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Archivio per la categoria ‘Approfondimenti tattici’

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La prima pagina della Gazzetta dello Sport di oggi contiene un riquadro in cui si torna a parlare di nazionale, dopo i risultati non certo esaltanti con cui gli Azzurri hanno aperto le loro qualificazioni al prossimo Mondiale.

Il messaggio è chiaro: “Nazionale, si cambia”.

Il 3-5-2 usato ad inizio Europeo quanto contro la Bulgaria, insomma, non ha assolutamente convinto Prandelli. Che nonostante ben sappia come più squadre in Italia usino – ed anche bene – questo modulo si è probabilmente convinto a lasciarlo in panchina. A maggior ragione qualora non saranno disponibili tutti i difensori della Juventus (leggasi Barzagli, Bonucci e Chiellini), come in questi ultimi due turni.

Al tempo stesso qualche dubbio lo desta anche il 4-3-1-2 utilizzato con successo sia agli Europei che nella comunque deludente gara con Malta. Perché la mancanza di un vero e proprio trequartista di livello è ormai palese. L’unico, Diamanti, dovrebbe essere – con il suo dinamismo sfrenato – più un’arma tattica da usare a partita in corso che non una sicurezza su cui basare il futuro della nazionale.

Le alternative (i mediani adattati) lasciano invece il tempo che trovano.

La via, così, sembrerebbe tracciata.

Si va vero il 4-3-3.

A voler bene vedere, del resto, i giocatori a disposizione di Prandelli suggeriscono, con le loro caratteristiche, l’uso di questo modulo.

Il centrocampo è praticamente già fatto, con De Rossi e Marchisio ad affiancare il solito Pirlo. E qualche alternativa importante, sul medio-lungo periodo, sta già uscendo. A partire da quel Verratti già oggi nel giro della nazionale che in quel di Parigi, sotto la guida di un maestro come Ancelotti, è chiamato ad elevare ulteriormente la qualità del proprio gioco, nonché l’esperienza internazionale.

Ma non solo. L’under 21, pur reduce dalla brutta batosta di Casarano con l’Irlanda, ha messo in mostra altri due centrocampisti dal futuro più che interessante: Marrone e Florenzi.

E poi ci sono sempre le alternative già pronte: Nocerino, Montolivo, Aquilani…

Detto del centrocampo, ad oggi il reparto che sta meglio, e posto che la questione “porta” non deve essere nemmeno affrontata qualche problema in più lo può invece riservare la difesa, che pure storicamente è il punto di forza delle nostre nazionali (non un caso se l’ultimo Mondiale lo vincemmo proprio con una difesa capace di subire un solo goal su azione in tutta la competizione, per altro segnato da… Zaccardo).

E se al centro qualcosa di buono c’è (Bonucci, Barzagli e Chiellini, in più si punta e si spera sulla crescita di Ogbonna e Ranocchia) i capelli iniziano a cadere quando ci si concentra sulla situazione degli esterni.

A destra, in particolar modo, le cose sono tutt’altro che floride. Abate è difensore modesto cui ancora non è riuscito alcun salto di qualità, Cassani è poca roba, Maggio non è un terzino puro (ed in nazionale, anche schierato tornante in un 3-5-2 come a Napoli ha sempre fatto molta fatica), tra i giovani non è ancora uscita un’alternativa all’altezza (ci sarebbe dovuto essere Santon, che però dopo l’involuzione compiuta all’Inter deve ancora ritrovarsi appieno).

A sinistra le cose vanno solo un pochino meglio, con Balzaretti che è quantomeno presentabile e Criscito che dovrebbe rientrare dopo “l’esilio” impostogli per la vicenda Scommessopoli. In più c’è l’alternativa Peluso, che nonostante il goal a Malta non ha certo impressionato in quel di Modena ma che è comunque sembrato più brillante e volenteroso di Cassani.

Insomma, quello dei terzini è e sarà almeno ancora per un po’ un bel problema per Prandelli (una possibilità per il breve termine può essere quella di provare Balzaretti a destra con Criscito reintegrato sull’out opposto).

Volendo, però, anche l’unico problema vero ed oggettivo.

Perché arrivando al reparto offensivo, proprio quello che potrebbe dettare il cambio di modulo, ecco che la qualità si eleva enormemente.

A mancare, qui, è più che altro la consacrazione degli interpreti.

