secondo dell’ex Athletic Daniel Aranzubía.

2 – Nicolás Andrés Burdisso

E’ probabilmente il giocatore che ha avuto la carriera migliore.

Trent’anni compiuti ad aprile, ha vinto davvero molto in carriera, sia in campo nazionale che internazionale.

Di certo, però, non verrà ricordato nei secoli come uno dei difensori più forti del suo periodo.

Anzi: a cose sicuramente buone ha sempre alternate passaggi a vuoto piuttosto marcati. Nel complesso difensore discreto ma nulla più.

3 – Julio Andrés Arca

Lui lo ricordo molto bene a Scudetto, gioco manageriale dietro cui ci ho speso ore interminabili.
Lì – ma solo lì – era un esterno mancino praticamente indomabile. Che crescendo, poi, diventava in assoluto uno dei migliori giocatori dell’interno - sconfinato – database.
Non a caso quando mi trovavo ad allenare la nazionale italiana sfruttavo subito il suo doppio passaporto per naturalizzarlo…

In realtà, però, Julio ha disputato la sua onesta carriera in Inghilterra, dove ha collezionato circa 300 presenze in Premier tra Sunderland e Middlesbrough.

Nulla rispetto a ciò che prometteva in quell’assolato luglio del 2001, comunque. Quando con la fascia di capitano al braccio guidò i suoi compagni a laurearsi Campioni del Mondo della categoria under 20.

4 – Mauro Darío Jesús Cetto

Lui stiamo imparando a conoscerlo in questi primi mesi di Palermo.

Altro giocatore che comunque risentì – nel videogame di cui sopra – degli influssi positivi di quel Mondiale (beh, come un po’ tutti i giocatori in rosa). Tanto che, esattamente come Arca, feci anni a sfruttarne il passaporto italiano per convocarlo nella mia nazionale virtuale!

In realtà dopo aver speso praticamente tutta la sua carriera – esordi a parte – in Francia (tra Nantes e Tolosa) Cetto ha appunto raccolto la sfida italiana ed è approdato in estate in Sicilia.

Dove attualmente fa la riserva di Pisano (se lo si vuol considerare terzino destro, ruolo che può effettivamente ricoprire) e della coppia Migliaccio/Silvestre.

5 – Nicolás Rubén Medina

Altro giocatore che a Scudetto ai tempi del Sunderland era un vero fenomeno.

Anche lui come Arca ha militato negli Argentinos Juniors e poi, appunto, nei Black Cats.
Solo che lui, a differenza dell’amico Julio, non vi ha trovato la sua dimensione, ed ha iniziato un lento peregrinare che l’ha portato a vestire diverse maglie.

Tra cui quella dei cileni dell’O'Higgins, che indossa tutt’ora.

6 – Fabricio Coloccini

Questo venne preso per mezzo fenomeno da tanti. E non solo dai programmatori di Scudetto.

Tanto che quando arrivò al Milan in molti erano pronti a scommettere ad occhi chiusi su di lui. Che ancora non aveva nemmeno vinto quel famoso Mondiale.

A Milano non ebbe però mai grande fortuna, così che iniziò una serie di prestiti con cui venne rimbalzato un po’ tra Argentina e Spagna.
Da cui poi prese il volo per l’Inghilterra, dove milita tutt’ora (Newcastle).

Lui, a differenza di tanti suoi compagni di avventura in quel Mondiale, ha comunque raccolto diverse presenze in nazionale: Wikipedia ne conta 35, condite per altro da una rete.

7 – Javier Pedro Saviola Fernández

Partiamo da un presupposto: facendo parte della “FIFA 100″, la lista dei 125 migliori calciatori di sempre, la sua presenza a quel Mondiale (di cui fu per altro il capocannoniere) dovrebbe far saltare questo giochetto.

Un fenomeno vero ci fu, in quell’Argentina.

Beh, in realtà io non la vedo proprio così.

Un fenomeno vero, IN POTENZIALE, ci fu sì. E se è per questo forse non solo uno.

Però, appunto, il tutto restò solo in potenziale.

Perché Saviola tra River e nazionali giovanili fece benissimo e io ricordo ancora quando, ragazzino, compravo riviste in cui si raccontavano le sue prodezze e ne sognavo l’arrivo in Italia, convinto di essere di fronte ad un giocatore che avrebbe potuto – così era spacciato – spaccare i match a proprio piacimento.

E invece sbarcato in Europa, più precisamente al Barcellona, non fece malaccio ma non mantenne nemmeno le promesse, tanto dal finire con l’essere prestato al Monaco prima e al Siviglia poi.

Una volta terminato il suo contratto col Barça, quindi, il passaggio al Real, che cercò lo sgarbo ai rivali storici provando a rivitalizzare un campioncino che si era però irrimediabilmente bruciato anni prima.

Oggi Javier gioca in Portogallo, al Benfica. Ed è solo lontanissimo parente di quello che sarebbe diventato se, giunto a Barcellona, fosse riuscito a non bruciarsi.

Insomma… è proprio vero che i giovani campioni crescono… quando non si bruciano!

8 – Oscar Adrian Ahumada

Più di cento partite con in dosso la maglia dei Millionarios, Ahumada ha avuto esperienze di vita e calcio anche in Germania (Wolfsburg), Messico (Veracruz) e Russia (Rostov).

Un po’ pochino, forse, rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare pensando ad un Campione del Mondo under 20.

9 – Esteban José Herrera

C’è comunque anche chi ha saputo fare pure “peggio”.

E’ il caso di Esteban Herrera, che dopo gli esordi tra Boca e Talleres è passato dall’Italia (Messina e Lucchese) prima di fare un po’ il viandante del pallone, passando per Grecia (dove ha vestito le maglie di tre diverse squadre) e Perù prima di tornare in patria.

Dove gioca oggi, indossando la maglia dello Sportivo Italiano, che milita nel corrispettivo della nostra Serie C.

10 – Leandro Atilio Romagnoli

Numero pesante sulle spalle.

Perché se sei argentino e indossi la maglia numero 10 della Seleccion il paragone scatta subito facile: Diego Armando Maradona!

Beh, Romagnoli è stato paragonato meno rispetto ad altri (Saviola in primis) al Pibe. Però anche su di lui c’erano tantissime aspettative, viste la tecnica notevole.

Per lui l’esperienza europea s’è limitata a gravitare attorno al Portogallo. E la sua carriera è stata comunque dedicata quasi esclusivamente al suo San Lorenzo…

11 – Maximiliano Rubén Rodríguez

Nel complesso è probabilmente lui il giocatore che ha mantenuto di più le promesse. E non stiamo comunque parlando di un fenomeno.

Soprattutto parliamo di un giocatore che all’epoca era forse internazionalmente meno considerato di alcuni suoi compagni di spedizione. Ma che pure con tanto impegno, carattere ed abnegazione ha saputo costruirsi una carriera di tutto rispetto in cui ha messo assieme un totale di circa duecento presenze tra Atletico Madrid e Liverpool.

E non solo: quarantuno volte nazionale argentino, ha partecipato ai mondiale del 2006 e del 2010.

12 – Ariel Gerardo Seltzer

Difensore che compirà trentuno anni il prossimo 3 gennaio Seltzer ha dedicato buona parte della sua carriera all’Argentinos Juniors, per poi passare all’Atletico Rivadavia (dove gioca tutt’ora, in quella che è considerabile la Serie B argentina).

Storia piuttosto particolare per lui, come racconta Wikipedia, che avendo antenati ebrei fu vicino all’approdo al Beitar Gerusalemme, poi saltato per la presunta inapplicabilità della “Legge del ritorno” nel suo caso.

13 – Diego Daniel Colotto

Tante partite giocate nell’Estudiantes prima di tentare l’avventura messicana e, poi, spagnola.

Dove gioca tutt’ora in Segunda División: più precisamente è compagno di Lux al Deportivo.

14 – Leonardo Daniel Ponzio

Attuale capitano del Real Saragozza, ha comunque avuto una carriera al di sotto di quanto non ci si potesse aspettare.

Mediano gran combattente e dotato di carisma e combattività notevole ha una bella castagna da fuori e uno spirito di adattamento che lo porta a sapersi disimpegnare più che bene anche come terzino destro.

Eppure non ha vestito la maglia di nessun grande club (europeo, dato che un paio d’anni al River li ha passati).

15 – Andrés Nicolás D’Alessandro

L’altro grande potenziale o presunto fenomeno della nazionale di Pekerman del 2001.

Lui e la sua boba fecero innamorare mezzo mondo.

Sembrava destinato alla Juventus, ma alla fine lasciò il River per trasferirsi al Wolfsburg.
E forse proprio quello fu l’errore.

In Germania non si adattò forse mai al cento per cento e anche lui un po’ come Saviola probabilmente si bruciò ben prima di esplodere.

Dopo la Germania ha provato la fortuna in Inghilterra (Portsmouth) e Spagna (Saragozza), prima di tornare in patria (San Lorenzo).

La sua dimensione pare comunque averla trovata in Brasile, dove vestendo la maglia dell’Internacional è stato capace di vincere una Libertadores e, soprattutto, un Pallone d’Oro sudamericano.

16 – Mauro Damián Rosales

Lui l’approdo in Europa l’ha tentato passando dall’Olanda, più precisamente dall’Ajax.

Dove mise in mostra potenzialità interessanti, ma senza mai convincere in pieno.

Così nel 2007 decise di tornare in patria, prima di tentare – nel 2011 – l’avventura americana in quel di Seattle.

Se questo è mantenere le promesse…

17 – Alejandro Damián Domínguez

In Russia probabilmente lo ricorderanno a lungo, ma nell’Europa Occidentale molto più difficilmente già oggi qualcuno salterà sulla sedia al solo sentirlo nominare.

Tra Kazan e San Pietroburgo ha fatto vedere sicuramente buone cose, ma certo si sarebbe dovuto confrontare con palcoscenici più importanti per consacrarsi.

18 – Wilfredo Daniel Caballero

Secondo di Lux a quei Mondiali si trova oggi invece ad essere il portiere titolare del Malaga multimilionario sesto in classifica.

I casi della vita!

Certo comunque che anche qui non ci stiamo trovando di fronte ad uno dei migliori interpreti al mondo del ruolo.

Del resto così non fosse non avrebbe passato praticamente tutta la carriera all’Elche!

19 – Sebastián Bueno

Ed eccoci arrivati al buon Sebastián Bueno, il giocatore che mi ha fatto partire la scintilla che mi ha portato a scrivere questo pezzo.

Beh, oggi (trent’anni compiuti da un paio di settimane) gioca in Serie C2.

Credo dovrebbe bastarvi questo.

Insomma… caricare di troppe aspettative un giovane è facile. Ma pure bruciare chi le qualità per fare bene davvero le ha è altrettanto facile.

Sperando che in futuro i casi come questi siano sempre meno…

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Dopo la fallimentare (economicamente parlando, almeno) esperienza della NASL il calcio professionistico americano ricominciò ad esistere a partire dal 1993 con la creazione della Major League Soccer, a tutti meglio conosciuta come MLS.

Senza voler entrare troppo nel dettaglio della storia di questo campionato (chi fosse interessato può informarsi meglio seguendo quanto prodotto dalla redazione MLS del sito PlayItUSA) limitiamoci a parlare dell’aspetto che ci interessa relativamente a questo articolo: i contratti e gli stipendi elargiti ai giocatori.

Perché è bene dire che per evitare di fare la fine del proprio illustre predecessore la MLS decise di dotarsi di un sistema di contenimento dei costi molto valido: il salary cap, o tetto salariale.
Per chi non lo sapesse, infatti, è bene rendere noto che buona parte delle uscite affrontate annualmente dalle principali squadre del mondo sono affrontate proprio in relazione al pagamento degli stipendi. In Italia, ad esempio, a fronte di una spesa complessiva netta di 100 milioni, va ricordato, una società si trova a sborsarne 200 per poter coprire anche le spese relative a tasse e contributi.

Il tetto salariale, quindi, serviva proprio a questo: contenimento dei costi.

Obiettivo sicuramente centrato in pieno dato che in questi ultimi diciassette anni il movimento calcistico americano è andato via via crescendo sempre più, sino a raggiungere i discreti livelli cui si trova ora (con una previsione realistica, comunque, che dovrebbe portarlo a crescere ulteriormente a livello globale).

Certo, però, il salary cap oltre a garantire una certa stabilità economica di un movimento che, in special modo all’inizio, non navigava certo nell’oro ha comportato anche qualche problemino a livello concorrenziale. Perché se da una parte era garantita la solidità di una squadra dall’altra questa stessa squadra non poteva realmente permettersi di poter concorrere sul mercato rispetto all’acquisto di grandi giocatori.

Proprio per poter aggirare quest’ostacolo venne inserita la regola dei Designated Players, ovvero sia venne data la possibilità ad ogni franchigia di firmare un giocatore (attualmente è possibile firmarne due) il cui contratto non sarebbe pesato (se non per 400mila dollari) sul salary cap della squadra, facendo quindi diventare le varie squadre MLS competitive sul mercato delle stelle internazionali.

Del resto è presto detto: attualmente il salary cap di ogni squadra è posto a poco più di due milioni e mezzo di dollari. Con quella cifra non si pagherebbe nemmeno un panchinaro di squadre come Real, Barcellona, Manchester, Inter o Milan. Senza contare, poi, che con due milioni e mezzo di dollari l’anno si deve costruire una squadra intera.

Gli ingaggi annuali quindi, come è facilmente intuibile, sono piuttosto bassini, mediamente. Non potrebbe essere altrimenti.

Nel contempo, però, proprio la regola dei Designated Players ha fatto sì che venissero a crearsi delle posizioni privilegiate nei confronti di alcuni giocatori.

In totale, infatti, sono otto, attualmente, i Paperoni del calcio americano. Otto giocatori che, sfruttando questa regola, riescono a portarsi a casa ingaggi superiori al milione di dollari.

Il re di questa sorta di classifica non poteva che essere lui, David Beckham: con i suoi sei milioni e mezzo di dollari l’anno, infatti, è il giocatore più pagato dell’intero campionato professionistico statunitense.

Al secondo e terzo posto si piazzano invece due new entries della MLS, due vecchie conoscenze dell’elite del calcio europeo: Thierry Henry e Rafa Marquez, entrambi recentemente trasferitisi da Barcellona a New York, dove ora indossano la maglia dei Red Bulls. Stipendi molto simili e di tutto rispetto per loro: 5,6 milioni il francese, 5,544 milioni il messicano, con quest’ultimo cui in estate vennero anche spalancate le porte della Juventus ma che al blasone di uno dei club più vincenti della storia d’Italia, che però non avrebbe potuto garantirgli un ingaggio così principesco, ha preferito i dollari sonanti che gli pioveranno in tasca giocando nella Grande Mela.

Molto più normali, calcisticamente parlando, gli stipendi degli altri cinque calciatori inseriti nell’elite degli stipendi del calcio statunitense. Appena sotto al terzo gradino del podio, infatti, si piazza la stella del calcio americano: Landon Donovan. Il suo stipendio, però, non è proprio paragonabile a quello di Beckham, Henry e Marquez. Al cospetto di questi stipendi, infatti, i suoi 2 milioni e 128 mila euro risultano quasi essere un salario povero.

Nel trovare in quinta posizione un altro giocatore con addosso la maglia dei Red Bulls il lettore più attento non potrà che chiedersi “ma non c’era la possibilità di ingaggiare due soli DP per squadra?”. Beh, è presto detto: ogni franchigia può pagare una luxury tax ammontante a 250mila dollari (che saranno poi ripartiti tra le squadre che non useranno un terzo DP spot) per avere la possibilità di firmare un terzo Designated Players.
Ecco quindi come oltre alle due ex stelle Blaugrana New York può permettersi di dare anche 1 milione e 918 mila euro a Juan Pablo Angel, punta colombiana nativa di Medellin in passato già goleador di River Plate ed Aston Villa.

Certo che con tutti questi investimenti il minimo è che ora New York porti a casa quantomeno il titolo nazionale…

Notevole anche l’investimento fatto in quel di Chicago, unica squadra, oltre ai Galaxy ed ai Red Bulls, ad aver contrattualizzato due giocatori il cui contratto ammonta a più di un milione di dollari. Ai Fire, infatti, molto pesanti sono i contratti del messicano Nery Castillo (1 milione e 788 mila euro) e Freddie Ljungberg (1 milione 314 mila euro), quest’ultimo acquistato proprio recentemente dai Seattle Sounders.

Completa il lotto, quindi, Julian De Guzman che a Toronto guadagna ben 1 milione e 717 mila dollari l’anno.

Sono questi, in definitiva, i Paperoni del calcio statunitense. Ma in un campionato parsimonioso come è stato sino ad oggi quello americano va detto che ci sono altri giocatori che se la passano piuttosto bene.
Dallo spagnolo Mista, anch’egli in forza ai Toronto FC, che guadagna 987 mila dollari l’anno a Kyle Beckermann (Real Salt Lake) e Danny Califf (Philadelphia Union) sono ben ventidue i giocatori che si portano a casa un minimo di 250 mila dollari.

E se un giorno la FIFA decidesse di espandere su scala globale questo sistema del salary cap americano?

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

L’anno scorso riportai, commentandola, una classifica del Sun riguardante i dieci peggiori acquisti effettuati da Sir Alex Ferguson nella sua infinita esperienza di Manchester.

Quest’anno propongo invece un’altra classifica della testata inglese, quella sui dieci migliori Treble della storia del calcio.

Sven Goran Eriksson e Torbjrn Nilsson con la Coppa Uefa dell'82

Iniziamo subito con la decima posizione, quindi: vi troviamo Sven Goran Eriksson ed il suo Goteborg d’inizio anni ottanta che nella stagione 81/82 centrò una tripletta notevole per una squadra sicuramente non al top di Europa. Quell’anno, infatti, gli svedesi vinsero l’Allsvenskan (il campionato svedese), la Svenska Cupen (la coppa nazionale) e, soprattutto, la Coppa Uefa.

Ma andiamo con ordine: dopo aver effettuato una campagna di rafforzamento importante in sede di mercato la compagine guidata dal tecnico che passò poi anche dal nostro campionato non partì bene. Facendosi forza sul 4-4-2 sapientemente impostato dall’allenatore, infatti, la squadra riuscì a trarsi d’impaccio, chiudendo una stagione storica.

Il Campionato venne vinto dopo che la stagione regolare venne chiusa al primo posto con 29 punti in 22 partite (11 vittorie, 7 pareggi e 4 sconfitte), con un solo punto di vantaggio sull’Hammarby. E proprio i Bajen sarebbero stati gli avversari della finale playoff: dopo essersi liberati dell’Halmstads ai quarti (3 a 1 totale) e del Malmo in semifinale (8 a 1 totale) arrivò infatti il 3 a 1 della finale di ritorno a ribaltare la sconfitta per 2 a 1 dell’andata. Trascinati dai 12 goal di Dan Corneliusson (che disputò poi più di 100 gare nel Como), capocannoniere del torneo, i Blåvitt riuscirono quindi ad imporsi in campionato. Ma non solo: come detto, infatti, quell’anno nessuno riuscì ad opporsi all’armata biancoblù, nemmeno nella Svenska Cupen che venne vinta proprio dalla squadra di Eriksson capace di imporsi in finale per 3 a 2 sull’Osters.

La Coppa Uefa, primo alloro europeo nella storia della società, arrivò invece al termine di una cavalcata a tratti trionfale: ai trentaduesimi di finale venne spazzato via l’Haka con un 7 a 2 totale assolutamente senza appello, ai sedicesimi gli svedesi fecero un po’ di fatica e dopo il 2 a 2 di Graz contro lo Sturm si qualificarono di misura grazie al 3 a 2 del ritorno, agli ottavi andarono in scioltezza con un 4 a 1 totale sulla Dinamo Bucarest, ai quarti fu decisiva ancora una volta la gara di ritorno (dopo il 2 a 2 di Valencia arrivò il 2 a 0 di Goteborg) mentre in semifinale ci fu addirittura bisogno dei supplementari (dopo l’1 a 1 di Kaiserlautern anche la gara di Goteborg si chiuse col medesimo risultato, con i Blåvitt capaci di spuntarla proprio nell’extratime).
In finale, infine, nessun problema per la truppa Eriksson, che si sbarazzò con una doppia vittoria (1 a 0 e 3 a 0) dell’Amburgo che giusto l’anno dopo si rifarà in Coppa dei Campioni vincendo il massimo alloro europeo in una famosissima finale contro la Juventus.

Torbjorn Nilson e Felix Magath nel corso della finale Uefa dell'82

La nona posizione è invece appannaggio del Liverpool versione 2001: guidati dal francese Gerard Houllier i Reds, reduci da ben sei anni di digiuno, si portarono a casa FA Cup, Coppa di Lega e Coppa Uefa in una sola stagione.
Al terzo anno sulle sponde del Mersey, infatti, l’ex tecnico federale si tolse delle belle soddisfazioni.

