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Archivio per la categoria ‘Sciabolata Morbida’

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Come avevo raccontato dieci giorni fa ho avuto l’opportunità di essere ospite di Unicredit in quel di Torino, Juventus Stadium per la precisione, in occasione del ritorno degli ottavi di finale che hanno visto la squadra di casa imporsi con relativa facilità su di un modesto Celtic.

Unicredit che proprio in queste settimane ha lanciato una app carinissima su Facebook, che io stesso ho provato (e mi sono fatto due risate).

In cosa consiste?

Semplicissimo.

L’app si divide in tre parti autonome.

La prima permette di realizzare un video personalizzato che riprende un po’ il mood della Champions e ti cala al centro dei giochi. Vedrai la tua foto profilo apparire in prima pagina sulla Gazzetta, foto e post utilizzate per costruire un video molto simpatico e, ciliegina sulla torta, una formazione calcistica composta dai tuoi amici (e lì le risate si sprecano, a pensare i disastri che potrebbe fare un 11 così!).Champions League

La seconda parte, anche questa molto carina, permette invece di concorrere alla creazione di un coriandolo della Champions personalizzato.
In cosa consiste?
Avete presente quando la squadra che vince la coppa viene premiata e si vede investire da una pioggia di coriandoli?
Ecco. Su uno di quelli potrebbe essere scritto il vostro nome.

Certo, non sarà mai come partecipare alla vittoria. Ma in qualche modo diventerebbe davvero come esserci…

L’ultima parte, che è un po’ il clou di tutto per gli appassionati, permette invece di concorrere all’estrazione di due biglietti per la finalissima di Wembley, che un po’ tutti noi aspettiamo da inizio stagione.

A quest’ultima possibilità si può accedere compilando un form grazie al quale è possibile attivare la Genius Card personalizzata Champions League. Ma dato che di queste cose non me ne intendo non vado oltre. Qualora provaste l’app vedrete un po’ voi cosa fare!

Infine, sempre relativamente al binomio Unicredit – Champions League, mi permetto di segnalarvi un’altra iniziativa che potrebbe interessarvi: il tour di “A Wembley coi Re D’Europa”!

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Tra i libri calcistici che preferisco ci sono senza dubbio le autobiografie.

L’ultima in ordine temporale che mi è capitato di leggere è stata quella di Zlatan Ibrahimovic, pubblicata in Italia nel novembre del 2011. Ovvero quando ancora lo svedese giocava in Italia, giusto pochi mesi dopo aver firmato l’ennesimo trionfo della sua carriera trascinando il Milan allo Scudetto.

Partiamo subito da un presupposto: non mi aspettavo moltissimo da questo libro. Tanto che lo comprai solo in forte saldo (pagato circa sei euro) nelle svendite di fine attività del Blockbuster di Varese.

Non mi aspettavo molto più che altro perché temevo che, in linea col personaggio, in questo libro Ibrahimovic facesse la corsa a sparare a zero su tutto e tutti giusto per fomentare discussioni e ritorno d’immagine più che raccontare davvero quella che è stata la sua vita, sportiva innanzitutto.

Oltre a questo debbo dire che non apprezzo affatto, in linea di massima, le biografie che escono quando il giocatore – un po’ come successo con Cassano, altro libro che lessi con non poca prevenzione – è ancora in piena attività.

Gli spunti interessanti, però, si trovano eccome.

A partire dal rapporto problematico con Pep Guardiola.

Certo, ascoltare una campana sola è sempre sbagliato e, al riguardo, sarebbe interessante sapere ciò che ha da dire l’allenatore catalano. Però è altresì vero che la ricostruzione delle cose che emerge dalle pagine di “Io, Ibra” sembra tutto sommato poter essere attendibile, almeno a grandi linee.

Oltre a questo è comunque interessante ripercorrere la carriera di uno dei giocatori più discussi – e determinanti, almeno in campionato – dell’ultima decade.Io, Ibra

A partire dalla fatica di emergere al Malmo in un contesto che lo ghettizzava per il suo essere “diverso”, passando per tutti i trasferimenti che hanno caratterizzato la sua carriera, fino ad arrivare, appunto, allo Scudetto Rossonero.

Retroscena, sensazioni e focus che possono aiutare a capire meglio il personaggio Ibrahimovic, oltre che, perché no, il mondo del calcio attuale.

Scorrendo le pagine di questo libro, per altro, emerge chiaro il suo amore per il nostro calcio. Cosa che sembrerà strana in un’epoca in cui lo stesso ha perso centralità e credibilità. Eppure Zlatan parla del nostro come di un riferimento assoluto in primis per la passione e la centralità con cui viene vissuto questo sport qui in Italia.

