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Archivio per 6 luglio 2012

Tutti i diritti riservati all’autore. Nel caso si effettuino citazioni o si riporti il pezzo altrove si è pregati di riportare anche il link all’articolo originale.
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Le ultime vicende di mercato parlano chiaro: Julio Cesar non è più considerato indispensabile in quel di Milano – almeno sponda Nerazzurra – e con ogni probabilità lascerà la squadra con cui scalò il tetto del mondo.

Al suo posto, ormai ufficiale, l’ingaggio di Samir Handanovic, portiere sloveno ex Udinese.

Giusto stamattina uno dei pochi assidui lettori dei miei sproloqui mi ha chiesto, su Facebook, cosa ne pensassi di questa operazione.

Beh, sulla carta è un affarone.

Perché quando si gestisce una società di calcio cuore e riconoscenza contano sì ma fino ad un certo punto e se si vuole restare sulla cresta dell’onda (dove l’Inter in realtà non c’è già più, ma punta a tornare da subito) si devono fare scelte anche dolorose.

Passare lo scettro di portiere titolare ad Handanovic può essere vantaggioso praticamente sotto tutti i punti di vista. Vediamoli.

Innanzitutto l’età.

Che per un portiere è sempre relativa, siamo d’accordo, ma che non può comunque non essere considerata. In questo senso doveroso sottolineare come la differenza tra i due penda tutta a favore di Samir, di ben cinque anni più giovane del suo predecessore.

Una differenza notevole che può voler dire molto. Perché se è vero che Zoff vinse un Mondiale a quarant’anni suonati è altrettanto vero che lui resta esempio più unico che raro di longevità eccezionale e che Cesar, coi suoi 33 anni sul groppone, non può garantire un minimo di cinque-sei stagioni ad alto livello come invece può fare, sulla carta, lo sloveno.

Altro aspetto importante è il rinnovamento tecnico in atto sulla sponda Nerazzurra di Milano. Dove se ne sono già andati Lucio, Cordoba, Orlandoni, Zarate e Palombo e da dove dovrebbero partire diversi altri giocatori, primi su tutti Maicon e Pazzini.

Una specie di rivoluzione, insomma, che vuol mettere in soffitta una volta per tutti la pur straordinaria squadra che centrò l’incredibile Triplete nel 2010, per provare ad aprire un nuovo ciclo con giocatori più giovani, affamati e motivati.

Tra cui, appunto, Handanovic.

Attenzione: questa è una motivazione importante. Perché se alle partenze avvenute e prossime a venire sommiamo gli acquisti già compiuti (Palacio e Silvestre oltre allo stesso Handanovic, cui va comunque aggiunto il riscatto di Guarin) più quelli che potrebbero chiudersi di qui a breve (Debuchy, Cissokho, Mudingayi più le voci Destro, Lucas, Gomez e varie) ecco che appare chiaro come il rinnovamento della squadra sia significativo e non solo fittizio.

Rinnovamento tecnico che in questo caso, sulla carta, non porta nemmeno ad un indebolimento neppur presunto della squadra. Perché parlando di over all dei due giocatori va sottolineato come Handanovic non sia certo inferiore al suo predecessore.

Se anziché sbarcare ventenne all’Udinese fosse approdato direttamente al Manchester United e lì si fosse imposto come erede dei vari Schmeichel e Van der Sar oggi Handanovic sarebbe considerato uno dei migliori esponenti del ruolo al mondo al pari di Buffon, Cech, Casillas e Neuer.

Ultimo, ma non certo in ordine d’importanza, l’abbattimento del tetto ingaggi.

Sui giornali si parla di un monte salari che oggi si aggira sui 190 milioni di euro per l’Inter, da ridurre di almeno un terzo. Ovvero sia un sessantina di milioni, che non puoi pensare di aver coperto con le cessioni di Lucio, Cordoba e Orlandoni.

Chiaro quindi che di partenze sanguinose, almeno per i cuori dei tifosi, ce ne dovranno essere ancora.

Tra queste una delle più scontate è proprio quella di Cesar, che guadagna tantissimo (quasi cinque milioni l’anno, se la memoria non mi inganna) e il cui ingaggio è quindi praticamente insostenibile, oggi, per le casse interiste.

Insomma, un’operazione che non si poteva non fare.

Con un solo piccolo dubbio: il Friuli e San Siro sono due palcoscenici opposti dove esprimersi. Riuscirà Handanovic, ormai comunque arrivato alla maturazione, a reggere l’impatto con una realtà grande ed importante come quella interista?