La vittoria in FA Cup partì da lontano: nel corso del terzo round la squadra del tecnico di Thérouanne si sbarazzò con un secco 3 a 0 del Rotherham United per poi sbarazzarsi di Leeds (2 a 0) e Manchester City (4 a 2) nei due turni successivi. Ai quarti, quindi, un altro 4 a 2, questa volta con il Tranmere Rovers, che fece da preambolo al 2 a 1 sul Wycombe della semifinale. In finale, quindi, arrivò il 2 a 1 in rimonta sull’Arsenal (Ljungberg per i capitolini, doppietta di Owen per i Reds), che consegnò al Liverpool un trofeo che mancava da dieci anni.

In Coppa di Lega il cammino fu invece più tirato: il terzo round venne passato infatti solo ai tempi supplementari con una vittoria di misura (2 a 1) sul Chelsea. In compenso il quarto round fu una passeggiata di proporzioni notevoli: 8 a 0 allo Stoke con Fowler, tripletta per lui, mattatore della serata. Ai quarti la strada tornò invece a farsi in salita: 3 a 0 al Fulham, sì, ma dopo che i novanta minuti regolamentari si erano chiusi sullo 0 a 0. Di Owen, Smicer e Barmby le reti che qualificarono alle semifinali i Reds. Semifinale che partì malissimo: l’andata venne infatti vinta dal Crystal Palace per 2 a 1. Nel ritorno, però, Murphy (doppietta per lui) e compagni dilagarono chiudendo la pratica con un rotondissimo 5 a 0. In finale, infine, il goal di Fowler, giunto alla mezz’ora, fu pareggiato in extremis da un rigore di Purse, che mandò le squadre ai supplementari prima ed ai rigori poi. Qui il Birmingham dovette quindi chinare il capo di fronte ai propri avversari, che misero le mani su di una coppa che mancava dal 1995.

In Uefa, infine, la vittoria arrivò in una storica finale con l’Alaves terminata 5 a 4 e decisa da un’autorete di Geli arrivata a tre minuti dal termine del secondo tempo supplementare dopo che i Reds si erano sbarazzati di Rapid Bucarest, Slovan Liberec, Olympiakos, Roma, Porto e Barcellona.

Robbie Fowler festeggia la quarta rete nella finale di Uefa del 2001

L’ottava posizione è invece piuttosto esotica: la stessa è infatti assegnata all’Al Ahly che tra il 2005 ed il 2006 vinse campionato e coppa nazionale oltre alla Champions League africana.

La Premier egiziana fu assolutamente dominata dal club allenato da Manuel José de Jesus: trascinati dai 18 goal di Aboutrika i Red Devils uccisero il campionato vincendo 23 partite su 26 senza perderne nessuna, registrando il miglior attacco e la miglior difesa e chiudendo a più quattordici sulla seconda posizione.

Della coppa egiziana non vi sono invece molte informazioni in rete mentre è possibile raccontare qualcosa del trionfo in Champions, il secondo in due anni per altro.
Dopo essersi liberati con un rotondo 5 a 0 tra andata e ritorno dei kenioti del Tusker arrivò il 4 a 0 contro i guineani del Renacimento che qualificò i Red Devils alla fase a gironi. Inseriti nel gruppo A con i tunisini dello CS Sfaxien, i ghanesi dell’Asante Kotoko e gli algerini del JS Kabylie i nostri prodi egiziani chiusero al secondo posto dietro alla Juventus Araba, squadra che poi avrebbero ritrovato in finale.
In semifinale, quindi, il 3 a 2 totale con gli ivoriani dell’ASEC Mimosas per chiudere poi con un 2 a 1 totale la finale contro il CS Sfaxien.
Anche qui, esattamente come in campionato, il capocannoniere fu Aboutrika che chiuse la manifestazione con 8 goal all’attivo, tre più di Ya Konan.

In settima posizione ritroviamo il Liverpool, questa volta nella sua versione risalente al lontano 1984.
L’allenatore, all’epoca, era quel Joe Fagan che, nato sulle rive del Mersey, era legatissimo alla sua città. Una volta smesso col calcio giocato, infatti, ebbe una quinquennale esperienza come allenatore del modesto Rochdale per poi entrare, nel 1958, a fare parte dello staff tecnico Reds. Ben sedici anni più tardi, quando Bob Paisley lasciò il ruolo di allenatore in seconda per prendere quello di allenatore lasciato libero da Bill Shankley fu proprio Fagan a prenderne il posto, diventandone quindi il vice. Nel 1983, quindi, fu su di lui che la società puntò per sostituire lo stesso Paisley e lui dimostrò subito di saper gestire al meglio la situazione vincendo Campionato e Coppa di Lega oltre ad una Coppa dei Campioni. L’anno successivo, poi, arrivò l’Heysel. E proprio quell’infausto accadimento segnò tanto Fagan da spingerlo ad abbandonare il mondo del calcio nonostante la possibilità di continuare a fare bene sulla panca della squadra della propria città.

Joe Fagan guidò il Liverpool a conquistare la Coppa dei Campioni dell'84

La vittoria in Coppa di Lega arrivò al termine di una doppia finale disputata contro l’Everton. Intendiamoci: il trofeo era assegnabile al termine di una finale secca, ma la stessa, disputata in quel di Wembley, terminò sullo 0 a 0 costringendo le due squadre non a passare per supplementari e rigori ma a ripetere il match (pratica, questa, molto in uso in terra d’Albione) qualche giorno più avanti. Al Maine Road, quindi, fu una rete di Graeme Souness a decidere il match, chiudendo la pratica.

Il campionato venne invece vinto al termine di una bella cavalcata: i Reds vinsero 22 partite sulle 42 totali, tanto quanto Southampton e Nottingham Forest. A fare la differenza, quindi, i tre pareggi in più che permisero loro di guadagnare tre punti più del Soton. Liverpool che si piazzò in prima posizione già alla quattordicesima giornata, restandovi sino al termine (con una sola piccola parentesi rappresentata dalla diciottesima giornata, quando fu il Manchester ad affrancarsi in prima posizione). A trascinare la squadra del Mersey alla vittoria del campionato fu Ian Rush, giocatore poi divenuto famoso per il flop in quel della Torino Bianconera, che realizzò ben 32 reti, dieci più di Gary Lineker.

In Coppa dei Campioni, infine, il percorso del Liverpool passò attraverso alle vittorie con Odense (6 a 0 totale), Athletic Bilbao (1 a 0), Benfica (5 a 1) e Dinamo Bucarest (3 a 1). In finale, quindi, i Reds si videro opposti alla Roma di Di Bartolomei. Il match si chiuse sul risultato di 1 a 1, influenzato dalle reti di Neal e Pruzzo e per assegnare la coppa si dovette ricorrere ai rigori. Dal dischetto furono fatali gli errori di Conti e Graziani, arrivati dopo a quello commesso da Nicol. Liverpool campione d’Europa.

La sesta posizione di questa simpatica classifica è appannaggio del PSV di Guus Hiddink che nel 1988 riuscì a vincere Eredivisie, Dutch Cup e Coppa dei Campioni.

La Coppa d’Olanda venne vinta al termine di un percorso che vide la squadra di Eindhoven battere 6 a 0 il De Treffers, l’MVV 3 a 1, il Den Bosch 1 a 0 (dopo i tempi supplementari), l’RBC 2 a 0 e l’RKC 3 a 2 in semifinale. La finalissima, quindi, venne giocata il 12 maggio al Willem II Stadion agli ordini dell’arbitro Cor Verhoef davanti ad 8500 spettatori. Grandi protagonisti di questo match furono i due Smeets ed Eric Gerets, che con i loro goal portarono a chiudere il match sul 2 a 2. A decidere lo stesso fu quindi Soren Lerby, che andò a realizzare la rete della vittoria al secondo minuto del primo tempo supplementare, coronando al meglio il suo primo anno passato in quel di Eindhoven.

Soren Lerby: un suo goal consegnò al PSV la KNVB Cup dell'88

Il campionato venne invece dominato: il PSV fu trascinato dai 29 goal di Wim Kieft ed andò a vincere 27 delle 34 partite disputate con un superattacco (117 goal all’attivo) ed una grandissima difesa (28 goal subiti).

In Europa le cose non andarono invece così bene e l’imposizione finale arrivò non senza fatica.
Le cose iniziarono piuttosto bene: il 3 a 0 sul Galatasaray fatto registrare nell’andata dei sedicesimi di finale fece subito ben sperare i tifosi olandesi anche se il 2 a 0 del ritorno riportò subito sulla terra tutti, in quel di Eindhoven. Meno problemi, invece, agli ottavi: al 2 a 1 di Vienna si aggiunse il 2 a 0 in terra d’Olanda che consegnò al PSV un pass per i quarti. Da qui in poi, quindi, la squadra allenata da Hiddink non vinse più una partita: opposti al Bordeaux chiusero rispettivamente 1 a 1 e 0 a 0 il doppio confronto con i francesi, riuscendo quindi a qualificarsi in semifinale grazie alla regola dei goal realizzati fuori casa. Nel turno successivo la cosa si ripetè esattamente uguale, ma contro il Real Madrid. La finale del Neckerstadion con il Benfica, poi, terminò 0 a 0 e ci fu bisogno dei calci di rigore per assegnare il trofeo. Decisivo fu l’errore di Veloso, che si fece parare il penalty da Van Breukelen: PSV Campione d’Europa!

La quinta posizione è terra di conquista dei Celtic Glasgow di Jock Stein che nel 1967 non firmarono una tripletta, ma bensì un poker! Quell’anno, infatti, gli scozzesi vinsero Scottish Cup, Coppa di Lega, Premier e Coppa dei Campioni.

Ma andiamo con ordine: le due coppe nazionali vennero vinte rispettivamente contro Aberdeen e Rangers. La Scottish Cup venne infatti riportata al termine di un 2 a 0 fatto registrare all’Hampden Park contro i The Dons mentre la Coppa di Lega venne vinta grazie all’1 a 0 nel derby con i Blue Noses.

E proprio i Rangers furono i principali contendenti al titolo anche in Campionato, là dove i Biancoverdi si imposero con un vantaggio di tre soli punti sui cugini al termine di un campionato che vide nella squadra dei protestanti quella con la miglior difesa (31 reti subite contro le 33 dei Celtic) ma in quella dei cattolici il team con il miglior attacco (trascinato da Steve Chalmers, capocannoniere con 21 reti per 111 goal realizzati contro i 92 dei Rangers).

Billy McNeill alza la Coppa dei Campioni

In Coppa dei Campioni il percorso fu netto nel corso dei primi due turni: alla doppia vittoria (2 a 0 e 3 a 0) con lo Zurigo si aggiunse la doppia vittoria degli ottavi contro il Nantes (3 a 1 sia all’andata che al ritorno). Ai quarti arrivò la prima ed unica sconfitta del loro torneo continentale, con il Vojvodina capace di imporsi 1 a 0 in Yugoslavia per poi essere superato ed eliminato dal 2 a 0 di Glasgow. La semifinale venne invece chiusa già nel corso dell’andata, quando il 3 a 1 fatto registrare in terra scozzese regolò i conti tanto che in quel di Praga i Celts si accontentarono di preservare lo 0 a 0. In finale, quindi, i goal di Gemmell e Chalmers ribaltarono l’iniziale vantaggio di Mazzola, consegnando agli scozzesi il più importante alloro europeo per club.

In quarta posizione troviamo l’Ajax del 1972, capace di vincere Eredivisie, KNVB Cup e Coppa dei Campioni.

Agli ordini di Stefan Kovacs, subentrato proprio quell’anno al grandissimo Rinus Michels, i Lanceri vinsero la loro ottava Coppa d’Olanda della storia al termine di un percorso netto che portò Cruijff e compagni a battere PEC Zwolle (8 a 3), Go Ahead Eagles (3 a 0), NEC (1 a 0), FC Volendam (2 a 0) ed FC Den Haag (3 a 2 in finale).

In campionato arrivò invece una sconfitta, ma che non pregiudicò minimamente il cammino della squadra di Amsterdam, capace di raccogliere anche 30 vittorie e 3 pareggi chiudendo a più otto sul Feyenoord forti di un attacco prolificissimo (104 reti segnate, 25 delle quali da Cruijff, capocannoniere del torneo) e dalla seconda miglior difesa del campionato (20 reti subite, sette più del Twente).

E quella raccolta in campionato fu l’unica sconfitta di una stagione mirabolante: in Europa, infatti, nessuno seppe opporsi all’armata Biancorossa che vinse il torneo a mani basse. L’avventura iniziò ai sedicesimi dove gli olandesi batterono 2 a 0 la Dinamo Dresda per impattare poi 0 a 0 in Germania ed accedere agli ottavi dove venne incontrato l’Olympique Marsiglia, superato con un 6 a 2 totale frutto del 2 a 1 francese e del 4 a 1 in terra olandese. Ai quarti fu quindi regolato l’Arsenal (2 a 1 in quel di Amsterdam, vittoria 1 a 0 a Londra) mentre in semifinale l’1 a 0 dell’andata fu sufficiente a staccare un biglietto per la finalissima del Fejienoord Stadion. Qui l’armata olandese, forte di campioni come Krol, Neeskens ed Haan trovò nella sua stella più lucente, Cruijff, il giocatore decisivo: una sua doppietta spense infatti i sogni di gloria dell’Inter, che dopo aver ceduto al cospetto dei Celtic, come abbiamo appena visto, non poterono nulla nemmeno contro questo mirabolante Ajax.

Inter che si è però rifatta proprio quest’anno e guadagna la terza posizione di questa divertente classifica. La storia è fresca e ben conosciuta: la banda guidata da Josè Mourinho ha infatti chiuso l’ultima stagione con le vittorie in Campionato, Coppa Italia e Champions League, coronando un sogno lungamente inseguito dalla società guidata da Massimo Moratti.

Roy Keane e Ryan Giggs, grandi protagonisti della cavalcata del 1999

La seconda piazza è appannaggio del Manchester United guidato da Alex Ferguson che nel 1999 vinse FA Cup, Premier League e Champions League.

La coppa nazionale venne vinta davanti ai quasi 80mila di Wembley al cospetto di un Newcastle che dovette inchinarsi alle reti realizzate, una per tempo, da Sheringham e Scholes.

In campionato l’imposizione arrivò invece di misura: i Reds la spuntarono ai danni dell’Arsenal per un solo punto, frutto di un pareggio in più. A pesare maggiormente, alla fine, fu la maggior prolificità della squadra allenata da Ferguson che a fronte dei venti goal subiti in più riuscì però a farne ventuno più dei Gunners, strappando loro la vittoria al rush finale. Tra i grandi protagonisti di quell’imposizione va ricordato sicuramente Dwight Yorke, capace di laurearsi capocannoniere del torneo al pari di Jimmy Floyd Hasselbaink e Micheal Owen con 18 reti all’attivo.

In Europa, infine, lo United chiuse il torneo senza sconfitte anche se con molti pareggi all’attivo. L’avventura dei Red Devils iniziò al secondo turno preliminare, quando gli inglesi si liberarono 2 a 0 dell’LSK Lodz in casa per poi impattare 0 a 0 in Polonia. Inseriti nel Gruppo D con Bayern, Barcellona e Brondby, poi, raccolsero ben quattro pareggi in sei partite, riuscendo a battere solo i danesi (6 a 2 là, 5 a 0 in casa propria). Questo, comunque, bastò loro per sopravanzare ai quarti di finale, dove fu l’Inter la vittima sacrificale: 2 a 0 a Manchester, 1 a 1 in quel di Milano. In semifinale fu un’altra italiana, la Juventus, a cedere: 1 a 1 Oltremanica, 3 a 2 a Torino. La finalissima, quindi, venne vinta rocambolascamente, tanto da entrare indelebilmente nel grande libro del calcio: all’iniziale vantaggio firmato da Mario Basler risposero, nel giro di due minuti ed a tempo già scaduto, Sheringham e Solskjaer, che chiusero una rimonta incredibile ed indintimenticabile, issando il proprio club sul tetto d’Europa.
Capocannoniere, anche qui, il solito diavolo trinidadense, quel Dwight Yorke che vinse la classifica di top scorer al pari di Andriy Shevchenko con otto reti all’attivo.

La prima posizione va invece, infine, al Barcellona targato 2009: la squadra di Guardiola fu infatti capace di vincere Copa del Rey, Liga e Champions dominando una stagione giocata su livelli stratosferici sia a livello di risultati che, soprattutto, di gioco. Capibile, quindi, perché il Sun ha deciso di assegnare proprio a questa squadra la prima piazza.

La cavalcata in coppa nazionale iniziò in ottobre e si concluse il 13 maggio: dopo il doppio 1 a 0 sul Benidorm arrivarono il 3 a 1 ed il 2 a 1 rifilati all’Atletico. Qualche difficoltà in più nel derby con l’Espanyol, con la seconda squadra di Barcellona capace di fermare i Blaugrana sullo 0 a 0 all’andata per poi cedere però nel ritorno, chiusosi sul 3 a 2 per Messi e compagni. 3 a 1 totale, quindi, in semifinale con il Maiorca e roboante 4 a 1 nella finalissima del Mestalla disputata con l’Athletic e risolta dalle reti di Tourè, Messi, Bojan e Xavi.

La Liga arrivò dopo una cavalcata fatta di 105 goal realizzati e solo 35 subiti, miglior attacco e miglior difesa del campionato. Il divario di nove punti sul Real, quindi laureò Campioni di Spagna i Blaugrana, con Eto’o vice pichichi a quota 30 reti, due meno di Forlan.

Samuel Eto'o, tra i punti di forza del Barça versione 2009

La Champions arrivò da lontano. La rincorsa al massimo alloro continentale per club partì infatti a metà agosto, con la partecipazione al terzo turno preliminare dove l’armata spagnola si sbarazzò facilmente del Wisla Cracovia: 4 a 0 all’andata e sconfitta per 1 a 0 al ritorno, che non mise comunque in discussione la partecipazione dei futuri campioni d’Europa a quella Champions.
Inseriti nel Gruppo C con Sporting, Shaktar e Basilea, poi, i Blaugrana rimediarono un’altra sconfitta, anche questa indolore: dopo aver raccolto tredici punti nelle prime cinque partite, infatti, Messi e compagni erano già sicuri del primo posto e presero sotto gamba l’ultimo match del girone, venendo battuti dallo Shaktar.
Molto agile, poi, anche il percorso che portò alla semifinale: dopo l’1 a 1 di Lione arrivò il 5 a 2 del ritorno, mentre ai quarti fu il Bayern a prenderne 4 al Camp Nou e dover chinare il capo, chiudendo poi con un inutile 1 a 1 il ritorno.
Sul filo di lana, invece, la qualificazione alla finale: alla fine fu un goal contestato ad Iniesta a portare il Barça all’ultimo atto, là dove le reti di Messi ed Eto’o chiusero la pratica United senza troppe apprensioni.

Al di là delle posizioni in classifica, comunque, questa classifica dà modo di ripercorrere un po’ di storia del calcio, fatta anche da imprese come quelle qui descritte. Cose che tutti i tifosi vorrebbero poter vivere, almeno una volta nella vita…

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Il conto alla rovescia che ci porterà all’inizio del Mondiale Sudafricano procede e più il tempo va assottigliandosi più la voglia di Mondiale cresce un po’ in tutti.

Del resto, si sa, il Campionato Mondiale di calcio è un evento unico nel suo genere, capace di catalizzare decine di milioni di spettatori da ogni angolo del mondo come sa fare, forse, solo l’Olimpiade.

Per cercare di rendere meno pesante l’attesa, quindi, facciamo un tuffo nel passato e andiamo a rivivere un po’ la storia del Mondiale. Senza, però, farlo in maniera canonica cioè parlando di tutte le varie edizioni, dei vincitori, dei giocatori principali, ecc.
Rivisitiamo la storia dei Mondiali con un viaggio attraverso i record che sono stati segnati nel corso degli anni: squadre, giocatori, allenatori ed arbitri che hanno fatto la storia di questa magnifica competizione.
Il tutto non solo nella maniera canonica di un blog, ovvero sia con le parole. Laddove è possibile, infatti, vedrò di affiancare ad essere anche immagini e filmati, di modo da rendere più completo ed interessante questo viaggio…

Iniziamo quindi con una citazione doverosa che va in favore della squadra brasiliana: il team Verdeoro è infatti l’unico ad essere stato presente a tutte le edizioni sin qui disputate. Brasile che allungherà il proprio record in Sudafrica, dove, ovviamente, sarà ancora una volta presente.

Brasile che non è solo la squadra più presente: la nazionale che fu di Pelè e Garrincha è infatti quella che è stata capace di centrare più vittoria (5), di giocare più volte una finale (7, record questo ad oggi condiviso con i tedeschi) e di giocare più incontri ad un Mondiale (92, anche questo record condiviso con i tedeschi). Ma non solo: i brasiliani detengono infatti anche il record riguardante il massimo numero di vittorie totali (64) ed il maggior numero di reti segnate (201).