Proprio in questo senso, ed anche in riferimento alle sue parole sull’addio alla Juve (che, in breve, giustifica come necessario per non perdere gli anni più importanti della sua carriera), può risultare un minimo più credibile quella voce di mercato, di cui parlai venerdì, che lo vorrebbe sempre più lontano da Parigi (il rapporto con la piazza è sempre stato freddino, e proprio leggendo il suo libro si evince come centrale per lui sia l’amore del pubblico e la sua necessità di sentirsi centro del progetto). Magari proprio con un “ritorno al futuro” in quel di Torino.
Possibilità che trovo molto remota, anche in relazione al futuro – e già ufficializzato – acquisto di Llorente. Ma se Ibrahimovic volesse arricchire di un ulteriore ed interessantissimo capitolo la sua già ricca biografia…

Certo, non tutto è oro ciò che luccica.

In questo senso sembra un po’ forzato il suo tentativo di continuare ad accostare la sua figura a quella del classico “bad boy” di periferia. Il tutto sia raccontando l’infanzia di ragazzo sfortunato che lotta per emergere (cliché piuttosto classico), sia, poi, quando parla di questa etichetta scomoda che i media gli terranno incollata per tutta la carriera. E che lui commenta con un certo fastidio. Per quanto, in realtà, sembra che in fondo ne sia orgoglioso…

Nel complesso, comunque, un libro che personalmente ho trovato interessante. Se vi capita sottomano leggetelo. Potreste finire col darmi ragione!

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Ventidue gare disputate. Dieci vittorie, quattro pareggi, otto sconfitte.

Otto, che è anche la posizione in classifica.

Di più sono invece i punti che separano la Roma dalla Champions (nove) e dalla vetta (quindici).

Zdenek Zeman

Il tutto nonostante il campionato italiano non brilli certo per qualità. E nonostante il livellamento verso il basso dovrebbe aiutare proprio le outsider rispetto alle presunte big.

Una realtà delle cose di questo tipo non può quindi far piacere ai dirigenti Giallorossi, che vedono la propria squadra sopravanzata anche dal Catania e col duo Udinese-Parma all’inseguimento, a ben poca distanza.

Così è proprio di oggi la rivelazione di Sabatini, Direttore Sportivo del club capitolino: “È venuto il momento di interrogarci, e tra le valutazioni che stiamo facendo c’e anche un cambio della guida tecnica”.

Riaccolto a braccia aperte in estate come un vero e proprio Messia, in questi mesi Zdenek Zeman ha convinto meno di quanto i tifosi si aspettassero. E dopo i diversi problemi sorti in questi mesi, primo fra tutti il rapporto un po’ problematico con De Rossi, la fiducia sembra essere ormai venuta meno.

Paiono quindi lontanissimi quei momenti in cui, sull’euforia dovuta ad un campionato di B vinto e dominato con l’affermazione di diversi giovani ed un gioco stupefacente, Roma pareva aver trovato il suo nuovo Imperatore.

Il lavoro del boemo, in realtà, non è certo tutto da buttare. E questo è stato ammesso anche dallo stesso Sabatini.

Quando si allena un club importante, però, bisogna saper trovare la giusta sintesi tra pugno duro, piazza, valorizzazione del patrimonio societario e risultati.

Perché non farlo vuol dire tagliarsi le gambe.

In questo senso l’impressione che ho di Zeman è la seguente: grande didattica, ottima etica del lavoro, filosofia di calcio romanticamente splendida. Ma anche eccessiva rigidità di pensiero, incapacità di gestire situazioni particolarmente complicate, inadeguatezza di fondo alle grandi piazze e al raggiungimento di grandi risultati.

Per farla breve: Zeman non è un allenatore da grande squadra e di certo non è quello cui, fossi un dirigente, mi affiderei se volessi centrare un risultato immediato quanto importante.

D’altra parte, però, sa lavorare splendidamente coi giovani, trasforma anche attaccanti normali in vere e proprie macchine da goal, valorizza spesso giocatori che dopo essere passati tra le sue mani acquistano un valore di mercato notevolmente più elevato.

Tutti aspetti positivi che in realtà rafforzano la convinzione iniziale: Zeman non è un allenatore da grande squadra, posto che un top club chiede prima di ogni altra cosa il risultato.

Le piazze giuste per uno come lui, quindi, sono altre. Roma è troppo complicata da gestire per un uomo che probabilmente non scenderà a patti nemmeno con la moglie sul tipo di tovaglia da mettere in tavola a Natale.
Altresì nella sua etica il gioco, il gesto tecnico e la valorizzazione vengono prima del mero risultato, che sembra quasi essere un surplus un po’ noioso per il nostro boemo.