Perché accantonata la generazione dei Totti e dei Del Piero si è vissuto un po’ un buco generazionale, con vari Quagliarella, Pazzini e compagnia che non hanno saputo imporsi ad altissimo livello, arrivando sempre ad un passo dalla consacrazione.

L’inizio degli anni novanta, però, ha regalato all’Italia diversi attaccanti di valore. Che hanno ancora tutto il tempo per imporsi sui palcoscenici più importanti del mondo.

L’idea lanciata dalla Gazzetta è chiara: Prandelli starebbe pensando ad un attacco a tre. Da non lanciare subito, ma da mettere in cantiere e costruire pezzo dopo pezzo in vista del Mondiale.

Non è un caso se gli interpreti prescelti sarebbero tutti e tre nati dopo il primo gennaio del 1990: Lorenzo Insigne, Mario Balotelli, Mattia Destro.

Questa prospettiva, inutile negarlo, è interessantissima. Sia perché tecnicamente i tre sono dotatissimi (i primi due, in particolare, possono giocarsela con quasi tutti i giocatori del mondo). Sia perché tatticamente (trovando la quadratura del cerchio con i tre che aiutino in fase di non possesso ed il resto della squadra capace di giocare compatta dietro supportando poi l’attacco) le potenzialità per fare bene ci sono.

E allora speriamo di vederlo già dalle prossime partite un tridente con Insigne largo a sinistra a seminare il panico con le sue accelerazioni palla al piede e subito pronto a rinculare in situazione di non possesso.

Con un Mattia Destro centrale, ma, anche grazie al lavoro che farà su di lui Zeman a Roma (pare che il boemo punterà a renderlo più eclettico, facendolo partire da destra), capace di scambiarsi con l’ultimo componente di questo tridente, quel Mario Balotelli da cui ci si aspetta la definitiva consacrazione ma che, di certo, già così è in grado di cambiare (anche in negativo, purtroppo) l’andamento di qualsiasi tipo di gara.

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E’ palese: la Roma necessita di alcuni innesti sul mercato.

Per l’attacco, come dicevamo pochi giorni fa, Sabatini pare sempre più vicino a Nilmar, che andrebbe a fare la punta esterna atipica nel tridente che Luis Enrique sta costruendo per questa nuova stagione.

L’attacco, però, non è l’unico reparto da ritoccare.

Pensando al centrocampo, infatti, ci troviamo di fronte ad una situazione non propriamente rosea. Scorrendo la rosa, ecco i nomi che l’allenatore spagnolo potrebbe attualmente schierare in mediana: De Rossi, Perrotta, Pizarro, Taddei, Simplicio, Bertolacci, Greco e Brighi. Posto che ne giocherebbero solo tre per volta, in realtà, a livello numerico la squadra sarebbe copertissima.

Il problema nasce quindi più che altro dalla qualità dei giocatori a disposizione.

Perché se De Rossi, sulla carta, è uno dei migliori al mondo nel suo ruolo e Pizarro uno dei registi più apprezzati nel nostro campionato è altrettanto vero che Perrotta è un onesto mestierante, Taddei più che altro un esterno, Simplicio non sembra garantire grande affidabilità, Greco non ha ancora dimostrato di meritare la Roma, Bertolacci un giovane di belle speranze e Brighi nulla più di un rincalzo.

Ecco perché da tempo i giornali vociferano di un possibile nuovo acquisto da parte della società Giallorossa.

Da tempo, ad esempio, si parla di un interesse per Fernando del Porto.

E proprio dal porto, è voce di oggi, potrebbe sbarcare nella Capitale Fredy Guarin, mezz’ala colombiana dalle potenzialità interessantissime.

A confermare l’ipotesi di un suo possibile sbarco a Roma è Marcelo Ferreyra, procuratore del centrocampista sudamericano.

Ma potrebbe essere Guarin l’uomo giusto per questa squadra?

Effettivamente… sì, potrebbe.

Partiamo da un assunto, però. Ad oggi il venticinquenne nativo di Medellin ha giocato esclusivamente in campionati di “seconda fascia”, per così dire. Quindi si tratterebbe comunque, in un certo qual modo, di una scommessa. Un suo impatto negativo con un campionato come quello italiano, difatti, ne pregiudicherebbe l’ambientamento e, quindi, la possibilità di imporsi, risultando l’uomo giusto al posto giusto.

Fatta questa doverosa premessa parliamo dell’utilità che potrebbe avere Guarin in questa squadra.