Per quanto riguarda i succitati tedeschi, invece, oltre al record totale di presenze in finale e di partite disputate gli stessi vantano anche il maggior numero di presenze nei primi quattro posti (in 11 occasioni, infatti, la nazionale teutonica è arrivata quantomeno in semifinale) ed il maggior numero di pareggi (19, record questo condiviso con la nazionale Azzurra).

Sempre parlando di overall, quindi, i tedeschi risultano anche essere la squadra che ha concesso più goal ai propri avversari: 112. Questo dato in sè va ovviamente preso con le molle: avendo giocato ben 92 partite è anche logico che abbiano subito più goal di tante altre nazionali, che magari di partite ne han giocate solo un decimo. Nel contempo, però, chi si aspettava che a parità di partite (perché, come detto, han giocato lo stesso numero di match) il Brasile avesse subito, ai Mondiali, meno goal di una nazionale che viene sempre presa ad esempio quando si parla di solidità?

Sarosi e Meazza prima del calcio d'inizio della finale del '38

E se Germania e Brasile sono le squadre con più match all’attivo, chi ne ha giocato il numero minore? L’Indonesia, che si è fermata ad una sola presenza Mondiale: correva l’anno 1938 e l’attuale Indonesia partecipò al Mondiale francese, poi vinto dai ragazzi di Pozzo, con la denominazione di Indie Olandesi Orientali. Essendo strutturato, quel Mondiale, con solo scontri ad eliminazione diretta i malcapitati indonesiani vennero subito spazzati via dall’Ungheria (poi finalista) già nel corso del primo turno con un secco 6 a 0 firmato dalle doppiette di Zsengellér e Sárosi e dai goal di Toldi e Kohut.
Non essendo poi mai più riusciti a centrare una qualificazione Mondiale il gioco è fatto: una sola partita disputata nel corso della fase finale di un Mondiale…

Per quanto riguarda la squadra più sconfitta, invece, dobbiamo spostarci in Centro America: questo triste primato è infatti detenuto dalla Tri, la nazionale messicana, capace di trovare la sconfitta in ben 22 occasioni nel corso della propria storia Mondiale.

Parlando di strisce negative, invece, il record, non certo confortante, di squadra capace di raccogliere più sconfitte consecutive spetta ad El Salvador, che ne trovò ben sei di fila. Salvadoregni che si contendono con i boliviani anche il record di striscia più lunga senza una vittoria.

La miglior media goal è invece appannaggio dell’Ungheria, una nazionale che a suo tempo, pur senza mai vincere un Mondiale, seppe fare del bel calcio che oltre a produrre risultati apprezzabili da un punto di vista estetico fu anche molto funzionale e capace di produrre un gran numero di azioni da goal: i magiari, infatti, hanno segnato una media di 2,72 reti a partita.

Qual’è stato, invece, il match più giocato nella storia del Mondiale? E’ presto detto: Brasile – Svezia. Questa partita si è ripetuta infatti in ben sette occasioni: 1938 (finale terzo-quarto posto vinta dal Brasile per 4 a 2), 1950 (nel girone finale, a vincere fu il Brasile per 7 a 1), 1958 (nella famosa finale vinta 5 a 2 dal Brasile di Pelè sulla Svezia di Liedholm), 1978 (nella fase a gironi, 1 a 1 deciso dalle reti di Sjöberg e Reinaldo), 1990 (ancora una volta nella fase a gironi, vinse il Brasile 2 a 1) e per due volte nel 1994 (la prima volta sempre nel corso della fase a gironi quando le due squadre pareggiarono 1 a 1, la seconda in semifinale, dove i Verdeoro si imposero per 1 a 0).
E per quanto riguarda la finale? Le finali più disputate sono due: Brasile – Italia, giocata sia nel 1970 che nel 1994, e Argentina – Germania, disputatasi sia nel 1986 che nel 1990.

Chiudiamo quindi il discorso riguardante le squadre ed i record fatti su più edizioni parlando delle uniche squadre ad aver sempre passato il primo turno ad ogni loro apparizione e di quella che, di contro, non c’è mai riuscita.
Per quanto riguarda la capacità di passare sempre il primo turno, quindi, ci riferiamo a Danimarca ed Eire, mentre è la Scozia l’unica squadra a non aver mai passato il primo turno.

La nazionale danese prima dell'incontro con la Germania Ovest al Mondiale dell'86

Ma vediamo nello specifico, partendo dai danesi: nel 1986 parteciparono per la prima volta ad un Mondiale, e vinsero subito il loro girone. Inseriti nel gruppo E con Germania, Uruguay e Scozia vinsero tutti e tre i match affermandosi come vera e propria mina vagante di quell’edizione. Accoppiati agli spagnoli negli ottavi di finale, però, i danesi vennero spazzati via da Emilio Butragueño, capace di segnare quattro goal nel 5 a 1 che pose fine alla loro prima esperienza mondiale.
Nel 1998, quindi, battendo l’Arabia e pareggiando con il Sud Africa i danesi riuscirono a piazzarsi in seconda posizione alle spalle della Francia poi campione. Ma non solo: fu proprio quell’anno che segnarono il loro miglior risultato ad un Mondiale riuscendo anche a passare gli ottavi di finale grazie al 4 a 1 sulla Nigeria. A spezzare i loro sogni di gloria, però, ci pensò il Brasile, capace di fermarli ai quarti.
Nel 2002, infine, vinsero il proprio girone battendo Uruguay e Francia e pareggiando col sorprendente Senegal per essere poi però subito sbattuti fuori agli ottavi, dove i maestri inglesi si sbarazzarono di loro con un secco 3 a 0.
Vedremo quindi quest’anno se riusciranno a ripetersi ancora, riuscendo a centrare uno dei primi due posti del proprio raggruppamento.

Allo stesso modo fecero tre su tre anche gli irlandesi: nel corso del loro primo Mondiale, quello del 1990, terminarono in seconda posizione il loro girone dopo aver pareggiato tutti e tre i loro match per poi imporsi ai rigori sulla Romania agli ottavi e cedere solo contro i padroni di casa – gli Azzurri – nel corso dei quarti di finale, dove a condannarli fu una rete di Totò Schillaci. Resta questo il miglior risultato della loro storia.
Quattro anni più tardi, comunque, ci riprovarono, ma si fermarono agli ottavi: inseriti nel famosissimo Gruppo E dei Mondiali americani terminarono il girone a parimerito con tutte le altre tre squadre (tra cui l’Italia) finendo secondi per via della classifica avulsa ed avendo quindi modo di accedere al turno successivo dove andarono però a sbattere contro lo scoglio Olanda, che li fece affondare con un secco 2 a 0.

La nazionale irlandese al Mondiale 2002

Nel 2002, infine, centrarono il secondo posto nel loro girone grazie alla vittoria sull’Arabia Saudita ed ai pareggi con Germania e Camerun, salvo poi essere eliminati ai rigori agli ottavi dalla Spagna.

Di contro, invece, gli scozzesi, come detto, non sono mai riusciti a passare il primo turno. E parliamo di ben otto presenze Mondiali, tutte terminate mestamente… subito!

Venendo invece a parlare di record fatti segnare in una singola edizione troviamo anche il Brasile da “premiare”: la nazionale Verdeoro è infatti quella che ha vinto più partite in una singola edizione, 7. Nel 2002, infatti, la nazionale di Ronaldo vinse tutte le partite che disputò, andando meritatamente a guadagnarsi il quinto Mondiale della propria storia.
Brasile che, per altro, detiene, in coabitazione con l’Italia del 38 e l’Inghilterra del 66, un altro record: quello di essere riusciti ad aggiudicarsi un Mondiale con il minor numero di reti segnate, solo 11.

Italia che, nello stesso tempo, detiene un altro paio di record notevoli: nel 1990 fece segnare la più lunga striscia di minuti senza subire goal (517, record non ancora infranto da nessuno), nel 2006 pareggiò invece il record ottenuto dalla Francia nel 98: diventare campione subendo il minor numero di reti possibile, 2.

Come non parlare anche dell’Ungheria? Già citati in precedenza, infatti, i magiari detengono ben tre recordi in questa “sezione”: maggior numero di goal realizzati (27), miglior differenza reti (+17) e miglior media-goal (5.40), tutti record fatti segnare nel Mondiale del 54, poi perso solo in finale da Puskas e compagni.

C’è poi un record particolare di cui parlare: una squadra, nel corso della storia, è riuscita a terminare un Mondiale senza subire goal. Si tratta della Svizzera, eliminata agli ottavi di finale senza che, in quattro partite, avesse subito una sola rete!

Un gruppo di tifosi elvetici: nel 2006 videro la loro nazionale uscire senza aver mai perso una sola partita

La difesa peggiore della storia, invece, è quella della Corea del Sud del 1954: ben 16 reti subite in una sola edizione. Anzi, in tre sole partite. Beh, direi che le 9 subite contro l’Ungheria hanno pesato non poco in questo senso. Corea del Sud che quell’anno, per altro, fece anche registrare la peggior differenza reti della storia: -16, dato che ad una difesa pessima abbinarono anche un attacco assolutamente asfittico, incapace di trovare la via della rete nel corso di tutta la manifestazione.

1954 che fu un’edizione storica proprio perché, come abbiamo visto, fu quell’anno che vennero fatti segnare molti record ancora oggi imbattuti. A quelli di cui abbiamo già parlato ne vanno quindi aggiunti altri due, entrambi segnati dalla squadra che s’aggiudicò quel torneo: la Germania Ovest di quell’anno, infatti, fu la squadra vincitrice capace di segnare ma anche di subire il maggior numero di reti tra tutte quelle capaci di centrare il bersaglio grosso.

Infine, parlando di record di squadra nel corso di una sola edizione, la palma di peggior prestazione di una detentrice del titolo va alla Francia che nel 2002 raccolse un solo punto frutto di un pareggio e due sconfitte, non riuscendo nemmeno mai a trovare la via della rete.

Continuando quindi a parlare di nazionali parliamo un po di “strisce”: due squadre sole, nel corso della storia, sono riuscite a vincere più volte di fila un Mondiale. Parliamo, ovviamente, di Italia e Brasile, con due successi di fila a testa. Sempre due sono le squadre capaci di giocare tre finali consecutive: Germania (dall’82 al 90) e Brasile (dal 94 al 2002). Sempre due sono le squadre che, ahiloro, hanno perso due finali consecutive: Olanda e Germania (con quest’ultima che, però, si potè un minimo rifare l’edizione successiva, vinta battendo in finale l’Argentina di Maradona).

La squadra ad aver invece il record negativo di maggior numero di tentativi di qualificazione falliti è il Lussemburgo, capace di non riuscire a centrare la qualificazione per ben diciotto volte consecutive.

Cafu solleva la Coppa nel 2002

Il maggior numero di vittorie consecutive spetta invece al Brasile, che ne vinse 11 tra il 2002 e il 2006. Brasile che detiene anche il record di maggior numero di match senza sconfitta, 13.
La squadra ad aver perso più partite di fila, invece, è il Messico, che ne perse ben 9 tra il 1930 ed il 1958.
Ad ottenere la peggior striscia di partite senza vittoria, invece, fu la Bulgaria che non trovò il bottino pieno per ben 17 partite consecutive tra il 1962 ed il 1994, quando poi batterono la Nigeria 3 a 0 e s’involarono verso la semifinale persa contro gli Azzurri.

La squadra col maggior numero di pareggi consecutivi è il Belgio (5), mentre quella con il maggior numero di partite senza pareggio è il Portogallo (16).

Veniamo invece alle strisce di partite con goal segnati…
1 goal per match: Brasile e Germania che disputarono 18 match consecutivi segnando almeno una rete.
2 goal per match: Uruguay, 11 partite.
3 goal per match: Portogallo 66 e Germania e Brasile 70, 3 partite.
4 goal per match: Uruguay ed Ungheria, 4 partite.
6 goal per match: Brasile 50, 2 partite.
8 goal per match: Ungheria 54, 2 partite.

Di contro, invece, l’attacco più lungamente asfittico è quello della Bolivia che ha disputato cinque match consecutivi senza trovare la via del goal. Lo stesso record, ma all’inverso, appartiene all’Italia che nel 1990 disputò 5 partite senza subirne.

Allo stesso modo, quindi, vediamo la striscia di partite con goal subiti:
1 goal per match: Svizzera, 22 partite consecutive subendone almeno uno.
2 goal per match: Messico, 9 partite.
3 goal per match: Messico, 5 partite.
4 goal per match: Bolivia e Messico, 3 partite.
5 goal per match: Austria, 2 partite.
6 goal per match: USA, 2 partite.
7 goal per match: Corea del Sud, 2 partite.

Dopo aver sviscerato i record di squadra, quindi, parliamo dei record individuali, dei singoli giocatori.

Iniziando a parlare del giocatore che ha segnato più reti nella storia del Mondiale: Ronaldo, capace di realizzarne 15 tra il 1998 ed il 2006. A detenere lo stesso record, ma parlando di fasi di qualificazione, è invece l’iraniano Ali Daei, che ne segnò 35 tra il 1994 ed il 2006.
Il capocannoniere di una singola edizione Mondiale è invece Just Fontaine, a segno 13 volte nel corso del Campionato del Mondo del 1958.

Oleg Salenko

Ad aver segnato più goal in una singola partita è il russo Oleg Salenko, che realizzò una scala reale in un match disputato contro il Camerun nel 1994. Il record di goal segnati nel corso di una partita poi persa appartiene invece al polacco Ernest Wilimowski che ne realizzò ben 4 nel corso di un match perso 6 a 5 contro il Brasile nell’ormai lontano 1938. E’ dell’austrliano Archie Thompson, invece, il record di goal realizzati nel corso di un match qualificatorio: il nostro realizzò ben 13 reti contro le Samoa Americane in un match valevole per le qualificazioni al Mondiale del 2002.

Un solo giocatore, nel corso della storia, è riuscito a firmare una tripletta in finale: si tratta di Goeff Hurst, che realizzò tre reti contro la Germania Ovest nel 1966. Hurst che non è però il solo ad averne realizzate tre in finale: lo stesso, anche se nel corso di più finali ovviamente, hanno fatto Vavà, Pelé e Zidane.

Il giocatore ad aver disputato più partite segnando almeno un goal è Ronaldo, 11. Quelli ad aver disputato la miglior striscia di partite segnandone almeno uno sono Fontaine e Jairzinho, 6.
I giocatori ad aver segnato più volte almeno due reti sono Kocsis, Fontaine, e Ronaldo, 4. Il giocatore ad averne segnate di più consecutivamente è proprio Kocsis, che le fece tutte e quattro una dopo l’altra.
I giocatori ad aver segnato più triplette sono Kocsis, Fontaine, Gerd Muller e Batistuta (2), quelli ad averne segnate consecutivamente sono Kocsis e Muller, che le fecero in due partite consecutive.

La tripletta più veloce, poi, venne realizzata da László Kiss nel 1954 contro El Salvador: tre reti segnate in sette soli minuti di gioco.

Solo tre giocatori, nel corso della storia, sono riusciti a segnare in tutte le partite disputate nel corso di un singolo Mondiale. Parliamo di Alcides Ghiggia (4 goal in 4 partite nel 50), Just Fontaine (13 goal in 6 partite nel 58) e Jairzinho (7 goal in 6 match nel 70).

Altra curiosità: nell’intera storia delle fase finali di un Mondiale c’è stato un solo giocatore capace di andare in rete direttamente dalla bandiera. Correva l’anno 1962 ed il colombiano Marcos Coll infilò la rete sovietica proprio battendo un corner.

Sempre parlando di giocatori capaci di andare a segno non possiamo quindi non citare colui che è stato il più giovane marcatore nella storia dei Mondiali: ovviamente si tratta del grande Pelé, in goal contro il Galles all’età di 17 anni e 239 giorni. Sempre nel corso di quel Mondiale (1958) lo stesso Pelè divenne anche il più giovane giocatore autore di una tripletta – nel match contro la Francia – nonché il più giovane giocatore ad andare in rete nel corso di una finale.

Roger Milla

Di contro il giocatore più ”maturo” ad aver segnato una rete nel corso di un Mondiale è stato Roger Milla che nel 1994 andando a segno contro la Russia timbrò il cartellino all’età di 42 anni e 39 giorni. Parlando di triplette, invece, il record spetta a Tore Keller, capace di realizzarne una nel 38 contro Cuba all’età di 33 anni e 159 giorni, mentre il giocatore più anziano ad aver trovato la rete nel corso di una finale è stato Nils Liedholm, autore di una rete nella finale contro il Brasile del 58 all’età di 35 anni e 236 giorni. In quella finale, insomma, segnarono il giocatore più giovane e quello più anziano della storia delle finali Mondiali.

Parlando di giocatori capaci di trasformare un penalty dagli undici metri, solo limitatamente al corso di una partita e quindi escludendo le serie finali, troviamo tre giocatori capaci di realizzarne quattro: Eusebio nel 66, Rensenbrink nel 78 e Batistuta tra 94 e 98.

Il goal più veloce della storia del Mondiale va invece ascritto al turco Hakan Sukur: l’ex interista ne segnò infatti uno dopo undici soli secondi di gioco nel corso del match che vide i suoi opposti alla Corea del Sud nel Mondiale 2002.
Il goal segnato più rapidamente da un sostituto, invece, venne realizzato dal danese Ebbe Sand, capace di centrare il bersaglio grosso dopo 16 soli secondi dalla sua entrata in campo: era il 28 giugno 1998 e la sua nazionale stava affrontando le Super Aquile nel corso di uno degli ottavi di finale del Mondiale francese.
Il goal più rapido nel corso di una finale mondiale venne invece realizzato da Johan Neeskens: era il 7 luglio del 1974 e l’Olanda stava tentando l’assalto Mondiale alla Germania Ovest. Il goal di Neeskens, però, non permise agli Oranje di far propria la partita.

Il goal più veloce nel corso di una partita di qualificazione invece, udite udite, lo segnò un sanmarinese: sto parlando di Davide Gualtieri che il 17 novembre 1993 piazzò l’1 a 0 contro l’Inghilterra dopo soli otto secondi di gioco.

Il goal arrivato dopo più minuti dal calcio d’inizio, invece, ci è a noi particolarmente caro: si tratta della rete realizzata da Alessandro Del Piero nella semifinale del Mondiale 2006 contro i padroni di casa tedeschi. 121 furono i minuti che passarono dal fischio d’inizio alla sua rete che sancì definitivamente l’approdo Azzurro al Mondiale.
Limitatamente ad una finale, invece, il record lo detiene Geoff Hurst, capace di trovare la rete 120 minuti dopo il calcio d’inizio nell’ultimo atto del Mondiale del 1966.

Sempre parlando di goal ma riaprendo una finestra sui record di squadra bisogna sottolineare chi è riuscito ad ottenere la vittoria più larga. E parliamo di tre nazionali, capaci di vincere con 9 reti di scarto: l’Ungheria nel 54 contro la Corea del Sud (9 a 0), la Jugoslavia nel 74 contro lo Zaire (9 a 0) e l’Ungheria, ancora una volta, contro El Salvador nell’82 (10 a 1, partita questa che risulta anche quella in cui venne segnato il maggior numero di reti da una sola squadra mentre il match col maggior numero di reti totali è il 7 a 5 tra Austria e Svizzera del 54).

Jugoslavia vs. Zaire 9 a 0

La squadra ad aver vinto col margine maggiore nel corso di un match qualificatorio, invece, è l’Australia, capace di battere addirittura 31 a 0 le Samoa Americane lo scorso 11 aprile 2001.

Per trovare il pareggio con il maggior numero di reti segnate (8) dobbiamo risalire ai due 4 a 4 registrati rispettivamente nel 54 e nel 62 in Inghilterra-Belgio e Unione Sovietica-Colombia.

Le migliori rimonte furono invece segnate da Austria e Portogallo rispettivamente nel 54 e nel 66: entrambe sotto per 3 a 0 contro Svizzera e Corea del Nord, infatti, riuscirono poi a rifarsi sotto e, infine, portare a casa un’insperata vittoria!
Le maggior rimonte concluse in pareggio, invece, sono state fatte segnare nel 62 e nel 2002 da Colombia ed Uruguay: anche in questo caso le due squadre partirono sotto di tre goal per chiudere poi in pareggio.
La miglior rimonta in una finale venne invece compiuta dalla Germania Ovest nel 54: dal 2 a 0 a favore degli ungheresi al 3 a 2 finale.