Le piazze giuste per lui, per essere più specifici, sono insomma quella Lecce o quella Foggia, per non parlare della Pescara abbandonata solo in estate, dove non si pretende la vittoria di alcun trofeo, si ha più tempo di lavorare e dove la valorizzazione di un giovane (da Signori a Insigne, passando per Bojinov, Vucinic, Verratti ed Immobile) è quasi fondamentale per il sostentamento della società.

Se non si fosse capito: io amo certi aspetti dello Zeman allenatore e mi auguro che il nostro calcio non faccia a meno di lui. E che anzi qualcuno prenda i suoi aspetti positivi ad esempio, per provare a replicarli anche quando avrà smesso con questa vita.

Per quanto io ami il suo calcio romantico, però, sono anche ben conscio di tutti i suoi limiti.

Zeman

Quindi, per rispondere alla domanda che pongo nel titolo: no, non è un caso questo (parziale, ma significativo) fallimento. Speriamo solo che qualche “provinciale” gli conceda ancora fiducia. Perché se la merita tutta. E perché voglio tornare ad emozionarmi vedendolo gestire qualche giovane talentuoso, o le soluzioni offensive che solo lui sa mettere in campo…

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Con non poco ritardo posto anche qui le ultime due puntate di Pedate d’Autore.

Così dopo aver parlato con Andrea Bracco di Sudamericano under 20 sono tornato sull’argomento, al termine del primo turno della competizione, discorrendone amabilmente con Marco Maioli, anch’esso redattore di calciosudamericano.it.

Il tutto non prima di aver parlato dello sbarco di Guardiola in Germania con uno dei massimi esperti di calcio tedesco in rete, Il Renzaccio.

Dato che potrebbe ricapitare, anche spesso, che arrivi tardi con il postare qui quanto prodotto per Pedate d’Autore vi lascio il link al mio profilo YouTube - http://www.youtube.com/user/MahorSM – e alla playlist dove aggiungerò proprio questo tipo di lavori: http://www.youtube.com/playlist?list=PLRaMMyRA0UdGeNSm7bzwSJz_t3hxcZLUZ.

Che dire?

Seguiteci!

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Il tempo per seguire il blog è sempre meno, ma la passione… beh, quella non viene mai a mancare.

Era da un po’ di tempo in realtà che pensavo a qualcosa come questa. Già anni fa, ben prima che ne esplodesse la moda, volevo aprire una sorta di servizio podcasting. Ma poi serve il tempo, l’ingegno, le persone con cui collaborare, ecc.

Alla fine però chi non risica non rosica, e allora eccomi qui. In realtà l’idea iniziale era quella di registrare la conversazione video su Skype e postare quella. Ma poi alcuni problemi tecnici mi hanno permesso di salvare solo l’audio.

In questa prima puntata di “Pedate d’Autore” l’ospite è un grande della nostra blogosfera, il mitico Andrea Bracco.

Con lui ho voluto parlare di Sudamericano under 20, con un accenno finale al suo Toro.

Per il futuro non c’è niente di pronto. Verrà quel che verrà.

E sono ovviamente apertissimo a proposte e collaborazioni. Se pensate di avere una cultura calcistica particolare fatevi avanti. Alla fine parlare di calcio è bello… facciamolo!

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Manchester City eliminato dalla Champions League. Ancora una volta.

In realtà era una notizia che ci aspettavamo un po’ tutti un paio d’ore fa. Del resto con due soli punti guadagnati in quattro match sembrava davvero difficile che i Citizens di Mancini potessero sovvertire i pronostici.

City che per altro non fa molto nemmeno per provarci. La prima frazione di gioco è tutta appannaggio madridista. Nella ripresa invece ci si prova, a ribaltare il match. Riuscendo però a trovare solo il pareggio. Su rigore.

Prima di dare il via all’analisi uomo per uomo un solo, ultimo, appunto: hai solo la vittoria a disposizione. Giochi in casa. E scendi in campo col 5-3-2 nonostante tu abbia a disposizione uno dei migliori attacchi del globo (riuscendo per altro a prendere goal dopo soli nove minuti)?

Mancini… Mancini…

Manchester City

Hart 6
Vivacchia salvando anche su Ronaldo, dopo il miracolo di Nastasic, il possibile colpo del K.O.

Maicon 5
I tifosi interisti che hanno guardato questa partita certo non saranno poi così tristi nel pensare che Maicon non difende più la loro fascia di destra. Completamente addormentato sul goal madridista, quando non segue Benzema che, tutto solo, ha buon gioco a trovare la rete del vantaggio. Solo l’ombra di ciò che era un paio d’anni fa.

Zabaleta 6
E’ l’unico tra i difensori Citizens a capirci qualcosa in quella “banda del buco” che è la difesa inglese nel primo tempo. E’ lui il giocatore con più tackle e più palle rubate. Un motivo ci sarà.

Kompany 5
Dovrebbe essere l’uomo in più della retroguardia, appare invece un pugile suonato molle sulle gambe.