Stante l’assoluta titolarità di Daniele De Rossi, che è ben difficile possa essere lasciato in panchina se non in rarissime occasioni, probabilmente nessun altro può dirsi sicuro di un posto nell’undici titolare.

Una buona soluzione potrebbe essere quella di schierare De Rossi al fianco di Pizarro e Perrotta. Tutti giocatori già presenti nella Roma di Spalletti, che ben si conoscono e che hanno ancora qualcosa da dire, sulla carta.

Centrocampo discreto, ma che avrebbe comunque bisogno di qualcosa di nuovo. In special modo ricordando che la panchina non sarebbe di qualità.

Ecco allora che una buona soluzione sarebbe proprio quella di ingaggiare Guarin.

Mezz’ala destra tuttofare in un centrocampo con Pizarro a dettare i ritmi e De Rossi a dare ulteriore nerbo a centrocampo.

Perché Guarin potrebbe essere una scommessa da fare?

Perché se si riuscisse ad acquistarlo ad un prezzo decente (la clausola rescissoria dovrebbe essere di una trentina di milioni, si dovrebbe provare a prendere a meno di venti) potrebbe far fare un buon salto di qualità a questa squadra.

Chi ha seguito un po’ il Porto lo scorso anno (o chi seguiva il giocatore già dai tempi di St. Etienne) lo sa. Fredy sa fare un po’ di tutto.

Corre, rientra, sa gestire il pallone una volta che lo ha tra i piedi, contribuisce a fare gioco, si inserisce discretamente, ha un bel calcio da fuori.

Non gioca nell’elite del calcio europeo, ma un posto qui lo merita.

E’ completo e potrebbe completare bene la mediana romanista.

Che probabilmente avrebbe bisogno di un altro ritocchino per arrivare a livelli importanti. Ma le cose si possono fare anche con calma.

Del resto De Rossi altri quattro o cinque anni ad alto livello li ha davanti, e Guarin di anni ne ha solo 25. Altro motivo valido per puntarci.

Insomma, il centrodestra del centrocampo Giallorosso difficilmente potrebbe finire in mani migliori.

Colpo che varrebbe la pena fare.

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Se ne parla un po’ ovunque. In rete, come sui giornali ed in tv.

La Roma sarebbe vicina a trovare l’accordo per il trasferimento di Nilmar dal Villareal.

Ma può essere la punta brasiliana che nell’ultima stagione tanto bene ha duettato col nostro Pepito Rossi il tassello ideale per completare il reparto avanzato Giallorosso?

Intendiamoci fin da subito: il valore assoluto di Nilmar non si discute. Non siamo in presenza di un Fenomeno, certo, ma l’ex Internacional di Porto Alegre resta giocatore di livello.

Rapido, tecnicamente dotato, discreto fiuto del goal.

Costruire una squadra di calcio, però, non è come fare la raccolta delle figurine. O giocare ai videogame.

In campo vanno infatti mantenuti degli equilibri senza dei quali vincere rasenta l’impossibile. E per farlo si deve andare alla ricerca della costruzione di un 11 in cui ogni giocatore occupi la posizione migliore rispetto alle caratteristiche.

In cui ogni interprete, insomma, possa venire esaltato proprio dalla posizione in campo che si trova a ricoprire.

In questo senso quanto accade al ragazzo in Spagna è sicuramente interessante. La coppia d’attacco che forma con Rossi, infatti, difetta sicuramente di fisicità e forza fisica, ma puntando tutto su tecnica, dribbling e rapidità risulta comunque pericolosa ed a tratti letale.

Nel complesso, comunque, essere affiancato da una seconda punta tecnicamente dotata ma anche prolifica sembra essere probabilmente la soluzione migliore per lui.

Luis Enrique, però, ha importato a Roma un sistema di gioco differente, tutto improntato su quel 4-3-3 che ha reso così grande il Barcellona di Guardiola.

Ed in un modulo del genere come può ambientarsi il ragazzo nativo di Bandeirantes?

Tornando da Londra giusto lunedì leggevo la Gazzetta dello Sport, dove si parlava proprio dei possibili futuri acquisti della Roma. Con tanto di eventuale collocazione tattica.

Tra questi c’era proprio anche il nostro Nilmar, che veniva schierato come punta centrale del tridente offensivo romanista.

Ed in effetti, trattandosi in buona sostanza di un giocatore con caratteristiche da prima punta (anche se piuttosto atipica rispetto all’immaginario collettivo) è proprio quello il ruolo migliore per lui.