Il maggior numero di goal segnati in un supplementare venne fatto registrare in quella famossima partita tra Italia e Germania Ovest del 1970, già ribattezzata come “La Partita del Secolo”: furono 5 le reti realizzate oltre il novantesimo in quell’occasione.
Ad aver segnato il maggior numero di goal in una finale è stato invece il Brasile, 5 nel 58. E proprio quella finale fu anche quella che vide più reti in tutto: 7.
La finale con meno goal segnati, invece, fu quella del 94: nessuno, tanto che si dovettero aspettare i ben noti rigori per avere, infine, la squadra vincitrice della coppa.

Sempre parlando di finali, ma venendo a quelle vinte più largamente, troviamo che è a 3 goal di scarto che è posto, sino ad ora, il record: nel 98 fu la Francia (3 a 0), nel 70 e nel 58 il Brasile (4 a 1 e 5 a 2).

Francesi e brasiliani entrano in campo per disputare la finale del 1998

Continuando nella nostra ricerca dei record veniamo quindi a parlare della squadra che ha permesso a più giocatori di segnare in una sola partita: è la Jugoslavia, che nel 9 a 0 di cui parlammo in precedenza sullo Zaire mandò in rete ben sette giocatori (Dušan Bajević, Dragan Džajić, Ivica Šurjak, Josip Katalinski, Vladislav Bogićević, Branko Oblak, Ilija Petković).
Se allarghiamo il discorso ad un’intera fase finale, invece, il primato è condiviso dalla Francia dell’82 (Gérard Soler, Bernard Genghini, Michel Platini, Didier Six, Maxime Bossis, Alain Giresse, Dominique Rocheteau, Marius Trésor, René Girard, Alain Couriol) e dall’Italia del 2006 (Alessandro Del Piero, Alberto Gilardino, Fabio Grosso, Vincenzo Iaquinta, Filippo Inzaghi, Marco Materazzi, Andrea Pirlo, Luca Toni, Francesco Totti, Gianluca Zambrotta): in entrambi i casi quelle squadre mandarono in goal ben dieci giocatori nel corso di un intero Mondiale.

Chiudiamo quindi il discorso riguardante le reti segnate parlando di edizioni: il 1998 fu quella con il maggior numero di reti segnate (171), 30 e 34 quelle con il minor numero (70).
L’edizione con il maggior numero di reti segnate per match fu quella del 54 in cui, udite udite, ne vennero realizzate ben 5.38 a partita. Quella con meno goal, invece, fu l’edizione italiana del 90: solo 2.21 reti a partita.

Per quanto concerne gli autogoal, poi, ne vennero segnati ben 4 in tre diverse edizioni: 54, 98 e 2006.

C’è stato un solo giocatore nella storia, infine, capace di bucare entrambi i portieri nel corso di una stessa partita: si tratta di Ernie Brandts che nel 1978 segnò un’autorete al 18esimo ed un goal al 50esimo del match che vedeva la sua Olanda opposta alla nostra nazionale.

Detto di chi i goal li ha fatti, però, vediamo un po’ i record, positivi e negativi, di chi, per lavoro, cerca di non farne fare: i portieri!

Gli estremi difensori con all’attivo più partite senza subire goal sono Peter Shilton e Fabien Barthez, entrambi capaci di terminarne 10 con la porta intonsa. Ad aver realizzato il record di minuti consecutivi, invece, è stato Zenga, che ha all’attivo quei 517 minuti di cui abbiamo parlato in precedenza.

Mohamed Al-Deayea

I portieri ad aver subito il maggior numero di reti ai Mondiali, invece, sono stati il messicano Antonio Carbajal ed il saudita Mohamed Al-Deayea, per entrambi 25 reti al passivo. Parlando di un torneo solo, invece, il record, negativo, spetta al sudcoreano Hong Duk-Yung, che subì tutte e sedici le reti della fallimentare spedizione coreana. Limitandoci ad un solo match, infine, il record è di Luis Guevara Mora, il portiere salvadoregno che dovette raccogliere per 10 volte il pallone dal fondo della propria porta in quel famoso match dell’82 contro l’Ungheria.

Infine due sono stati i portieri capaci di parare più rigori nel corso di un torneo (ovviamente non contando la serie finale dopo i supplementari): il polacco Jan Tomaszewski nel 74 e lo statunitense Brad Friedel nel 2002.

Sempre parlando di record individuali… chi sono stati i giocatori a disputare il maggior numero di edizioni? Il messicano Antonio Carbajal ed il tedesco Lothar Matthaus, con cinque Mondiali presenziati a testa: il primo dal 50 al 66, il secondo dall’82 al 98. Matthaus che è anche il giocatore ad aver giocato il maggior numero di partite: 25. Quello ad aver disputato il maggior numero di minuti, invece, Paolo Maldini: 2217.
Sempre parlando di presenze, ma relativamente alla fase qualificatoria, il detentore del record è l’ecuadoregno Ivan Hurtado, che ha disputato 68 match tra il 94 ed il 2010.
Tornando ai soli Mondiali è Cafu il giocatore ad aver vinto più partite (16) mentre Maradona quello che ne ha disputate di più come capitano (sempre 16). Denilson è stato invece il giocatore più volte subentrato nel corso di un match (11).
Il giocatore con più Mondiali vinti all’attivo, invece, è stato Pelè: ben tre imposizioni, nel 58, nel 62 e nel 70.

Parliamo quindi di età: il ragazzo più giovane ad aver disputato un match Mondiale è stato il nordirlandese Norman Whiteside che aveva solo 17 anni e 41 giorni quando scese in campo nell’82 contro la Jugoslavia. Il più giovane a disputare una finale (e, come detto, a segnare in essa) fu Pelé – 17 anni e 249 giorni -, mentre il più giovane a giocare un match qualificatorio fu Souleymane Mamam, che scese in campo in un Togo-Zambia del 2001 quando aveva solamente 13 anni e 310 giorni. Il più giovane capitano ad un Mondiale, infine, fu Tony Meola, che indossò la fascia contro la Cecoslovacchia nel Mondiale del 90 alla tenera età di 21 anni e 109 giorni.

Al contrario il nonnetto per eccellenza fu Roger Milla, 42 anni e 39 giorni quando scese in campo contro la Russia nel 94. Il più vecchio a disputare una finale, invece, fu il nostro Dino Zoff, monumento nazionale capace di giocarne una alla veneranda età di 40 anni e 133 giorni. Il più vecchio ad aver registrato una presenza nel corso di un match qualificatorio è MacDonald Taylor delle Isole Vergini, sceso in campo a 46 anni e 180 giorni contro St. Kitts and Nevis.  Il capitano più anziano, infine, fu Peter Shilton, che indossò la fascia all’età di 40 anni e 292 giorni.

Peter Shilton

Sempre parlando di età fu il Camerun ad avere la maggior “differenza” di età nel proprio roster quando nel 1994 venne convocato Roger Milla, 42 anni compiuti da un mese e mezzo, e Rigobert Song, 18 anni ancora da compiere: una differenza di ben 24 anni e 42 giorni mai più eguagliata, né battuta, nel corso dei sedici anni successivi.
La differenza maggiore in un team campione, invece, la fece registrare l’Italia dell’82: correvano infatti 21 anni e 297 tra il veterano Zoff ed il virgulto Bergomi.

Veniamo invece alle sanzioni disciplinari: L’ammonizione più rapida della storia del Mondiale se la contendono l’italiano Marini e ed il russo Gorlukovich, entrambi ammoniti dopo un minuto rispettivamente contro la Polonia nell’82 e la Svezia nel 94. L’espulsione più veloce è invece dell’uruguagio Batista, espulso dopo 56 soli secondi nel match disputato contro la Scozia nell’86.
L’ammonizione arrivata più tardi nel corso di un match, invece, se la sono guadagnata Edinho e Roa, entrambi ammoniti nel corso dei calci di rigori finali. L’espulsione più tardiva, invece, se la guadagnò Cufrè nel 2006, quando si fece cacciare al 121′ contro la Germania.
Un solo giocatore, poi, è stato espulso dalla panchina: Claudio Caniggia nel corso di un’Argentina – Svezia del 2002.

I giocatori ad aver ricevuto più cartellini, poi, sono Zinedine Zidane e Cafu, entrambi a quota 6. Cafu che è anche il giocatore più ammonito: tutti e 6 quei cartellini, infatti, furono gialli. I giocatori più espulsi, invece, sono stati Song e lo stesso Zidane: ad entrambi venne infatti mostrato il cartellino rosso in due occasioni nel corso di un Mondiale.

Il Torneo con più espulsi e con più ammoniti è stato quello del 2006. La squadra ad aver ricevuto più cartellini rossi è l’Argentina: 10 in 64 match. Argentina che è anche la squadra più ammonita di sempre (88).
Il match con più espulsioni fu Portogallo – Olanda dell’ultimo Mondiale, partita questa che fece registrare altri due record: quello riguardante il maggior numero di ammonizioni totali (16) e di ammonizioni a carico di una sola squadra (9 per i lusitani). La finale con più cartellini rossi fu invece quella giocata da Argentina e Germania Ovest nel 1990 (gli espulsi furono Monzon e Dezotti).

Un frame di Argentina vs. Germania Ovest, finale del Mondiale 1990

Altra curiosità particolare, che probabilmente in molti ricorderanno: nella storia del Mondiale c’è infatti un giocatore capace di farsi ammonire tre volte nel corso di un solo match. Si tratta del croato Josip Simunic, ammonito nel corso del 61′, del 90′ e del 93′: l’arbitro Poll non si era infatti accorto della doppia ammonizione, ed il difensore balcanico aveva continuato il suo match sino al cartellino giallo successivo.

Il giocatore capace di prendersi più squalifiche nel corso di una sola edizione fu André Kana-Biyik, che ne collezionò due nel corso del Mondiale del 90.
La squalifica peggiore venne invece affibiata a Maradona: 15 mesi per doping, quando il Pibe venne trovato positivo al termine del match contro la Nigeria nel corso dei Mondiali americani. Limitandoci al campo di gioco, invece, il record spetta all’irakeno Mahmoud, che nella partita che vide i suoi opposti al Belgio nel corso del Mondiale dell’86 sputò all’arbitro guadagnandosi un anno di sospensione.
Limitandoci solo ai falli di gioco, invece, la squalifica peggiore venne comminata ai danni del nostro Tassotti: otto giornate per una gomitata a Luis Enrique.

Se prendiamo in considerazione anche le gare qualificatorie, però, le cose peggiorano ulteriormente: il cileno Roberto Rojas, infatti, venne squalificato a vita per aver tentato di ingannare tutti ferendosi con una lametta che si era portato dietro fingendo quindi di essere stato colpito da un petardo. Un atto di un’antisportività rara.

Parliamo quindi ora di calci rigori, limitandoci però alle serie di rigori finali.

Quattro sono le squadre a detenere il record di partite terminate dagli undici metri ad una fase finale Mondiale: si tratta di Argentina, Francia, Germania ed Italia, che finirono così il proprio match in quattro occasioni.
Nel corso di un solo torneo, invece, il record spetta all’Argentina del 90 e alla Spagna del 2002: in entrambi i casi la cosa accadde per due volte.
Due sono anche le edizioni che si contendono il record per il maggior numero di partite terminate dagli undici metri: quella del 90 e quella del 2006.

La squadra ad aver più volte vinto dal dischetto è la Germania, capace di fare 4 su 4. Il primato nel corso di un solo torneo spetta invece all’Argentina, che nel 90 fece 2 su 2.
Quelle ad aver perso più volte sono state invece Italia ed Inghilterra, entrambe a quota 3.

La Francia è quindi la nazionale ad aver calciato più rigori (21), mentre la Spagna quella ad averne calciati di più in una sola edizione (10 nel 2002). La squadra ad aver segnato, nella storia, più rigori finali è la Germania, 17. Furono invece due i match in cui ne vennero calciati ben 12 per squadra: Germania Ovest – Francia dell’82 e Svezia – Romania del 94.

Infine il giocatore ad averne sbagliati di più è, tristemente, il nostro Roberto Baggio capace di fallirne due sui tre rigori calciati: quello in finale finale del 94 e ai quarti di finale nel 98.

Parliamo quindi ora di allenatori, posto che di squadre, giocatori e partite abbiamo parlato finora.

L’allenatore ad essersi seduto più volte su di una panchina nel corso di un Mondiale è stato il tedesco Helmut Schon, 25 presenze tra il 66 ed il 78. Sempre lui detiene quindi anche il record di vittorie: 16. L’allenatore con la miglior striscia di vittorie consecutive è invece Luis Felipe Scolari, capace di raccoglierne 11 tra il 2002 ed il 2006 con Brasile e Portogallo. Scolari che detiene anche il recordo per la striscia senza sconfitte: 12, nello stesso periodo.

Un solo allenatore, invece, è stato capace di vincere in due differenti occasioni il Mondiale: si tratta di Vittorio Pozzo, capace di vincere il primo nel 34 per poi raddoppiare quattro anni più tardi in Francia. L’augurio, ovviamente, è che Marcello Lippi possa unirsi a lui in questa speciale classifica.

Due sono gli allenatori con più Mondiali all’attivo. Si tratta di Bora Milutinovic (dall’86 al 2002) e Carlos Alberto Parreira (82, 90, 94, 98 e 2006): per entrambi ben cinque edizioni a curriculum.
Milutinovic è, per altro, l’allenatore che detiene anche il record come maggior numero di nazionali allenate ad un Mondiale. Sempre cinque: Messico, Costa Rica, USA, Nigeria e Cina, in rigoroso ordine cronologico.

Bora Milutinovic

L’allenatore più giovane nella storia di un Mondiale fu l’argentino Juan Josè Tramutola, che guidò i suoi alla tenerissima età di 27 anni e 267 giorni. Correva l’anno 1930.
Il più maturo è stato invece il nostro Cesare Maldini nella sua esperienza paraguayana del 2002: aveva 70 anni e mezzo.

Se parliamo di presenze ad un Mondiale prima come giocatore e poi come allenatore i recordman sono Zagallo e Beckenbauer, entrambi con 4 Mondiali all’attivo tra campo e panchina. Zagallo che è anche l’unico ad averne vinti tre sommando i due vinti come giocatore a quello vinto nel 2002 da tecnico.

Detto dei coach veniamo allora agli arbitri: in otto detengono il record di maggior numero di Mondiali arbitrati (3), con il francese Quiniou che è l’unico tra questi ad averne arbitrate 8. Altro record. Limitandoci ad un solo torneo, invece, i recordman sono il messicano Archundia e l’argentino Elizondo, per entrambi 5 gare arbitrate nel 2006.
L’arbitro più giovane nella storia del Mondiale fu lo spagnolo Gardeazábal, 24 anni e 193 giorni. Quello più vecchio l’inglese Reader, 56 anni e 236 giorni.

Terminiamo quindi questo lunghissimo excursus sulla storia dei record Mondiali parlando degli spettatori, aspetto spesso sottovalutato ma che risulta decisivo nella riuscita, in special modo, di un Mondiale.

Beh, la partita con il maggior numero di tifosi accorsi allo stadio fu la finale del Mondiale del 50 disputata tra Brasile ed Uruguay al Maracana: i dati storici riportano infatti l’incredibile affluenza di 199854 spettatori.
Quella con meno presenze un triste Romania – Peru all’Estadio Pocitos di Montevideo nel corso del Mondiale del 1930: pare infatti che gli spettatori fossero solo 300!

Parlando di medie, invece, quello con più presenze fu quello del 94 (68991), quello con la media peggiore quello del 34 (23235).

L'FNB Stadium, teatro della finale del prossimo Mondiale

Sperando che questo lungo viaggio nella storia vi sia gradito… non ci resta, ora, che aspettare l’inizio dei Mondiali: occhi incollati sul televisore, pronti a vedere se qualcuno di questi record verrà ritoccato!

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Nel 1917 Bertie Charles Forbes fondava una rivista di economia e finanza che portava il suo nome.
Oggi questa rivista ha anche una versione online ed è proprio lì che possiamo trovare la classifica dei 20 club più ricchi del mondo.

Questa lista è stata stilata dai giornalisti della rivista americana prendendo in considerazione tutte le voci portatrici di utili: diritti tv, merchandising, sponsor, etc.
Andiamo quindi a vedere cosa è uscito da questa ricerca…

Il club più ricco del mondo, e per il sesto anno consecutivo, è il Manchester United, che guida la classifica con un valore stimato sui 1835 milioni di dollari, ovvero sia quasi due miliardi di dollari.

Un risultato notevolissimo per un club che nonostante abbia una voragine debitoria pazzesca si piazza al vertice della classifica.

Qui c’è comunque da dare una spiegazione: come può il club più ricco del mondo avere un debito pazzesco come quello da quasi 800 milioni di euro che grava appunto sui Red Devils? Semplicissimo: come raccontato benissimo da Gianni Dragoni sul Sole 24 ore Glazer si indebitò per scalare uno United all’epoca quotato in borsa per sfruttare poi una “regoletta molto discutibile” – detta anche spremitura del limone – con cui ha potuto scaricare il suo debito sulla società scalata. Il Manchester United, appunto.

Dal settembre 2005, momento in cui Glazer completò la sua scalata, i debiti gravanti sulla società sono andati via via aumentando a causa dei salatissimi interessi che le banche chiedono ai Red Devils.

Se da una parte questo colosso inglese sembra una vera e propria macchina da soldi dall’altra i debiti si stanno mangiando la società.

Per ora, comunque, resta proprio lo United il club più ricco del mondo: sempre secondo Dragoni, infatti, i ricavi sono aumentati del 10,9% nell’ultimo anno, risultando la squadra con il più alto fatturato d’Europa.

La valutazione del club, invece, è scesa nell’ultimo anno secondo Forbes passando dai 1870 milioni di dollari dello scorso ai 1835 di quest’anno con una perdita del 2%.

Questo calo colpisce comunque anche il Real Madrid, squadra che si piazza al secondo posto nella classifica redatta da Forbes. La Casa Blanca passa infatti dai 1353 milioni di dollari dello scorso anno ai 1323 di quello attuale.

Chiude il podio, forse un po’ a sorpresa, l’Arsenal di Arsene Wenger.
Nemmeno i Gunners, però, si salvano dal calo del 2% che ha colpito le prime due squadre di questa classifica. Anche la società londinese vede infatti il suo valore calare dai 1200 milioni dello scorso anno ai 1181 di quello attuale.

Le cose vanno meglio, invece, per il Barcellona: i Blaugrana si piazzano al quarto posto, giusto ai piedi del podio, con un valore tondo che si attesta sul miliardo di dollari. Niente calo, però, per la società catalana: nell’ultimo anno, infatti, il club di Laporta è cresciuto del 4%, dai 960 milioni dello scorso anno ai 1000 di quello attuale.

Brutto passo indietro, invece, per il Bayern Monaco, che perde una posizione attestandosi al quinto posto. Il valore della società teutonica passa infatti dai 1110 milioni di dollari del 2009 ai 990 del 2010, con una perdita che si attesta su di un significativo 11%.

Ancora peggiore il risultato del Liverpool. I Reds crollano infatti di ben un 19% passando dai 1010 milioni dello scorso anno agli 822 di quest’anno. E’ il secondo anno di fila che la squadra del Mersey vede il proprio valore decrescere: nel 2008, infatti, lo stesso si attestava sui 1050 milioni.

La prima delle italiane si piazza quindi in settima posizione: è il Milan, che con i suoi 800 milioni di dollari si piazza ad un’incollatura dai Reds. Il calo, comunque, è lo stesso: 19%. I Rossoneri lo scorso anno fecero infatti registrare un risultato che si attesto sui 990 milioni di dollari.

Giusto alle spalle della società meneghina si piazza un’altra società italiana, la Juventus. I Bianconeri sono tra i pochi club a crescere, in netta controtendenza rispetto al risultato medio (sceso dai 691 ai 632 milioni di dollari) dei principali club europei, vedendo il proprio valore aumentare del 9%: dai 600 milioni dello scorso anno ai 656 di quest’anno. Un risultato sicuramente importante quello fatto registrare dal club di Corso Galileo Ferraris, un risultato che però non avvicina di molto il club torinese alla testa della classifica: lo United continua infatti ad avere un valore di tre volte superiore rispetto a quello juventino.
Certo è, però, che le cose potrebbero cominciare a migliorare ancor più sensibilmente una volta che lo stadio di proprietà sarà una realtà consolidata e potrà essere sfruttato per aumentare le entrate societarie. Ed in questo la Juventus è indubbiamente una precursice dei tempi, nel Belpaese.

E’ invece in linea con i risultati fatti registrare da Liverpool e Milan il Chelsea di Abrahmovic, che perde anch’esso un pesantissimo 19% passando dagli 800 milioni dello scorso anno ai 64 della stagione attuale.

Chiude quindi la top ten un’altra italiana, l’Inter: i Nerazzurri cresco di ben il 12%, dai 370 milioni della scorsa stagione ai 413 di quest’anno.