Nastasic 6
Nonostante la gioventù prova a rimanere in partita. Sufficienza meritatissima per via del goal salvato sulla linea, che avrebbe probabilmente chiuso il match già nel primo tempo.

Kolarov 5
Come? Giocava anche lui?
(Dal 45′ Javi Garcia 5
Una percentuale di passaggi riusciti da far invidia a Xavi e Pirlo: 91%. Solo che finché non cerca la giocata smarcante è capibile che abbia percentuali del genere. E tutto sommato pure inutile.)

Tourè 6
Il miglior mediano del mondo abbandonato a sé stesso. Che tristezza. Non lo conosco personalmente, ma credo sia tra i primi ad augurarsi il licenziamento di Mancini.

Nasri 5
Si perde nella pochezza del primo tempo Citizens. Esce quando i suoi stanno iniziando a provarci.
(Dal 60′ Tevez 5,5
Prova a dare un po’ di pimpantezza agli attacchi Sky Blues.)

Silva 7
Migliore dei suoi assieme ad Aguero. Prova a dare pimpantezza e brio ad una squadra piatta.

Dzeko 5
Sbaglia tantissimo, soprattutto passaggi (circa uno su due quelli errati). Nel complesso fa davvero troppo poco, pur giocando tutti e novanta i minuti a disposizione.

Aguero 6,5
Come detto, il migliore tra i suoi con Silva. Prova a combinare qualcosa ma nel deserto di idee che è il City manciniano anche i talenti rischiano di combinare poco. Nonostante questo è l’unico a calciare più di due volte (quattro). E, a differenza del compagno di reparto, non sbaglia un passaggio. Qualità. Sprecata.
Certo, quel goal mangiato a un metro dalla porta grida ancora vendetta…

Real Madrid

Casillas 7
Buona parte del merito di questo pareggio che sancisce l’eliminazione del City è suo. Miracolo su Aguero.

Arbeloa 5,5
Partita sufficiente rovinata dall’espulsione con tanto di rigore del pareggio annesso.

Pepe 5,5
Partita senza infamia e senza lode. Ma evitate di dargli la palla tra i piedi in fase d’impostazione.

Ramos 6
Idem come sopra. Senza la postilla sulla gestione della sfera.

Coentrao 6
Certo, in Fifa12 era praticamente il miglior terzino del mondo. Cosa che poi non si conferma nella realtà. Disputa comunque un buon match, affrontato con attenzione.

Khedira 5,5
Tanto tanto cuore. Ma troppa approssimazione. Avrebbe sul destro la palla del K.O., ma zappa clamorosamente il terreno regalandola ad Hart.

Alonso 6
Davanti non si fa mai vedere, nonostante sia anche dotato di una bella “castagna”. In fase di possesso non gestisce la sfera come sa fare, essendo tra i migliori registi al mondo (ovviamente ben dopo i “mostri” Xavi e Pirlo). In fase di non possesso, però, è la vera diga della squadra. Peccato si limiti a fare solo il mediano.

Di Maria 6,5
Tra i migliori in campo pur senza brillare. Ma del resto in una partita complessivamente – lasciatemelo dire – così brutta basta poco per risaltare!
(Dall’89′ Albiol s.v.)

Modric 5,5
Ah, giocava anche lui? (cit.)
(Dal 68′ Callejon 5,5
Non dà sostanza.)

Ronaldo 7,5
Migliore in campo per distacco. E del resto credo che questa notizia non stupisca nessuno. Peccato solo non abbia attorno a sé un impianto di gioco che ne possa esaltare fino in fondo le caratteristiche. Cosa che invece accade a Messi.

Benzema 6,5
Ci prova quattro volte, centrando lo specchio una sola. Basta e avanza.
(Dal 75′ Varane s.v.)

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E’ ormai una tradizione.

Oltre ad eleggere quello che è il “miglior giocatore al mondo” assieme alla rivista France Football la FIFA assegna anche un premio speciale al giocatore che ha segnato la rete più bella dell’anno.

Protagonisti dell’assegnazione potete essere proprio voi, andando sul sito della Federazione calcistica internazionale per esprimere la vostra preferenza.

Cosa che vi chiedo di fare anche qui. Perché oltre a proporvi le realizzazioni migliori selezionate da un team di esperti FIFA vi chiederò di esprimere anche il vostro voto, per eleggere il “nostro” Puskas Award 2012!

Iniziamo quindi col video riepilogativo di tutti i goal…

Poi guardiamone uno per uno…

Partendo da una conoscenza del nostro calcio, Emmanuel Agyemang-Badu, centrocampista dell’Udinese che in una partita di Coppa d’Africa realizza una perla balistica di bellezza rara.
Si alza la palla, la colpisce d’esterno destro e la infila all’incrocio dei pali. Imparabile.