Nel caso in cui la risposta fosse affermativa… beh, l’Inter ha sicuramente un nuovo nonché affidabilissimo guardiano dei pali.

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I mass media ormai lo danno per fatto.

L’accordo ci sarebbe già, per una cifra che si aggira tra i 10 ed i 13 milioni, come da valutazione del Presidente Sebastiani.

Quello col giocatore, logicamente, è praticamente una formalità, perché quando sposti tutti quei milioni ed hai una facilità di spesa disarmante non ci metti molto a convincere un ventenne la cui esperienza massima di carriera è stato un secondo posto in Serie B a venire a farsi strapagare per giocare la Champions League.

Insomma, a leggere in giro si sarebbe passato il punto di non ritorno: Marco Verratti diventerà a tutti gli effetti un giocatore del Paris St. Germain e la prossima stagione sarà a disposizione di mister Ancelotti.

E questo nonostante il ragazzo qualche settimana fa giurasse, pur ancora da pescarese, eterno amore alla “sua” Juventus, la squadra per cui tifa sin da bambino.

Occasioni del genere però, oggettivamente, capitano poche volte nella vita.

Ma siamo proprio sicuri che questo trasferimento – io dico ancora eventuale, del resto anche Thiago Silva sembrava ormai avviato alla conclusione positiva – sarebbe positivo per tutte le parti?

Andiamo a valutare un po’ di pro e contro.

Partendo dal Paris. Che in realtà di contro non ne ha molti: inserirebbe in organico un giocatore potenzialmente tra i top al mondo nel proprio ruolo, lo darebbe in mano ad un allenatore che sicuramente ha le possibilità di farlo sbocciare definitivamente e, vista la capacità di spesa succitata, farebbe tutto sommato un acquisto più che accettabile, con possibilità di resa per altro esponenziali.

Ok.

Ma Marco e il Pescara?

Partiamo proprio dagli abruzzesi.
Premettendo che logicamente la volontà del Presidente sia quella di costruire una squadra capace quantomeno di salvarsi e non tanto di speculare sulla cessione di un singolo giocatore come se non ci fosse un domani ecco che non per forza la via che prevede un’offerta esclusivamente economica dovrebbe essere quella prediletta. Questo perché se ti privi di una delle tue stelle per soldi devi poi essere sicuro di reinvestirli bene, questi denari. Cosa tutt’altro che scontata.

Certo, con una decina di milioni il Pescara potrebbe andarsi a comprare la comproprietà di due o tre giovani di belle speranze sperando esplodano per poi capitalizzare ulteriormente le loro cessioni e creare un ciclo virtuoso stile Udinese, anche se magari più in piccolo, con cui mantenersi e rilanciarsi di anno in anno nel lungo periodo.

Contemporaneamente, però, la cessione del ragazzo a fronte di contropartite interessanti e già predefinite assicurerebbe un po’ al Pescara questo meccanismo.

Leggendo qua e là le dichiarazioni di Sebastiani vedevo come lo stesso Presidente abruzzese citassi il romanista Viviani. Giocatore forse meno talentuoso in senso stretto ma sicuramente interessantissimo a maggior ragione per una “piccola” come il Pescara.

Ecco quindi che un’eventuale cessione in Italia potrebbe dare la sicurezza al Pescara di andare ad accaparrarsi almeno un paio di giovani interessanti che accettando i contanti del PSG non è così scontato riuscirebbe poi a reperire altrimenti.

Perché credo sia logico che qualora Napoli, Roma o Juventus dovessero privarsi delle comproprietà di qualche gioiellino lo farebbero più volentieri a fronte dell’arrivo alla casa madre di un Verratti, piuttosto che di quell’uno o due milioni che fondamentalmente non fanno la differenza quando si parla di squadre che fatturano tra i cento ed i duecento milioni di euro l’anno.

Pescara che insomma dovrebbe farsi i conti in tasca. Perché cedere il cartellino del ragazzo in Italia farebbe sì guadagnare meno cash ma darebbe qualche certezza tecnica in più: da una parte si potrebbe ottenere più facilmente la permanenza del ragazzo per un altro anno in Abruzzo (cosa di cui nessuno parla in relazione all’eventuale trasferimento Oltralpe), dall’altra si potrebbe appunto mettere le mani con certezza su qualche giocatore che farà sicuramente comodo ad una squadra che per altro, bene sottolinearlo, ha già perso tre dei principali interpreti della scorsa stagione (Zeman, Insigne, Immobile) e che già così è quindi praticamente da rifondare.