Inter e Juventus vanno in controtendenza rispetto alle altre squadre

Completano quindi la classifica lo Schalke 04 undicesimo (-25%, da 510 a 384 milioni), il Tottenham dodicesimo (-16%, da 445 a 372 milioni), l’Olympique Lione tredicesimo (-21%, da 423 a 333 milioni), l’Amburgo quattordicesimo (praticamente invariato, da 330 a 329 milioni), la Roma quindicesima (-19% da 381 a 308 milioni), il Werder Brema sedicesimo (-6%, da 292 a 274 milioni), l’Olympique Marsiglia diciassettesimo (+9%, da 240 a 262 milioni), il Borussia Dortmund diciottesimo (-20%, da 325 a 261 milioni), il Manchester City diciannovesimo (-17%, da 310 a 258 milioni) e il Newcastle United (-30%, da 285 a 198 milioni), oggi in Championship – la Serie B inglese -, ventesimo.

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Kyperounda APEP

Girovagando per la rete mi sono imbattuto in una classifica, stilata dal sito The Best Eleven, delle squadre che hanno attualmente il peggior rendimento in ogni campionato europeo (escludendo le leghe “estive” come quella russa, quella norvegese, quella svedese, ecc) e voglio riproporvela.

Come recita il titolo il peggiore tra tutti è un club cipriota, il Kyperounda APEP. Squadra di Kyperounta, cittadina del distretto di Limassol, il club attualmente presieduto da Panayiotis Neocleous ha infatti il peggior rendimento d’Europa: con 0,38 punti di media, infatti, sono proprio i ciprioti ad avere il peggior rendimento tra tutti i club di prima divisione del Vecchio Continente.
Il club in cui militano gli italiani Luigi Gennamo e Pasquale Sbarra (quest’ultimo italo-svizzero) fa infatti appena peggio degli elvetici dell’Aarau e degli austriaci dell’Austria Vienna, che hanno entrambi una media di 0,39 punti a partita.

Chiude quindi il podio degli orrori l’RKC Walwijk. Gli olandesi non fanno infatti molto meglio di chi li precede, avendo guadagnato sino ad oggi 0,40 punti a match.

E le squadre dei campionati maggiori?

Quella peggiore è il Grenoble: i transalpini sono infatti riusciti a guadagnare sino ad oggi la miseria di 0,48 punti, meno di un punto ogni due match.

Sono invece tutte nella fascia tra gli 0,70 ed i 0,80 punti le ultime in classifica di Premier, Bundesliga e Liga spagnola.
0,70 che è la media punti del Portsmouth, fanalino di coda in Inghilterra. 0,76 è invece la media dello Xerex, mentre poco meglio ha sinora fatto l’Herta Berlino, che si piazza a quota 0,77.

Qui va comunque aperta una parentesi doverosa: i Pompy sono stati penalizzati di nove punti a causa dei loro problemi finanziari ma ai fini di questa classifica la penalizzazione non è stata presa in considerazione. Del resto si parla di rendimento, ed il Portsmouth, rispetto agli altri fanalini di coda, non ha nemmeno fatto così male, in campo.
Togliendogli quei nove punti, comunque, il Portsmouth crollerebbe: con 14 punti in 33 match, infatti, la media degli inglesi sarebbe di 0,42, ovvero sia una delle peggiori in Europa.

Parlando dei campionati maggiori, quindi, troviamo che la situazione migliore l’hanno le ultime in classifica del nostro campionato: Livorno e Siena, che occupano a parimerito l’ultima posizione della nostra Serie A, viaggiano infatti su di una media di 0,81 punti a match, cosa che non ha pari in Spagna, Germania, Francia ed Inghilterra.

Anche prendendo in considerazione l’intera Europa le cose cambiano relativamente: meglio delle due toscane, infatti, hanno fatto solo le cenerentole di Serbia, Slovacchia, Polonia e Bosnia.

Ecco, quindi, la classifica completa:

Media Punti/Partite Squadra Paese
0,38 10/26 Kyperounda APEP Cipro
0,39 11/28 Aarau Svizzera
0,39 11/28 Austria Vienna Austria
0,40 12/30 RKC Olanda
0,43 12/28 Panthrakikos Grecia
0,44 11/25 Køge HB Danimarca
0,48 15/31 Grenoble Francia
0,48 11/23 Sesvete Croazia
0,55 12/22 Svoge Sportist Bulgaria
0,59 17/29 Hapoel Ra’anana Israele
0,60 15/25 Belenenses Portogallo
0,61 14/23 Krvbas Kryvyi Rih Ucraina
0,61 14/23 Bohemians 1905 Repubblica Ceca
0,64 18/28 Denizlispor Turchia
0,64 18/28 Roeselare
KSC Lokeren
Belgo
0,68 17/25 Unirea Alba Iulia Romania
0,70 23/33 Portsmouth Inghilterra
0,76 22/29 Herta BSC Germania
0,77 23/30 Xerez Spagna
0,78 25/32 Falkirk Scozia
0,81 26/32 Siena
Livorno
Italia
0,82 18/22 Cukariki Serbia
0,85 22/26 Kosice Slovacchia
0,87 20/23 Wodzislaw Idra
Polonia Varsavia
Polonia
1,00 21/21 Laktasi
Modrica
Bosnia

Nel leggere questa classifica va ricordato che in Bulgaria il Bote Plovdiv è stato espulso dal campionato a causa dei debiti mentre in Turchia la stessa sorte è toccata all’Ankaraspor, anche se in questo caso il problema è stata la sua partnership con l’Ankaragucu, cosa reputata contraria alla competitività sportiva dalla Federazione turca.

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Ormai un paio di mesi fa il sito Futebol Finance ha pubblicato uno studio che porta avanti da tre anni riguardante i cinquanta calciatori più pagati al mondo.

Nell’andare a scorrere questa classifica paiono subito chiare alcune cose: innanzitutto come l’ultimo mercato abbia infulito notevolmente su questa classifica, posto che prendendo in considerazione le prime otto posizioni è subito possibile notare come ben sette di questi giocatori abbiano cambiato squadra giusto l’estate scorsa, andando quindi – chi più chi meno – a far crescere proprio il loro stipendio.

Ma non solo: fa davvero un certo effetto trovare ben quattro giocatori del Manchester City, che fino qualche mese fa era impensabile vedere inserito in una classifica del genere, nei primi venti posti.

Non stupisce, invece, notare come come sia proprio la Premier League a farla da padrona: del resto tra introiti da record, possibilità di indebitamento quasi senza fine, stadi di proprietà, ecc sono proprio gli inglesi che negli ultimi anni hanno fatto notevolmente gonfiare questo mercato.
A questi vanno però aggiunte le due superpotenze spagnole. Barcellona e Real che sembrano oggi le uniche, per altro, a poter continuare a tempo praticamente indeterminato a mantenere questo livello di investimenti.

Il calcio italiano ne esce invece in un certo qual senso con le ossa rotte. Intendiamoci: di per sè non è certo un male sapere che da noi raramente si raggiungono certi eccessi. Però vedendo la cosa in un’ottica globale è inutile nascondere il fatto che investendo meno di altri club sarà sempre più difficile colmare il gap che divide oggi le nostre rappresentative (Inter esclusa, forse) a Manchester, Chelsea, Barcellona e Real Madrid in primis.

Posto comunque qui di seguito la tabella completa, per poterla poi analizzare più nel dettaglio:

# Giocatore Club Stipendio
1 Cristiano Ronaldo Real Madrid CF 13.000.000 €
2 Zlatan Ibrahimovic FC Barcelona 12.000.000 €
3 Lionel Messi FC Barcelona 10.500.000 €
4 Samuel Eto´o Internazionale 10.500.000 €
5 Ricardo Kaká Real Madrid CF 10.000.000 €
6 Emmanuel Adebayor Manchester City 8.500.000 €
7 Karim Benzema Real Madrid CF 8.500.000 €
8 Carlos Tevez Manchester City 8.000.000 €
9 John Terry Chelsea FC 7.500.000 €
10 Frank Lampard Chelsea FC 7.500.000 €
11 Thierry Henry FC Barcelona 7.500.000 €
12 Xavi FC Barcelona 7.500.000 €
13 Ronaldinho Gaúcho AC Milan 7.500.000 €
14 Steven Gerrard Liverpool FC 7.500.000 €
15 Daniel Alves FC Barcelona 7.000.000 €
16 Michael Ballack Chelsea FC 6.500.000 €
17 Raúl Gonzalez Real Madrid CF 6.500.000 €
18 Rio Ferdinand Manchester United 6.500.000 €
19 Kolo Touré Manchester City 6.500.000 €
20 Wayne Rooney Manchester United 6.000.000 €
21 Robinho Manchester City 6.000.000 €
22 Iker Casillas Real Madrid CF 6.000.000 €
23 Victor Valdéz FC Barcelona 6.000.000 €
24 Frederic Kanouté Sevilha FC 6.000.000 €
25 Deco Chelsea FC 6.000.000 €
26 Didier Drogba Chelsea FC 5.500.000 €
27 Gianluigi Buffon Juventus 5.500.000 €
28 Francesco Totti AS Roma 5.500.000 €
29 Luca Toni Bayern/AS Roma 5.500.000 €
30 David Villa Valência 5.500.000 €
31 Arjen Robben Bayern Munique 5.500.000 €
32 Bastian Schweinsteiger Bayern Munique 5.500.000 €
33 Ashley Cole Chelsea FC 5.500.000 €
34 Fernando Torres Liverpool FC 5.500.000 €
35 Gareth Barry Manchester City 5.500.000 €
36 Patrick Vieira Manchester City 5.500.000 €
37 Charles Puyol FC Barcelona 5.000.000 €
38 Andres Iniesta FC Barcelona 5.000.000 €
39 Sergio Aguero Atletico Madrid 5.000.000 €
40 Andreas Pirlo AC Milan 5.000.000 €
41 Joe Cole Chelsea FC 5.000.000 €
42 Frank Ribery Bayern Munique 5.000.000 €
43 David Bechkam AC Milan 5.000.000 €
44 Wayne Bridge Manchester City 5.000.000 €
45 Lassana Diarra Real Madrid CF 5.000.000 €
46 Dimitar Berbatov Manchester United 4.800.000 €
47 Andrei Arshavin Arsenal FC 4.800.000 €
48 Nicolas Anelka Chelsea FC 4.800.000 €
49 Ryan Giggs Manchester United 4.800.000 €
50 Alessandro Del Piero Juventus 4.800.000 €

Il giocatore più pagato del mondo, manco a dirlo, è quel Cristiano Ronaldo che detiene anche un altro record importante sotto il punto di vista economico: quello del trasferimento più costoso della storia.
Con i suoi 94 milioni di costo del cartellino, infatti, Cristiano Ronaldo si era saldamente portato al comando di quella speciale classifica. Andando a firmare un contratto da 13 milioni netti l’anno, quindi, si è posto al comando anche di questa.

Immediatamente dietro di lui, in una sorta di gioco a due tra le regine di Spagna, si piazza Zlatan Ibrahimovic, che passando al Barcellona è andato a guadagnare un milione netto ogni mese, giusto un milione e mezzo in più ogni anno rispetto a quanto guadagna niente popò di meno che Lionel Messi, che chiude il podio dividendo la terza piazza con un ex compagno di squadra, quel Samuel Eto’o che non sta propriamente facendo impazzire i tifosi interisti.

La quinta posizione è quindi appannaggio di Kakà, che con i suoi 10 milioni tondi chiude il ristretto cerchio dei giocatori che oggi si permettono il lusso di andare in doppia cifra.

Senza voler commentare ora voce per voce tutta la classifica, posto che basta leggerla per rendersi conto di ciò di cui si parla, torniamo quindi a quanto detto in apertura, partendo proprio dai giocatori che militano in Italia. I nostri club, infatti, risultano essere molto più parsimoniosi rispetto agli omologhi spagnoli o inglesi.

Partiamo quindi subito, in relazione a questa cosa, dovendo forzatamente andare a sfatare un mito: posto che nel gennaio scorso Patrick Vieira, che compare in questa lista al trentaseiesimo posto, si è trasferito al Manchester City l’Inter resta con un solo giocatore classificato: proprio quel Samuel Eto’o che, come detto, condivide con Leo Messi la terza piazza. Nulla più.
Perché dico “sfatiamo un mito”? Perché, obiettivamente, l’idea che si ha della società di via Durini è di una società che spenda e spanda quasi senza ritegno. Certo, senza raggiungere il livello di follia di altri club (le due spagnole e il City se pensiamo all’ultimo mercato, ma si può allargare il discorso anche al Chelsea del primo Abrahmovic), ma comunque impegnando capitali come nessun altro in Italia riesce a fare oggi.

E' Samuel Eto'o, qui in goal nel corso dell'ultimo match di campionato contro la Fiorentina, il giocatore più pagato d'Italia

Beh, non che con questo voglia dire che non sia esattamente così, ma nel contempo questa classifica non può che ridimensionare l’idea di “grandi sperperatori” che ci si può fare in relazione ai Nerazzurri: oltre allo stipendio faraonico dato ad Eto’o (qui va aperta letteralmente una parentesi: quello stipendio è giustificabile con il fatto che non trovare un accordo con l’attaccante camerunense avrebbe comportato la non cessione di Ibrahimovic al Barcellona, almeno non in termini così vantaggiosi. Insomma, il tornaconto fu notevole), infatti, nessun altro giocatore interista si piazza nei primi cinquanta posti tra i calciatori più pagati al mondo quando, proprio secondo quel luogo comune, ci si sarebbe aspettato di vedere qualche Nerazzurro in più.

Sotto questo punto di vista, quindi, a vincere il derby dei Paperoni sono i cugini Rossoneri, che piazzano ben tre giocatori nei primi cinquanta posti. Milan che è quindi la squadra con più Paperoni d’Italia (il tutto nonostante la partenza di Kakà e nonostante il famoso buco di bilancio che la stessa andò a ripianare) posto che la Juventus ne piazza due e la Roma uno e mezzo (Totti e Toni, che è però in prestito dal Bayern Monaco).

Insomma, il nostro intero campionato (o meglio, le ultime quattro sorelle rimaste) piazza solamente otto giocatori tra i primi cinquanta, contro i ben diciassette che giocano nel campionato spagnolo (quasi tutti concentrati, per altro, in due squadre) ed i ventuno della Premier League. Tra i quattro maggiori campionati europei, quindi, sono Liga e Premier a fare la parte del leone: da sole si prendono infatti ben trentotto delle prime cinquanta posizioni. Non c’è proprio paragone.

Tutto ciò dovrebbe quindi far riflettere: spendere tanto non assicura la vittoria di nulla, questo è chiaro. A maggior ragione quando non si ha un progetto tecnico solido alle spalle.
Basti pensare, brevemente, alla differenza che c’è tra Barcellona e Real Madrid, guarda caso due delle squadre che spendono di più sia sul mercato (Ibrahimovic da una parte, Kakà e Ronaldo dall’altra) che per gli ingaggi: i primi hanno un progetto tecnico chiaro e ben strutturato, i secondi no. I primi hanno un’idea di gioco molto marcata e cercano di acquistare solo giocatori che siano funzionali a quel progetto (o nel senso che possano inserirsi a meraviglia in un dato contesto o nel senso che possano dare alternative in più, proprio come con Ibrahimovic che era il giocatore di peso che gli mancava), i secondi pare acquistino giusto per fare mercato e creare hype mediatico attorno alla squadra, andando ad ammonticchiare talento un po’ a casaccio. I primi hanno un filo diretto che collega il proprio settore giovanile con la prima squadra, ed i risultati si vedono (Messi è indubbiamente il prodotto più sgargiante, ma da Valdes a Xavi passando per Puyol ed Iniesta i giocatori prodotti dalla loro cantera per poi essere inseriti in prima squadra sono davvero tanti), i secondi sembra gesticano senza grande attenzione nemmeno quell’aspetto, con la recente notizia dà Pablo Sarabia, uno dei più grandi talenti passati negli ultimi dieci anni per le giovanili del Real, in partenza proprio per Barcellona.

Pablo Sarabia, qui nel corso del match disputato dalle Furie Rosse contro la Colombia nel corso dell'ultimo Mondiale under 17, è uno dei talenti più interessanti della cantera merengue

Del resto abbiamo appena visto come dopo tre anni di dominio assoluto le inglesi abbiano fatto un clamoroso buco nell’acqua in Champions, non riuscendo a portare nessuna loro rappresentante in semifinale ed andando a perdere pezzi fin dai gironi. Il tutto nonostante, come detto, siano proprio le inglesi a spendere di più nel complesso.

Scorrendo questa classifica, comunque, ci sono diverse cose che fanno storcere il naso. La prima, sicuramente, riguarda la quantità di soldi che certi giocatori incassano: un vero e proprio insulto alla fame alla miseria che attanaglia tantissime persone al mondo, ma un insulto anche nei confronti di una crisi economica evidente e che ha colpito anche i paesi più ricchi e sviluppati.

Anche volendo accettare queste cifre (del resto per quanto possa essere ingiusto un operaio che lavora su tre turni non muove il denaro che può muovere un Cristiano Ronaldo tra abbonamenti, tourneè, sponsor, ecc), comunque, fa accapponare la pelle vedere che certi giocatori guadagnino così tanto, quando obiettivamente non sembrano essere calciatori che meritino ingaggi da top player.
Sotto questo punto di vista, è indubbio, a incidere tantissimo è l’effetto City: i Citizens hanno infatti drogato il mercato grazie ai soldi dei nuovi proprietari, smaniosi di costruire da subito una squadra che potesse qualificarsi in Champions e di creare nel più breve tempo possibile una rosa concorrenziale anche per la vittoria del campionato.

Proprio nel tentativo di attirare giocatori di livello, quindi, i dirigenti della seconda squadra di Manchester hanno offerto cifre folli a a destra e a manca, con il risultato che una buona punta come Adebayor si trova oggi a guadagnare quasi nove milioni di euro l’anno, molto più di un Rooney che, per fare un esempio, è un Campione vero e vale indiscutibilmente più dell’attaccante togolese.
Allo stesso modo, sempre parlando di City, lascia un po’ storditi vedere come Touré, altro buon giocatore che non è comunque definibile come campione assoluto, guadagni più di sei milioni l’anno quando un Chiellini, che secondo chi scrive vale indubbiamente più del centrale ivoriano, si attesterà più o meno sulla metà di quella cifra.

E, personalmente, non oso immaginare cosa possano combinare nel prossimo mercato: posto che hanno costruito una rosa composta da diversi giocatori validi (come quelli che, appunto, campeggiano in questa lista) hanno sicuramente posto le basi per fare un ulteriore salto di qualità perché è indubbio che costruire una squadra forte significa crearsi una certa credibilità e, allo stesso modo, un Campione con la ci maiuscola può arrivare a trovarsi notevolmente invogliato dalla prospettiva di andare in una squadra competitiva a guadagnare cifre così importanti.
In più qualora centrassero la qualificazione in Champions (nel momento in cui scrivo i Citizens occupano proprio la quarta posizione in campionato con un punto di margine sul Tottenham) avrebbero anche quella carta da giocare per convincere qualche top player ad accasarsi da loro. E a quel punto se ci sarà ancora la voglia di spendere cifre folli chissà che non vedremo il record di Cristiano Ronaldo venire ritoccato…

Chiudo, quindi, con un’ultima riflessione: da questa classifica appare palese come al di là dei casi particolari (leggasi Manchester City, appunto) siano le squadre che gestiscono in un certo modo le proprie finanze a potersi permettere le spese maggiori. Ed è ovvio che la possibilità di dare ingaggi principeschi ti porta ad aver più margine per tesserare o trattenere i grandi campioni.

E' contestazione aperta per Glazer: il suo avvento come proprietario dei Red Devils ha generato un debito pauroso per lo United

Poi certo, qui ci sarebbe da aprire anche una parentesi a parte riguardando i debiti che hanno alcune squadre. Però è pur vero che nonostante il grande debito – dovuto ad una situazione particolare inerente l’acquisto della società stessa da parte di Malcolm Glazer – lo United continui a fatturare cifre importantissime e che se non dovesse pagare ogni anno gli interessi di quel debito chiuderebbe ogni esercizio con un attivo notevole.

In Italia, da questo punto di vista, abbiamo davvero tanto da recuperare. Il gap è ampio in questo senso, basti solo pensare alla maestria che hanno in altri paesi di gestire il merchandising od il fatto che da noi ancora nessuna squadra ha uno stadio di proprietà (per quanto ce n’è una che se lo sta costruendo).
Insomma, o arriverà il collasso economico di qualcuno di questi club (anche se pare quasi impossibile possa succedere a due colossi come Barça e Real, per dire) oppure probabilmente pian piano le squadre nostrane andranno via via sparendo da questa classifica. A meno che non ci sia un ridimensionamento globale del mondo-calcio, cosa che però sembra oggi assolutamente fuori discussione.