Genio e sregolatezza (ovvero sia le sue parole d’ordine preferite) descrivono invece al meglio il goal realizzato da Hatem Ben Arfa, ragazzo che se trovasse continuità di rendimento si guadagnerebbe un top club senza alcuna difficoltà.
Certo nel suo goal non c’è la bellezza mozzafiato del capolavoro maradoniano dell’86, ma l’azione con cui il fantasista francese semina avversari su avversari sino a trovare la rete è comunque degnissima di nota.

Giusto oggi si sta discutendo molto del bel goal realizzato ieri sera in rovesciata da Ibrahimovic contro l’Inghilterra.
E’ però un altro “bycicle kick” a finire nelle nomination del Puskas Award. A realizzarlo è Falcao contro l’America de Cali. Un gesto tecnico-atletico che ricorda molto quello realizzato solo sabato da Quagliarella contro il Pescara. La potenza e la precisione che il puntero colombiano imprime al pallone, però, sono stupefacenti.

In nomination ci finisce anche Eric Hassli, che nel derby canadese tra i suoi Vancouver Whitecaps ed i Toronto FC sfodera un tiro al volo che dire perfetto è dire poco.
Una curiosità: Hassli non è nuovo a goal particolarmente belli. Solo l’anno scorso, infatti, segnò quello che venne definito “il goal più bello della storia della MLS” andando a bucare Kasey Keller dei Seattle Sounders con una prodezza balistica di rara bellezza.

La quinta nomination va invece ad una ragazza, Olivia Jimenez. Che in un incontro degli ultimi Mondiali under 20 femminili spara un siluro da quarantacinque metri di distanza dritto all’incrocio dei pali, là dove l’estremo difensore elvetico non può arrivare nemmeno avesse i retrorazzi.
Chapeau.

Arriva invece dalla Bolivia il gesto tecnico reso famoso da Roberto Carlos: lo scorpione. In Real Potosì – The Strongest, infatti, Gaston Mealla riceve un cross al limite dell’area che, essendo più arretrato rispetto al suo corpo, lo costringe a tuffarsi in avanti alzando il tacco.
Palla colpita, portiere affondato. Nomination d’ufficio.

In queste nomination non poteva certo mancare quello che è dai più definito come il miglior giocatore al mondo, Lionel Messi. Che entra d’obbligo in questa lista per estrae una perla in una partita molto particolare: quella che vede l’Albiceleste opposta al Brasile.
Prende palla a centrocampo, salta un uomo, converge al centro in velocità e calcia a giro dal limite, trovando l’incrocio.

Arriva invece dalla Libertadores l’azione travolgente di Neymar che semina avversari su avversari in velocità – e con un controllo di palla pazzesco – per poi andare a superare con uno scavetto il portiere avversario.
Se vi piacciono le azioni personali, questa è la vostra scelta quasi obbligata.

Tornando a parlare di rovesciate, dato che oggi non se ne può fare a meno, notevole anche quella realizzata da Moussa Sow contro gli acerrimi rivali di sempre del suo Fenerbache: il Galatasaray. L’ex punta del Lille, da qualcuno erroneamente definito “nuovo Weah” estrae dal cilindro un colpo tecnicamente non perfetto ma certo ben efficace.

L’ultima nomination va ad un altro giocatore del Fenerbache, Miroslav Stoch.  Che contro il Genclebirligi spara un tiro al volo da fuori area giusto all’incrocio. E scusate se è poco.

Dopo questa bella scorpacciata di goal non ci resta che votare.

Io, sinceramente, sono veramente indeciso!

 

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E’ un momento complicato per i tifosi Rossoneri.

Il mercato estivo ha visto la dipartita di due big assoluti, Ibrahimovic e Thiago Silva, e l’addio di un pezzo cospicuo della storia recente con i vari Inzaghi, Nesta, Seedorf, Gattuso, Zambrotta accasatisi altrove (o riposizionati in altri ruoli). Con, come contraltare, l’arrivo di una serie di giocatori certo ben al di sotto delle aspettative. Un mix letale capace di sancire un ridimensionamento cospicuo delle ambizioni.

Tutto ciò ha ingenerato un clima cupissimo intorno ad una squadra orfana sia dei propri leader tecnici che di quelli carismatici.

Risultato: un inizio di stagione da film dell’orrore, con due sconfitte ed una vittoria in campionato cui si è aggiunto il tristissimo pareggio di Champions con l’Anderlecht.
Ovvero sia una sola imposizione in quattro match ed il “tabù” San Siro non ancora sfatato (la vittoria di fronte al proprio pubblico manca ormai da maggio).

Una situazione che ha mandato in crisi mistica molti tifosi Rossoneri (indicativa la scarsissima affluenza di pubblico nella gara contro i belgi).