Qui, però, sorgono diversi dubbi, che vado a schematizzare.

  • Innanzitutto il principale: l’abbondanza nel ruolo. Perché anche considerando Bojan una punta esterna (che è quello che in effetti pare si troverà a fare l’ex fenomeno delle giovanili Blaugrana) resterebbe Borriello (che a quel punto partirà sicuramente) e, soprattutto, Totti. Che nel 4-3-3 di Luis Enrique, vista la sua ormai ridotta mobilità, pare non possa ricoprire altro ruolo se non quello di prima punta.
    Nilmar, quindi, verrebbe a farne la riserva? O, ancora, il suo arrivo significherebbe la panchinazione di quello che è il simbolo di questa squadra (nonché uno dei giocatori più forti che abbiano mai vestito questa maglia)?
    Problema non da poco…
  • In secondo luogo mi ricollego al discorso che facevo in apertura. Un allenatore deve mettere gli uomini giusti al posto giusto. Ed in questo senso Luis Enrique (come Antonio Conte e tanti altri) non sembra molto flessibile. Difficile quindi pensare possa decidere di abbandonare il suo 4-3-3 semplicemente per mettere Nilmar nelle condizioni migliori (senza nel contempo lasciare Totti in panchina). A quel punto far coesistere il nuovo arrivo ed il Capitano significherebbe dirottare la punta brasiliana sull’esterno, con un attacco che andrebbe così a comporsi: Bojan-Totti-Nilmar. Niente male, di per sè. Ma resterebbe un grosso punto di domanda relativo alle prestazioni che potrebbero essere fornite dall’attaccante ex Lione ed Internacional.
  • In definitiva, quindi, non avrebbe più senso acquistare una punta esterna? Anche in relazione alle cessioni di Menez e Vucinic, che quel ruolo l’avrebbero potuto ricoprire con buon profitto, viene da pensare che l’acquisto di un’ala sarebbe probabilmente più azzeccato rispetto a quello di una prima punta che, tutt’al più, può essere riadattato a seconda punta.

L’operazione, leggendo in giro, sembrerebbe comunque ormai essere in via di definizione.

La Roma ha scelto Nilmar.
Vedremo quindi nelle prossime settimane come la punta di Bandeirantes verrà impiegata nello scacchiere di Luis Enrique (ammesso e non concesso, ovviamente, che alla fine il trasferimento si concretizzi davvero).

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Ora è finalmente ufficiale: Alexis Sanchez è a tutti gli effetti un giocatore dell’FC Barcellona e dal prossimo anno sarà agli ordini di Pep Guardiola.

Sanchez che si troverà a doversi integrare in quella che è, e per distacco, la migliore squadra del mondo.

Ma non solo. Sanchez che dovrà integrarsi in un meccanismo quasi perfetto, che è per altro costruito e studiato da molti dei suoi interpreti fin dalla tenerissima età.

Perché, è sempre giusto ricordarlo, a Barcellona nulla è lasciato al caso ed il modulo adottato dalla prima squadra è lo stesso che viene usato anche nelle varie squadre giovanili. Così che un ragazzino di tredici-quattordici anni inizia fin da giovanissimo ad assimilare questo metodo di gioco, che si troverà poi a dover replicare tra i professionisti.

Questa cosa, quindi, costituisce forse la principale impalcatura del miracolo Barça, che si trova oggi ad avere una squadra importantissima e vincere tutto in particolar modo grazie ai prodotti delle proprie giovanili.

Cosa significa tutto ciò?
Che integrarsi in prima squadra, per chi cresce nella Masia, è tutto sommato facile.

Ci sono tanti indizi, però, che portano a pensare che allo stesso modo valga anche un po’ il contrario: che risulti più difficile integrarsi arrivando da un ambiente completamente diverso?

Gli indizi sono molteplici, dicevamo. Basti pensare ad Ibrahimovic, che realizzò un buon numero di goal ma non sembrò mai a suo agio in questa squadra, o a Mascherano, che è riuscito a trovare spazio in squadra con un minimo di continuità solo a causa di molteplici infortuni e, per altro, in un ruolo non suo.

Certo, ci sono anche esempi di giocatori che sono stati capaci di calarsi in questa realtà al meglio.

David Villa, ad esempio, ha forse limitato un po’ il suo impatto realizzativo ma si è messo al cento per cento a disposizione della squadra, entrando appieno nel ruolo che gli è richiesto: fare movimento e tagli continui.