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Era ormai qualche stagione che il calcio inglese si proponeva a noi come il top in Europa. Certo, la squadra migliore era forse altrove (parlo del Barcellona, ovviamente), ma il livello medio della Premier League non aveva pari nel Vecchio Continente.

Questo si traduceva quindi in risultati di altissimo profilo in Europa, specialmente in quella che è la massima competizione per club di tutto il continente: la Champions League.

Il tracollo dell’Arsenal a Barcellona (guarda caso…) e del Manchester con il Bayern Monaco (che si prende una piccola rivincita dopo la famosa finale di quasi undici anni fa quando gli inglesi ribaltarono e vinsero la finalissima a tempo ormai scaduto) segnano però un brusco stop per i maestri del calcio: nessuna squadra inglese, infatti, è riuscita a valicare il limite dei quarti di finale. Niente rappresentanza inglese, quindi, in semifinale e, di conseguenza, in finale.

Intendiamoci, questo non può certo sminuire il valore intrinseco di un calcio che resta oggi, probabilmente, al top. Arsenal, Chelsea, Liverpool e Manchester United restano infatti tra le migliori squadre d’Europa ed il Manchester City di Mancini potrebbe aggregarsi al gruppo a breve grazie alle petrol-sterline del principe emirato Mansur bin Zayd Al Nahyan e di Khaldoon Al Mubarak, rispettivamente Presidente Onorario e Presidente Esecutivo dei Citizens.

Di contro, però, non può passare inosservato il fallimento delle squadre inglesi, che tanto bene avevano fatto in questi ultimi anni.

Andiamo infatti un po’ a ritroso nel tempo per vedere come si erano comportati i figli d’Albione in Champions: lo scorso anno le squadre inglesi in semifinale furono ben tre, una sola delle quali arrivò alla finalissima (persa con il Barcellona). L’anno precedente idem, ma con una finale tutta inglese (vinta poi dallo United ai rigori). Anche nel 2007 furono tre le semifinaliste, con il Liverpool che perse poi la finale di Atene contro i Rossoneri.

Negli ultimi tre anni, insomma, gli inglesi avevano stradominato la competizione. Vincendone sì una sola, ma portando sempre tre squadre in semifinale. Un risultato davvero incredibile.

Ma non è tutto: nel 2006 arrivò il solo Arsenal in semifinale, andando poi a perdere la finalissima di Parigi contro il Barça di Ronaldinho. L’anno precedente, invece, erano state due le inglesi ad arrivare in semifinale, dove si erano poi affrontate in uno scontro fratricida che aveva visto il Liverpool prevalere sul Chelsea per vincere poi l’epica finale dell’Atatürk. Nel 2004, l’anno in cui a vincere la competizione fu il Porto di Mourinho, ci fu un’inglese in semifinale, quel Chelsea che venne eliminato proprio dai lusitani.

I giocatori del Porto festeggiano la vittoria in Champions League

Per trovare un’edizione di questa coppa senza inglesi al penultimo atto della competizione dobbiamo quindi risalire sino all’edizione 02/03 quando addirittura una sola inglese riuscì ad arrivare ai quarti (lo United, eliminato con un 6 a 5 totale dal Real). Le altre, infatti, si erano arenate prima: Newcastle ed Arsenal non avevano superato la seconda tornata di gironi (i primi erano inseriti nello stesso girone di Barcellona ed Inter, che ebbero la meglio, mentre i secondi dovettero cedere il passo a Valencia ed Ajax), mentre il Liverpool si era clamorosamente fermato addirittura alla prima tornata (terminando terzo dietro a Valencia e Basilea).
Fu quella, per altro, l’edizione delle tre italiane in semifinale e della finalissima fratricida tra Milan e Juventus. Ma parliamo di un’epoca ormai remota rispetto all’attuale situazione del calcio italiano, che rischia ormai sempre più di perdere addirittura il quarto posto che dà l’accesso alla Champions League.

Continuando ad andare a ritroso nel tempo è comunque possibile notare che dalla creazione di questo nuovo torneo sulle ceneri della Coppa dei Campioni la presenza inglese in semifinale è stata pressoché una costante. Certo, niente a che vedere con il dominio degli ultimi anni, ma almeno una loro rappresentante al penultimo atto della manifestazione l’hanno sempre avuta.

Nel 2002 fu la volta dello United, fermato a causa della regola dei goal fuori casa dal Leverkusen (poi a sua volta battuto dal Real all’Hampden Park in quel match deciso dalla famosissima girata al volo di Zizou Zidane), mentre nel 2001 era stato il Leeds United, di lì a poco caduto in disgrazia, che si piegò solo di fronte al Valencia di Cuper.

Anche l’edizione 99/00, così come quella attuale, non vide inglesi in semifinale: Manchester e Chelsea, entrambe qualificatesi ai quarti, si dovettero infatti piegare a Real e Barcellona con l’Arsenal che era già uscito in precedenza nel corso della prima fase a gironi (avendo terminato il gruppo B dietro ai Blaugrana ed alla Viola).

L’anno precedente ad alzare la coppa era invece stato proprio lo United che vinse quell’incredibile finale di cui abbiamo parlato qualche riga fa. United che nel 1998 aveva mancato l’approdo alle semifinali facendosi eliminare dal Monaco. E posto che il Newcastle era già uscito nella fase a gironi ecco che anche in quel caso nessuna inglese arrivò in semifinale.

Nel 1998 non bastò allo United il goal di Solskjaer per approdare in semifinale: gli inglesi vennero infatti eliminati dal Monaco per la regola dei goal realizzati fuori casa

Per onor di cronaca è comunque vero che le edizioni giocate negli anni novanta non sono assolutamente paragonabili con quelle di adesso: meno soldi in palio, meno squadre qualificate, ecc. E così se oggi ci sono ben quattro inglesi che possono provare a puntare al titolo (o quantomeno alla semifinale, risultato preso in esame in questo pezzo) all’epoca ce ne erano una o due, con la conseguenza che avere una o più squadre al penultimo gradino della competizione era arduo più che mai.

Solo per dovere di cronaca, comunque, mi permetto di ricordare l’andamento dei club d’Oltremanica nelle prime edizioni di Champions: nel 1997 lo United si piegò al Borussia Dortmund (che poi battè in finale la Juventus) in semifinale, nel 1996 il Blackburn uscì ai gironi terminando ultimo in un girone che vedeva la presenza di Spartak, Legia e Rosenborg, nel 1995 il Manchester fece altrettanto terminando dietro a Goteborg e Barcellona e davanti al solo Galatasaray, nel 1994 i Red Devils si fermarono invece agli ottavi piegati dal Galatasaray mentre nella primissima edizione il Leeds venne bloccato anch’egli agli ottavi, questa volta dai Glasgow Rangers.

Insomma, nel ricostruire il cammino inglese dalla prima edizione della Champions – giocata ormai quasi vent’anni fa – ad oggi possiamo notare come con l’andare del tempo il calcio inglese, a livello di club, sia cresciuto in maniera esponenziale sino ad arrivare al dominio delle ultime edizioni.

Ora dobbiamo solo attendere e capire cosa ne sarà del calcio d’Oltremanica, su cui pare si addensino sempre più le nere nubi rappresentanti i problemi di bilancio: il passo falso di quest’anno è il segno che qualcosa si è rotto o un puro e semplice giro a vuoto di un ingranaggio che continuerà a macinare calcio, spettacolo e risultati anche per gli anni a venire?

Vedremo. Per intanto quel che è certo è che o a breve scoppieranno scandali su scandali riguardanti i bilanci dei club inglesi e quindi gli stessi dovranno forzatamente ridimensionarsi (un po’ come capitato in Italia anni fa con i famosissimi casi legati a Parma, Lazio ed i loro Presidenti) oppure il gap che c’è tra il nostro calcio ed il loro è lungi dall’esser colmato.

Malcolm Glazer (sulla destra) è l'attuale Presidente del Manchester United, club che pare abbia oggi un buco 775 milioni di euro

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Il mondo moderno è ormai sempre più un tutt’uno con quella cosa dai contorni un po’ indefiniti che chiamiamo globalizzazione. Ma cosa si intende, sinteticamente, con questo termine?

La globalizzazione, secondo Wikipedia, è quel “…fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo”.

Un gruppo di black block manifesta con la violenza la propria opposizione al processo di globalizzazione in atto

E proprio questo fenomeno, che condiziona via via sempre più la vita di tutti, è sconfinato anche nel calcio.

Segno evidente di questa cosa è il dilagare degli stranieri che imperversano ormai nelle rose delle squadre di tutta Europa. Con delle eccezioni, certo, ma chi più o chi meno è ormai pratica comune e diffusa quella di sfruttare la presenza di stranieri nelle proprie rose, per provare ad aumentare la qualità delle stesse.

Ci sono degli esempi significativi, in tal senso. Prendiamo sempre Wikipedia come riferimento, avendo un database piuttosto aggiornato in questo senso, e facciamo un breve excursus tra alcune delle squadre più importanti d’Europa, tanto per vedere come vanno le cose in tal senso: partiamo, giusto per curiosità, dal Chelsea del nostro Carletto Ancelotti.
Bene, nella rosa Blues gli inglesi sono solo 8, compresi i giovani Philliskirk ed Hutchinson. Gli stranieri sono invece ben 24, il triplo. Tra questi quattro portoghesi (Ferreira, Carvalho, Deco ed Hilario), tre francesi (Anelka, Malouda e Kakuta) due italiani (i giovani Sala e Borini), due serbi (Ivanovic e Matic), due brasiliani (Alex e Belletti) e due ivoriani (Drogba e Kalou) più un tedesco, un ghanese, un singalese, ecc. Insomma, una vera e propria babele in quel di Londra.

Londra che, in realtà, non ha solo la babele di Chelsea, ma anche quella del Borough of Islington, dove ha sede l’Arsenal. Tra i Gunners, infatti, gli inglesi sono addirittura solo 3 (Walcott, Campbell e Gibbs) mentre gli stranieri sono ben 23, quasi otto volte tanto. Ad una foltissima colonia francese (Diaby, Sagna, Gallas, Nasri, Traorè, Clichy e Silvestre, ovvero i francesi sono più del doppio degli inglesi!) si aggiungono due spagnoli, un messicano, un brasiliano, un italiano, un russo, un polacco, uno svizzero, un belga, un ivoriano, ecc. Un incredibile collage multiculturale, insomma.

Non solo in Inghilterra la pratica del fare largo uso di stranieri è in voga, comunque.

Nel nostro campionato abbiamo ad esempio l’Internazionale che, proprio per non smentire il nome, ha un ridottissimo numero di italiani in rosa – cinque – ed una folta rappresentanza di giocatori stranieri: quattro brasiliani e quattro argentini oltre a un kenyota, un portoghese, un ghanese, un macedone, ecc.

Eto'o festeggia con i compagni dopo aver realizzato la rete dell'1 a 0 nel 5 a 3 con cui l'Inter s'impose sul Palermo il 29 ottobre scorso. Questa immagine rappresenta bene la multiculturalità di questa squadra. A festeggiare un camerunense ci sono infatti un brasiliano, un ghanese, un serbo ed un argentino

Passando in Spagna, giusto per chiudere questa breve rassegna che racchiude i tre campionati più rappresentativi d’Europa, abbiamo l’esempio del – ancora poco – galattico Real Madrid: la rosa della Casa Blanca è composta da 9 spagnoli ma anche da 14 stranieri (tra cui tre argentini, due brasiliani e due olandesi).

Insomma, come detto in precedenza l’eterogenità delle rose, sotto il punto di vista delle nazionalità, è ormai una prerogativa di un po’ tutti i paesi del Vecchio Continente.

Ci sono però anche delle squadre che vanno in netta controtendenza: club che hanno deciso di fare dell’autoctonia un valore assoluto, costruendo quindi le proprie rose solo con giocatori di quel dato stato quando non, addirittura, di una particolare regione.

L’esempio più conosciuto, in tal senso, riguarda l’Athletic Bilbao: i Leones rappresentano infatti un caso più unico che raro probabilmente nell’intero panorama mondiale, quantomeno parlando di prime serie.
Nonostante l’attuale regolamento vigente in Spagna permetterebbe loro di tesserare un numero indefinito di stranieri comunitari e di registrare per la Liga un numero ben precisato di stranieri extracomunitari questo club basco persegue da sempre una politica particolarissima che li porta a non tesserare altro che giocatori baschi.

Ebbene sì: nell’epoca della globalizzazione e dell’esterofilia dilagante questa squadra non si limita a non schierare altro che giocatori spagnoli, ma si spinge oltre. La maglia Rojiblanca può essere infatti indossata solo da chi è basco o abbia origini basche o, tutt’al più, da chi è calcisticamente cresciuto nei circuiti calcistici giovanili baschi.

Nessuna eccezione.

Non è quindi solo una questione economica la non presenza di un Ronaldo o un Torres tra le fila degli otto volte campioni nazionali: non essendo loro baschi non possono essere presi in considerazione per un eventuale tesseramento.

I Rojiblancos non sono comunque l’unica società appartenente ad una prima divisione europea che ha solo giocatori della propria nazione. Andiamo quindi a vedere – basandoci su dati soccerway ed andando in ordine strettamente alfabetico per nazione – quali sono queste altre squadre, dopo aver parlato dell’esempio più lampante.

Alcuni fan dell'Athletic supportano il loro club nel corso di un match di Europa League contro l'Anderlecht: per la squadra di Bilbao lo schierare esclusivamente giocatori baschi non è questione di razzismo quanto un'esaltazione di tutto ciò che è basco

In Armenia troviamo ben due squadre: il Kilikia Football Club e lo Shirak Football Club.

Il primo è un club di Yerevan, la capitale armena: fondato nel 1992 partecipò al primo campionato armeno indipendente, nato sulle ceneri della dissoluzione dell’ex Unione Sovietica. Essendosi piazzato in dodicesima posizione ottenne il pass per partecipare alla prima edizione della Premier League armena, campionato in cui milita tutt’ora.

Il breve passato di questo club è stato comunque piuttosto turbolento: nel 1993 si fuse con il Malatia, cosa che però non gli impedì di retrocedere in First League. E proprio questa retrocessione portò alla separazione delle due società, che vennero poi subito sciolte.

Il Kilikia è quindi rinato solo quattro anni più tardi, non partecipando però ad alcun campionato sino al 1999 quando la squadra più rappresentativa d’Armenia, il Pyunik, fallì, liberando un posto in Premier che venne occupato proprio dalla società attualmente presieduta da Ashot Aghababyan.

Dopo essere retrocesso nel 2001 ed essere quindi tornato nuovamente in Premier l’anno successivo il Kilikia è riuscito addirittura a centrare la qualificazione all’Intertoto nel 2005, piazzandosi al quinto posto in campionato. La loro unica esperienza europea si chiuse comunque mestamente: nel primo turno di quella competizione incontrarono infatti la Dinamo Tbilisi che si sbarazzò di loro con un 8 a 1 totale senza scampo né appello.

Attraversando oggi un momento di forte difficoltà economica rispetto agli altri club il Kilikia si affida quindi oggi ad un’arma molto semplice, già usata da altri club in Europa: la valorizzazione del proprio vivaio e dei prodotti dello stesso. Proprio per questo motivo la rosa della squadra allenata da Abraham Khashmanyan è composta da soli giocatori armeni.

Tra questi è bene citare Tigran Gharabaghtsyan, 25enne centravanti della capitale che ha già al suo attivo un campionato all’estero (giocato in Bulgaria nei Cherno More Varna) oltre a due presenze in nazionale maggiore, il 20enne difensore Artashes Arakelyan, prodotto del settore giovanile del Kilikia e fratello del più famoso Ararat che ha svariate presenze in nazionale, e Suren Sargsyan, 25enne centrocampista che al pari di Arakelyan ha all’attivo diverse presenze in under 21.

Alcuni supporter dello Shirak assistono ad un match dei loro beniamini

Lo Shirak è invece un club di Gyumri, capoluogo della provincia dello Shirak, appunto, nonché una delle principali città d’Armenia.

Fondato nel 1958 durante gli anni ’70 giocò col nome di Olympia e fino al 1992, anno in cui si disputò il primo campionato armeno indipendente, era affiliato alla federazione sovietica.

Shirak che nonostante non dirà un granché ai tifosi italiani è il secondo club più titolato della giovane storia del campionato armeno: il club oggi presieduto da Garnik Khachatryan ha infatti riportato la vittoria di tre Premier League e di tre Supercoppe armene, oltre ad aver giocato partite qualificatorie in Champions League, Coppa UEFA ed Intertoto.

Shirak che ha uno dei migliori settori giovanili del paese: proprio qui sono cresciuti calciatori come Arthur Petrosyan, 69 volte nazionale e con un passato nei campionati svizzero, israeliano e russo, e Harutyun Vardanyan, 63 presenze in nazionale ed un passato diviso tra Svizzera (più di 150 presenze nei campionati elvetici) e Germania (esperienza di due anni a Colonia).

Esattamente come il Kilikia, quindi, anche lo Shirak, oggi, punta tutto sull’autoctonia: tutti e 23 i giocatori tesserati oggi sono infatti armeni. Tra questi vale la pena citare Felix Khojoyan, 35enne esperto difensore con 18 presenze in nazionale alle spalle, Hovhannes Demirchyan e Hovhannes Tahmazyan, rispettivamente 34 e 40 anni, 6 presenze in nazionale a testa, e Ara Mkrtchyan, che nonostante i ventuno anni ha già più di 50 presenze in prima squadra.

Detto dell’Armenia passiamo sul Baltico, più precisamente in Estonia: qui troviamo infatti il Jalgpalliklubi Viljandi Tulevik, club fondato nel lontano 1912 a Viljandi, capoluogo dell’omonima contea.

Questa squadra, che disputa le sue gare interne al Linnastaadion, non è però un club totalmente autonomo: si tratta infatti di un satellite del più famoso FC Flora, plurititolato club della capitale.

Viljandi che attualmente milita in Meistrilliga, la Serie A estone, e che pur non essendo certo una superpotenza nemmeno nel proprio paese ha disputato, nel corso della propria storia, due finali di Coppa, entrambe perse contro l’FC Levadia, altro club plurititolato di Tallin.

Albert Taar e Tõnis Kaukvere lottano per il possesso di palla in un match di Meistrilliga tra il JK Viljandi Tulevik ed il JK Nõmme Kalju

JK Viljandi che, comunque, non fa dell’autoctonia un dovere: due tra i giocatori più celebri della propria storia, infatti, sono lituani. Si tratta di Marius Dovydenas, che milita oggi nello Zalgiris Vilnius, e Tomas Sirevičius, che gioca oggi in Finlandia.
Al momento, comunque, il club di Viljandi non ha che giocatori estoni, particolarità che, come abbiamo detto in apertura, è in netta controtendenza rispetto al trend generale.

Il più rappresentativo tra questi è un ragazzo dell’89 che è solo in prestito (proprio dall’FC Flora): Edwin Stuf, attaccante nato nella capitale e cresciuto calcisticamente FC TVMK Tallinn, squadra da cui passò poi al JK Kalev Tallinn da cui venne prelevato, nel 2009, dal Flora, che il gennaio scorso l’ha poi girato proprio al club di Viljandi.
Stuf che oggi è, per altro, parte integrante dell’attuale under 21 estone.

Continuando nel nostro tour passiamo quindi ad un’altra repubblica ex sovietica: la Georgia. Nella Repubblica Presidenziale guidata da Mikheil Saakašvili, infatti, ci sono ben due squadre autoctone: il Football Club Lokomotivi Tbilisi e il Football Club WIT Georgia.

Il primo è un club che, a differenza di quelli incontrati sino ad ora – Athletic a parte, posto che lo stesso fa storia a sè, ovviamente -, ha un passato piuttosto importante. Fondato nel 1936 nell’attuale capitale georgiana vinse infatti due campionati regionali georgiani ai tempi in cui Tbilisi e la Georgia tutta era ancora parte integrante dell’Unione Sovietica (1937 e 1945) e tre Coppe nazionali, queste vinte molto più recentemente (2000, 2002 e 2005). E proprio con questo trofeo è legata a doppio filo la storia recente di questa società: dalla prima edizione dopo l’indipendenza, disputata nel 1990, solo la grande Dinamo Tbilisi – che fu una delle principali squadre della vecchia Unione Sovietica e che è oggi la più importante squadra georgiana – ha vinto più edizioni di questo torneo.
Lokomotiv che nel 2000 e nel 2002 si impose contro la Torpedo Kutaisi (ferma oggi a due successi) rispettivamente per 4 a 2 (ai rigori) e 2 a 0 e nel 2005 contro lo Zestafoni (fermo ad un successo) per 2 a 0.

Lokomotiv Tbilisi che così come per lo JK Viljandi non fa dell’autoctonia un dovere. Nel suo passato ci sono stati infatti giocatori importanti per la squadra che tutto erano fuorché georgiani. Tra questi è bene ricordare l’uzbeko Islom Inomov, a tutt’oggi in nazionale, e i peruviani Juan Diego González-Vigil – ex Malaga – e Ryan Salazar.