I quali, ormai abituatissimi a gareggiare alla pari con le migliori in qualsiasi competizione, sono assuefatti dai bagordi dell’era Berlusconi, dove hanno visto sollevare più volte trofei di ogni tipo.

Le cose, però, non sono sempre andate come in quegli anni in cui i Milan di Sacchi, Capello o Ancelotti dettavano legge in ogni angolo del mondo.

Così, come a voler ricordare tempi ancor più bui di quelli attuali, ecco che Sergio Taccone pubblica un libro (edito da Urbone Publishing) che ci fa tornare a tanti anni fa, ormai trenta, quando, in un’altra epoca, il Diavolo attraversava una delle fasi più cupe dal dopoguerra ad oggi.

La Mitropa Cup del Milan, infatti, ripercorre un’annata, quella dell’81/82, che probabilmente resterà nella storia come la peggiore di sempre.

Tornato in A dopo la retrocessione decisa in seguito allo scandalo delle scommesse, i Rossoneri – forti della presenza in squadra di giocatori come Tassotti, Baresi, Collovati, Maldera, Novellino e dello squalo scozzese Jordan – erano impazienti di tornare ai livelli che più gli competevano.

Affidato alla guida tecnica di Gigi Radice – capace di trascinare il Torino allo Scudetto nel 1976 – e con la Stella appuntata sul petto solo pochi anni prima, il Diavolo incappò in una stagione disgraziata, che portò alla prima – e fin’ora unica – retrocessione “sul campo” della squadra.

In quella tribolatissima annata, però, una gioia – per quanto piccola – arrivò: la vittoria nella certo non irresistibile Mitropa Cup, che dopo aver conosciuto un’epoca di splendore prima della Seconda Guerra Mondiale (viene considerata tra le progenitrici della Coppa dei Campioni) era ormai relegata a trofeo disputato tra le vincitrice delle seconde divisioni di Italia, Jugoslavia, Cecoslovacchia ed Ungheria.

E questo libro si prefigge di ripercorrere proprio quell’impresa, che resterà unica nella storia milanista.

Di certo un’iniziativa molto interessante (come un qualsiasi libro che parli di storia del calcio, per conto mio), con una chiosa più che condivisibile da parte dell’autore: anche la Mitropa Cup andrebbe rispolverata ed inserita con tutti gli onori del caso nel palmeres milanista.

Quando, invece, molti tifosi – soprattutto i più giovani – nemmeno sanno o si ricordano di questa vittoria. E con la società in primis che tende a cancellare il ricordo di una coppa “di Serie B”, che rischierebbe – dal loro punto di vista – di gettare un po’ di fango sull’immagine di una delle società più vincenti del mondo.

Un solo piccolo rammarico: questo libro, sicuramente interessante ed utile in particolar modo ai tifosi milanisti più giovani che potranno scoprire un pezzo “dimenticato” di storia del loro club, lascia un po’ come l’impressione di essere “incompiuto” a metà, raccontando più la storia dell’annata nel suo complesso che della Coppa in sé, con le partite della Mitropa che anziché essere raccontate come epici duelli vengono risolte in poche paginette di cronaca asciutta.

Nel complesso, però, davvero impossibile non fare un plauso all’idea. Nella speranza che nessuno si scordi più di un trofeo che, per quanto amaro, resterà anch’esso per sempre nella storia del club di via Turati.

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Un anno fa arrivò lo Scudetto. La scorsa stagione il secondo posto, dietro ad una Juve stupefacente. Ma, sulla carta, inferiore. Quest’anno, dopo le cessioni di Thiago Silva ed Ibrahimovic in primis, ma anche le partenze dei Senatori (da Nesta a Inzaghi passando per Gattuso e Seedorf) l’ambiente Milan sembra essersi sfaldato.

A partire dallo spogliatoio, che ha perso i propri punti di riferimento, fino ad arrivare ai tifosi, freddi e lontani come non mai dalla squadra del loro cuore.

Ad aggravare una situazione già di per sé complicata, ci si è messo anche un inizio di stagione non all’altezza.

Certo, le assenze di Pato, Robinho e Montolivo, tre dei giocatori qualitativamente più validi della squadra, incide. Ma non può giustificare da solo questo tremendo inizio.

Pareggiare con l’Anderlecht, squadra ancor più “scarsa” rispetto ai Rossoneri, è l’apice e la miglior fotografia di questo momento milanista: poche idee e ben confuse, incapacità di produrre gioco.

E non è un gioco al massacro che vede come vittima sacrificale Allegri in quanto il sottoscritto è un critico della prima ora dell’ex mister del Cagliari.

Che, da quando è a Milano, non ha mai saputo dare un Gioco degno di questo nome alla sua squadra.