Samuel Eto’o, allo stesso modo, sembrava nato per giocare in Blaugrana e mai palesò particolari problemi a giostrare in questo schema. E andando a ritroso gli esempi diventerebbero ovviamente tanti.

Un problema di ambientamento, comunque, sembra esserci. Anche per giocatori che possiamo definire, nei rispettivi ruoli, tra i migliori al mondo.

Non ci sarebbe quindi da stupirsi se anche il buon Nino Maravilla dovesse bucare l’adattamento in Blaugrana.

Anche perché per ciò che lo riguarda c’è un’altra variabile piuttosto importante da considerare, che porta il nome di Pedro.

L’ala spagnola è infatti sicuramente inferiore, come over all, al fenomeno cileno, dotato di tutt’altro talento. Basti vedere cosa il secondo è capace di fare palla al piede, e con quale rapidità sa fare tutto questo, per rendersi conto di trovarsi di fronte ad un talento più unico che raro.

Pedro, invece, è giocatore molto più lineare. Che ha trovato la sua fortuna a Barcellona proprio per il meccanismo di cui parlavo in precedenza: svolge certi compiti da sempre, gli viene naturale svolgerli, riesce a farlo con buona efficacia.

Pedro che per altro sembra essere un giocatore particolarmente apprezzato da Guardiola, forse proprio per la sua abnegazione e per la sua sagacia tattica.

Rubargli il posto, quindi, potrebbe non essere così semplice pur per un giocatore dal talento purissimo come il nostro Alexis.

Certo non solo contro, comunque, relativamente al possibile adattamento di Sanchez sulle Rambla.

Perché se è vero come è vero che problemi è fisiologico possa affrontare va altresì detto che sotto tanti punti di vista il gioco del Barça sembra quasi cucito su misura per lui.

Pensateci un attimo: palla che circola particolarmente sempre bassa, cosa che ovviamente esalta le caratteristiche di un giocatore bassino e tutta tecnica come lui. Scambi fitti e rapidi con giocatori dotatissimi come Iniesta, Xavi, Villa e Messi. Circolazione di palla costante e continuo movimento da parte degli avanti, con tagli in rapidità che un giocatore con le sue caratteristiche ha sicuramente nelle corde. Un centrocampo di piedi buoni a poter premiare ogni suo tentativo di imbucarsi alle spalle della difesa avversaria.

Da questo punto di vista davvero difficilmente Sanchez poteva fare scelta migliore.

Mi torna per un attimo in mente l’Inter cuperiana in cui lo schema preponderante sembrava essere “Materazzi lancia a Vieri, stop e tentativo di crearsi lo spazio per concludere”, con una demineralizzazione del gioco ed uno scavalcamento sistematico del centrocampo da fare paura.

Ecco, in un sistema del genere di certo non si riuscirebbero ad esaltare le caratteristiche di un giocatore come Alexis Sanchez, che ha bisogno di palla tra i piedi, di giocatori tecnici con cui dialogare, di provare anche a partire da lontano in rapidità per puntare la porta.

Esattamente ciò che, pur su di un livello probabilmente diverso, si trova puntualmente a fare un certo Lionel Messi.

Che, guarda caso, è diventato grande (in tutti i sensi) proprio a Barcellona…

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Tutti i media italiani si dicono sicuri: Arturo Erasmo Vidal Pardo è un giocatore della Juventus.

Il nuovo centrocampo di Antonio Conte, quindi, potrà contare anche sul jolly cileno per provare a riportare la Vecchia Signora al livello che le compete.

E’ cresciuto tanto Vidal, negli ultimi anni.

Personalmente lo conobbi quando ancora era un ragazzino che giocava nel Colo Colo e mi piacque da subito. Dunque non posso che essere contento del suo sbarco in Italia.

Va detto, poi, che si tratta di un giocatore cresciuto molto nella sua esperienza a Leverkusen.

Non è un caso, del resto, se è stato votato come terzo miglior giocatore dell’ultima Bundesliga (dietro a Sahin e Gotze) dove, tra l’altro, ha anche messo in mostra un feeling con il goal allucinante.

Diverse erano le squadre che lo seguivano e che avrebbero voluto assicurarsene i servigi. Tra queste la più accanita pareva essere il Bayern Monaco, decisissima a tornare a vincere quantomeno il proprio campionato nazionale.

Dopo l’acquisto di Neuer, quindi, quello di Vidal avrebbe ulteriormente impreziosito la rosa bavarese, indebolendo, nel contempo, una diretta concorrente.

Le cose, però, pare stiano andando diversamente. Dopo l’interesse del Napoli, che voleva acquistarne il cartellino per poter formare una coppia di tutto rispetto con Inler, si è concretizzato quello di Marotta e della Juventus, che ha così deciso di far sbarcare il ragazzo di Santiago nel Belpaese.

Il valore del ragazzo non si discute. Sia perché tecnicamente non sfigura, sia perché è tatticamente intelligente che perché mette sempre in campo generosità. Ma soprattutto, cosa non da poco, dimostra una duttilità estrema che in pochi possono vantare.

Solo restando alla partita giocata dal suo Cile contro il Venezuela Arturo occupò due diversi ruoli: quello di esterno sinistro prima, quello di difensore schierato sul centrosinistra di una linea a tre poi.
Se si pensa che si tratta di un centrocampista centrale più mediano che non ma con la capacità di giocare anche più avanzato oltre che di disimpegnarsi come terzino con discreti risultati ecco che ne esce il ritratto di un giocatore davvero preziosissimo, adattabile praticamente a tutti i ruoli.

Il valore del giocatore di per sé non si discute, quindi. Qualora si ambientasse a dovere nel calcio italiano saremmo sicuramente di fronte ad uno dei migliori acquisti della Juventus post-Calciopoli.

E lo dice chi come me ha praticamente sempre criticato aspramente le scelte dei dirigenti juventini.
Dal trio Almiron-Tiago-Andrade, giocatori che a Torino in altre epoche non avrebbero fatto che tribuna, ai più recenti Pepe e Quagliarella. Due giocatori che, in vero, si sono poi dimostrati a loro modo preziosi lo scorso anno ma che, è altrettanto giusto sottolinearlo, non possono essere che comprimari in una squadra che punti alla vittoria.

Vidal, invece, ha davvero le carte in regola per poter essere un faro di questa Juventus per diversi anni. Perché se è vero come è vero che non siamo di fronte ad un Fuoriclasse è altrettanto giusto sottolineare come spesso sono proprio i giocatori come lui gli elementi indispensabili di un progetto vincente.

Dopo aver quindi fatto i dovuti complimenti ai dirigenti Bianconeri (ammesso e non concesso che il giocatore sia già davvero della Juve, perché di giocatori praticamente annunciati e poi mai trasferiti ne ricordo tanti, da che seguo il calcio) proviamo però a fare le pulci a questa mossa e, soprattutto, a quella che si sta delineando essere la Juventus.

E allora partiamo dal prezzo.
Si parla di una cifra tra i 10 ed i 12 milioni di euro, che sarebbe assolutamente rispettabile.

Il dubbio che pongo io, però, è: ma se Sahin ha vinto nettamente il titolo di miglior giocatore dell’ultima Bundesliga (46,1% per lui, contro il 18,7 di Gotze ed il 7,4 di Vidal) perché mai il suo cartellino dovrebbe costare di più?

Cos’ha dimostrato, ad oggi, Vidal più di Sahin?

Anche perché, volendo ben vedere, l’essenza del calcio è la tecnica. Ed in questo senso un confronto non è nemmeno fattibile, vista la netta superiorità del turco sul cileno.

Eppure, appunto, si parla di una cifra leggermente più superiore. Che potrebbe essere discretamente più superiore qualora ci fossero anche dei bonus da versare eventualmente al Bayer, di cui si vocifera in giro.

Tra l’altro stiamo parlando di un acquisto – quello di Sahin – fatto dal Real Madrid, squadra che non lesina mai sul costo del cartellino e cui spesso si riesce a cavare più soldi rispetto alla reale quotazione del giocatore.

Al di là di questa sfumatura che reputo comunque essere particolare (anche perché entrambi i giocatori avevano il contratto in scadenza tra un anno, quindi da questo punto di vista non c’è differenza alcuna) bisogna dire che una cifra attorno ai 12 milioni di euro per un giocatore come Vidal è ben spesa, sulla carta.

Certo meglio dei 15 dati per acquisire Bonucci o per i tanti milioni per acquistare un giocatore che per altro non aveva giusta collocazione tattica a Torino come Martinez.