Juan Diego González-Vigil, qui ritratto in un recente allenamento al Cartagena, è uno dei giocatori più rappresentativi della storia della Lokomotivi Tbilisi

Lokomotiv che ha per altro un ottimo settore giovanile. Proprio qui, giocò per tre anni Levan Kenia, attuale stellina dello Schalke 04 e della nazionale maggiore.

Attualmente, con Kenia in Germania dal 2008, il giocatore più rappresentativo della squadra è invece Vitaly Daraselia jr, figlio di Vitaly Daraselia, centrocampista che tra gli anni settanta e ottanta disputò più di 200 match nella Dinamo Tbilisi vincendo anche una Coppa delle Coppe e che collezionò più di 20 presenze in nazionale sovietica.

Il WIT Georgia è invece un club della capitale: fondato nel 1968 con la denominazione di Morkinali Tbilisi attualmente disputa i suoi match interni allo Shevardeni Stadium ed ha cambiato nome già in due occasioni. In un primo momento, nel 1992, venne rinominato con un’apposizione del classico “FC” davanti al nome. In un secondo momento, nel ’98, venne invece rinominato con la denominazione attuale dovuta al fatto che la squadra è stata sponsorizzata dalla WIT Georgia Ltd, una controllata della WIT U.S. Ltd, società di import/export di vari prodotti (tra cui prodotti alimentari e farmaceutici sia per umani che per animali).

Il nome di questa squadra dirà poco agli appassionati, ma la WIT Georgia, pur non avendo il blasone della Dinamo, è comunque una squadra piuttosto interessante: nella sua storia ha infatti vinto per due volte la Umaglesi Liga, la prima divisione georgiana, ed una volta la Supercoppa del proprio stato.

In Europa questo club non è invece particolarmente conosciuto né temuto, non avendo mai combinato un granché: sino ad oggi la squadra ha infatti tentato per tre volte la qualificazione UEFA (nel 2000, uscendo al primo turno preliminare contro il Beitar Gerusalemme, nel 2007, uscendo al primo turno con l’Artmedia Petrzalka, e nel 2008, uscendo al secondo turno con l’Austria Vienna dopo aver eliminato lo Spartak Trnava) e per due volte quella in Champions (uscendo al secondo turno nel 2004 con il Wisla Cracovia dopo aver eliminato l’HB Torsavn e al primo turno quest’anno con l’NK Maribor), senza però riuscire mai ad approdare al tabellone principale.

WIT Georgia che nonostante l’internazionalità del nome (WIT è l’acronimo di World Innovation Technologies) è però una squadra autoctona, e nonostante questo riesce comunque a vincere.

WIT Georgia è riuscita a vincere per due volte la Umaglesi Liga nel corso della sua storia

L’unico nome tra quelli in rosa che potrebbe richiamare qualcosa alla mente dei tifosi italiani più attenti è quello di Lomaia. Non si tratta però di Giorgi, portiere attualmente in forza all’Inter Baku che si è scontrato in più occasioni con la nostra nazionale, bensì del fratello Davit, ventiquattrenne difensore ex Iberia Tbilisi (con una sola presenza in nazionale alle spalle).

Lomaia che non è comunque l’unico giocatore tra quelli a disposizione di mister Mumladze ad essere già entrato nel giro della nazionale. Lo stesso lo si può dire anche in relazione a Grigol Bediashvili, Jaba Lipartia, Luka Razmadze, Irakli Klimiashvili e Aleksandr Kvakhadze, oltre a quel Vakhtang Kvaratskelia che è attualmente nel giro della nazionale under 21 ma che potrebbe presto effettuare il salto tra i ranghi di quella maggiore.

Spostandoci in Islanda, invece, troviamo una sola squadra, tra le dodici che compongono la Úrvalsdeild Karla (la Serie A islandese), ad essere composta esclusivamente da giocatori autoctoni: il Knattspyrnufélagið Selfoss.

Fondato il 15 dicembre del 1955 a Selfoss, cittadina di poco più di seimila abitanti situata nella contea di Árnessýsla, il Knattspyrnufélagið Selfoss, per brevità chiamato UMF Selfoss, non fa certo parte della nobiltà del calcio islandese. Anzi, sino alla scorsa stagione non era nemmeno in prima divisione.
La promozione in Úrvalsdeild Karla è infatti arrivata solo lo scorso anno quando il Selfoss ha vinto il campionato di Delid Karla 1 (la Serie B islandese), prendendo quindi uno dei posti lasciati liberi da Þróttur e Fjölnir, retrocessi.

Selfoss che non ha mai vinto nulla di importante nella propria storia: nel proprio palmares possiamo infatti trovare solo un campionato di Delid Karla 1 (proprio quello vinto la scorsa stagione) e quattro campionati di Delid Karla 2 (vinti nel 1966, 1978, 1985 e 1993). Knattspyrnufélagið Selfoss che è quindi una squadra che pur non stimolando la fantasia di molti tifosi ha saputo farsi rispettare nelle serie minori islandesi nel corso della sua storia.

Selfoss che non essendo un club di livello non ha quindi personalità di spicco. I nomi più importanti sono quelli di Jón Steindór Sveinsson e Sævar Þór Gíslason, rispettivamente capitano e vicecapitano della squadra.

Tornando, in questo viaggio avanti ed indietro per l’Europa, alle repubbliche baltiche andiamo a vedere la situazione di Lituania e Lettonia, partendo proprio da quest’ultimo paese.

Anton Joore, attuale allenatore del JFK Olimps/RFS

Nella patria di Verpakovskis l’unica squadra a risultare oggi composta esclusivamente da giocatori lettoni è il Jauniesu futbola klubs Olimps Riga, comunemente abbreviato in JFK Olimps/RFS, club della capitale di recentissima fondazione (2005) che nel corso della sua brevissima storia ha sino ad oggi raccolto un quinto, un settimo, un ottavo ed un decimo posto in Virslīga (la Serie A lettone) ed un primo posto in 1. līga, equivalente alla nostra Serie B.

Solo fino all’anno scorso, comunque, l’Olimps non era un club autoctono vantando tra le proprie fila la presenza del georgiano David Janelidze. Oggi, però, con Janelidze che ha lasciato la squadra l’Olimps è a tutti gli effetti un club formato da soli giocatori lettoni, l’unico di tutta la Virslīga.

Tra i tanti giocatori attualmente tesserati per la squadra di Riga ve n’è uno, questo sì, che qualcosa dovrebbe dire anche ai tifosi italiani, almeno a quelli attenti anche al calcio europeo. Il giocatore più rappresentativo della rosa è infatti quell’Igor Stepanovs che ha sino ad oggi disputato la bellezza di 99 incontri con la propria nazionale, che è stato uno dei punti di forza dello Skonto Riga sino al 2000, quando poi passò niente popò di meno che all’Arsenal, e che ha collezionato presenze anche nel campionato belga, in quello svizzero, in quello svedese ed in quello russo.
Stepanovs che in carriera ha vinto per ben nove volte il campionato lettone (dal 1991 al 2000, escluso il campionato del ’93 che venne sì vinto dallo Skonto ma che lui giocò in prestito all’Interskonto).
Ma non solo: nel 2005, quando militava tra le fila del Grassophers, venne eletto miglior giocatore del suo paese.

L’altro giocatore di fama, per quanto non abbia una nomea allo stesso livello di Stepanovs, è Mihails Miholaps, giocatore che in carriera ha vinto per otto volte il campionato lettone (tutte con lo Skonto) riuscendo a vincere in quattro occasioni (1996, 2001, 2002, 2006) anche il titolo di capocannoniere del campionato (rispettivamente con 33, 24, 23 e 15 reti all’attivo).
Tutto questo gli è valso la possibilità di racimolare 32 caps internazionali, condite però da due sole reti: certo è che segnare nella Virslīga è un conto, segnare in nazionale ben altro.

Passando alla Lituania il discorso si fa più succoso: è proprio nella terra di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, compositore classico autore di oltre 200 opere musicali, che troviamo la maggior concentrazione di squadre autoctone.

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis fu un grande compositore ma anche un apprezzato artista. Ecco una delle opere più rappresentative dell'artista lituano

Una di queste è il Kruoja Pakrujo futbolu klubas 2001, squadra di Pakruojis (città sita nella regione di Aukštaitija) che, come dice il nome, è stata fondata solo nove anni fa.

Nella sua breve storia l’FK Kruoja Pakrujo non è ancora entrata appieno nel giro che conta. In nove anni, infatti, hanno disputato un solo campionato di massima divisione, lo scorso. Terminato, per altro, in ultima posizione.

FK Kruoja che, quindi, dal prossimo campionato (che prenderà il via il mese prossimo) non sarà più parte della A Lyga, la Serie a lettone.

Dalla sua fondazione, nel 2001, la squadra di Pakruojis ha avuto dei miglioramenti quasi costanti: il primo anno, disputato nella 2 Lyga ovest, la squadra terminò al terz’ultimo posto, nona, con venti punti all’attivo. L’anno successivo le squadre in campionato si ridussero, passando da undici a dieci. Dovendo giocare due partite in meno, quindi, si ridusse anche il punteggio finale, che passò a quindici punti: FK Kruoja ancora terz’ultimo, ottavo. L’anno seguente il campionato perse una squadra ancora, passando a nove. Il Kruoja potè quindi giocare solo sedici match, terminando il campionato quart’ultimo (sesto) a sedici punti.

Nel 2004, quindi, arrivò finalmente l’imposizione: con il campionato tornato a dieci squadre il Kruoja s’impose in dodici dei diciotto match disputati totalizzando quarantuno punti, giusto uno più del Kražantė Kelmė.

L’impatto con la 1 Lyga, la Serie B lettone, fu buono: la squadra terminò il campionato al decimo posto a quota cinquantatre punti, risultato nettamente migliorato l’anno successivo, quando terminò quarto a quota sessanta.
Nel 2007, con il campionato ridotto drasticamente da diciotto a sedici club, la posizione finale fu la stessa così che per aspettare la promozione si dovette aspettare l’anno seguente, quando un po’ di terremoto in A Lyga comportò l’approdo di quattro nuove squadre nella massima serie, tra cui appunto il club in questione (giunto solo ottavo l’anno precedente).

Qui, lo scorso anno, l’impatto non fu certo positivo quanto quello con la 1 Lyga ed il Kruoja, come detto, terminò il campionato all’ultimo posto, con tredici soli punti. Giusto due meno rispetto all’LKKA ir Teledema, che racimolandone quindici è riuscito a salvarsi.

Il Kaunas LŽŪU stadium, stadio in cui gioca l'LKKA ir Teledema

A salvare la squadra di Pakruojis, comunque, pare possa pensarci la federazione, che starebbe approntando un allargamento della A Lyga. Qualora la cosa si concretizzasse, quindi, il Kruoja potrebbe essere ripescato, continuando quindi a giocare nel campionato di vertice lituano.

Il giocatore più rappresentativo del club è Arūnas Šteinas, un attaccante di 170 centimetri per 72 chili che ha vissuto in prima persona, unico di tutta la rosa, la scalata di questo club dalla 2 Lyga alla A Lyga, essendo approdato a Pakruojis nel 2004.

Un altro club lituano a basarsi attualmente sull’autoctonia è quell’LKKA ir Teledema che abbiamo già citato in precedenza: il club, fondato solo nel 2005 a Kaunas, secondo centro lettone per importanza dopo la sola Vilnius, non ha sino ad oggi riportato risultati notevoli. Nei suoi cinque campionati disputati sino ha infatti raccolto due settimi ed un ottavo posto in 1 Lyga, per poi essere ripescato (nonostante il terzo settimo posto finale della sua storia), esattamente come accaduto per il club di Pakruojis, al termine della stagione 2008.

A differenza dell’FK Kruoja, l’LKKA è poi riuscito a salvarsi lo scorso anno, come detto, mettendo assieme quindici punti nei ventotto match disputati e confermando quella superiorità che si era già palesata nel campionato di 1 Lyga l’anno precedente.

A livello di singoli alcuni giocatori tra i più rappresentativi in rosa sono Aurimas Mockus, Darius Urbelionis, Mindaugas Grušauskas, Jaunius Mikalauskas e Deividas Venckus.

La terza ed ultima squadra lituana che rientra in questo discorso è il Futbolo Klubas Šiauliai, club di Šiauliai fondato nel 1995 e oggi presieduto da Adomas Klimavičius che dal 2001 in poi, da quando cioè è possibile trovare tracce dei suoi campionati, ha ottenuto quattro ottavi posti (con tanto di retrocessione nel 2003), un nono posto (nell’anno in cui il campionato si disputava a dieci squadre), un settimo ed un quarto posto (lo scorso anno) in A Lyga oltre ad un primo posto in 1 Lyga (l’anno seguente alla retrocessione del 2003, che permise alla squadra di Šiauliai di tornare subito in A).

FK Šiauliai che prima del 2004 era conosciuto come Sakalas Šiauliai, nome utilizzato al momento della sua fondazione.

Un gruppo di tifosi dell'FK Šiauliai intona cori a supporto del proprio team

A livello di giocatori i due più rappresentativi sono Tomas Kančelskis e Vilius Lapeikis.
Il primo 34enne difensore centrale che fu punto di forza dell’FBK Kaunas tra il 2000 ed il 2008, ha totalizzato quattordici presenze in nazionale e ha all’attivo anche un’esperienza in Scozia (più precisamente agli Hearts). Il secondo è invece un ventiseienne centromediano metodista che ha giocato anche in FK Atlantas e JK Sillamäe Kalev, due esperienze inframezzate proprio dal primo campionato giocato a Šiauliai, dove tornò poi lo scorso anno.

In Macedonia è invece solo una la squadra che può rientrare in questo discorso: il Fudbalski Klub Sloga Jugomagnat Skopje, club fondato nel lontano 1927 nella capitale e che disputa i propri match casalinghi nel piccolo Čair Stadium, solo 4000 posti di capienza.

Sloga che pur non avendo un blasone all’altezza di squadre come l’FK Rabotnički o l’FK Pobeda vanta comunque tre vittorie in Prva Мakedonska Fudbalska Liga (la nostra Serie A) e tre in Kup na Makedonija (la nostra Coppa Italia).

I Piccioni, questo il loro soprannome, hanno anche messo assieme diverse apparizioni in Europa, tutte nei turni qualificatori.

Nel 1996 l’avventura in Coppa delle Coppe si fermò subito contro l’Honved, che battè lo Sloga con un doppio 1 a 0. L’anno seguente fu invece l’NK Zagabria ad infrangere il sogno dei tifosi macedoni, rifilando ai Piccioni un 2 a 1 a Skopje cui fece seguito un 2 a 0 in Croazia.

Sloga che ebbe la possibilità di tentare l’assalto all’Europa anche nei successivi quattro anni: nel 1998 fu la volta della Coppa UEFA, ma a frapporsi tra i macedoni ed il tabellone principale di quella competizione fu l’Otelul con un 3 a 0 cui fece da contraltare un buono quanto inutile 1 a 1 in terra rumena.

I tre anni successivi furono invece passati cercando l’approdo in Champions, che ovviamente non arrivò mai. Nel 1999, comunque, la squadra fece strada come mai prima di allora: i Piccioni arrivarono infatti al secondo turno qualificatorio battendo gli azeri dell’FK Gäncä grazie alla regola dei goal fuori casa. Nulla poterono però contro il Brondby, che si liberò facilmente di loro con un doppio 1 a 0.
Dopo che nel 2000 ci pensò lo Shelbourne a farli fuori al primo turno (con un 2 a 1 totale frutto di una vittoria esterna e di un pareggio in Irlanda) nel 2001 lo Sloga tornò al secondo turno dopo aver battuto l’FBK Kaunas nel corso del primo, sempre grazie alla regola dei goal fuoricasa. A far terminare il sogno dei macedoni, questa volta, fu lo Steaua Bucarest, che s’impose con un secco 5 a 1 totale.

Un gruppo di tifosi dell'FK Sloga Jugomagnat incita i propri beniamini nel corso di un match con l'FK Belasica

Dopo tre anni di secca, quindi, nel 2004 i Piccioni ritentarono l’assalto all’Europa, questa volta cercando l’approdo in UEFA ma venendo spazzati via dai ciprioti dell’Omonia che dopo aver vinto 4 a 0 a Skopje vinsero 4 a 1 a Nicosia e si aggiudicarono un facile passaggio del turno.

Parlando di giocatori quello più rappresentativo della rosa dell’FK Sloga è Senad Muminović, 24enne difensore centrale nativo proprio di Skopje – ma di origine bosniaca – che ha già all’attivo più di 120 presenze con la maglia dei Piccioni e che è stato un punto di forza delle nazionali under 16 ed under 19 macedoni.

In Moldova sono invece due le squadre autoctone. La prima di queste sembra essere, con la denominazione che ha assunto oggi, uscita direttamente un cartoon: stiamo infatti parlando dell’FC Dinamo Bender, che parrebbe quasi essere un omaggio ad uno dei personaggi principali di Futurama, cartone animato ideato dallo stesso creatore dei Simpsons, mentre null’altro è che un club con sede a Bender (anche conosciuta come Tighina o Bendery), città sita nella regione della Transnistria.

Ho specificato che stiamo parlando della denominazione attuale del club perché lo stesso, nel corso dei suoi sessant’anni tondi di storia, ha assunto diversi nomi: da Burevestnik Bender, nome che assunse il giorno della sua creazione e che mantenne sino al 1958, a Dinamo Bender, nome che identificò il club nel 2001, prima che gli venisse apposto il prefisso FC, passando per Lokomotiv Bender, Nistrul Bender, Pishevik Bender, Tighina-RSHVSM, Tighina, Tighina-Apoel, Dinamo Bendery e Dinamo-Stimold Tighina, ovvero sia tutti i nomi assunti da questo club nel corso della sua storia.

La Dinamite – questo il soprannome del club – è presieduta oggi dall’attuale vicepresidente della Transnistria, Aleksandr Ivanovich Korolyov, ed allenata da Iuri Hodichin.

Nel corso della storia della Divizia Naţională, la Serie A moldava, la Dinamo non si è mai riuscita ad imporre, schiacciata, come tutte le altre squadre, dal fortissimo dualismo tra l’FC Zimbru Chişinău e l’FC Sheriff Tiraspol, ovvero sia le due squadre che dal 1992 (anno del primo campionato di Divizia Naţională) ad oggi si sono spartiti tutti i titoli ad eccezione di quello assegnato nel 1997 che venne vinto dal Constructorul Chişinău.

Non solo: la Dinamite non è nemmeno mai riuscita ad imporsi in Cupa Moldovei, il corrispettivo della nostra Coppa Italia.
Insomma, nessun risultato degno di nota per una squadra che ha in Igor Bugaiov il miglior former player della sua storia.

Igor Bugaiov - qui sulla sinistra mentre contrasta Tranquillo Barnetta - è il talento più fulgido uscito dalle giovanili della Dinamo Bender

Dinamo che, per altro, ha rischiato fortissimamente di retrocedere: oggi, però, è matematicamente salva essendo a +5 sullo Sfintul Gheorghe con un solo match ancora da disputarsi.

Nemmeno l’altro club autoctono della Moldova ha mai ottenuto risultati rilevanti. Si tratta infatti del Football Club Viitorul, squadra che nel corso della propria tredicinale storia ha raccolto solo la vittoria di un campionato di Divizia A, la nostra Serie B.

Gufi per cui vale lo stesso discorso fatto per la Dinamo: in un paese in cui sono due squadre storicamente a farla da padrone (anzi, ultimamente una dato che lo Sheriff ha appena vinto il suo decimo campionato consecutivo) le possibilità di vittoria sono oggi ridotte al lumicino.

Viitorul che comunque, nel suo piccolo, una vittoria l’ha ottenuta: il club di Orhei, che disputa le gare interne al Complexul Sportiv Raional, è infatti oggi nono (su dodici) e potrebbe addirittura terminare il campionato in settima posizione. Davvero niente male per una neopromossa.

Il nostro viaggio termina quindi in Ungheria. Anche qui le squadre da considerare sono due: il Rákospalotai Egyetértés Atlétikai Club (meglio conosciuto come Rákospalotai EAC) e il Paksi Sportegyesület (anche noto come Paksi SE, Paks o PSE).

Il primo è un club di Rákospalota, quartiere situato a nord-est di Budapest, capitale ungherese.

Fondati nel 1912 i Palotaiak sono stati promossi in Nemzeti Bajnokság I, corrispondente alla nostra Serie A, nel 2005, quando vinse il campionato di Nemzeti Bajnokság II.
REAC che ha vinto anche un campionato di Nemzeti Bajnokság III nel 1993.