E le magagne degli ultimi due anni, che venivano ben coperte da Ibrahimovic (capace di segnare 25 goal a campionato, facendone segnare altrettanti alla coppia Boateng-Nocerino, esaltati dalla sua presenza), ora stanno uscendo tutte.

Quindi c’è un duplice problema che si interseca relativamente alla guida tecnica Rossonera: da una parte c’è l’incapacità – ormai comprovata – del tecnico attuale di dare un Gioco al Milan, dall’altra un ambiente (tutto) che ha bisogno di una scossa.

Cambiare allenatore sembra quasi essere un evento ormai irrinunciabile, insomma.

Ma quali le prospettive?

Fondamentalmente due. E non si tratta di due nomi, quanto di due “filosofie”.

Iniziamo dalla prima: andare a trovare un tecnico esperto, con statura internazionale, cui affidare la conclusione di questa annata quasi sicuramente travagliata per poi impostare, iniziando subito, un progetto che possa riportare il Milan ai livelli che gli competono, almeno in Italia. Perché ridimensionare è anche legittimo, soprattutto in un momento congiunturale così complicato. Farlo senza un minimo progetto, però, no.

In questo senso l’opzione buona potrebbe essere una vecchia conoscenza della Milano calcistica, Rafa Benitez.

Che il Milan conosce bene in quanto ci duellò spesso in Champions nell’era ancelottiana, che è tecnico esperto e capace e che avrebbe sicuramente quella voglia di rivincita che potrebbe rappresentare un quid importante dopo il fallimento interista.

La seconda è invece quella in questo momento più probabile e vedrebbe l’approdo alla guida della prima squadra di una vecchia gloria Rossonera. Opzione, questa, sempre molto apprezzata dalla dirigenza.

Mossa che potrebbe rivelarsi più che interessante in un momento in cui, come detto, l’ambiente è ormai fuori controllo.

Pensiamo ad un Inzaghi in panchina: i tifosi si riavvicinerebbero alla squadra (basti vedere in quanti sono accorsi a guardare il suo esordio con gli Allievi), la squadra ritroverebbe un minimo di serenità e la presenza di una leggenda come lui, per altro “fresca” di trofei, sarebbe un parafulmine incredibile per tutto il gruppo. Perché prima di criticare SuperPippo i tifosi non potrebbero che pensarci su a lungo.

Certo, quest’ultima potrebbe sembrare più un’opzione a “corto raggio”, dato che Inzaghi (ma anche un Costacurta di turno) non ha certo l’esperienza giusta per poter aprire un ciclo, a maggior ragione in una situazione complicata come questa. Ma certo, non si sa mai…

Quest’ultima opzione ha però un – possibile – risvolto non da poco. Una “seconda faccia” della medaglia che non va assolutamente ignorata.

Proprio il duplice fattore “situazione complicata + inesperienza” potrebbe portare l’Inzaghi di turno a fallire miseramente nel proprio tentativo di recupero della complicata situazione attuale.

Fallimento che, in apertura di carriera, potrebbe suonare anche come “bruciatura”…

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La Juve fa visita ai Campioni d’Europa. Ne esce un 2 a 2 giusto, ma piuttosto episodico. Andiamo a dare un po’ di voti e vediamo come sono andati nello specifico i giocatori scesi in campo…

Chelsea

Cech 5,5
A lungo inoperoso. Graziato da Marchisio e Vucinic, incolpevole su Vidal, lascia le gambe aperte nell’a tu per tu con Quagliarella. Errore che costa due punti al suo Chelsea.

Ivanovic 6,5
Controlla bene la sua zona, andando anche in diagonale quando necessario. Non è un caso se Asamoah, fin qui tra i migliori di questo inizio di stagione, fatichi molto più del preventivabile.

Terry 6
Non era al top, ma contribuisce ad annullare Giovinco e Vucinic.

David Luiz 5,5
Un sei e mezzo pieno. Che diventa 5,5 in relazione al buco sul secondo goal. Del resto lo spiraglio dove lanciare Quagliarella Marchisio lo trova proprio là dove – non – si fa trovare lui.

Cole 6
Non la sua miglior partita. Non è più il Cole dei bei tempi, quello che sapeva proporsi in avanti con continuità. Disputata comunque un match più che onesto.

Ramires 6,5
Generosissimo come al solito. Non incide come gli è capitato in certe occasioni lo scorso anno, dove fu tra i protagonisti della cavalcata Blues, ma nel complesso è tra i più positivi.
(Dal 70′ Bertrand s.v.)

Obi Mikel 5,5
Essien era tutt’altra pasta.

Lampard 5,5
Un altro che ha ormai imboccato il viale del tramonto. Peccato, ma prima o poi tocca a tutti. Si fa notare solo per una (bella) punizione sventata da Buffon.