Tatticamente, però, sorgono dei dubbi. Che, in realtà, non sono strettamente connessi a questo giocatore ed a questa operazione di mercato, quanto più a ciò che sarà il centrocampo juventino l’anno prossimo.

Perché Vidal è un bel rinforzo sulla carta.
E sempre sulla carta uno dei colpi migliori – a livello globale – di questo mercato è certo l’ingaggio a 0 di Pirlo.

Però non basta, perché le squadre non si fanno con le figurine.
Ma col sudore dei giocatori, con le alchimie tattiche degli allenatori, con l’affiatamento di squadra, ecc.

E allora ecco che la preoccupazione sorge dal fatto che giudicando in base alla prima uscita compiuta dalla nuova Juventus targata Conte ecco che è legittimo pensare che l’accoppiata Pirlo-Vidal si trovi praticamente a gestire in quasi totale solitudine il centrocampo.

Perché i moduli di per sé, in questo ha ragione l’ex allenatore del Siena, sono solo numeri. L’atteggiamento tattico che imprimi ad una squadra no, però.

E allora chi ha visto giocare la Juventus contro la Val di Susa non può certo non aver notato come tutti gli esterni di centrocampo, chiunque fossero, erano chiamati a giocare altissimi, quasi in linea con le punte. Certo affrontando il ruolo con un piglio molto differente rispetto al “classico” 4-4-2.

Se Krasic e Pepe (almeno finché non arriverà un’altra ala) giocano così alti in entrambe le fasi, però, significa che il rischio è quello di regalare il centrocampo alla squadra avversaria, perché i soli Vidal e Pirlo (o chi per essi, ovviamente) non potranno gestire da soli una porzione di campo così ampia.

Le contromosse, ovviamente, esistono.

Si parte dall’avere due esterni con una capacità polmonare abnorme ed in grado di coprire tutta la fascia per novanta minuti all’utilizzare i terzini (anch’essi piuttosto alti in fase di possesso) per tamponare l’emorragia lì in mezzo, dando loro licenza di aiutare i due centrali. Il tutto, ovviamente, rischiando di scoprire, soprattutto lateralmente la difesa.

Insomma, è ancora presto per giudicare ma certo qualche piccola perplessità sorge. Perché un conto è affrontare la Serie B con una delle due squadre – nettamente – più forti del campionato, altro è dover guidare una Juventus caduta in rovina nel post-Calciopoli ad una rinascita che tutti (tifosi e non) stanno aspettando ormai da cinque anni.

Questo discorso fatto sul centrocampo Bianconero si riallaccia alla questione Vidal proprio perché il cileno sarà uno degli interpreti di questo modulo. E, soprattutto, perché sarà proprio lui a dover portare buona parte del peso del reparto, quantomeno in fase di tamponamento.

E allora… schierare un giocatore tutto sommato ancora così giovane come lui in un contesto come questo è la cosa migliore?

Non si rischia di bruciare un ragazzo che già di per sé dovrà trovarsi a far fronte alla staticità di Pirlo e che, con questo approccio, vedrà anche le due ali giocare così avanzate?

Anche questo è un dubbio che io ritengo legittimo.

Il tempo è galantuomo, comunque.

Non ci resta quindi che aspettare di vedere cosa succederà.

Anche perché la Juventus ad oggi non ha ancora nemmeno completato il calciomercato, e tutto potrebbe succedere.

Certo è che parlare con il senno del poi è sin troppo facile. Giusto è avanzare i propri ragionamenti a “bocce ferme”, giusto per dare un po’ più di pepe – e soprattutto senso, perché col senno del poi non si sbaglia mai – alla discussione.

E in questo caso sarà davvero interessante vedere come Conte riuscirà a dare equilibrio al suo gioiello.

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Molti si ricorderanno sicuramente di questo portierone capace di affermarsi come uno dei migliori interpreti del ruolo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta. In particolar modo l’apice della sua carriera venne raggiunto ai Mondiali americani del 1994, quando vinse il premio Jašin come miglior portiere della competizione.
Una volta appesi i guanti al chiodo nel 1999, decise poi di intraprendere la carriera di allenatore. Così, dopo una duplice esperienza allo Standard Liegi – guidato rispettivamente nella stagione 2001/2002 e nel biennio 2006/2008 – ed una al Gent, ecco lo sbarco, nel 2010, al Twente Enschede fresco Campione d’Olanda, squadra che guida tutt’oggi e con cui una settimana fa è stato in grado di vincere la KNVB Beker (equivalente della nostra Coppa Italia).