Detto dei dubbi relativi alla società che si trova a dover cedere il ragazzo veniamo allo stesso Marco.

Che certo andrebbe a guadagnare meglio di quanto non guadagnerebbe in Italia (suppongo, almeno).
Ma c’è sempre il risvolto della medaglia.

Iniziando dalla Nazionale: oggi, pur non essendo ancora riuscito ad essere un punto fermo dell’under 21, Verratti è già in predicato di passare alla nazionale maggiore.

I giornali, dopo la preconvocazione Europea, lo danno già per scontato ed è indubbio che un suo eventuale imporsi in Serie A, foss’anche solo con la maglia attuale, potrebbe essere il sigillo del suo ingresso a tutti gli effetti nel giro “grosso”.

E storicamente, Campioni affermati a parte, abbiamo sempre visto come in Italia si tenda un po’ a snobbare il giocatore che gioca all’estero. A maggior ragione appunto quando non ha già una statura affermata (come potevano essere Zambrotta e Cannavaro qualche anno fa, o lo stesso Thiago Motta oggi, pur con profili diversi).

Ma anche ponendo il fatto che questo nuovo corso prandelliano possa rappresentare un punto di rottura anche in questo senso è inutile negare che oggi, nonostante tutti i tanti problemi intrinseci del nostro calcio, la Serie A ha ancora un profilo superiore alla Ligue 1.

E questo nell’evoluzione di un giocatore conta.

Altrimenti non si spiegherebbe perché in linea di massima, con qualche rara eccezione emersa solo col nuovo corso “arabo” del Paris, siano sempre i talenti francesi ad emigrare per consacrarsi, e mai il contrario.

Questo è un aspetto cui il ragazzo dovrebbe pensare.

Esattamente come dovrebbe pensare al fatto che un cambiamento così drastico, che lo porterebbe a cambiare addirittura nazione, influirebbe comunque pesantemente sulla sua vita di tutti i giorni e sul suo stile di vita stesso.

Inoltre un suo eventuale trasferimento a Torino, dove gli consigliai di andare già mesi fa, lo vedrebbe inserito in un contesto idilliaco per la sua crescita, con il regista per eccellenza a fargli da chioccia ed una serie di compagni che si ritroverebbe poi in Nazionale.

Insomma, posto che per ogni calciatore la massima aspirazione dovrebbe essere l’Azzurro ecco che andare a Parigi sarebbe controproducente. Meglio restare in Italia, con il top rappresentato, oggi, da Torino.

Poi certo, aspetto economico a parte c’è una questione tecnica che potrebbe comunque invogliarlo a scegliere Parigi: Carlo Ancelotti.

Inutile nasconderci. Stiamo parlando dell’allenatore che non inventò Pirlo regista, ma di certo che aiutò uno dei talenti più cristallini della storia del calcio italiano (e forse non solo) ad imporsi come il Fenomeno assoluto che oggi tutti noi conosciamo e che se solo una settimana fa avesse vinto l’Europeo sarebbe uno dei maggiori candidati al Pallone d’Oro.

Chiaro, non è detto che “l’operazione” riuscirebbe anche con Verratti, ma è indubbio che questo aspetto potrebbe portare il ragazzo e il suo entourage a propendere per Parigi.

In tutto questo chi sicuramente ci perderebbe è il calcio italiano: che si vedrebbe scippato di un ennesimo talento (dopo che l’anno scorso, tanto per dirne due, ha perso Sanchez e Pastore) e che soprattutto dimostrerebbe ancora una volta, dopo il caso Giuseppe Rossi, l’incapacità di trattenere in Italia uno dei nostri giovani talenti più puri.

Al riguardo so di ripetermi in continuazione, ma purtroppo le cose non cambiano: c’è bisogno di una rivoluzione culturale nel mondo del calcio italiano (e forse nel paese tutto) che porti i nostri dirigenti a credere e puntare sui giovani talenti che abbiamo.

Perché una volta anche i Cannavaro, Buffon, Pirlo e Gattuso erano solo dei giovani di belle speranze che avevano tutte le possibilità, come i Baronio di turno, di tradire le attese.

Ma se nessuno ci avesse mai puntato oggi noi saremmo solo tre volte Campioni del Mondo.

Beh, è ora di tornare a puntare sul nostro calcio, che come hanno dimostrato gli Europei appena conclusi resta, nonostante tutte le contraddizioni ed i problemi che ha al suo interno, ancora un movimento che se vuole può davvero rappresentare un’eccellenza a livello mondiale.

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