Oscar 7,5
Il secondo goal potrebbe valere, da solo, l’8. Di certo c’è che questo ragazzino ha cominciato a mostrare perché tanto (una trentina di milioni) ha dovuto spendere Abrahmovich per portarlo a Londra.
(Dal 74′ Mata s.v.)

Hazard 6
Da lui ci si aspetta qualcosa in più, inutile dirlo. Fa comunque la sua parca figura.

Torres 5,5
Drogba se ne è andato e non ritornerà. Puntare tutto su di lui, però, potrebbe essere un errore da rimpiangere a lungo…

Juventus

Buffon 6
Il primo tiro di Oscar sarebbe preda facile, non ci si mettesse Bonucci. Il secondo è letteralmente imparabile. Per il resto gioca da Buffon. Ma senza venire sollecitato poi moltissimo…

Barzagli 6
Cerca di amministrare una partita in cui due fiammate di Oscar negano la vittoria (pareggio comunque giusto) alla sua Juve. Non ancora ai livelli dello scorso anno, ma assolutamente sufficiente. Rischia solo su Hazard lanciato a rete.

Bonucci 5
La deviazione sul primo goal è praticamente solo pura sfortuna. In occasione della seconda rete invece ce lo si aspetterebbe più deciso. Nel complesso partita sottotono, nonostante abbia avuto la fortuna di non trovarsi davanti un Torres in grande spolvero.

Chiellini 6,5
Il migliore tra i tre centrali Bianconeri. Cresce alla distanza, come un buon diesel. Ma del resto sta rientrando ora dagli acciacchi Europei…

Lichtsteiner 6,5
Solito corridore instancabile che percorre la fascia ripetutamente più e più volte. Dalla sua parte stazionano Cole e Hazard, che non brillano. Un motivo ci sarà.
(Dal 77′ Isla s.v.)

Vidal 8
Nettamente il migliore in campo. Davvero raramente ho visto un giocatore con così tante “palle” e tanto cuore. Evidentemente la musichetta della Champions lo esalta, anziché irretirlo. Perché quando scende in campo tiene fede al suo soprannome e sguaina la spada, lottando contro tutti e su ogni pallone. Giù il cappello. Anche perché non è cosa di tutti i giorni vedere un giocatore segnare, da fuori, subito dopo un contrasto pesante che lo stava costringendo a zoppicare…

Pirlo 5,5
Oscar si spende tanto in pressing su di lui, che ne soffre. Ma del resto lo abbiamo capito fin dall’inizio di questa stagione: lo stato di forma non è ottimale. Il Pirlo di stasera non è quindi quello delle grandi occasioni, e la Juve un po’ paga la cosa. Ma nel complesso la sua tranquillità lì in mezzo vien sempre utile.

Marchisio 7,5
Sono lui e Vidal i motorini di questa Juve. Che se riesce nell’impresa di rimontare due reti ai Campioni d’Europa è proprio per la grinta e classe dei suoi due interni. Peccato per quell’occasione sprecata ad inizio partita, che avrebbe tradotto anche il suo voto in 8. Perché poi l’assist per Quagliarella è da grande giocatore. Coi suoi 12,34 chilometri percorsi è tra l’altro il giocatore ad aver corso di più allo Stamford Bridge (davanti a Vidal, Pirlo, Barzagli e Chiellini… non certo un caso che nei top 5 ci siano solo Bianconeri…).

Asamoah 5,5
Non parte nemmeno male. Ma forse alla distanza sente un po’ la fatica di un inizio di stagione a spron battuto e un po’, soprattutto, l’emozione di una competizione vista solo fino ai preliminari, in quel di Udine…

Giovinco 4,5
Molto male il piccolo fantasista fatto in casa, che ancora non riesce a consacrarsi ad alto livello. Dopo aver dato gran dimostrazione di sé in provincia è davvero arrivato il momento di cambiare passo. Nel primo tempo, però, un totale disastro: nemmeno i passaggi gli escono. Nella ripresa sembra un pochino più volenteroso ed in partita, ma assolutamente sotto la sufficienza. Andrebbe tolto prima.
(Dal 74′ Quagliarella 7,5
Entrare e segnare praticamente al primo pallone giocabile è una cosa rara. Ovvio, ci va anche della fortuna. Ma Quagliarella, lo dimostrò anche al Mondiale 2010, è questo: non il Campione che sa trascinare quanto l’arma tattica capace di cambiare le partite più complicate con una giocata. E quella traversa ancora grida vendetta…)

Vucinic 5
Poco meglio di Giovinco. Si mangia però un goal nel primo tempo. Chi aveva iniziato a parlare di top player dovrà tenere a freno i proprio “bollenti spiriti”!
(Dall’87′ Matri s.v.)

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