La vittoria in Coppa non ha però insegnato molto al tecnico belga che, giusto nel week-end, si è trovato a disputare una sorta di finale per la vittoria dell’Eredivisie proprio contro quell’Ajax appena battuto da pochi giorni.

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Modifiche tattiche in vista, per il Real di Mourinho: è notizia di questi giorni l’acquisto di Nuri Şahin, talentuosissimo centrocampista turco che è stato tra i principali trascinatori del Borussia Dortmund capace di imporsi in Bundesliga quest’anno.

E l’arrivo del giovanissimo regista ex Feyenoord comporterà indubbiamente qualche cambiamento in quel di Madrid.
Due le ipotesi più probabili: da una parte l’accantonamento dell’ormai trentenne Xabi Alonso, dall’altra la modifica del modulo attualmente in uso, con l’utilizzo di due registi in contemporanea.

Posto che la prima ipotesi, sulla carta, non porterebbe ad alcuna modifica tattica, con Şahin semplicemente impegnato a svolgere il lavoro che fino a quest’anno è stato svolto da Alonso, la seconda prevedrebbe, invece, una modifica tanto nella tattica di base quanto nell’atteggiamento e nel gioco della squadra.  E quest’ultimo sembrerebbe lo scenario più intrigante.

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Alla fine il Barcellona di Guardiola ce l’ha fatta. Al netto di tutte le polemiche, saranno proprio i Blaugranaa disputare la finale londinese di Champions League. Il tutto dopo aver superato, in un doppio confronto molto sentito, gli acerrimi rivali di sempre.

Barcellona-Real non è però una semplice partita di calcio: è molto di più. Innanzitutto, è uno scontro tra filosofie: da una parte il Barça dei tantissimi canterani, dall’altra il (fu) Real Galáctico, da una parte il tiki-taka, dall’altra l’attendismo targato Mourinho.

E il doppio confronto di Champions ha dimostrato come in questo momento non ci sia confronto tra le due filosofie e non è un caso se il Barcellona giocherà la seconda finale di Champions degli ultimi tre anni.

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Con cinque sole giornate al termine del campionato la classifica finale va ormai delineandosi, in particolar modo per certe squadre. Tra queste vi è sicuramente la Juventus di Gigi Delneri, che reduce dal pareggio di Firenze si vede ormai tagliata del tutto fuori dalla corsa al quarto posto. Le contemporanee vittorie di Udinese e Lazio, difatti, inguaiano non poco la società di Corso Galileo Ferraris, che non potrà presentarsi ai blocchi di partenza della principale competizione europea per club nemmeno nel corso del prossimo anno.  E’ già quindi tempo di programmare il mercato estivo. Nel dopo Calciopoli, difatti, troppi errori sono stati commessi in questo senso sulla sponda Bianconera di Torino e Marotta sa bene di non poter più sbagliare se vuole riportare la squadra che fu di Sivori, Platini, Baggio e Zidane nell’Olimpo del calcio italiano e non. Proprio in questo senso facciamo viaggiare un po’ la fantasia e proviamo, basandoci ovviamente sui più recenti rumors di mercato, ad immaginarci un paio di alternative tattiche per la Juventus che verrà.

Partiamo da un presupposto, quindi. Qualora restasse Delneri, la cui permanenza è però a tutt’oggi in dubbio, la soluzione più probabile sarebbe quella che vorrebbe la squadra nuovamente impostata con un classico 4-4-2. Cambiando allenatore – o qualora il tecnico di Aquileia decidesse di affidarsi continuativamente al 4-3-3 di queste ultimissime uscite – ecco che si potrebbe pensare ad un modulo differente.

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Più che una storia sembra una favola, la sua. Perché André Villas Boas sta dominando il campionato portoghese alla tenerissima età – per un allenatore – di trentatre anni. E senza aver praticamente mai tirato calci ad un pallone. I suoi inizi sono stati realmente molto particolari:  si dice infatti che abitasse nello stesso palazzo dell’allora allenatore del Porto Robson, cui faceva continuamente trovare nella cassetta delle lettere alcune sue considerazioni sulla squadra ed il suo inquadramento tecnico-tattico. Il tutto, è bene sottolinearlo, quando aveva solo diciassette anni. La cosa, manco a dirlo, impressionò molto il tecnico inglese che propose alla società lusitana di assumerlo come scout prima ed allenatore poi.

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