A livello di singoli questo club, attualmente presieduto da József Forgács, vanta la presenza in rosa di Tamás Nagy, 33enne punta con due presenze in nazionale alle spalle, e, soprattutto, Gábor Torma, anch’esso 33enne punta ma dal passato ben più importante del compagno: Torma ha infatti giocato, nel corso della carriera, in Belgio, Olanda e Cipro. Proprio nel paese dei tulipani Gábor diede il meglio di sè riuscendo anche a vincere, quando ancora giocava nel Roda Kerkrade, una KNVB Cup. Nel 1997, per altro, si laureò capocannoniere del Cercle Brugge.

Il PSE venne invece fondato a Paks nel 1952. Da quel momento sino al 2006 la squadra giocò a basso livello. Fu proprio in concomitanza del Mondiale vinto dagli Azzurri che il Paksi SE ascese nella Borsodi Liga, ovvero sia la Nemzeti Bajnokság I.

Istantanea di un match disputato tra Ujpest e Paks nel corso della scorsa stagione

Nel corso della propria storia il Paks ha vinto una Szabadföld Kupa, nel lontano 1976, e per due volte un campionato: la prima, nel 2001, fu la vittoria di una terza divisione; la seconda, nel 2006 appunto, fu la vittoria di una seconda divisione, gruppo ovest.

Per quanto riguarda i giocatori attualmente tesserati il Paks ne ha un paio di buon nome. Uno di questi, in particolare, è stato per anni uno dei punti di forza della nazionale magiara. Si tratta di Krisztián Lisztes, 33enne centrocampista nativo di Budapest che dopo essere cresciuto nelle giovanili del grande Ferencvaros, club in cui totalizzò anche più di ottanta presenze in prima squadra, si trasferì in Germania dove tra Stoccarda, Werder e Borussia Moenchengladbach mise assieme più di duecento presenze in Bundesliga.
Nel 2007, ormai 31enne, la decisione di lasciare la Germania e dopo una breve parentesi in Croazia il rientro in Ungheria, prima al suo Ferencvaros e poi proprio al REAC. Nel gennaio 2009, quindi, il ritorno in Germania, all’Hansa Rostock, squadra che ha però lasciato la scorsa estate, firmando un contratto con il Paks.

Nel corso della sua carriera numerose sono state le soddisfazioni che il ragazzo si è potuto togliere: con il Ferencvaros ha vinto due campionati, due coppe nazionali e tre supercoppe. Con lo Stoccarda vinse una coppa di Germania ed una coppa Intertoto, perdendo la finale di Coppa delle Coppe nel 1998 contro il Chelsea (finale risolta da una rete del nostro Zola al settantunesimo minuto). Con il Werder, infine, vinse una Bundesliga ed una coppa di Germania nel 2004, ultimi trofei vinti da Krisztián sino ad oggi. Ma non solo: nel 2002 venne infatti eletto miglior giocatore d’Ungheria.

A livello internazionale, invece, Lisztes fece parte dell’under 21 del suo paese nel biennio 96/97, nonostante avesse debuttato in nazionale maggiore già nel 1994. Nel 1996 fu quindi parte del team che andò ad Atlanta a giocarsi l’Olimpiade: negli States, però, l’esperienza fu frustrante. Inseriti in un girone di ferro con Nigeria e Brasile (poi semifinaliste del torneo) i magiari non avevano infatti possibilità di passaggio del turno. Oltre alle sconfitte con Nigeria (goal di Kanu) e Brasile (Ronaldo, Juninho e Bebeto) arrivò però anche quella, piuttosto inaspettata, con il Giappone.
In nazionale maggiore ha poi collezionato 49 presenze mettendo a segno 9 reti: una nel corso delle qualificazioni al Mondiale 2002, ben quattro nel corso delle qualificazioni all’Europeo del 2004 ed altre quattro in amichevole.

Krisztián Lisztes contrasta Sascha Riether in un match di DFB Pokal

Altro giocatore di buona levatura presente nella rosa del Paksi SE è Attila Tököli, 33enne punta nativa proprio di Paks che diede il meglio di sè nel Dunaújváros FC, dove segnò 102 reti in 163 match (laureandosi per due volte – 2000 e 2002 – capocannoniere della massima divisione ungherese). Queste prestazioni gli valsero la chiamata del Ferencvaros, squadra da cui passò poi al Colonia nel 2004. Dopo un’esperienza a Cipro (AEL Limassol ed Anorthosis) il ritorno in Ungheria, ancora al Ferencvaros, dove restò una stagione sola. In un campionato mise a segno la bellezza di 19 reti in 25 partite, convincendo il Paks ad investire su di lui nonostante l’età.
Tököli che dovrebbe suonare come nome conosciuto anche ai tifosi italiani in quanto ha totalizzato, nel corso della carriera, anche venti presenze in nazionale.

Presenze in nazionale maggiore le hanno messe assieme anche László Éger e Balázs Nikolov.

Insomma, in un calcio sempre più globalizzato, come il mondo in cui viviamo oggi del resto, resistono, nel Vecchio Continente, alcune realtà che vanno in forte controtendenza. E se da una parte troviamo molte squadre che favorite dalla possibilità di tesserare e schierare un numero infinito di stranieri comunitari fanno diventare i giocatori del proprio paese una netta minoranza, dall’altra troviamo anche dei club, come quelli citati in questo articolo, che si comportano esattamente al contrario, puntando tutto su giocatori autoctoni.

Il business sta ormai mangiandosi tutto, ma ancora resistono degli aspetti poetici di questo gioco. E quello di cui si parla in questo articolo, volendo, può esserne un buon esempio.

Read Full Post »

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
________________________________________________________________

Il ranking FIFA, come si sa, ha un certo peso in determinati contesti, come possono essere i sorteggi mondiali. Peso sì, ma a livello di valenza questa classifica è sempre ampiamente bistrattata. Il metodo di elaborazione dei punteggi è infatti molto complicato e spesso porta ad avere situazioni un po’ paradossali, con nazioni dal valore calcistico relativo che si vengono a trovare in posizioni migliori rispetto a squadre che gli sono indubbiamente superiori.

Se il valore del ranking è, da questo punto di vista, sicuramente opinabile diverso è il discorso se ci facciamo su un lavoro di questo tipo: prendiamo le sei diverse confederazioni affiliate alla FIFA e andiamo ad individuare le dieci nazionali per – ogni confederazione - che sono piazzate meglio nel ranking FIFA. Facciamone poi la media e vediamo come si piazzano tra di loro le confederazioni. Quello che ne esce è un risultato interessante, perché rispecchia bene quelli che sono i valori attuali delle confederazioni stesse.

Il Presidente della FIFA, Joseph Blatter, e Jabulani, il pallone ufficiale del prossimo Mondiale

Insomma, una confederazione non vale l’altra. Un conto è parlare di UEFA, altro di OFC. Questo è evidente.

Le squadre affiliate alla UEFA sono infatti tra le più forti al mondo. Anzi, sono le più forti, escluse Brasile ed Argentina. Quelle affiliate all’OFC, invece, le più deboli.

E facendo un analisi come quella suggerita qui sopra, e che verrà sviluppata qui sotto, si delineano proprio al meglio questi rapporti di forza. Ristabilendo, almeno parzialmente, una veridicità del tanto bistrattato ranking FIFA.

Per effettuare questa analisi, quindi, basiamoci sul ranking marzolino, appena riportato anche su questo blog. E andiamo un po’ a vedere cosa ne esce…

La confederazione a guidare questa speciale classifica è, ovviamente, quella cui siamo affiliati noi: la UEFA. Ecco, infatti, come sono posizionate nel ranking le prime dieci nazioni europee:

P. Nazione
1 Spagna
3 Olanda
4 Italia
5 Germania
6 Portogallo
7 Francia
8 Inghilterra
10 Grecia
11 Croazia
12 Russia

Due nazioni sul podio, quattro delle prime cinque, otto delle prime dieci, dieci delle prime dodici. Il tutto per una media di 6.7, risultato straordinario che brucia completamente quelli raggiunti dalle altre confederazioni.
Insomma, un vero e proprio dominio quello del Vecchio continente che piazza la Spagna, vincitrice poco meno di due anni fa dell’Europeo, in prima posizione e l’Olanda, squadra che da anni gioca gironi qualificatori praticamente perfetti, al terzo. L’Italia, Campione del Mondo in carica, è invece ai piedi del podio.

Oltre a Germania, Portogallo, Franci ed Inghilterra, che compongono la nobiltà del calcio europeo assieme alle tre nazioni succitate, c’è anche la Grecia, campionessa europea nel 2002, nella top ten. Grecia che si piazza quindi dietro a due sole squadre non appartenenti al Vecchio Continente: Brasile ed Argentina.
Lo stesso discorso è anche fattibile per le ultime due squadre che chiudono il discorso sulla nostra confederazione: Croazia e Russia si piazzano rispettivamente all’undicesimo ed al dodicesimo posto, anch’esse battute solo – per quanto riguarda le nazioni extraconfederate – dai due colossi sudamericani. Con l’Argentina che, per altro, non è poi così distante da Grecia, Croazia e Russia. Che in un prossimo futuro l’Albiceleste possa perdere ulteriore terreno?

Otto Rehhagel, allenatore della nazionale greca che si trova oggi a tredici soli punti da quella argentina nel ranking FIFA

Tutto questo discorso per dimostrare una cosa semplicissima: la zona UEFA è quella più competitiva, con un grosso numero di squadre ostiche. E’ proprio per questo motivo che spesso si dice che vincere un Europeo sia più complicato che vincere un Mondiale: con un po’ di fortuna, infatti, al Mondiale si può riuscire ad arrivare anche in semifinale senza incontrare avversari particolarmente forti. Un po’ come capitò all’Italia nel corso del Mondiale 2006, quando prima della semifinale incontrò USA, Ghana, Repubblica Ceca, Australia ed Ucraina, ovvero sia avversarie non certo irresistibili.

Cosa che in un Europeo è invece molto più difficile avvenga, posto che le squadre di valore sono molte e molto più concentrate rispetto che al Mondiale. Ecco quindi che possono uscire gironi assolutamente proibitivi come quello capitato proprio all’Italia nel 2008 quando venne inserita in un gruppo con Olanda, Francia e Romania, per poi incontrare niente popò di meno che la Spagna in semifinale.

La nostra confederazione, insomma, domina sulle altre. E questa statistica lo dimostra.

Al secondo posto, altrettanto ovviamente, troviamo la CONMEBOL, ovvero sia la confederazione sudamericana. Ecco infatti la loro tabella riassuntiva:

P. Nazione
2 Brasile
9 Argentina
14 Cile
19 Uruguay
29 Paraguay
37 Ecuador
38 Colombia
49 Venezuela
58 Bolivia
61 Peru

Il secondo posto assoluto e due nazionali in top ten. Altre due nelle prime venti posizioni, un lento digradare sino alla sessantunesima posizione del Perù, attualmente la squadra meno competitiva del Sudamerica sia secondo il ranking FIFA che secondo la classifica finale delle qualificazioni al prossimo mondiale, terminate infatti all’ultimo posto dalla Blanquirroja. Il tutto per una media di 31.6, che piazza la CONMEBOL a parecchia distanza dalla UEFA.

Il perché è presto detto: giusto Brasile ed Argentina, attualmente in difficoltà ma nazione che fa a pieno titolo parte della nobiltà del calcio mondiale, possono reggere il confronto con le migliori nazioni d’Europa. Cile, Uruguay e Paraguay sono sicuramente buone squadre, ma sulla carta non possono certo reggere il confronto con Spagna, Germania o Italia.

Quello sudamericano, come dice questa statistica, è comunque un calcio ai vertici mondiali, che, escluso quello europeo, non ha oggi pari al mondo.

Leo Messi, simbolo di un'Argentina un po' allo sbando che proverà a ritrovare sè stessa in Sudafrica

Proprio per questo motivo la Copa America resta comunque un trofeo molto importante e sentito: a differenza della Coppa delle Nazioni Oceaniche, per dire, la Copa America è disputata da molte squadre di ottimo valore e questo conferisce un grande blasone alla competizione stessa.

E’ comunque bene sottolineare che quello spaccamento che si può notare nel ranking tra le due squadre inserite nella top ten e le altre non è assolutamente una casualità: sono proprio Argentina e Brasile, infatti, a guidare il medagliere della Copa America. Il tutto con il solo Uruguay in mezzo, Celeste che deve però ringraziare le tante vittorie ottenute nell’anteguerra, quando il calcio era ben diverso da oggi e l’Uruguay era un vero e proprio colosso del calcio mondiale.

Nel breve periodo, comunque, le cose non sembrano destinate a migliorare sensibilmente. Difficilmente, infatti, la CONMEBOL potrà colmare il gap con la UEFA.

Molto più probabile, piuttosto, che sia la CAF, la confederazione africana, a colmare il gap con la CONMEBOL. Già oggi, infatti, le due confederazioni sono molto vicine. Ecco lo specchietto riassuntivo della confederazione del Continente Nero:

P. Nazione
17 Egitto
20 Camerun
21 Nigeria
22 Costa d’Avorio
28 Ghana
32 Algeria
43 Gabon
51 Burkina Faso
54 Mali
55 Tunisia

Gli africani non piazzano squadre nella top ten, posto che le prime dieci posizioni sono tutte divise tra nazioni UEFA e CONMEBOL. In compenso, però, ne piazzano ben cinque nelle prime trenta posizioni. E tutte e dieci nelle prime cinquantacinque, cosa che invece la confederazione sudamericana riesce a fare solo con le prime otto squadre. Il tutto per una media di 34.4 che porta la CAF in corsia di sorpasso rispetto alla CONMEBOL: qualora le nazionali africane sfruttassero il fattore campo al prossimo Mondiale, il primo giocato nel Continente Nero, potrebbe quindi materializzarsi presto un incredibile sorpasso ai danni della confederazione sudamericana, distante solo meno di tre punti di media.

Il tutto si tramuta, per altro, in una questione molto semplice: la CAN, la Coppa delle Nazioni Africane, non ha ancora il blasone della Copa America ma sta diventando sempre di più una competizione di livello assoluto.

Tutto questo è il segno di una grandissima evoluzione del calcio africano, che negli ultimi anni cresce di anno in anno a vista d’occhio ed è ormai una delle realtà più belle del calcio mondiale.

Essam El-Hadary festeggia la recente vittoria del suo Egitto in Coppa d'Africa: i Faroni si sono infatti laureati campioni continentali per la terza volta consecutiva

Non avendo la sfera di cristallo non posso certo dire se il sorpasso avverrà davvero o meno e, nel caso, se è prossimo e se dovremo aspettare ancora qualche anno prima che ciò avvenga.

Non serve comunque il sorpasso per sottolineare con forza il fatto che, come detto, l’evoluzione del calcio africano sia sotto gli occhi di tutti né il fatto che con quel potenziale atletico il calcio del Continente Nero non possa arrivare nei prossimi anni ad affermarsi anche a livello mondiale.

Certo, oggi l’affermazione mondiale di una squadra africana sembra essere quasi impossibile. Vent’anni fa, però, era praticamente fantascienza. Tra altri vent’anni, forse, potrebbe essere addirittura preventivabile.

Diverso è invece il discorso per le rimanenti tre confederazioni, ancora molto lontane, nella loro generalità, dalle precedenti tre.

Molto particolare è la situazione della zona CONCACAF:

P. Nazione
15 Messico
18 USA
35 Honduras
44 Costa Rica
62 Canada
72 El Salvador
77 Giamaica
78 Panama
85 Trinidad
90 Haiti

Se prendiamo in considerazione esclusivamente le prime due posizioni, ovvero sia quelle riguardanti Messico e Stati Uniti, porterebbero i centro-nord americani addirittura davanti agli africani. A penalizzare il tutto è però il fatto che sono proprio quelle due, fondamentalmente, le nazionali di un certo livello. Perché nei primi cinquantacinque posti la zona CONCACAF piazza solo quattro squadre contro le dieci che ci piazza l’Africa. Il tutto per una media di molto superiore a quella della CAF: 57.6.

Del resto, è inutile dirlo, il livello medio di questa confederazione è piuttosto bassino. Oggi come oggi, infatti, Messico e States hanno la quasi totale certezza di qualificarsi per ogni appuntamento mondiale, posto che i posti riservati a questa zona sono tre (più uno che manda allo spareggio).
Honduras, Costa Rica, Canada, El Salvador… nessuna di queste nazionali può essere considerata come un avversario temibile per le due potenze centro-nord americane.

Alberto Garcia Aspe, ex stella della nazionale messicana (con cui totalizzò 109 presenze), posa con la Coppa del Mondo

Da ciò ne risulta anche che a differenza dei tornei continentali citati sino ad ora la Gold Cup non è esattamente una competizione di altissimo livello, tanto è vero che sono proprio Messico e Stati Uniti a guidare il medagliere di questo trofeo che dal 1963 ad oggi è stato vinto solo da altre cinque nazionali (curiosità: per tre volte tra questi i vincitori giocarono in casa, per due volte non vi era sede fissa).

Praticamente impossibile, insomma, pronosticare che questa confederazione possa rinvenire su CAF e CONMEBOL. Il tutto perché per quanto bene possano fare Messico e Stati Uniti – ed occasionalmente una Costa Rica o un’outsider di turno – se prendiamo in considerazione le prime dieci squadre troviamo comunque nazionali che difficilmente potranno avere crescite importanti nei prossimi anni.

Anche qui, quindi, vale un po’ il discorso già fatto per la confederazione sudamericana: più che un loro sorpasso è pronosticabile possano essere sorpassati. In questo caso, però, parliamo della federazione asiatica, che ha già messo nel mirino la CONCACAF. Eccone lo specchietto riassuntivo:

P. Nazione
23 Australia
46 Giappone
53 Corea del Sud
57 Arabia Saudita
63 Bahrain
67 Iran
75 Uzbekistan
83 Cina
87 Iraq
88 Kuwait

Nessuna squadra nei primi venti posti, una sola nei primi quarantacinque, due nei primi cinquanta. Insomma, nessun picco di eccellenza. E’ però dal cinquantesimo posto in giù che le cose iniziano a diventare un pochino più equilibrate, cosa che avvicina questo continente, la cui media è oggi fissata al 64.2.

A far fare un notevole salto di qualità, comunque, è l’Australia, squadra che si è recentemente spostata dall’OFC all’AFC, andando ad incrementare notevolmente, col suo ventitreesimo posto, la media asiatica.

Che nei prossimi anni potrebbe comunque andare a migliorare ulteriormente per cause “endogene”: nazioni come Iran, Corea e Giappone possono valere più dei posti che occupano attualmente. Tutto dipenderà da quanto saranno in grado di far crescere il loro movimento calcistico.

La nazionale giapponese posa prima della gara di qualificazione all'AFC Cup 2011 contro il Bahrein. Secondo il ranking FIFA quella del Sol Levante è la seconda forza nel continente asiatico

Una nazione come la Cina, poi, può essere potenzialmente devastante: anche qui tutto sta a capire quanto possano decidere di investire nel coltivare i propri giovani.

Insomma, se un sorpasso della CAF sulla CONMEBOL è preventivabile, meno certo può essere il sorpasso dell’AFC sulla CONCACAF.

Tutto, ripeto, dipende da come le varie nazioni asiatiche decideranno di giocarsi le proprie carte.

L’unica confederazione ad essere totalmente fuori dai giochi, quindi, è la modesta OFC, la confederazione oceanica. Eccone il triste specchietto riassuntivo:

P. Nazione
80 Nuova Zelanda
130 Figi
145 Nuova Caledonia
155 Vanuatu
171 Isole Salomone
181 Samoa
182 Isole Cook
189 Tonga
195 Tahiti
203 Samoa Americane
Papua Nuova Guinea

Con la dipartita verso altri lidi dell’Australia l’Oceania ha perso l’unica nazionale un minimo competitiva dell’intero continente. Oggi, infatti, resta una sola squadra in top 100, la Nuova Zelanda. Le altre nazionali si piazzano infatti tutte dal centotrentesimo posto (Isole Figi) in su, fino ad arrivare addirittura all’ultimo posto assoluto che è occupato in coabitazione da Samoa Americane e Papua Nuova Guinea. Il tutto per una media assolutamente pessima di 163.1.

Gli All Whites festeggiano la qualificazione al Mondiale sudafricano: i neozelandesi torneranno quindi al Mondiale ventotto anni dopo la loro prima e sinora unica apparizione

Qui poi i discorsi da fare sono realmente pochi: se è vero che la Nuova Zelanda potrebbe avere qualche miglioramento nei prossimi anni è altrettanto vero che anche nazioni come Figi, Nuova Caledonia o Vanuatu, che si piazzano alle spalle della Nuova Zelanda nella classifica di questa confederazione, non mostrano potenzialità che lascino intravvedere notevoli miglioramenti.

Più di tanto, quindi, questa confederazione non può puntare a fare. L’OFC, insomma, è destinata ad essere il fanalino di coda di questa particolare classifica per tanti, tanti anni ancora…

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: